Per questa malattia sono morte e muoiono milioni di persone nel mondo, specie laddove il virus è nato. Ma ci sono scienziati che da quando è nato, studiano e cercano di sconfiggere il virus. Uno di questi è Giovanni Maga, un ricercatore all'Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Pavia, che, in collaborazione con il Prof. Botta dell'Università di Siena, ha fatto una cosa straordinaria: ha trovato un nuovo approccio, un nuovo metodo per aggredire il virus ed impedire non solo che si riproduca, ma che sviluppi una resistenza agli inibitori classici. Si è aperta, insomma, una piccola porta, che, potrebbe, portare ad un risultato enorme: la sconfitta dell'HIV.
Dall'intervista emerge uno scienziato dedito al suo lavoro, ma anche un uomo come noi, che lotta contro una cosa grandissima, mettendo tutto se stesso.
Buongiorno Dott. Maga. Come è nata l'iniziativa di studiare proprio una cura per l'HIV?
L'idea è partita da me, nel senso che 4 anni fa era apparso un lavoro di un gruppo statunitense in cui definivano questa proteina cellulare come importante per il ciclo vitale del virus HIV. Questa proteina ha una attività enzimatica che è molto simile ad un'altra proteina dell'epatite C che stavo studiando in quel periodo. E' stato quindi immediato, dato che avevo le possibilità e le conoscenze per poter effettuare studi del genere, pensare di verificare se questo enzima potesse essere inibito anche nel ciclo di vita dell'HIV.
Quindi ho preso contatto con il mio collaboratore e amico il Prof. Botta, dell'Università di Siena, che è un chimico farmaceutico, e ho discusso con lui della possibilità di trovare degli inibitori per questo enzima. Il problema è che al tempo non erano noti in letteratura degli inibitori che fossero in grado di interferire con questo tipo di proteine. Quindi abbiamo deciso di intraprendere una strada sperimentale, diciamo all'avanguardia. Innanzitutto abbiamo le coordinate cristallografiche di questa proteina, poi la abbiamo isolata ed inserita in un sistema che mi permettesse di far riprodurre questa proteina da dei batteri che mi davano la possibilità di avere la proteina purificata in grandi quantità. Poi abbiamo caratterizzato la sua attività, cioè abbiamo cercato di definire quali erano le parti di questo enzima che potevano essere più attraenti come possibile bersaglio per un inibitore.

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Nel corso dello studio abbiamo contattato altri gruppi anche al fine di chiedere finanziamenti all'Unione Europea. L'idea era quella di occuparsi in Italia della parte prettamente farmacologica mentre gli altri gruppi avrebbero cercato di studiare cosa questa proteina facesse normalmente nella cellula.
A livello pratico come vi siete organizzati?
Una ricerca scientifica è sempre un lavoro di scambio. Ogni parte del gruppo è interdipendente. Dopo aver caratterizzato l'enzima ricevevamo i composti e verificavamo quali di questi erano in grado di inibire l'attività enzimatica. Quando avevamo trovato i dati, li comunicavamo ai chimici e loro modificavano ulteriormente la molecola per avere una affinità fra inibitore ed enzima. Questo processo è andato avanti per più di un anno. Quando abbiamo visto che una di queste molecole aveva una affinità significativa, ecco che abbiamo a detto ai collaboratori Belgi di verificare se si potesse veramente bloccare l'infezione.
A livello personale, quando è arrivato alla scoperta vera e propria su una delle malattie più pericolose del secolo, cosa ha provato? Cosa prova un Uomo quando arriva a fare una cosa del genere?
Diciamo che bisogna essere molto realistici. Chi fa la ricerca scientifica sa valutare le ricadute immediate delle proprie scoperte. Eravamo molto contenti, ma non possiamo dire di aver trovato la cura all'AIDS, abbiamo dimostrato per ora che esiste la possibilità di aggredire la malattia con un approccio diverso. Adesso abbiamo un cammino lungo, per vedere se quelle molecole possono essere trasformate in farmaco, sono dei passaggi che richiedono molto tempo. Circa due, tre, cinque anni.

In questo lavoro qual'è stata la cosa indispensabile?
La cosa più utile è sicuramente la passione, diciamo, l'interesse nell'investigare una cosa sconosciuta. Chiaro che se io dovessi fare un lavoro pensando solo alle possibili ricadute, non farei quasi nulla. Quello che noi facciamo è aprire una porta su una stanza buia e, con la pila, cercare di fare luce per vedere cosa c'è. E' un pò questo il succo della ricerca scientifica.
Questo sentimento serve a superare magari anche qualche momento di crisi. Ce ne sono?
