Punti chiave
La vasta epurazione militare lanciata da Xi Jinping ai vertici dell’Esercito Popolare di Liberazione non è un semplice regolamento di conti interno, ma un passaggio che potrebbe ridisegnare gli equilibri di potere in Asia e ridefinire i tempi e le modalità della pressione cinese su Taiwan.
La rimozione in serie di generali e alti ufficiali, molti dei quali legati alla Rocket Force responsabile dei missili convenzionali e nucleari, apre una fase di apparente vulnerabilità militare per Pechino ma, nel medio periodo, mira a costruire uno strumento più leale, centralizzato e potenzialmente aggressivo verso l’isola che Pechino considera una “provincia ribelle”.
Xi, il partito e il controllo della pistola

Fin dal suo arrivo al potere, Xi Jinping ha ripetuto che il Partito deve mantenere il controllo assoluto sulle forze armate, trasformando questa formula in una vera ossessione politica e in un programma sistematico di epurazioni e ristrutturazioni nel mondo militare.
Negli ultimi anni la campagna anticorruzione nell’Esercito Popolare di Liberazione ha colpito decine di ufficiali di grado elevato in ogni forza armata e in ogni comando teatrale, oltre a numerosi dirigenti dell’industria della difesa. Si tratta di una campagna continua che ha già demolito intere reti di potere, presentate alla pubblica opinione come esempi di “grave violazione della disciplina e della legge”.
La logica di Xi è duplice: eliminare le reti di lealtà legate ai suoi predecessori e prevenire qualsiasi forma di potere autonomo capace di sfidare il centro politico, mentre si porta avanti una modernizzazione accelerata delle forze armate.
Le epurazioni non sono dunque un fenomeno episodico, ma l’ultima ondata di una lunga serie che ha già visto cadere ex capi di stato maggiore, responsabili politici del PLA e figure considerate fino a poco tempo fa intoccabili. In questo quadro il controllo di Xi sulla Commissione Militare Centrale diventa sempre più personalistico, con la progressiva rimozione di figure che rappresentavano, almeno formalmente, un contrappeso collegiale alla sua leadership.
La caduta di Zhang Youxia e il terremoto nella Rocket Force

Il segnale più clamoroso della nuova ondata è l’apertura di un’inchiesta contro Zhang Youxia, vice presidente della Commissione Militare Centrale e per anni considerato uno dei più stretti alleati di Xi, insieme al comandante operativo Liu Zhenli.
I due sono accusati di “gravi violazioni della disciplina e della legge”, formula che nel gergo politico cinese rimanda a una combinazione di corruzione, infedeltà politica e gestione opaca dei programmi militari più sensibili. L’indagine su Zhang Youxia è particolarmente significativa perché, prima di diventare il numero due della gerarchia militare, aveva guidato il dipartimento responsabile per lo sviluppo degli armamenti, lo stesso settore in cui il suo successore è stato travolto da accuse di corruzione legate ai programmi missilistici e aerospaziali.
Il cuore della crisi resta però la Rocket Force, la forza che gestisce sia i missili nucleari sia gran parte dell’arsenale convenzionale a lungo raggio, elemento chiave di qualsiasi operazione contro Taiwan. A partire dalla metà degli anni recenti, il comandante della Rocket Force e altri alti ufficiali sono stati rimossi in modo improvviso, con successive conferme di indagini per corruzione e presunte irregolarità nei programmi d’armamento.
Le inchieste hanno colpito due comandanti consecutivi della Rocket Force, un evento senza precedenti che suggerisce problemi strutturali nel ramo più strategico delle forze armate cinesi, sia sul fronte della lealtà politica sia su quello della reale efficacia operativa dei sistemi d’arma.
Alcune analisi internazionali riportano che almeno cinque alti ufficiali epurati avevano legami diretti con la Rocket Force e che pezzi importanti della catena di comando missilistica sono stati sostituiti in rapida successione, alimentando sospetti di diffusa malversazione, falsificazione di dati sull’affidabilità dei mezzi e possibili falle di sicurezza.
In questo contesto, Xi avrebbe ritenuto preferibile correre il rischio di un temporaneo indebolimento delle capacità missilistiche pur di avere un sistema più affidabile, controllabile e politicamente allineato nel medio periodo. La scelta di colpire Rocket Force indica quanto Pechino tema non solo le capacità militari avversarie, ma anche la possibilità che corruzione e incompetenza compromettano una delle campagne più delicate della sua storia moderna, l’eventuale operazione contro Taiwan.
