27 Febbraio 2026
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Ucraina. La guerra che Putin non riesce a vincere

La guerra in Ucraina entra nel quarto anno: perché la vittoria russa non è affatto scontata 

Il 24 febbraio 2026 segna il quarto anniversario dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia. Quattro anni di guerra, centinaia di migliaia di morti, un’intera regione d’Europa destabilizzata. Eppure, nonostante la narrativa martellante del Cremlino, la vittoria russa resta un miraggio. 

I numeri raccontano una storia diversa da quella che Vladimir Putin ripete nei suoi discorsi ufficiali. Le forze armate russe hanno subìto circa 1,2 milioni di perdite tra morti, feriti e dispersi dal febbraio 2022. Di questi, fino a 325.000 sono caduti sul campo di battaglia. Nessuna grande potenza ha sofferto un bilancio simile in alcun conflitto dalla Seconda guerra mondiale.

L’avanzata russa procede a ritmi che farebbero arrossire qualsiasi stratega militare. Nella direttrice di Pokrovsk, le truppe di Mosca hanno guadagnato in media appena 70 metri al giorno. Verso Chasiv Yar, 15 metri. A Kupyansk, 23 metri. Per mettere le cose in prospettiva: l’Armata Rossa impiegò 1.394 giorni dall’Operazione Barbarossa per raggiungere Berlino. La Russia ha raggiunto lo stesso numero di giorni il 19 dicembre 2025, e si trovava appena a Pokrovsk, oltre 500 chilometri da Kiev. 

Il bluff di Kupyansk 

Uno degli episodi più emblematici degli ultimi mesi riguarda la città di Kupyansk, nell’oblast di Kharkiv. Il 20 novembre 2025, il capo di Stato maggiore russo Valerij Gerasimov ha annunciato la “piena liberazione” della città davanti a Putin. Il presidente russo ha rilanciato la notizia il 2 dicembre, invitando giornalisti stranieri “a visitare la città e verificare di persona”. L’invito, naturalmente, non si è mai concretizzato. 

La realtà era ben diversa. Il 12 dicembre 2025, le forze ucraine hanno lanciato un contrattacco preparato per settimane. Il Secondo Corpo della Guardia Nazionale ucraina ha liberato i villaggi di Kindrashivka e Radkivka, a nord di Kupyansk, oltre a porzioni della città stessa. Le truppe ucraine hanno raggiunto il fiume Oskil, tagliando le linee di comunicazione terrestri dei russi e circondando circa 200 soldati nemici. 

La scena più potente è arrivata con la visita del presidente Volodymyr Zelensky alla periferia di Kupyansk, a soli 2,6 chilometri dalla piazza centrale. Con indosso un giubbotto antiproiettile e il monumento con il nome della città danneggiato alle spalle, ha pronunciato una frase secca: “La realtà parla da sé”. Nel video si sentivano le esplosioni sullo sfondo. Il generale russo Sergey Kuzovlev, che aveva annunciato a Putin la “cattura completa” della città, era nel frattempo scomparso dalla scena pubblica. 

La Russia ha poi fissato una nuova scadenza: riprendere Kupyansk entro febbraio 2026. Anche questa è sfumata, con gli assalti russi sistematicamente respinti.

300 chilometri quadrati riconquistati nel sud 

Ucraina mappa

La controffensiva più significativa del 2026 è avvenuta nella regione di Zaporizhzhia. A partire dalla fine di gennaio, le forze ucraine hanno lanciato una serie di operazioni d’assalto e contrattacco nell’area di Huliaipole e nelle direttrici adiacenti. 

Il risultato è stato sorprendente. Entro il 20 febbraio, l’Ucraina aveva liberato oltre 300 chilometri quadrati di territorio, il guadagno territoriale più rapido degli ultimi due anni e mezzo. Solo tra l’11 e il 15 febbraio, le forze ucraine hanno riconquistato oltre 200 chilometri quadrati, un’area quasi equivalente a tutti i guadagni territoriali russi nel mese di dicembre 2025. 

I villaggi liberati includono Ternuvate, Kosivtseve, Prydorozhne e Staroukrainka nella regione di Zaporizhzhia, oltre a Chuhunivka nell’oblast di Kharkiv. In un episodio particolarmente significativo, le forze russe avevano filmato la loro “vittoria” nel villaggio di Ternuvate con i droni. Un’ora dopo, i soldati ucraini avevano eliminato l’intero gruppo.

Vladyslav Voloshyn, portavoce delle Forze di difesa del sud dell’Ucraina, ha confermato che le truppe conducono fino a 50 scontri al giorno sulle direttrici di Huliaipole e Oleksandrivka. Le élite ucraine, incluso il 425° Reggimento d’assalto equipaggiato con carri armati M-1 Abrams di provenienza australiana, sono state ridislocate dalla direttrice di Pokrovsk per rinforzare il fronte meridionale. 

Una macchina militare che si inceppa 

Dietro le dichiarazioni trionfali di Mosca si nasconde una crisi di reclutamento sempre più grave. Le forze armate russe necessitano di 30.000-35.000 nuove reclute al mese per compensare le perdite al fronte, ma dal l’estate 2025 non riescono più a raggiungere questa soglia. 

Il numero di contratti firmati nel 2025 è stato di 422.000, in calo del 6% rispetto ai 450.000 del 2024. È stato lo stesso vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dmitry Medvedev a riconoscere implicitamente il problema, citando quella cifra come un successo mentre in realtà evidenziava il declino. 

Céline Marangé, ricercatrice dell’Istituto di ricerca strategica della Scuola militare francese (IRSEM), ha descritto la situazione in termini netti: “Dall’estate 2025, le autorità hanno più difficoltà a reclutare, mentre le perdite restano praticamente invariate”. 

I reclutatori hanno ricevuto istruzioni di “trovare quanti più candidati possibile, indipendentemente dal profilo”. Le conseguenze sono prevedibili. Una fonte dell’amministrazione moscovita del reclutamento ha descritto al media indipendente Verstka la qualità dei nuovi arruolati: “Alcolizzati, tossicodipendenti, semi-senzatetto. Erano disoccupati, uomini soli e indebitati”. 

I bilanci regionali sono sotto pressione estrema. Molte regioni hanno già tagliato i generosi bonus di arruolamento che in precedenza attiravano i volontari verso il fronte. Le province più povere e le repubbliche etniche continuano a sopportare il peso maggiore delle perdite umane, mentre Mosca e San Pietroburgo restano relativamente protette.

Il generale ucraino Oleksandr Syrskiy ha dichiarato la scorsa settimana che la Russia non è stata in grado di compensare le perdite subite sul campo di battaglia nel 2025. Alcuni funzionari della difesa occidentale concordano: negli ultimi tre mesi, la Russia ha reclutato tra i 30.000 e i 35.000 soldati al mese, ma ne ha persi di più tra morti e feriti. 

