Punti chiave
L’Europa si risveglia in un clima di allerta crescente mentre le minacce incrociate tra Washington e Teheran riportano il rischio di una guerra su larga scala al centro dell’agenda internazionale. Le nuove dichiarazioni del presidente Donald Trump, che torna a ventilare l’ipotesi di un attacco militare “molto peggiore” del precedente contro l’Iran, mettono sotto pressione governi europei già divisi e costretti a reagire a una crisi che non controllano ma che li riguarda direttamente.
Sullo sfondo, un Medio Oriente segnato dalle cicatrici della guerra di dodici giorni dell’estate scorsa e dalla durissima repressione delle proteste in Iran, con migliaia di morti e decine di migliaia di arresti.
Trump rilancia la minaccia militare
Le ultime mosse della Casa Bianca hanno una cifra chiara: mostrare i muscoli e usare la forza militare come leva negoziale sulla questione nucleare iraniana. Trump ha ribadito che il tempo per Teheran “sta per scadere” e che l’unica via accettabile è un accordo che preveda “NO NUCLEAR WEAPONS”, la cessazione dell’arricchimento di uranio, la rimozione delle scorte esistenti e limiti stringenti sul programma di missili balistici.
In parallelo, il dispiegamento di una “massive armada” guidata dalla portaerei USS Abraham Lincoln nel Golfo manda un messaggio inequivocabile: gli Stati Uniti vogliono che la minaccia di una seconda ondata di bombardamenti su siti nucleari iraniani sia percepita come credibile.
Secondo ricostruzioni di stampa e fonti diplomatiche, il presidente viene regolarmente informato da consiglieri militari che gli hanno presentato un ventaglio di opzioni, dai raid limitati fino a operazioni più estese contro infrastrutture strategiche e basi dei Pasdaran. Trump, però, continua a oscillare tra l’esibizione di forza e l’invito negoziale, insistendo sul fatto che l’Iran sarebbe in una posizione di debolezza politica ed economica tale da poter essere spinto a un accordo più favorevole agli Stati Uniti.
Questa ambivalenza, tra minaccia aperta e offerta di colloqui, è diventata il marchio di fabbrica della sua “diplomazia coercitiva” e rende più difficile per gli alleati europei costruire una linea comune.
Sul piano interno statunitense si riaccende anche il dibattito sulla legittimità e sull’opportunità di un nuovo intervento militare in Medio Oriente. I critici in Congresso temono che un’escalation con l’Iran possa trascinare gli Stati Uniti in una guerra di lunga durata, con costi enormi e un impatto destabilizzante sull’intera regione, ricordando gli errori di Afghanistan e Iraq.
A questo si somma la consapevolezza che ogni operazione militare contro un Paese con reti di milizie e alleati regionali, dal Libano allo Yemen, non resterebbe confinata a bersagli limitati ma avrebbe ripercussioni a catena difficili da controllare.

La risposta iraniana: “reagiremo come mai prima”
Se la Casa Bianca punta a massimizzare la pressione, il messaggio di Teheran è altrettanto netto: nessuna resa sotto minaccia, disponibilità al dialogo solo su basi di “rispetto reciproco” e promessa di una risposta devastante in caso di attacco.
La missione iraniana alle Nazioni Unite ha avvertito che il Paese “difenderà se stesso e risponderà come mai prima” se spinto allo scontro, citando i conflitti passati come ammonimento ai costi che Washington ha già pagato in vite umane e risorse nelle guerre in Medio Oriente.
Il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi ha rincarato la dose affermando che le Forze armate iraniane hanno “le dita sul grilletto” e sono pronte a reagire “immediatamente e con grande forza a qualsiasi aggressione” via terra, mare o aria.
L’elemento che rende l’attuale fase ancora più delicata è il contesto interno iraniano. La recente ondata di proteste, descritta dal regime come “rivolte” alimentate da potenze straniere, è stata repressa con una violenza che ha scioccato l’opinione pubblica internazionale: organizzazioni per i diritti umani parlano di migliaia di manifestanti uccisi e oltre quarantamila arrestati, mentre il Paese ha vissuto lunghi blackout di internet che hanno complicato la verifica indipendente di quanto accaduto.
Per i vertici di Teheran, la minaccia di un intervento americano viene letta non solo come un pericolo esterno ma come un possibile detonatore di nuove spinte destabilizzanti all’interno, e questo contribuisce a irrigidire ulteriormente la loro posizione.
