Punti chiave
La decisione di Pechino di dimezzare i dazi sul whisky britannico rappresenta molto più di un semplice ritocco fiscale: è un segnale politico, un tassello nella ridefinizione dei rapporti tra Cina, Regno Unito e Unione Europea nel campo del commercio e della diplomazia economica. Per l’industria scozzese si apre una finestra di opportunità in un mercato sempre più sofisticato, mentre sullo sfondo si ridisegna la mappa dei conflitti e delle convergenze commerciali tra grandi potenze.
Un accordo da 250 milioni
Il cuore della notizia è semplice ma strategicamente rilevante: la Cina ha accettato di ridurre i dazi sul whisky britannico dal 10 per cento al 5 per cento, con un taglio del prelievo alla frontiera esattamente della metà.
La misura, formalizzata durante la visita a Pechino del primo ministro britannico Keir Starmer, viene presentata da Downing Street come un successo tangibile della nuova linea di ingaggio pragmatico con la Cina. Secondo le stime del governo britannico, l’accordo potrebbe valere circa 250 milioni di sterline per l’economia del Regno Unito nei prossimi cinque anni, grazie all’aumento dei volumi e del valore delle esportazioni di Scotch verso il mercato cinese.
La Cina è già oggi il decimo mercato al mondo per lo Scotch in termini di valore, con importazioni stimate in circa 161 milioni di sterline nel 2024 secondo i dati della Scotch Whisky Association. Portare il dazio al 5 per cento significa rendere più competitivo un prodotto che, per definizione, gioca nella fascia premium e super premium, dove anche pochi punti percentuali di differenza possono orientare la scelta di distributori e consumatori.
Dal punto di vista tecnico, la modifica entrerà in vigore a inizio febbraio, con il via libera annunciato dalla Commissione tariffaria del Consiglio di Stato a Pechino che ha confermato l’abbassamento delle tariffe su tutte le importazioni di whisky al 5 per cento, rispetto al 10 per cento precedente.
Questo rende la Cina, almeno sul piano dei dazi, un mercato più accessibile rispetto ad altri grandi sbocchi dove lo Scotch continua a scontare barriere significative, come gli Stati Uniti, dove è ancora in vigore un prelievo del 10 per cento che secondo l’associazione di categoria costa al settore circa 20 milioni di sterline al mese in esportazioni mancate. Nel gioco globale dei dazi sugli alcolici, la mossa di Pechino sul whisky britannico appare dunque come un gesto mirato e selettivo.
Diplomazia del whisky
L’intesa sui dazi non nasce nel vuoto, ma si inserisce in una visita studiata al millimetro dal governo Starmer per dimostrare che Londra può difendere i propri interessi economici pur mantenendo una postura critica su dossier sensibili come i diritti umani e la sicurezza.
Durante i colloqui con il presidente cinese Xi Jinping, il premier britannico ha esplicitamente posto il tema del whisky come uno degli obiettivi negoziali prioritari, facendone un caso di scuola della volontà di produrre risultati concreti per lavoratori e imprese nel Regno Unito.
Starmer ha definito le distillerie scozzesi il “gioiello nella corona della Scozia”, una formula che ribadisce la centralità simbolica e materiale del whisky nella narrazione economica e identitaria del Paese. Mettere il whisky al centro della visita significa trasformare un prodotto culturale in strumento di diplomazia economica, in un momento in cui Londra cerca nuovi spazi di manovra fuori dal perimetro dell’Unione Europea.
Non a caso, il governo ha accostato il risultato ottenuto a Pechino a un’altra vittoria rivendicata negli ultimi mesi: l’accordo di libero scambio con l’India che ha ridotto i dazi sullo Scotch dal 150 per cento al 75 per cento, con un ulteriore percorso di discesa fino al 40 per cento nel prossimo decennio.
La visita in Cina non si è limitata al dossier whisky: Pechino e Londra hanno annunciato anche la designazione di una seconda banca di clearing in renminbi nel Regno Unito e nuovi partenariati industriali, oltre a un’intesa di principio per la liberalizzazione dei visti in entrata per i cittadini britannici per soggiorni fino a 30 giorni.
Questi elementi compongono il quadro di una normalizzazione prudente ma significativa nei rapporti tra i due Paesi, dopo anni segnati da tensioni su Hong Kong, tecnologia e sicurezza. In questo contesto l’abbattimento dei dazi sul whisky funziona come un simbolo concreto di disgelo, meno sensibile sul piano strategico rispetto a chip o 5G ma molto visibile sul terreno dell’opinione pubblica e del consenso interno.