Il petrolio non basta più 

L’economia russa, l’altra gamba su cui Putin sostiene lo sforzo bellico, mostra crepe profonde. I ricavi da petrolio e gas sono crollati del 24% nel 2025, raggiungendo il livello più basso dal 2020. La quota degli idrocarburi nel bilancio federale è scesa dal 40% del 2022 ad appena il 25%.

Il deficit di bilancio russo ha toccato il 2,6% del PIL nel 2025, il più alto dal 2020, pari a 5,6 trilioni di rubli (circa 72 miliardi di dollari). I ricavi totali del bilancio sono calati del 7,5% rispetto alle previsioni iniziali. 

Per tamponare la falla, il Cremlino ha aumentato le tasse. L’IVA è passata dal 20% al 22% dal 1° gennaio 2026, l’imposta sulle società è salita dal 20% al 25%, e sono state introdotte aliquote più alte per l’imposta sul reddito. Si tratta delle tasse più alte dall’era sovietica nel settore della difesa. 

Secondo un’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air, i ricavi complessivi della Russia dalle esportazioni di petrolio, gas, carbone e prodotti raffinati hanno raggiunto i 193 miliardi di euro nell’anno conclusosi il 24 febbraio 2026, con un calo del 27% rispetto al periodo pre-invasione. E questo nonostante i volumi di esportazione del greggio siano rimasti addirittura superiori del 6% rispetto ai livelli pre-guerra: Mosca è semplicemente costretta a vendere il proprio petrolio a prezzi scontati. 

La crescita del PIL è rallentata allo 0,6% nel 2025, e il Fondo Monetario Internazionale prevede un modesto 0,8% per il 2026. Il settore manifatturiero ha registrato sette mesi consecutivi di contrazione nel 2025. Le fabbriche di carri armati lavorano a pieno regime, ma i produttori di automobili hanno ridotto i turni. Il costo della guerra si aggira intorno ai 170 miliardi di dollari all’anno

L’economista moscovita Vladislav Inozemtsev ha sintetizzato la situazione: “Putin probabilmente spingerà la banca centrale a stampare più denaro, continuerà ad alzare le tasse, a vendere asset statali e a nazionalizzare imprese. Questo gli permetterà di raccogliere fondi sufficienti a sostenere la guerra nel 2026 e probabilmente nel 2027”. Ma il prezzo lo pagano i cittadini russi, stretti tra un’inflazione a doppia cifra e servizi pubblici sempre più ridotti. 

Una potenza in declino 

L’analisi del CSIS dipinge un quadro impietoso della Russia come potenza globale. Il PIL nominale russo è più vicino a quello del Canada o dell’Italia che a quello di Stati Uniti, Cina o Germania. Nemmeno una singola azienda russa figura tra le prime 100 compagnie tecnologiche al mondo per capitalizzazione di mercato. Gli Stati Uniti dominano con Nvidia, Apple, Google, Microsoft e Amazon. Anche Cina, Taiwan, Corea del Sud, Paesi Bassi e molti altri sono rappresentati. La Russia no. 

L’industria spaziale russa, un tempo fiore all’occhiello nazionale, ha toccato i minimi storici. Roscosmos ha effettuato solo 17 lanci orbitali nel 2025, contro i 193 degli Stati Uniti (guidati da SpaceX) e i 92 della Cina. L’ultimo incidente, nel dicembre 2025, ha causato gravi danni alla rampa di lancio utilizzata per inviare astronauti alla Stazione Spaziale Internazionale. 

Nell’intelligenza artificiale, la Russia si classifica 28esima su 36 paesi secondo Stanford University. Il miglior modello AI russo è inferiore persino alle versioni precedenti di ChatGPT e Gemini. 

Il ministro delle forze armate britannico Alistair Carns ha offerto un paragone eloquente: “La Russia è in guerra da più tempo di quanto lo fu nella Seconda guerra mondiale, ha perso oltre 4.000 carri armati e 10.000 veicoli corazzati, e la sua marina è stata sostanzialmente distrutta da un paese che non ha mai avuto una marina”. 

I negoziati che non decollano 

Sullo sfondo di tutto questo, i negoziati di pace restano in stallo. Il presidente Donald Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di porre fine alla guerra “in un giorno”, si trova di fronte a una realtà ben più complessa. Il vertice con Putin ad Anchorage, in Alaska, nell’estate 2025 non ha prodotto risultati concreti. La scadenza del Ringraziamento fissata da Trump per un accordo è sfumata. Quella di giugno è stata smentita dalla Casa Bianca.

I colloqui di Ginevra del 18 febbraio 2026, guidati dal genero di Trump Jared Kushner e dall’inviato speciale Steve Witkoff, si sono conclusi dopo appena due ore. 

I critici sostengono che Putin stia semplicemente prendendo tempo. La strategia è chiara: convincere Washington che un accordo è vicino, mentre sul terreno l’esercito russo continua a lanciare missili e droni sulle città ucraine. Trump ha ridotto drasticamente il sostegno americano a Kiev, sospendendo in un’occasione persino l’accesso all’intelligence dopo uno scontro con Zelensky, e ha bloccato la fornitura di armi gratuite. 

“Gli americani tornano frequentemente sul tema delle concessioni”, ha dichiarato Zelensky alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco il 14 febbraio. “Troppo spesso le discussioni sulle concessioni si concentrano solo sull’Ucraina, non sulla Russia”. 

Seth Jones, presidente del dipartimento Difesa e Sicurezza del CSIS, ha inquadrato la dinamica in modo incisivo. Putin offre accordi economici a Trump per tentarlo a tagliare il sostegno all’Ucraina o a costringere Kiev a cedere territori che il suo esercito non è riuscito a conquistare. “Questa è la vera svolta in una guerra che il suo esercito non è in grado di vincere”, ha detto Jones. “La vera speranza è che gli Stati Uniti vengano in loro aiuto”. 

La propaganda che vacilla 

Un dato forse più significativo di tutti riguarda l’opinione pubblica russa. Secondo un sondaggio citato dal CSIS, nel maggio 2023 il 57% dei russi riteneva che la maggior parte delle persone nel proprio circolo sociale sostenesse la guerra, contro il 39% che vi si opponeva. Nell’ottobre 2025, quei numeri si sono invertiti: il 55% percepiva un’opposizione alla guerra nel proprio ambiente, contro il 45% di sostegno. 

Nonostante questo, il Cremlino ha aumentato del 54% i finanziamenti ai media statali nel 2026, segnalando un impegno crescente nella guerra dell’informazione. La macchina propagandistica è progettata per sostenere il consenso interno e convincere il pubblico estero, in particolare a Washington, che la guerra procede con successo.