Teheran intanto manda segnali anche alle capitali della regione. Un alto esponente iraniano ha fatto sapere che la Repubblica islamica ha chiesto ai Paesi vicini di scoraggiare un eventuale attacco statunitense, avvertendo che in caso di raid americano verrebbero colpite anche basi in Stati alleati di Washington come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Questo tipo di messaggio, che combina deterrenza e minaccia verso terzi, mira a rendere evidente il potenziale di regionalizzazione del conflitto, coinvolgendo direttamente quegli attori che ospitano infrastrutture militari statunitensi e che dipendono in larga misura dalla stabilità del Golfo per la propria economia.
Le capitali europee tra allarme e calcolo politico
La crisi tra Stati Uniti e Iran coglie l’Europa in una fase di forte vulnerabilità strategica e di crescente irritazione per lo stile imprevedibile della leadership americana. Da un lato, i governi europei condividono la preoccupazione per il programma nucleare iraniano e per la brutalità della repressione interna.
Dall’altro, temono che una scelta unilaterale di Trump possa trascinare il continente in un nuovo scenario di guerra, mettendo a rischio interessi economici, flussi energetici e la sicurezza di migliaia di cittadini e militari presenti nell’area.
A Bruxelles, i ministri degli Esteri dell’Unione europea si preparano a varare un nuovo pacchetto di sanzioni contro Teheran per le violazioni dei diritti umani nelle proteste e discutono un passo altamente simbolico: l’inserimento dei Guardiani della Rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche del blocco.
Dopo mesi di esitazioni, anche la Francia ha fatto sapere di essere pronta a sostenere la proposta tedesca e di altri Stati membri, mentre la Spagna ha segnalato un cambio di linea, dichiarandosi favorevole a sanzioni più dure che colpiscano anche i Pasdaran.
La mossa avrebbe un peso in larga parte politico, dato che molte figure legate ai Guardiani sono già sottoposte a restrizioni, ma viene letta come un segnale di rottura definitiva con l’idea di un “engagement” graduale con l’establishment iraniano.
Dietro le porte chiuse delle riunioni europee, però, le preoccupazioni non riguardano solo Teheran. Nella stessa agenda figurano anche i dossier sulle minacce di nuovi dazi americani e sulla richiesta, percepita come provocatoria, di mettere in discussione la sovranità danese su territori considerati strategici per la difesa statunitense, come la Groenlandia.
Questo intreccio di crisi, dalla partita con l’Iran alla pressione economica e territoriale sull’Europa, alimenta la percezione che Trump utilizzi sistematicamente lo strumento della minaccia per ottenere concessioni, frammentando le risposte delle capitali europee e mettendo alla prova la loro capacità di presentarsi come attore unitario.
Il dibattito nelle opinioni pubbliche europee
Alla dimensione diplomatica si accompagna un intenso dibattito nelle opinioni pubbliche europee, sempre più diffidente nei confronti di un nuovo conflitto in Medio Oriente ma allo stesso tempo sensibile al tema dei diritti umani in Iran.
I racconti delle proteste represse nel sangue, dei blackout informativi e della macchina di sicurezza mobilitata dai Guardiani della Rivoluzione hanno avuto grande risonanza sui media del continente, alimentando richieste di fermezza verso Teheran.

Molti analisti mettono però in guardia dal confondere la condanna delle violenze con un sostegno implicito alle opzioni militari di Washington, ricordando quanto la guerra abbia già indebolito le società civili mediorientali e rafforzato, paradossalmente, le componenti più radicali dei regimi.
Think tank europei sottolineano che un eventuale bombardamento americano su larga scala avrebbe effetti immediati sulla sicurezza dei cittadini e funzionari UE presenti in Iran e nei Paesi limitrofi, imponendo operazioni di evacuazione e protezione che l’Unione sta già studiando in via preventiva.
Documenti di analisi circolati in diverse capitali parlano della necessità di coordinare con partner arabi come Arabia Saudita e Qatar eventuali corridoi di evacuazione e canali di de–escalation, nella consapevolezza che le prime ore dopo un attacco sarebbero decisive per evitare un allargamento incontrollato del conflitto.
In questo quadro, molti governi europei temono di essere ridotti a semplici gestori di emergenze in uno scenario definito altrove, senza reali leve per influenzare né Teheran né Washington.
Sul piano politico interno, infine, la crisi iraniana si intreccia con dinamiche nazionali. Leader europei devono fare i conti con opposizioni che accusano i governi di subalternità alle scelte americane o, all’opposto, di eccessiva prudenza verso il regime di Teheran. Il risultato è spesso una comunicazione pubblica ambivalente, che da un lato invoca “massima moderazione” da tutte le parti e dall’altro appoggia nuove sanzioni e misure restrittive, alimentando la percezione di una Europa più reattiva che propositiva.