Un mercato cinese che cambia
Se Londra esulta, è perché il mercato cinese degli alcolici è in rapida trasformazione. Negli ultimi anni, la fascia urbana medio alta si è spostata progressivamente dai distillati tradizionali locali e dai prodotti di fascia bassa verso bevande internazionali percepite come sinonimo di status e gusto sofisticato.
Il whisky, e in particolare lo Scotch, si è progressivamente ritagliato uno spazio tra hotel di lusso, cocktail bar metropolitani e regali d’affari, diventando un marcatore di prestigio in segmenti ben precisi della società cinese.
Mark Kent, amministratore delegato della Scotch Whisky Association, ha definito la Cina un mercato di crescita prioritario per molte distillerie, sottolineando come il consumatore cinese stia sviluppando un gusto sempre più orientato verso prodotti premium, con attenzione all’origine geografica, all’invecchiamento e alla narrazione di marca.
In un contesto simile ridurre il dazio di cinque punti percentuali non significa tanto scatenare una guerra dei prezzi, quanto rafforzare la percezione di valore del prodotto e ampliare il margine di manovra per importatori e distributori nelle città di seconda e terza fascia.
La decisione cinese va letta anche alla luce di un quadro più ampio: Pechino negli ultimi anni non ha esitato a usare gli alcolici europei come leva di pressione nelle dispute commerciali, colpendo in particolare il brandy francese con dazi antidumping molto elevati e poi con misure definitive sulle bevande spiritose a base di vino e brandy provenienti dall’Unione Europea.
Colpire il brandy, dove la Francia è dominante, e alleggerire invece il carico sul whisky scozzese significa differenziare il trattamento all’interno dello stesso segmento di mercato, premiando un partner ritenuto più flessibile in chiave politica e commerciale. Il messaggio implicito per gli europei è che lo spazio nel mercato cinese non è garantito, ma negoziabile caso per caso in funzione del contesto geopolitico.
Tra Pechino, Londra e Bruxelles
La scelta di Pechino interviene in un momento di tensione commerciale strutturale con l’Unione Europea, soprattutto sul dossier delle auto elettriche, dove Bruxelles ha imposto dazi fino al 45 per cento sui veicoli cinesi accusando la Cina di sovvenzioni eccessive e concorrenza sleale.
In risposta, Pechino ha aperto indagini antidumping su vari prodotti europei, colpendo in particolare i distillati francesi e più in generale gli spirits a base di vino, con l’obiettivo evidente di fare pressione su governi chiave all’interno dell’Unione.
In questo quadro, il Regno Unito, fuori dall’UE dopo la Brexit, appare a Pechino come un interlocutore separato, meno vincolato alla linea comune europea e quindi potenzialmente più disponibile a transazioni mirate.
Dimezzare i dazi sul whisky britannico proprio mentre il brandy europeo viene colpito da misure severe significa usare il commercio degli alcolici come strumento per differenziare e forse dividere il fronte occidentale. Per Londra, al contrario, il successo viene presentato come prova che una politica di engagement selettivo con la Cina può produrre vantaggi concreti, senza rinunciare a criticare Pechino su diritti umani o sicurezza.
La dimensione geopolitica si intreccia anche con la relazione con Washington. La stessa industria del whisky scozzese continua a subire gli effetti dei dazi statunitensi, fissati al 10 per cento su alcune categorie di spirits, un’imposta che secondo la Scotch Whisky Association erode ogni mese decine di milioni di sterline in esportazioni perse verso gli Stati Uniti. In altre parole, un settore abituato a guardare agli Usa come sbocco naturale si trova oggi a fare i conti con una geografia dei dazi rovesciata, nella quale la Cina appare sul piano fiscale più accogliente di alcuni partner storici.
L’impatto in Scozia
Per la Scozia, il whisky non è soltanto un prodotto bandiera, ma una colonna dell’economia locale, in grado di generare posti di lavoro diretti nelle distillerie e nella filiera agricola, oltre che occupazione indiretta nella logistica, nel turismo e nei servizi collegati.
Le distillerie, spesso situate in aree rurali o periferiche, incarnano una combinazione di tradizione artigianale e innovazione industriale che i governi britannici hanno costantemente utilizzato come esempio di soft power economico.
Il taglio dei dazi in Cina, se tradotto in un aumento degli ordini, potrà spingere molte distillerie a potenziare le proprie capacità di esportazione, investendo in marketing, packaging dedicati al mercato asiatico e linee di prodotto pensate per il consumatore cinese, sensibile a elementi quali il design della bottiglia, la storia del marchio e l’associazione con la Scozia come luogo di origine.