Ma i fatti parlano con voce sempre più forte della propaganda. L’Ucraina continua a combattere, a contrattaccare e a infliggere perdite devastanti. La Russia continua ad avanzare, sì, ma di poche decine di metri al giorno, pagando un prezzo in vite umane e risorse economiche che nessun altro paese al mondo accetterebbe. 

La vera domanda non è se la Russia possa vincere questa guerra sul campo di battaglia. I dati suggeriscono che non può, almeno non alle condizioni attuali. La vera domanda è se la comunità internazionale, e in particolare gli Stati Uniti, permetteranno a Mosca di ottenere al tavolo dei negoziati ciò che le sue truppe non sono riuscite a conquistare nelle trincee del Donbas e nelle pianure di Zaporizhzhia. È questa la posta in gioco mentre la guerra entra nel suo quinto, interminabile anno. 

Fonti

  1. Russia’s Grinding War in Ukraine – After seizing the initiative in 2024, Russian forces have advanced at an average rate of between 15 … 
  1. 15 meters a day. The Russian army in Ukraine set an anti- … – … CSIS notes. In 1394 days of the German-Soviet war, the Red Army reached Berlin, while the Russia… 
  1. Russia pays heavy price for minimal gains in Ukraine, says … – CSIS draws a historical contrast, noting that the Red Army took 1,394 days to reach Berlin during Wo… 
  1. Zelensky says Ukrainian army has retaken Kupiansk – Date: Tuesday, February 24, 2026 … The Ukrainian army announced on Friday, December 12, that it ha… 
  1. Kupiansk offensive – The Kupiansk offensive refers to a series of military engagements in the Russo-Ukrainian war taking … 
  1. Institute for the Study of War: Ukraine recaptures territory in Kupyansk 
  1. Russia sets new February deadline to take Kupiansk, Ukrainian … – After previous failed attempts and false claims of control, Moscow now reportedly wants results by t… 
  1. Russia aims to once again ‘capture’ Kupiansk by February – … Kupiansk in the Kharkiv region. The new deadline: by February 2026 … This occurred after Ukrai… 
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  1. Ukraine liberates 300 square kilometers in south, Zelenskyy says – Read more 
  1. Ukraine Just Took Four Russian Villages… Putin’s WORST Nightmare Confirmed – In early February 2026, Ukrainian forces cleared Russian troops from four strategic villages—Chuhuni… 
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  1. His Deadline for a Peace Deal Blown, Trump Faces Choices on Russia-Ukraine Talks – The president wanted Moscow and Kyiv to come to terms by Thanksgiving. Negotiations are now stalled,… 
  1. Trump said he’d end Ukraine war in a single day. Is peace … – Trump’s Ukraine peace deal stalled as bloody war hits 4-year mark. Experts say Vladimir Putin has co… 

Il Messico all’indomani di “El Mencho”: tra assedio dei cartelli e pressione degli Stati Uniti

Un’operazione “storica” che apre una nuova fase

L’uccisione di Nemesio Rubén Oseguera Cervantes, noto come “El Mencho”, segna uno spartiacque nella guerra messicana contro i cartelli. Il leader del Cártel Jalisco Nueva Generación, considerato il capo dell’organizzazione criminale più potente del Paese, è stato colpito a morte in uno scontro con l’esercito nel suo Stato natale, il Jalisco, durante un tentativo di cattura. Poche ore dopo, il Paese è precipitato in una nuova spirale di violenza, con strade bloccate, veicoli incendiati, scuole chiuse e cittadini invitati a restare in casa in numerosi Stati.

Per il governo di Claudia Sheinbaum è un successo apparente ma anche un rischio enorme. La presidente ha invitato alla calma e ha annunciato che la maggior parte dei blocchi stradali eretti in almeno 20 Stati è stata rimossa entro la fine del weekend. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha confermato di aver fornito supporto di intelligence all’operazione ed elogiato l’esercito messicano per aver neutralizzato uno dei criminali più ricercati da entrambe le sponde del confine. Il messaggio è duplice: il Messico vuole mostrare capacità autonoma di risposta, ma lo fa sotto la lente e le aspettative degli Stati Uniti.

In questo quadro, la figura di Claudia Sheinbaum viene immediatamente proiettata al centro di un equilibrio delicato tra consenso interno, lotta al crimine organizzato e relazioni con Washington.

Il cartello che ha riscritto le regole della violenza

Il Cártel Jalisco Nueva Generación, nato come costola del Cartello del Milenio e cresciuto rapidamente a partire dal 2009, è oggi considerato il gruppo criminale più aggressivo e militarizzato del Messico. Sotto la guida di El Mencho, ex poliziotto divenuto narcotrafficante, il CJNG ha costruito una struttura gerarchica con capi regionali e un modello di “franchising” che ha permesso l’espansione oltre le roccaforti tradizionali di Jalisco, Colima e Nayarit. Il cartello ha diversificato le rotte del narcotraffico, puntando sui corridoi chiave tra Pacifico e Atlantico e sul controllo dei passaggi verso il confine nord, mentre consolidava la presenza in Stati come Michoacán, Guanajuato e Zacatecas.

La sua ascesa si è accompagnata a una strategia di violenza esibita: attacchi a forze di sicurezza, uso di armi pesanti, convogli paramilitari, campagne di terrore contro comunità locali. Diverse analisi descrivono il CJNG come un attore quasi proto‑militare, con reparti speciali, addestramento strutturato per i sicari e una capacità di intimidazione che va dalla corruzione di funzionari ai messaggi mediatici brutali. Non è solo un cartello “di frontiera” ma un sistema ibrido, che combina traffico di droga, estorsioni, controllo territoriale e penetrazione nelle istituzioni locali.

In questo senso, l’eliminazione di El Mencho colpisce il vertice ma non necessariamente smantella l’architettura operativa del gruppo, che da anni si regge su una rete di comandanti regionali e alleanze locali.

Il marchio di “organizzazione terroristica” e la dottrina Trump

Nel 2025 l’amministrazione di Donald Trump ha compiuto un passo che ha ribaltato il quadro giuridico e politico dei rapporti con il Messico: il CJNG è stato formalmente designato come “foreign terrorist organization”. La decisione ha avuto implicazioni concrete, dal congelamento di asset alla possibilità di utilizzare strumenti antiterrorismo per colpire reti di supporto, ma soprattutto ha caricato i cartelli di un significato politico che va oltre il crimine organizzato tradizionale. La designazione ha consolidato l’idea di un nemico che, dal punto di vista statunitense, non è molto distante da attori insurrezionali.

Trump ha ripetutamente sostenuto che i cartelli governano il Messico e ha minacciato, nel corso della campagna del 2024 e poi dalla Casa Bianca, tariffe punitive e persino azioni militari unilaterali oltre confine se Città del Messico non avesse mostrato “risultati” nella lotta al fentanyl e al narcotraffico. La definizione del CJNG come entità terroristica si inserisce in questa linea di pressione, rafforzando l’idea di un conflitto che agli occhi di Washington assomiglia sempre più a una guerra contro attori quasi statuali. Per Sheinbaum, che ha ereditato un’agenda di sicurezza già segnata dalla militarizzazione e dalle richieste statunitensi, questo significa muoversi in uno spazio ristretto.