Taiwan tra sollievo temporaneo e timori per il futuro

A Taipei, la lettura della purga è inevitabilmente ambivalente. Da un lato, diversi analisti sottolineano che la rimozione di così tanti ufficiali di vertice, in particolare nella Rocket Force e nei comandi responsabili delle operazioni nello Stretto, comporta una degradazione immediata dell’efficacia operativa del PLA.
Ricercatori e think tank locali parlano di un beneficio di breve periodo per Taiwan, perché le epurazioni creano colli di bottiglia nello sviluppo delle capacità combattive cinesi, rallentano processi decisionali complessi e generano incertezza tra gli ufficiali di medio livello. Questo “dividendo di instabilità” viene percepito come una finestra di tempo in cui la minaccia di un attacco convenzionale su larga scala appare meno plausibile.
Il ministro della Difesa di Taiwan ha definito “anomali” i cambiamenti in corso ai vertici militari cinesi e ha precisato che Taipei sta monitorando attentamente la situazione per decifrare le intenzioni di Pechino attraverso una combinazione di intelligence, osservazione delle esercitazioni e analisi del linguaggio politico.
Taiwan teme in particolare che la fase di ristrutturazione possa tradursi in una maggiore propensione di Xi a usare la forza in caso di crisi politica interna, per riaffermare la propria immagine di leader forte e incontestato.
Un’assenza di contrappesi reali nella catena di comando aumenta la probabilità che decisioni rischiose, come un’azione militare contro l’isola, vengano prese sulla base di calcoli politici più che strategici, senza un dibattito interno in grado di frenare gli impulsi più azzardati.
Questo rischio convive con un altro dato: la Cina ha intensificato negli ultimi anni le esercitazioni intorno all’isola, includendo manovre congiunte di esercito, marina, aviazione e Rocket Force nello Stretto, a nord e a sud di Taiwan, con droni e aerei che simulano accerchiamenti e interdizione delle linee di comunicazione. Anche se tali manovre, spesso descritte dalla stampa cinese come “avvertimenti ai separatisti” e alle interferenze esterne, non equivalgono a un piano di invasione imminente, rappresentano un laboratorio tattico e psicologico che abitua l’opinione pubblica cinese all’idea di una pressione militare costante sull’isola. Il paradosso per Taiwan è che una Cina temporaneamente meno pronta dal punto di vista tecnico potrebbe rivelarsi più imprevedibile sul piano politico, se Xi dovesse decidere di compensare le vulnerabilità interne con gesti di forza all’esterno.
La dimensione internazionale e le finestre di opportunità
Un altro elemento decisivo nel calcolo strategico di Xi è il contesto internazionale, a partire dagli Stati Uniti, dove la presidenza di Donald Trump appare concentrata su altre priorità, dal confronto con l’Iran al dossier economico interno. Alcune analisi sottolineano che, con Washington impegnata su più fronti e con la politica interna al centro del dibattito, Pechino ritiene di avere una relativa libertà di manovra per “fare pulizia” nei vertici militari senza temere immediate escalation di crisi su Taiwan. La purga avviene quindi in un momento in cui la deterrenza americana è percepita come meno focalizzata sul teatro indo‑pacifico, almeno sul piano della percezione pubblica.
Non va dimenticato però che documenti strategici statunitensi indicano un orizzonte temporale entro cui la Cina punta a completare la modernizzazione dei propri strumenti militari necessari a un’eventuale azione contro Taiwan. Questo scenario coincide con il tentativo di Xi di consolidare un mandato prolungato alla guida del Partito e del Paese, trasformando il suo potere in una leadership quasi a vita subordinata solo alla tenuta del sistema. La purga attuale può quindi essere letta come una tappa intermedia di una corsa a tappe forzate: sacrificare l’efficienza del presente per costruire, entro pochi anni, un apparato più coeso, meno permeabile alla corruzione e più disposto a seguire ordini rischiosi senza obiezioni. Se si considera il calendario politico a Taipei e a Pechino, la finestra tra i prossimi appuntamenti chiave potrebbe diventare il banco di prova decisivo per capire se la pressione su Taiwan resterà sotto la soglia della guerra o verrà spinta più vicino al punto di rottura.
Nel frattempo, le capitali asiatiche ed europee osservano con crescente preoccupazione la combinazione tra crescente assertività cinese e fragilità interne del sistema militare di Pechino. Alcuni commentatori nel mondo arabo sottolineano come il modello cinese di “stabilità autoritaria” non sia immune dalle stesse patologie che Pechino critica in Occidente, a partire dalla corruzione, e notano che un esercito impegnato in continue epurazioni rischia di diventare imprevedibile proprio nei momenti di crisi. In Israele e nei circoli strategici che guardano alla triangolazione tra Washington, Pechino e Teheran, la purga è letta come il segnale di una volontà cinese di blindare il proprio sistema di comando, pur a costo di generare incertezze nel breve periodo sulle reali capacità di deterrenza della sua forza missilistica.