Una crescita delle vendite in Cina potrebbe inoltre contribuire a diversificare il portafoglio geografico delle esportazioni, riducendo la dipendenza da mercati come gli Stati Uniti e l’Unione Europea, dove le tensioni tariffarie restano una variabile di rischio.
Le autorità britanniche insistono su un altro punto: gli accordi commerciali in India e ora in Cina vengono raccontati come strumenti per rimettere soldi nelle tasche dei lavoratori scozzesi, come ha sottolineato il segretario di Stato per la Scozia Douglas Alexander, rivendicando che da Delhi a Pechino il governo sta creando opportunità per esportatori e impiegati nel settore.
È un messaggio che parla direttamente alle comunità locali, dove il whisky non è solo un brand globale, ma un datore di lavoro e un elemento dell’identità territoriale.
Lo spettro del protezionismo
La storia degli ultimi anni dimostra tuttavia che il favore di Pechino può essere tanto rapido quanto reversibile. L’esempio delle misure imposte contro il brandy europeo è illuminante: dopo un’indagine durata mesi, la Cina ha introdotto dazi definitivi molto elevati sulle importazioni di spirits dall’Unione Europea, con una durata prevista di cinque anni.
La giustificazione ufficiale è l’esistenza di dumping, ovvero la vendita di prodotti a prezzi inferiori al valore normale, con danni sostanziali ai produttori cinesi.
Le associazioni europee di settore hanno contestato duramente questa analisi, sostenendo di aver fornito prove dettagliate dell’assenza di pratiche di dumping e definendo le nuove misure un serio ostacolo al commercio legittimo. Dietro il linguaggio tecnico delle indagini antidumping, molti analisti leggono in realtà la volontà di Pechino di usare le barriere tariffarie come risposta alle mosse europee su altri fronti, in particolare quello delle auto elettriche.
Se questo schema dovesse ripetersi, nessun settore può considerarsi al riparo, compreso il whisky scozzese. Oggi lo Scotch beneficia di un dazio più basso, ma resta esposto a un contesto nel quale i prodotti europei e occidentali sono già nel mirino di misure punitive selettive.
Per i produttori britannici, l’unico antidoto possibile è consolidare la propria posizione nel mercato cinese non solo come ospiti graditi sul piano politico, ma come marchi radicati nelle preferenze dei consumatori, difficili da sostituire senza costi reputazionali per le stesse autorità cinesi.
Economia reale e calcoli politici
L’operazione sui dazi si inserisce anche in una fase in cui la Cina, nonostante un surplus commerciale record, cerca di gestire le ricadute delle tensioni tariffarie globali e di rassicurare almeno alcuni partner sulla propria affidabilità come mercato.
Per Pechino, aprire un varco sul whisky britannico permette di inviare un segnale di flessibilità selettiva, mostrando che la Cina può essere un partner economico conveniente per chi accetta di praticare una diplomazia più prudente e meno conflittuale. Nel linguaggio dei segnali politici un taglio di dazi su un prodotto molto visibile ma non strategico come il whisky vale come un gesto di buona volontà, con un costo limitato in termini di sicurezza economica interna.
Per il Regno Unito, al contrario, l’accordo rappresenta un argomento politico interno da spendere per rafforzare la credibilità del governo Starmer in materia di politica estera ed economica.
Dopo anni di incertezza post Brexit e di tensioni interne, ogni successo misurabile in termini di export e posti di lavoro diventa un tassello importante nel racconto di un nuovo corso più pragmatico e orientato ai risultati. Il fatto che l’intesa sul whisky si accompagni alla prospettiva di viaggi senza visto per i cittadini britannici in Cina per soggiorni inferiori a 30 giorni accentua l’idea di una riapertura, almeno parziale, di canali di scambio economico, turistico e culturale.
Resta però aperta la domanda su quanto spazio di manovra reale abbia Londra nel medio periodo. Collocata tra una Washington sempre più protezionista e una Bruxelles impegnata in un braccio di ferro permanente con Pechino sui sussidi industriali, la Gran Bretagna prova a ritagliarsi un proprio percorso fatto di accordi mirati, ma ogni accordo comporta una dose di vulnerabilità rispetto ai cambiamenti di umore delle grandi potenze.
In questo senso, il dossier whisky è un caso esemplare: un successo concreto oggi, ma costruito su un terreno geopolitico tutt’altro che stabile.