Da un lato deve contenere la violenza interna, mantenendo un consenso che finora è rimasto elevato, dall’altro deve dimostrare alla Casa Bianca che il Messico è un partner affidabile, capace di agire senza bisogno di truppe statunitensi sul proprio territorio. In questo quadro, il marchio di organizzazione terroristica attribuito al CJNG diventa anche un’arma retorica, che alimenta l’idea di una minaccia esistenziale ma al tempo stesso offre a Washington una giustificazione per invocare misure sempre più intrusive.

Sheinbaum tra “kingpin strategy” e nuova dottrina di sicurezza

Claudia Sheinbaum ha più volte criticato la cosiddetta “kingpin strategy”, la tattica che punta a colpire i leader dei cartelli nella convinzione che la decapitazione dei vertici indebolisca le organizzazioni. L’esperienza degli ultimi vent’anni in Messico racconta spesso l’opposto: la rimozione di un capo ha prodotto frammentazione, lotte interne, riallineamenti violenti sul territorio. Nonostante queste critiche, la morte di El Mencho dimostra che il governo continua a utilizzare, almeno in parte, lo stesso approccio, ora incardinato in una cornice di cooperazione più strutturata con gli Stati Uniti.

Negli ultimi mesi il governo Sheinbaum ha consegnato numerosi presunti narcotrafficanti alle autorità statunitensi e ha intensificato le estradizioni di figure simboliche, per segnalare un cambio di passo nella collaborazione giudiziaria. La presidente ha anche incaricato il ministro degli Esteri di rafforzare il coordinamento con Washington dopo le minacce di Trump su possibili “attacchi di terra” contro i cartelli. Il messaggio verso l’esterno è quello di un Messico che non solo coopera, ma anticipa le richieste del vicino settentrionale attraverso operazioni mediaticamente dirompenti come quella contro El Mencho.

Sul fronte interno la narrazione è diversa. Sheinbaum insiste su una strategia che dovrebbe combinare azione militare, politiche sociali e rafforzamento istituzionale, nel tentativo di superare il paradigma esclusivamente repressivo dei governi precedenti. Tuttavia, le immagini di blindati, soldati dispiegati nelle strade e città paralizzate dai blocchi del CJNG alimentano la percezione di un Paese che continua a rispondere con la forza a cartelli sempre più militarizzati. È in questo spazio di ambivalenza che si gioca la credibilità politica interna della presidente, tra la promessa di una sicurezza “diversa” e la realtà di un conflitto che assomiglia ancora a una guerra a bassa intensità.

La giornata di fuoco dopo la morte di El Mencho

Le ore successive all’operazione contro El Mencho hanno confermato i timori di chi vede nella “decapitazione” dei leader un detonatore di violenza. Da Jalisco ad altri Stati dell’ovest e del centro del Paese, gruppi armati presumibilmente affiliati al CJNG hanno eretto centinaia di blocchi stradali, incendiato camion, auto e autobus, attaccato infrastrutture e costretto la chiusura di scuole e attività. Alcune testimonianze parlano di comunità isolate, di famiglie che hanno preferito non uscire di casa, di una paura che riecheggia le giornate più dure della guerra al narcotraffico.

In Stati come Michoacán, dove la presenza del CJNG si intreccia con la frammentazione di milizie locali e la debolezza delle istituzioni, i residenti hanno denunciato ancora una volta la lentezza o l’assenza delle forze federali nelle prime fasi degli attacchi. Non è la prima volta che accade: reportage e studi degli ultimi anni raccontano un Messico in cui le comunità rurali si trovano spesso ad affrontare da sole la violenza dei cartelli, con polizie locali male equipaggiate e un esercito che interviene in modo disomogeneo.

Le scene di strade deserte, mezzi bruciati, famiglie in fuga riportano al centro del dibattito la questione del controllo territoriale, più che del semplice controllo delle rotte del narcotraffico. È su questo terreno, fatto di municipi vulnerabili, economie informali e Stato assente, che il CJNG ha costruito gran parte della propria influenza locale.

Il peso di Washington e la geografia del consenso

Per Trump, l’operazione che ha portato alla morte di El Mencho è una conferma della linea dura adottata verso i cartelli. Il presidente statunitense ha insistito sul fatto che il Messico debba fare “molto di più” per contrastare il traffico di fentanyl e altri stupefacenti, ribadendo la minaccia di tariffe e azioni unilaterali se i risultati non saranno ritenuti sufficienti. In questo clima, ogni grande operazione in Messico assume un significato che va oltre la sicurezza interna e diventa un messaggio politico diretto a Washington.

Sul piano interno Sheinbaum si trova in una posizione paradossale. Da un lato mantiene un livello di approvazione elevato, grazie anche a politiche sociali e a una comunicazione che insiste sulla continuità con il progetto di trasformazione avviato dal suo predecessore. Dall’altro lato, la violenza persistente in Stati come Michoacán, Guanajuato e Zacatecas e le proteste di settori della società civile e della Generazione Z contro la militarizzazione del Paese evidenziano una frattura tra la narrazione ufficiale e l’esperienza quotidiana di molte comunità.

A questo si aggiunge la crescente percezione che il margine di autonomia del Messico nelle politiche di sicurezza sia sempre più condizionato dalle priorità statunitensi, anche in vista di appuntamenti come il Mondiale del 2026, per cui Washington chiede stabilità lungo tutto il Nord America. La geopolitica si intreccia così con la politica interna, trasformando ogni decisione su estradizioni, operazioni militari e trattative con Washington in un atto dal forte valore simbolico. In questo scenario, la stessa parola sovranità nazionale finisce al centro del dibattito pubblico, evocata tanto da chi chiede di respingere eventuali interventi diretti degli Stati Uniti quanto da chi invoca una più efficace difesa del territorio contro i cartelli.

Dopo El Mencho: rischio frammentazione o consolidamento

La morte di El Mencho apre ora interrogativi sul futuro del CJNG e sulla geografia criminale del Messico. Gli analisti ricordano che ciò che accade dopo la scomparsa del leader è spesso più importante dell’operazione stessa: alcuni cartelli si sono frantumati in una costellazione di gruppi più piccoli e imprevedibili, altri hanno visto emergere figure di successione che hanno mantenuto o persino ampliato il raggio d’azione. La struttura relativamente centralizzata del CJNG e la presenza di comandanti regionali con forte potere potrebbero favorire una transizione guidata, ma anche alimentare lotte interne per la leadership.

