Punti chiave
Dal Mali emerge la trasformazione più significativa della presenza russa in Africa: un passaggio da una forza mercenaria opaca e non legata alle istituzioni direttamente a uno strumento militare pienamente statale che ridisegna sicurezza, alleanze e territori nel cuore del Sahel.
Un confine che racconta ciò che resta della guerra
Nel campo profughi di Mbera, in Mauritania, le file di tende sembrano moltiplicarsi ogni settimana. Le persone che arrivano lo fanno dopo giorni di marcia nel deserto e portano con sé testimonianze che, prese una per una, potrebbero sembrare episodiche. Riunite, invece, formano un disegno coerente.
Sono racconti raccolti in momenti diversi, da persone che non si conoscono e che provengono da villaggi distanti tra loro. La ripetizione degli stessi dettagli conferisce alle loro parole un peso che non può essere ignorato. Un viaggio fatto di stenti e dolore sia fisico per gli abusi subito sia mentale e causato da ciò che hanno visto, tutto ciò li ha cambiati per sempre.

Molti sopravvissuti descrivono attacchi condotti all’alba da gruppi altamente organizzati. I villaggi, secondo i racconti emerso, vengono circondati rapidamente e nessuno può uscire o entrare. Poi gli uomini vengono separati dalle donne, interrogati e spesso uccisi senza motivo, soltanto per fare capire agli altri cosa può accadere davvero.
Alcuni testimoni ricordano corpi lasciati in strada come deterrente. Le case vengono incendiate con taniche di carburante. I pozzi distrutti. I raccolti bruciati. La fuga diventa l’unica possibilità di sopravvivenza.
Le testimonianze si assomigliano anche quando si parla degli aggressori. Un uomo racconta di aver sentito comandi impartiti in russo. Una donna riporta la presenza di soldati africani che rispondevano a ordini pronunciati in quella lingua. Diverse rifugiate hanno descritto violenze sessuali durante detenzioni improvvisate, accompagnate da interrogatori riguardanti sospetti contatti con gruppi armati.
Una di loro ha raccontato di essere stata accusata ingiustamente di possedere un walkie talkie e di aver subìto sevizie che le hanno causato la perdita del figlio che portava in grembo.
Un gruppo di adolescenti ricorda droni che sorvolavano l’area prima che le truppe entrassero nel villaggio. Altri riferiscono di mezzi blindati leggeri mai visti nelle mani dell’esercito maliano. Nelle loro parole emerge una dinamica ripetitiva che analisti e operatori umanitari considerano significativa.
Questi racconti sono coerenti con decine e decine di testimonianze documentate da testate internazionali che si intrecciano con le valutazioni di OCHA e UNHCR secondo cui gli sfollati interni in Mali superano ormai il mezzo milione di persone. L’assenza della missione ONU MINUSMA, ritirata nel 2023, ha eliminato ogni possibilità di monitoraggio indipendente. Questo preoccupa molto la comunità internazionale che si batte per i diritti umani perché senza supervisione esterna l’ inferno diventa quotidianità.

Le agenzie internazionali hanno difatti sottolineato che non è possibile verificare sul campo ogni episodio a causa delle restrizioni di accesso e dei rischi per il personale. La convergenza delle testimonianze tra persone che non hanno avuto contatto tra loro, però rappresenta un elemento chiave nella ricostruzione di ciò che sta accadendo.
Come il Mali è diventato uno dei centri più importanti della nuova strategia russa
Per capire la situazione attuale è necessario tornare al 2021, quando il Mali ha rotto la sua storica alleanza con la Francia. La giunta militare salita al potere ha cercato rapidamente un nuovo partner di sicurezza. In questo contesto è entrato in scena il gruppo Wagner, già attivo in diversi Paesi africani. Wagner ha offerto supporto militare, addestramento e presenza nelle aree considerate instabili. In cambio ha ottenuto contratti, accesso alle risorse e una posizione di influenza crescente.
Le operazioni condotte nel 2022 nella città di Moura sono emblematiche. Secondo rapporti indipendenti, centinaia di civili sono stati uccisi in un’operazione congiunta tra forze maliane e personale associato a Wagner. Le modalità osservate, tra cui rastrellamenti, esecuzioni sommarie e punizioni collettive, sono diventate un punto di riferimento per comprendere la continuità tra Wagner e ciò che sta avvenendo oggi in altre aree del Mali.
Il 2023 ha però rappresentato una svolta, la rivolta interna del gruppo Wagner, seguita dalla morte della sua leadership e dalla necessità di Mosca di riaffermare il controllo completamente sulle operazioni estere, ha portato alla creazione dell’Africa Corps. Si tratta di una struttura direttamente collegata al Ministero della Difesa russo, concepita per sostituire la precedente entità mercenaria e assicurare al Cremlino una presenza più stabile, formale e prevedibile nel continente africano.
A differenza di Wagner, che operava in un’area grigia del diritto internazionale, l’Africa Corps è presentato come un apparato statale. Questo cambiamento non è solo semantico. La Russia ha deciso di assorbire infrastrutture, personale, contratti e relazioni politiche precedentemente gestite da Wagner e di convertirli in una piattaforma ufficiale di proiezione militare.
L’architettura dell’Africa Corps secondo i dati disponibili
L’Africa Corps è guidato da figure di alto profilo che indicano la natura istituzionale della struttura. Il generale Yunus Bek Yevkurov, oggi vice ministro della Difesa, è considerato l’architetto della riorganizzazione delle operazioni russe nel Sahel. Le sue frequenti missioni in Mali, Burkina Faso e Niger mostrano la centralità del progetto nella politica estera di Mosca. Accanto a lui opera Andrei Averyanov, figura centrale dell’intelligence russa e associato alla struttura delle operazioni speciali. La presenza congiunta di Yevkurov e Averyanov nelle missioni ufficiali è un segnale della duplice natura dell’Africa Corps: militare e informativa.
Questo approccio integrato permette di combinare addestramento, supporto operativo e creazione di reti politiche con i governi locali.Sul piano operativo, l’Africa Corps impiega personale russo con esperienza nelle forze speciali e ex miliziani di Wagner reinquadrati in un contesto più formale. A questi si aggiungono combattenti africani addestrati secondo dottrina russa. Le unità sono altamente mobili, impiegano mezzi leggeri, droni e sistemi di comunicazione criptata.