Certo, ci sono. A vari livelli ci sono quotidianamente, anche solo nell'esecuzione a volte i risultati non sono quelli attesi, oppure ci sono difficoltà imprevedibili che costringono a ripartire dall'inizio. Questo fa un pò parte del gioco, è una sfida nuova, ci sono momenti più “strutturali” in cui c'è un problema a livello di infrastruttura, vari problemi all'interno del gruppo per cui c'è un momento di difficoltà, momenti magari meno produttivi di altri. Ovvio che se c'è uno sprone ad andare avanti, si cerca di risolvere i problemi.
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Il gruppo di lavoro è composto prevalentemente di precari. Questo ha influito sulla ricerca? ha dato una mano in più o una in meno?

Dunque, il team è fatto da precari con persone con
contratti a tempo determinato. Si tratta di persone che stanno facendo le scuole di tutor. Le do una idea di come viene gestita l'educazione. Quando una persona lascia l'università, per prima cosa deve avere un diploma in dottorato e deve frequentare una scuola per tre o quattro anni, preferibilmente diversa da quella in cui ha studiato. Ovviamente nel corso di questi anni bisogna superare degli esami, e la persona viene quindi messa alla prova, oltre al fatto che la persona deve sviluppare dei progetti di ricerca.
Alla fine del dottorato, bisogna spostarsi in un altro istituto dove fare altri tre o quattro anni per completare la formazione, in cui la persona inizia a svolgere un ruolo di ricercatore indipendente e gli viene affidato un progetto autonomo, per vedere se riesce a portarlo avanti. Questo significa che in tutto il mondo, una persona che voglia fare ricerca scientifica deve fare per almeno sette o otto anni dopo la laurea lavori con contratto a tempo determinato. Non esiste l'idea di assumere una persona ad uno stato precedente alla sua formazione. Sarebbe un cattivo investimento.
I ragazzi che sono qui si trovano all'inizio del loro percorso, quindi per loro è normale, sebbene abbiano vinto delle borse di studio che gli consentono di fare questo lavoro. Il problema è che quando è finita la formazione, manca un pò uno sbocco professionale che all'estero inizia con dei contratti a tempo determinato ma su quattro o cinque anni, magari come professore a contratto, che consentono di mettere in piedi un laboratorio e quindi verificare se uno è in grado di competere per posizioni a tempo indeterminato che sono molto rare all'estero. In problema è che in Italia non esiste la figura del ricercatore con contratto a tempo indeterminato, ci sono pochi concorsi. E' qui il collo di bottiglia. Ci sono poche opportunità per essere assorbiti nelle strutture con stipendi abbastanza bassi, quindi il tutto risulta poco appetibile.
I miei ragazzi adesso sono consapevoli di dover fare del loro meglio per poter aspirare a una opportunità magari all'estero, in qualche grande università dove poter magari migliorare. Diciamo che l'impatto dei precari è positivo, perchè per crearsi la loro carriera sono tutti molto motivati.
Ogni risultato scientifico si deve scontrare con la lunga storia del brevetto. Voi avete già 2 brevetti che donerete ad un paese africano…
Siccome io collaboro con Botta da tanti anni e con lui abbiamo sempre sviluppato potenziali antivirali, cioè molecole che sono diretti contro bersagli classici, abbiamo identificato delle molecole che hanno attività interessanti, dei meccanismi d'azione abbastanza diversi e questo ci ha portato a fare un brevetto. Il problema è il destino di questo brevetto: perchè uno compila la domanda di brevetto decidendo su quali paesi mettere la copertura, ovviamente più paesi scegli, più costa. Di solito si selezionano i paesi principali dove potrebbero esserci più competitor.
Dopodichè, per mantenere vivo il brevetto che ha una sua scadenza, bisogna pagare una quota. Quando uno ha in mano un brevetto di solito cerca un partner industriale interessato allo sviluppo per mantenere in vita il brevetto. Questo è difficile nel contesto dell'industria farmaceutica dei paesi industrializzati perchè particolari tipi di farmaci sono in mano a grandi industrie, industrie che hanno sul mercato farmaci efficaci non hanno al momento interesse a sviluppare prodotti con risultati uguali o inferiori al loro. Di conseguenza questo tipo di prodotto non incontra facilmente le esigenze delle aziende. L'idea del Prof. Botta allora è quella di verificare se nei paesi più colpiti, quindi l'Africa, potesse essere interessante acquisire il brevetto ed eventualmente sviluppare l'idea.
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Per evitare che si faccia la fine del telefono, inventato da Meucci ma brevettato da Bell, se si sensibilizzasse l'opinione pubblica e ognuno di noi si tassasse sarebbe possibile pagare i 50mila euro necessari per acquistare il brevetto della scoperta appena fatta?