Il costo militare e psicologico di una purga continua
Oltre ai numeri e ai nomi degli epurati, la purga ha un effetto meno visibile ma forse ancora più rilevante: la trasformazione del clima interno all’Esercito Popolare di Liberazione. La caduta di figure di primo piano, spesso senza spiegazioni pubbliche dettagliate, alimenta un senso di precarietà tra i quadri, consapevoli che l’accusa di corruzione può diventare anche uno strumento per regolare conti politici o per eliminare potenziali rivali.
L’idea che “nessuno è al sicuro” finisce per spingere gli ufficiali a concentrarsi più sulla sopravvivenza politica che sull’innovazione militare, con possibili ripercussioni sulla capacità del PLA di condurre operazioni complesse e coordinate.
La Rocket Force, che dovrebbe garantire la prontezza e l’affidabilità dell’arsenale missilistico, è particolarmente esposta a questo clima di sospetto. Le indiscrezioni su problemi di qualità in alcune famiglie di missili, sugli scandali nei programmi di procurement e sulle presunte manipolazioni dei test alimentano interrogativi sulla reale capacità cinese di sostenere un conflitto ad alta intensità nello Stretto di Taiwan o contro altre potenze regionali.
In parallelo, la necessità di collocare rapidamente nuovi comandanti fedeli può portare alla promozione accelerata di ufficiali con meno esperienza, selezionati più per affidabilità politica che per merito professionale. In un settore tecnologico delicato come quello missilistico, il rischio che errori di calcolo, malfunzionamenti o fraintendimenti alimentino escalation indesiderate non può essere sottovalutato.
C’è anche un costo psicologico esterno: la percezione di un esercito sotto pressione e di un leader costretto a rimuovere i suoi più fidati collaboratori alimenta una narrazione di fragilità del sistema cinese che potrebbe, a sua volta, influenzare i calcoli di altri attori. Alcuni analisti occidentali e mediorientali osservano che un PLA attraversato da purghe potrebbe scoraggiare avversari e alleati dal prendere sul serio le sue minacce oppure, al contrario, spingere potenze rivali a testare i limiti della deterrenza cinese.
Nel caso di Taiwan ogni esercitazione ogni sorvolo e ogni manovra navale possono trasformarsi in momenti di tensione acuta, in cui il rischio di un incidente non voluto si somma alla possibilità che, in un contesto di comando stressato, una scintilla sia interpretata come un casus belli.
Taiwan al centro di un gioco lungo
L’elemento che unisce le diverse letture della purga, da Taipei a Washington, passando per media europei, arabi ed ebraici, è l’idea che Xi Jinping stia giocando una partita di lungo periodo in cui la questione di Taiwan rimane il banco di prova decisivo della sua leadership.
Nella visione del leader cinese, la “riunificazione” con l’isola non è soltanto un obiettivo strategico, ma anche un tassello centrale della propria eredità politica e del progetto di “rinascita nazionale” proiettato verso la metà del secolo. La purga dell’apparato militare e in particolare della Rocket Force va letta come il tentativo di assicurarsi che, quando questo confronto entrerà nella fase più acuta, Xi possa fare affidamento su una catena di comando assolutamente leale, su sistemi d’arma realmente funzionanti e su un ambiente politico dove nessuna figura militare possa trasformarsi in fattore di instabilità interna.
Per Taiwan, questa prospettiva impone una strategia di resilienza multilivello, che combina il rafforzamento delle proprie capacità difensive, l’approfondimento dei legami con Stati Uniti, Giappone ed Europa e la costruzione di una narrativa internazionale che presenti l’isola non come il detonatore di una crisi, ma come il fronte avanzato della difesa dello status quo e del diritto di una comunità democratica a decidere il proprio futuro.
Nel breve periodo, la purga cinese può offrire un margine di respiro, con un PLA impegnato a ricucire le proprie gerarchie e a risolvere problemi interni, ma questo spazio non dovrebbe essere scambiato per una garanzia di sicurezza duratura. Più la leadership di Xi investe nel ripulire e ricompattare il proprio strumento militare, più diventa credibile l’ipotesi che, una volta superata la fase di instabilità attuale, il confronto intorno a Taiwan entri in una fase in cui la minaccia dell’uso della forza sarà sempre meno retorica e sempre più parte integrante del calcolo politico di Pechino.