Voci dal mondo arabo e israeliano
La crisi tra Trump e l’Iran non si gioca solo nei corridoi di Washington, Bruxelles e Teheran: risuona con forza anche nel mondo arabo e in Israele, dove le reazioni riflettono timori e calcoli strategici diversi. In diversi Paesi arabi del Golfo, pur senza dichiarazioni ufficiali roboanti, la linea prevalente è quella di un sostegno discreto alla pressione americana, nella convinzione che contenere l’influenza iraniana sia essenziale per la sicurezza regionale.
Allo stesso tempo, questi governi sono consapevoli di trovarsi in prima linea in caso di rappresaglia iraniana, soprattutto per la presenza di basi statunitensi sul loro territorio, un elemento che spinge a cercare canali di comunicazione riservati con Teheran nel tentativo di evitare di essere colpiti in un eventuale confronto diretto.
In Israele, la percezione della minaccia iraniana rimane strutturalmente alta e si traduce in un sostegno di fondo a qualsiasi iniziativa che rallenti o danneggi il programma nucleare di Teheran.
I precedenti degli attacchi contro infrastrutture nucleari iraniane, presentati da Washington come un successo che ha “devastato” il programma avversario, vengono letti da parte della stampa israeliana come la conferma che la via militare può produrre risultati tangibili, anche se temporanei.
Non mancano però voci, nel mondo strategico israeliano, che avvertono come una campagna militare americana non accompagnata da un chiaro percorso politico rischi di rafforzare i settori più radicali del regime iraniano e di accrescere la dipendenza di Teheran da alleati come Mosca.
La stampa in lingua araba e i commentatori della regione insistono invece su un punto: la popolazione iraniana, già provata dalle sanzioni e dalla repressione, sarebbe la prima vittima di un nuovo ciclo di bombardamenti e ritorsioni. L’argomento si salda con il ricordo ancora vivo dei costi pagati dalle società civili in Iraq e Siria per le guerre e le interferenze esterne, alimentando un sentimento diffuso di scetticismo verso l’idea che un’ulteriore escalation militare possa portare a una maggiore stabilità. In questo contesto, ogni mossa di Trump e di Teheran viene letta non solo in chiave geopolitica ma anche come fattore che può aggravare fratture sociali e confessionali già profonde.
Tra deterrenza e precipizio
La crisi apertasi con le nuove minacce di Trump all’Iran pone dunque l’Europa davanti a un bivio: accettare un ruolo marginale in una partita dominata dall’asse Washington–Teheran o tentare di costruire, tra sanzioni mirate e iniziative diplomatiche, una terza via che eviti tanto la normalizzazione del regime quanto la deriva bellica. L’Unione europea cerca di muoversi su un crinale stretto, combinando la condanna della repressione interna e del programma nucleare iraniano con l’idea che solo un quadro negoziale credibile, privo di ultimatum e minacce unilaterali, possa produrre risultati duraturi sulla sicurezza regionale.
Teheran, dal canto suo, continua a ripetere che non può trattare “sotto la spada di Damocle” della minaccia militare, ma al tempo stesso lascia intravedere spiragli per colloqui se la controparte abbandonerà la retorica dello scontro e riconoscerà il principio di reciprocità.
Trump, invece, sembra puntare proprio sull’intreccio tra forza e negoziato, convinto che solo l’ombra di un attacco “molto peggiore” di quello dell’anno scorso possa spingere l’Iran a fare concessioni che finora ha rifiutato. In questo gioco ad alta tensione, basta un errore di calcolo, un attacco attribuito all’una o all’altra parte o una risposta sproporzionata di una milizia alleata per spingere l’intero sistema oltre il punto di non ritorno.
Per l’Europa, la posta in gioco è duplice: evitare un nuovo conflitto alle porte del continente e dimostrare di saper agire come soggetto politico, non solo come spazio economico esposto agli shock esterni.
Se riuscirà a tradurre le sue preoccupazioni in iniziative concrete di de–escalation, coordinandosi sia con gli Stati Uniti sia con attori regionali, potrà forse ritagliarsi un ruolo di garante e mediatore in una crisi che rischia di ridefinire gli equilibri del Medio Oriente.
Se invece continuerà a limitarsi a reagire alle mosse di Trump e Teheran, rischia di ritrovarsi ancora una volta spettatrice impotente di un conflitto che, pur lontano geograficamente, colpirebbe in pieno la sua sicurezza, la sua economia e la credibilità del suo progetto politico.