Sono le istituzioni che dovrebbero muoversi…
Sì, certo, anche se l'attenzione che abbiamo avuto dai media è utile, perchè attira anche le istituzioni che a volte nicchiano un pò, ma quando si trovano davanti a cose che destano interesse nel pubblico sono più ricettive. Per noi è importante avere questa visibilità. Devo poi aggiungere che la visibilità ha già portato anche frutti tangibili. E' di questi giorni la notizia che la Senatrice Franca Rame, moglie del Premio Nobel Dario Fo e personalità di spicco nel panorama culturale italiano e internazionale, ha donato una borsa di studio di tre anni, a sue spese, per un giovane ricercatore che lavori nel mio gruppo su questo progetto. Un gesto di grande generosità e altruismo che ci ha, ovviamente, fatto molto piacere.
Giovanni, tu hai dei figli?
Si, ho una figlia di 10 anni.
Cosa ha detto la bambina quando ha saputo del tuo successo?
Ah, bè, non è una cosa cui siamo abituati, mi sono visto su diversi giornali… a scuola le maestre hanno detto “Guardate, il papà della vostra compagna ha fatto una scoperta” e lei è stata molto orgogliosa. Poi a questa età c'è un pò la mitizzazione del Papà, per lei adesso io sono una specie di piccolo genio.
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Eh, il periodo della mitizzazione è un bel momento, bisogna goderselo…
Si, bisogna goderselo tutto. Ho avuto manifestazioni di affetto e di stima anche da parte dei conoscenti, di vecchi amici. Devo dire che ho avuto anche un grosso feedback fra i pazienti, i parenti dei malati, i familiari i quali continuano a chiedermi se questa è una nuova speranza per loro o i loro cari, e in alcuni casi ho potuto mettermi in contatto con altri clinici, con molti esperti. A volte ho dovuto spiegare, come a Lei, che questa scoperta non ha una ricaduta immediata, e a volte spiegare ad un malato questa cosa tocca, perchè certe storie…
Come fai a rassicurare un malato di AIDS che ha paura di morire?
Io sono figlio di un medico condotto, e ho visto un pò quello che faceva mio padre e il modo migliore per rassicurare è sempre quello di non dare false speranze ma nello stesso tempo cercare di non indurre eccessiva preoccupazione. E' chiaro che se mi si pone il caso di un ragazzo giovane che si è infettato io non posso parlargli come se avesse preso l'influenza, allora si tratta di presentare la sua situ
azione nella complessità. Io dico che è una situazione che va monitorata nel tempo, che ci sono centri di eccellenza per un monitoraggio adeguato, che ci sono tempi anche lunghi prima che si sviluppi la malattia, quindi la persona non deve considerarsi già morta, ma bisogna considerare che la vita è cambiata e ci sono cose che bisogna imparare ad accettare.
L'importante è sempre che qualsiasi malattia, venga accettata, perchè la capacità di reagire è il pilastro della cura. Io cerco di dare un quadro più completo possibile. Certo, non è semplice, questa è la parte emotivamente più coinvolgente.
Dal momento che combatti contro la malattia, quindi contro la paura, come fai a vincere le tue paure? quelle tue personali?
Come dire… io… ho ovviamente i dubbi e le paure che sono comuni a tutti. Ho dubbi e paure come ricercatore, come padre, come marito. Ogni minuto che uno vive ci sono decisioni da prendere… allora, io da una parte cerco di essere razionale, obiettivo, di sfruttare un pò il modo di ragionare che applico sul lavoro, per cercare di limitare il più possibile le decisione prese sull'onda dell'emotività. Certo, quando ci sono coinvolgimenti personali non è sempre facile. Un conto è quando io ragiono sulla salute di un paziente, con cui posso essere coinvolto, un altro è se ragiono sulla salute di mia moglie, di mia figlia.
Ognuno poi cerca le consolazioni, le sponde cui appoggiarsi, io sono religioso quindi in certi momenti mi affido un pò alla provvidenza. Un altro può cercarlo in qualcosa d'altro, ognuno si costruisce le protezioni migliori.
Fai un complimento a te stesso
Quello che ho ottenuto, l'ho ottenuto grazie a me… ovviamente con l'aiuto di collaboratori, ma quello che ho ottenuto l'ho ottenuto da solo.
Una critica?
Quale delle numerose? (ride). Diciamo… forse una possibile critica è quella di togliere troppo alla mia vita privata per quella professionale. E quando realizzo questo poi me ne pento.
Un augurio a Giovanni
Un augurio che faccio a Giovanni è quello che quando non ci sarò più, la gente si ricordi di me come una persona onesta e che faceva il suo mestiere in maniera accettabile. Vorrei che le persone pensino che sono una persona corretta.
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