Un altro fattore è la competizione con il Cartello di Sinaloa e le sue fazioni, già impegnate in scontri interni e in guerra aperta in diversi Stati. Se il CJNG dovesse mostrare segni di debolezza organizzativa, altre organizzazioni potrebbero cercare di riempire il vuoto territoriale e logistico, innescando nuove ondate di violenza su scala regionale. Al tempo stesso, non è escluso che figure vicine a El Mencho, come storici luogotenenti e membri della famiglia, tentino di capitalizzare l’aura del leader scomparso per ricompattare il cartello attorno a una linea di continuità.

Per lo Stato messicano, la vera prova inizierà nei prossimi mesi: contenere le reazioni del CJNG, prevenire guerre per il controllo di territori e rotte, evitare che l’operazione si risolva in una vittoria di facciata seguita da un’escalation fuori controllo. In gioco non c’è soltanto l’efficacia della strategia di sicurezza, ma la capacità stessa delle istituzioni di recuperare legittimità pubblica nelle aree dove per anni l’unico potere percepito è stato quello dei cartelli.

Un Paese tra paura e resistenza

Per milioni di messicani, l’operazione contro El Mencho non è solo una notizia di geopolitica o di cooperazione internazionale. È l’ennesimo capitolo di una storia fatta di strade improvvisamente vuote, sirene nella notte, scuole che chiudono, famiglie che imparano a leggere i segnali della violenza prima ancora dei comunicati ufficiali. Nelle regioni più colpite, le comunità sembrano sospese tra paura e resistenza, abituate a convivere con attori armati che impongono regole, tasse informali e coprifuoco di fatto.

In questo contesto, il successo nel colpire un singolo capo rischia di apparire lontano dalla quotidianità di chi vive tra estorsioni, reclutamenti forzati e assenza di servizi pubblici fondamentali. La sfida per Sheinbaum sarà trasformare l’operazione contro El Mencho in un punto di svolta reale, capace di tradursi in maggior sicurezza percepita e in una presenza più solida dello Stato sul territorio, e non solo in un trofeo da esibire sul piano diplomatico. Se questo passaggio fallirà, il rischio è che l’eliminazione del leader del CJNG si aggiunga alla lunga lista di vittorie incomplete che hanno segnato la storia recente del Messico, lasciando intatta la sensazione di vivere in un Paese perennemente in bilico tra speranza e assedio.

USA-Iran, la macchina da guerra americana si prepara alle porte dell’Iran

Gli Stati Uniti hanno schierato oltre 50 caccia, due portaerei, sottomarini e sistemi antimissile in Medio Oriente. È il più grande ammassamento di forza aerea nella regione dall’invasione dell’Iraq. Tra negoziati a Ginevra e ultimatum di Trump, il rischio di un nuovo attacco all’Iran è concreto. L’analisi completa dello scenario militare e diplomatico.

Il Medio Oriente è di nuovo un teatro di guerra in potenza. Gli Stati Uniti stanno riversando nella regione un arsenale militare che non si vedeva da oltre vent’anni. Due gruppi d’attacco di portaerei, oltre cinquanta caccia, bombardieri stealth in stato di allerta, sottomarini lanciamissili e i più avanzati sistemi di difesa antimissile del Pentagono convergono verso un unico obiettivo: l’Iran.

Non si tratta di una semplice esercitazione o di una manovra di routine. È il più grande dispiegamento di potenza aerea nella regione dal 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq. E questa volta, a differenza dell’Operazione Midnight Hammer del giugno 2025, le opzioni sul tavolo del presidente Donald Trump appaiono più ampie e meno definite.

Un arsenale in movimento

Nell’ultimo mese, decine di caccia a reazione e aerei di supporto sono partiti dagli Stati Uniti e dall’Europa per raggiungere basi dislocate in Giordania e Arabia Saudita, secondo i dati di tracciamento dei voli analizzati dal Wall Street Journal. I velivoli schierati comprendono gli F-22 Raptor e gli F-35 Lightning, i caccia stealth più avanzati dell’arsenale americano, capaci di eludere i sistemi missilistici terra-aria iraniani. Sono gli stessi jet che hanno scortato i bombardieri B-2 Spirit durante gli attacchi ai siti nucleari iraniani nel giugno scorso.

Al fianco dei caccia stealth, il Pentagono ha inviato gli EA-18G Growler, aerei specializzati nella guerra elettronica. Il loro compito è disattivare i lanciatori missilistici iraniani attraverso il jamming dei sistemi radar, una tattica già sperimentata con successo il mese precedente durante la cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Se l’ordine di attacco dovesse arrivare, gli F-15E Strike Eagle e gli F-16 Fighting Falcon sarebbero impiegati per intercettare i droni iraniani lanciati in rappresaglia contro Israele o le basi americane nella regione.

Un dato colpisce in modo particolare: almeno 108 aerei cisterna sono già nella zona operativa del Comando Centrale o in viaggio verso di essa. Questo numero rivela l’ampiezza e la potenziale durata di un’eventuale campagna. I KC-135 Stratotanker sono essenziali per garantire il rifornimento in volo dei caccia, dei bombardieri e degli aerei radar di allerta precoce come l’E-3 AWACS, già dislocato nell’area.

Il problema dello spazio aereo

Mappa della disposizione militare vicino all'Iran

C’è un ostacolo logistico che complica i piani del Pentagono. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno esplicitamente vietato l’uso del proprio spazio aereo per colpire l’Iran. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha pubblicamente escluso questa possibilità, e Abu Dhabi ha assunto una posizione identica, con il consigliere presidenziale Anwar Gargash che ha invocato una “soluzione diplomatica a lungo termine tra Washington e Teheran”.

Questa restrizione ha costretto gli Stati Uniti a concentrare gran parte dei caccia in Giordania, più lontano dagli obiettivi iraniani. Il risultato è un maggiore affidamento sul rifornimento in volo e missioni più lunghe e complesse per raggiungere i bersagli e tornare alle basi. Ma il Pentagono ha un asso nella manica: i bombardieri a lungo raggio B-2 Spirit non hanno bisogno di basi regionali. Possono decollare direttamente dagli Stati Uniti, dalla base di Whiteman in Missouri, e compiere missioni senza scalo sull’Iran grazie agli aerei cisterna. Lo hanno già fatto nel giugno 2025, volando per 18 ore consecutive.

Due portaerei, un messaggio inequivocabile

La dimensione navale dello schieramento è altrettanto imponente. La Marina degli Stati Uniti ha 13 navi nella regione, con la portaerei USS Abraham Lincoln come fulcro operativo, affiancata da nove cacciatorpediniere classe Arleigh-Burke in grado di abbattere missili balistici e lanciare missili da crociera Tomahawk contro obiettivi terrestri in Iran.