La capacità di condurre operazioni rapide e coordinate è coerente con quanto riportato dalle testimonianze dei civili. Le autorità maliane e russe hanno negato tutte le accuse di abusi, dichiarando che le operazioni sono dirette esclusivamente contro gruppi jihadisti attivi nella regione. Ma la mancanza di osservatori sul terreno impedisce un’analisi indipendente degli eventi come spiegato prima.
Come le testimonianze dei sopravvissuti si allineano alla strategia dell’Africa Corps
Le testimonianze raccolte a Mbera e in altre zone di confine mostrano analogie con le tattiche usate da Wagner in Siria, Libia e Repubblica Centrafricana. La rapidità dell’azione, la distruzione selettiva delle infrastrutture vitali e l’impiego di violenza come strumento di controllo territoriale compongono un quadro che richiama metodi già osservati.
I sopravvissuti parlano di operazioni condotte con precisione. Descrivono tutto l’ arrivo all’alba, la separazione della popolazione, l’uso di droni per identificare movimenti e gruppi di fuggitivi e la presenza di uomini che parlavano russo sono elementi che compaiono in più testimonianze. Questi dettagli coincidono con le capacità tecniche attribuite all’Africa Corps.
La distruzione dei pozzi e dei raccolti, riportata da molti rifugiati, è una tattica che mira a rendere insostenibile la permanenza delle comunità nei villaggi colpiti. Questo meccanismo favorisce lo spopolamento delle aree considerate vulnerabili o strategiche. La dispersione della popolazione riduce la capacità dei gruppi armati di radicarsi sul territorio e permette alle autorità locali di esercitare un controllo più diretto.Il perimetro di questo fenomeno non è confinato al Mali.
Burkina Faso e Niger fanno parte dell’Alleanza degli Stati del Sahel, un blocco regionale che ha assunto posizioni critiche verso l’Occidente e ha rafforzato i legami con Mosca. La cooperazione tra questi Paesi e la Russia indica che il modello operativo adottato in Mali potrebbe estendersi anche ad altri contesti.
Il nodo geopolitico: la nuova competizione per il Sahel
Il Sahel è oggi uno dei corridoi geopolitici più contesi del mondo. La presenza crescente della Russia si inserisce in un quadro caratterizzato da colpi di stato, crisi alimentari, dispute territoriali e insurrezioni armate. Il ritiro graduale delle missioni internazionali e la riduzione della presenza francese hanno creato un vuoto che attori esterni stanno cercando di colmare.
La Russia ha puntato su una strategia che combina supporto militare immediato e presenza politica. In cambio ottiene accesso a risorse come oro, uranio e concessioni minerarie. Le élite al potere nei Paesi del Sahel vedono nella Russia un alleato capace di offrire protezione senza condizioni democratiche o richieste di riforme interne.
L’Africa Corps è diventata uno strumento chiave di questa strategia. Opera come moltiplicatore di influenza, come forza di stabilizzazione per le giunte locali e come piattaforma per consolidare la presenza russa lungo un asse che va dal Mali al Niger.
Questa direttrice è cruciale perché collega regioni ricche di risorse con posizioni strategiche tra l’Africa occidentale e settentrionale.

Una guerra che ridisegna territori e alleanze
Le testimonianze dei civili e le analisi indipendenti indicano che la violenza osservata in Mali non è un insieme di episodi isolati, ma un metodo. Non si tratta solo di contrastare gruppi jihadisti. La distruzione sistematica dei villaggi, lo sfollamento delle comunità e il controllo delle aree svuotate di popolazione sono elementi di una strategia più ampia che come precisato prima punta a creare un ordine nuovo e coordinato sia da politica interna che straniera, in questo caso russa.
Il Mali è diventato il primo teatro dove questa strategia si manifesta in modo chiaro. La transizione da Wagner all’Africa Corps mostra la volontà della Russia di trasformare una presenza mercenaria in uno strumento pienamente statale, capace di operare con continuità e di stringere alleanze politiche durature. In un’area dove le crisi si moltiplicano, questo nuovo attore modifica gli equilibri.
Il futuro del Sahel dipenderà anche dalla capacità delle popolazioni colpite di raccontare ciò che accade, dalle analisi indipendenti che emergeranno e dalla risposta della comunità internazionale a una guerra che spesso si svolge lontano dagli occhi del mondo.