Ma il segnale più forte è arrivato il 13 febbraio, quando il Pentagono ha annunciato il reindirizzamento della USS Gerald R. Ford, la più grande portaerei del mondo, dal teatro caraibico verso il Medio Oriente. La Ford, reduce dalle operazioni in Venezuela, si unirà alla Lincoln nel Golfo Persico, creando una presenza di due gruppi d’attacco nella zona di responsabilità del Comando Centrale per la prima volta in quasi un anno.

“Nel caso in cui non riuscissimo a concludere un accordo, ne avremo bisogno”, ha dichiarato Trump il 13 febbraio, aggiungendo che le navi sarebbero ritirate se la diplomazia avesse successo. Una dichiarazione che oscilla tra la minaccia e la rassicurazione, in un registro ormai familiare per questa presidenza.

Nelle acque della regione operano anche il sottomarino lanciamissili USS Georgia, tre navi da combattimento litorali di classe Independence e navi di supporto logistico come la USNS Carl Brashear e la petroliera USNS Henry J. Kaiser. Il 3 febbraio, un F-35C del Corpo dei Marines ha abbattuto un drone iraniano Shahed-139 che si era avvicinato alla Abraham Lincoln nel Mar Arabico. Lo stesso giorno, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione iraniana ha tentato di sequestrare la petroliera americana MT Stena Imperative nello Stretto di Hormuz, prima di essere fermata dal cacciatorpediniere USS McFaul.

Lo scudo antimissile

Il Pentagono ha preposizionato nell’ultimo mese i suoi intercettori più avanzati, i sistemi THAAD e Patriot, per proteggere le basi americane e gli alleati regionali. I THAAD sono progettati per intercettare missili balistici al di sopra dell’atmosfera terrestre, mentre i Patriot difendono contro minacce a più bassa quota e corto raggio.

L’esperienza del giugno 2025 ha dimostrato quanto siano cruciali questi sistemi. Dopo gli attacchi americani ai siti nucleari iraniani, Teheran aveva lanciato 14 missili balistici contro la base aerea di Al Udeid in Qatar, sede del centro di comando aereo americano nella regione. I Patriot americani e qatarioti avevano intercettato la maggior parte degli ordigni, senza causare vittime. Ma il conflitto di 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025 aveva anche messo in luce un problema serio: la rapidità con cui gli Stati Uniti possono esaurire le scorte di intercettori.

Oltre 30.000 militari americani sono attualmente distribuiti tra Bahrain, Egitto, Iraq, Israele, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Siria ed Emirati Arabi Uniti. Un esercito in assetto di guerra, anche se Washington preferisce parlare di “deterrenza”.

L’ombra di Midnight Hammer

Per comprendere il presente bisogna tornare alla notte tra il 21 e il 22 giugno 2025, quando gli Stati Uniti lanciarono l’Operazione Midnight Hammer. Oltre 125 aerei militari, tra cui sette bombardieri stealth B-2 Spirit, colpirono tre impianti nucleari iraniani: l’impianto di arricchimento sotterraneo di Fordow, il complesso di Natanz e il centro tecnologico nucleare di Isfahan.

L’operazione fu la più grande missione B-2 dalla guerra in Afghanistan del 2001. Quattordici bombe GBU-57 Massive Ordnance Penetrator, i cosiddetti “bunker buster” da 13 tonnellate ciascuna, furono sganciate sulle strutture sotterranee di Fordow, progettate per penetrare decine di metri di cemento e roccia prima di detonare. Contemporaneamente, missili Tomahawk lanciati da un sottomarino colpirono Isfahan.

Trump aveva dichiarato che il programma nucleare iraniano era stato “completamente e totalmente cancellato”. Ma a febbraio 2026, le autorità iraniane hanno rivelato che alcune bombe non erano esplose e restavano all’interno dei siti nucleari, complicando gli sforzi di ispezione dell’AIEA. E i servizi di intelligence occidentali hanno valutato che i danni reali, pur significativi, non hanno eliminato completamente la capacità iraniana di ripresa. A Fordow, le immagini satellitari mostravano sei crateri concentrati sulla montagna sopra le centrifughe sotterranee, con danni limitati alle infrastrutture in superficie.

È proprio questa ambiguità che ha riportato la crisi al punto attuale. Se il programma nucleare era davvero distrutto, perché serve un secondo attacco?

Il fronte diplomatico: Ginevra e le linee rosse

Parallelamente al dispiegamento militare, la diplomazia non si è fermata. Il 6 febbraio, a Muscat in Oman, si è tenuto il primo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, mediati dal ministro degli Esteri omanita Badr bin Hamad Al Busaidi. Il 17 febbraio, il secondo round si è svolto a Ginevra, con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi da un lato e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner dall’altro.

I colloqui di Ginevra sono durati tre ore e mezza. Araghchi li ha definiti “più costruttivi” rispetto al primo incontro, affermando che è stato raggiunto un accordo su “principi guida generali” che potrebbero fungere da base per il testo di un futuro accordo. Il mediatore omanita ha confermato “progressi sostanziali nell’identificazione di obiettivi condivisi e questioni tecniche pertinenti”.

Ma le posizioni restano lontane. Washington ha chiesto a Teheran di consegnare i 400 chilogrammi residui di uranio arricchito, limitare l’arricchimento al di sotto del 60 per cento di purezza, interrompere lo sviluppo di armi nucleari, ridurre il programma di missili balistici e cessare il sostegno a Hezbollah, Hamas e Houthi. L’Iran ha risposto che il programma missilistico è una “linea rossa” non negoziabile e ha rivendicato il diritto all’arricchimento dell’uranio, pur esprimendo una disponibilità condizionata a negoziare in cambio della rimozione delle sanzioni.

Un alto funzionario americano ha definito i colloqui di Ginevra “un nulla di fatto”. Un altro ha dichiarato che l’Iran ha tempo fino alla fine di febbraio per concordare un pacchetto di concessioni significative.

L’ultimatum di Trump

Il 20 febbraio, Trump ha fissato un termine di “10-15 giorni al massimo” perché l’Iran accetti un accordo, avvertendo che in caso contrario “accadranno cose davvero brutte”. Il giorno seguente, interrogato dai giornalisti sulla possibilità di un attacco militare limitato per costringere Teheran a negoziare, ha risposto: “Credo di poter dire che lo sto considerando”.

Secondo fonti citate dalla CNN e dalla CBS, il Pentagono è pronto a colpire l’Iran già da questo fine settimana, anche se Trump non ha ancora dato l’autorizzazione finale. La Casa Bianca è stata informata che le forze armate potrebbero essere operative nel giro di ore, dopo il significativo ammassamento di mezzi aerei e navali degli ultimi giorni.

Le opzioni sul tavolo del presidente sono molteplici. Secondo fonti di Reuters, la pianificazione militare è avanzata e include il targeting di individui specifici e persino un possibile cambio di regime a Teheran. Tra i potenziali bersagli figurano siti missilistici a corto e medio raggio, depositi di armi, installazioni nucleari, infrastrutture militari e il quartier generale delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

Alti funzionari della sicurezza nazionale hanno però avvertito il presidente che un’operazione finalizzata a rovesciare la leadership iraniana non garantisce il successo. La decisione di Trump di posticipare gli attacchi minacciati a gennaio, dopo che i vertici militari avevano avvisato che il Pentagono non era pronto, potrebbe aver concesso all’Iran il tempo di rafforzare le proprie difese.

Israele si prepara al peggio

A Tel Aviv, il livello di allerta è al massimo. Fonti della difesa israeliana hanno confermato che sono in corso preparativi significativi per un possibile attacco congiunto con gli Stati Uniti, anche se nessuna decisione finale è stata presa. L’obiettivo, secondo queste fonti, è infliggere un colpo sostanziale nell’arco di diversi giorni per costringere l’Iran a fare concessioni al tavolo negoziale che finora ha rifiutato.

Una fonte di sicurezza israeliana citata dal sito Belaaz ha descritto i preparativi come “straordinari e costosi”. Le basi militari nel sud di Israele sono state evacuate, nella convinzione che la zona meridionale sarebbe il principale bersaglio della rappresaglia iraniana. I sistemi di difesa aerea sono stati ridispiegati in tutto il Paese, rifugi mobili sono stati posizionati nelle basi anche nel nord, e 15 batterie di difesa missilistica sono state installate in una base settentrionale.

“I tempi si accorciano”, ha dichiarato un alto funzionario israeliano, “e questo vale anche per la preparazione militare. Alla fine, c’è un solo uomo che deciderà”. I vertici dell’intelligence israeliana ritengono che un attacco americano, o un’operazione congiunta, scatenerebbe quasi certamente una rappresaglia iraniana contro il territorio israeliano.

L’analista militare di Maariv, Avi Ashkenazi, ha sottolineato lo stretto coordinamento tra Israele e il Comando Centrale americano (CENTCOM). L’esercito israeliano, in particolare l’aviazione, l’intelligence militare e il Comando Nord, è in stato di allerta continua, con un monitoraggio costante focalizzato sull’Iran. Hezbollah resta una preoccupazione concreta: nonostante l’uccisione del suo storico leader Hassan Nasrallah e le operazioni israeliane contro le sue infrastrutture, il movimento libanese “ha ancora missili che possono raggiungere Tel Aviv e sicuramente il nord”, secondo la fonte israeliana.

La risposta di Teheran

L’Iran non è rimasto a guardare. Già il 23 gennaio, un alto funzionario iraniano aveva dichiarato che qualsiasi attacco sarebbe stato considerato “una guerra totale contro di noi”. “Questa volta classificheremo qualsiasi offensiva, che sia limitata, estesa, chirurgica o cinetica, come una guerra totale e reagiremo nel modo più severo possibile”, aveva avvertito.

La Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha usato toni altrettanto minacciosi. “I più forti del mondo talvolta ricevono uno schiaffo dal quale non riescono a rialzarsi”, ha dichiarato alla televisione di stato. E ha aggiunto un avvertimento esplicito sulla vulnerabilità navale americana: “Una nave da guerra è un’arma formidabile, ma l’arma capace di affondarla è ancora più pericolosa”.

Il 17 febbraio, in coincidenza con i colloqui di Ginevra, l’Iran ha parzialmente chiuso lo Stretto di Hormuz per alcune ore, ufficialmente per “precauzioni di sicurezza” durante esercitazioni militari dei Pasdaran. Lo stretto è una delle arterie vitali del commercio mondiale: vi transita circa un quinto del consumo giornaliero globale di petrolio, pari a circa 20 milioni di barili al giorno.

L’esercitazione, denominata “Smart of the Strait of Hormuz”, era chiaramente un messaggio. Per decenni, l’Iran ha coltivato la minaccia della chiusura dello stretto come arma di deterrenza economica globale. Le Guardie Rivoluzionarie hanno schierato equipaggiamento militare sulle isole di Greater Tunb, Lesser Tunb e Abu Musa, condotto operazioni di posa di mine e installato il radar bielorusso Vostok-1 per migliorare la capacità di rilevamento delle minacce aeree.

Il terrore dei Paesi del Golfo

Mentre Washington e Teheran si fronteggiano, gli alleati arabi degli Stati Uniti nella regione vivono un incubo. Arabia Saudita, Qatar, Oman, insieme a Turchia ed Egitto, sono impegnati da gennaio in un’intensa attività diplomatica per evitare il conflitto. Non per simpatia verso l’Iran, ma perché si troverebbero in prima linea nella rappresaglia iraniana.

“Possono anche desiderare un indebolimento della leadership iraniana, ma tutti sono più preoccupati da uno scenario di caos e incertezza, e dalla possibilità che elementi più radicali prendano il potere”, ha spiegato Anna Jacobs Khalaf, analista del Golfo presso l’Arab Gulf States Institute, ad Al Jazeera.

I rischi sono molteplici e concreti. Le strutture americane in Qatar, Emirati, Arabia Saudita e Bahrain diventerebbero bersagli immediati dei missili o dei droni iraniani. L’attacco del giugno 2025 alla base di Al Udeid in Qatar, pur senza vittime, resta un ricordo fresco e terrorizzante per i leader del Golfo. Ali Shamkhani, influente consigliere di Khamenei, ha suggerito che questa volta la risposta sarebbe molto più severa dello strike “largamente simbolico” su Al Udeid.

C’è poi la dimensione economica. Un eventuale blocco, anche parziale, dello Stretto di Hormuz farebbe schizzare i premi assicurativi e il prezzo del petrolio, proprio come la campagna Houthi nel Mar Rosso in risposta alle operazioni israeliane a Gaza. Lo spettro dell’inflazione piomberebbe sull’economia globale, colpendo direttamente la promessa economica di Trump agli elettori americani nell’anno delle elezioni di medio termine.

Un altro timore riguarda l’esodo di profughi. Il porto iraniano di Bandar Abbas è a breve distanza in barca da Dubai. Un conflitto che devasti l’economia iraniana o provochi un collasso interno potrebbe spingere migliaia di sfollati attraverso il mare verso gli Emirati.

Ma il paradosso più inquietante è forse un altro. Un attacco militare potrebbe indurre l’Iran ad abbandonare la dottrina ufficiale del nucleare civile e a lanciarsi nella costruzione di un’arma atomica, esattamente l’esito che la guerra dovrebbe prevenire. In assenza di un’occupazione militare totale del Paese, non esistono ostacoli materiali a una corsa alla bomba, dato il know-how accumulato da Teheran. Questo scenario costringerebbe Arabia Saudita ed Emirati a cercare il proprio deterrente nucleare, innescando una destabilizzante corsa agli armamenti regionale.

“Le ripercussioni di un collasso statale supererebbero di gran lunga ciò che il Medio Oriente ha sperimentato con i conflitti in Iraq, Siria o Yemen”, ha scritto l’analista Galip Dalay per Chatham House.

Un bivio tra guerra e negoziato

La situazione al 21 febbraio 2026 è sospesa su un filo sottile. Il ministro degli Esteri iraniano ha annunciato di aspettarsi di avere una controproposta dettagliata pronta entro pochi giorni. I negoziatori americani hanno indicato che l’Iran dovrebbe tornare al tavolo entro due settimane con proposte concrete per colmare le distanze.

Ma il dispiegamento militare prosegue senza sosta. La USS Gerald R. Ford ha attraversato lo Stretto di Gibilterra ed è ora nel Mediterraneo, in rotta verso il Medio Oriente. I bombardieri B-2 sono in stato di allerta rafforzata nelle basi americane. E secondo analisti del Center for Strategic and International Studies, lo schieramento navale attuale, con 16 navi complessive tra portaerei, navi da guerra di superficie, navi anfibie e sottomarini, è già superiore a quello del 2024 nella stessa regione.

C’è un dato che preoccupa gli osservatori più di ogni altro. Data la scala del dispiegamento, non esiste un modo per Trump di ritirare le forze senza perdere la faccia, a meno che non si raggiunga un accordo. L’escalation ha acquisito una logica propria, e il presidente americano si è spinto in un angolo da cui è difficile uscire senza un risultato tangibile, che sia un trattato o un raid.

Per un presidente che ha fatto campagna sulla promessa di evitare le guerre all’estero, Trump si trova ora a contemplare quello che sarebbe almeno il settimo intervento militare americano all’estero nell’ultimo anno, e il secondo contro l’Iran. Il Medio Oriente trattiene il fiato, in attesa della decisione di un solo uomo.

Israele sta ridisegnando la Cisgiordania

Tra l’8 e il 19 febbraio 2026 Israele ha approvato un pacchetto di misure su terre, acqua, siti archeologici e luoghi sacri in Cisgiordania. Ecco come funzionano, cosa cambia sul terreno e perché molti le considerano un’annessione di fatto.

Un febbraio che cambia la mappa

Nel giro di poche settimane, tra il 1° e il 19 febbraio 2026, Israele ha compiuto una serie di passi coordinati che modificano in profondità la gestione della Cisgiordania occupata.
Non si tratta solo di nuovi insediamenti o di un annuncio politico, ma di un insieme di decisioni amministrative, tecniche e legislative che spostano il baricentro dal controllo militare all’amministrazione civile israeliana.
Per molti osservatori, è il passaggio più organico verso un’annessione de facto degli ultimi anni, proprio perché procede silenziosamente attraverso uffici, registri e autorità di settore.

A colpire è la simultaneità: registrazione fondiaria in aree chiave, nuova autorità per il patrimonio archeologico, più poteri su acqua, ambiente e luoghi sacri anche in zone che gli accordi di Oslo avevano attribuito all’Autorità Nazionale Palestinese.
Sul terreno, queste misure si traducono in un controllo più fitto delle risorse e dello spazio, dalla classificazione dei terreni come proprietà statale alla gestione dei siti che custodiscono la memoria storica del territorio.

Il pacchetto dell’8 febbraio

La svolta si cristallizza l’8 febbraio, quando il gabinetto di sicurezza israeliano approva un pacchetto di misure per “rafforzare il controllo” in Cisgiordania.
Secondo ricostruzioni di stampa e ONG, il governo amplia i poteri di diversi ministeri su terra, acqua, ambiente e siti religiosi, estendendo la portata di norme israeliane oltre la tradizionale Area C e sconfinando, in alcuni casi, nelle aree A e B.
Si tratta di ambiti che finora erano regolati in gran parte da ordini militari oppure affidati, almeno formalmente, alle istituzioni palestinesi previste dagli accordi di Oslo.

In questo nuovo schema, ministeri civili israeliani possono intervenire su abusi edilizi, gestione delle risorse idriche, tutela ambientale e protezione di luoghi considerati sensibili dal punto di vista religioso e storico.
La mappa giuridica della Cisgiordania diventa così più sfumata, ma con un tratto chiaro: la presenza amministrativa israeliana entra, per via normativa, in spazi che prima erano considerati parte del futuro Stato palestinese.

La leadership palestinese definisce queste misure “illegali” e le legge come un attacco diretto al fragile equilibrio di Oslo, denunciando la progressiva erosione delle competenze dell’Autorità Nazionale Palestinese.
Anche da Bruxelles e da Ginevra arrivano messaggi di allarme: l’Unione Europea parla di provvedimenti incompatibili con il diritto internazionale, mentre un relatore speciale delle Nazioni Unite indica un chiaro passo avanti nel processo di annessione.

Archeologia e sovranità

Tra le novità di febbraio spicca un disegno di legge che istituisce una nuova autorità per il patrimonio archeologico e culturale della Cisgiordania, sotto l’egida del Ministero del Patrimonio israeliano.
La proposta, approvata per la prima lettura in commissione, conferisce a questo organismo poteri diretti su scavi, classificazione dei siti, gestione dei reperti e dichiarazione di aree protette in tutta la West Bank.
Ciò significa trasferire porzioni significative di competenza dall’amministrazione militare, che formalmente governa un territorio occupato, a un ente civile israeliano che opera secondo la legislazione interna.

Per molte organizzazioni che si occupano di archeologia e diritti culturali, questa è la vera novità politica.
Estendere in modo diretto la legge israeliana sui beni culturali a un territorio occupato equivale, di fatto, a trattare la Cisgiordania come parte integrante dello spazio sovrano israeliano, almeno nel campo del patrimonio.
Non è solo una questione di tutela: decidere quali siti valorizzare, come raccontarli e chi può accedervi significa anche orientare la narrazione storica e il legame simbolico con la terra.

Gli esperti sottolineano che migliaia di siti archeologici, villaggi antichi, luoghi di culto e reperti potrebbero passare sotto la responsabilità diretta di un’autorità israeliana.
Per la popolazione palestinese, questo rischia di tradursi in nuove restrizioni di accesso, in un indebolimento del proprio patrimonio culturale e in una progressiva cancellazione delle tracce materiali della presenza araba e palestinese nella regione.

La riattivazione della registrazione fondiaria

Il capitolo forse più tecnico, ma decisivo, riguarda la terra.
Tra il 14 e il 15 febbraio il governo approva la riattivazione della procedura di registrazione fondiaria in ampie porzioni dell’Area C della Cisgiordania, per la prima volta in modo sistematico dagli anni successivi al 1967.
La decisione prevede un budget pluriennale e la creazione di nuove posizioni amministrative, con l’obiettivo dichiarato di “aggiornare” e “regolarizzare” i registri.

In pratica, significa stabilire in maniera formale chi detiene il titolo di proprietà su terreni largamente privi di documentazione moderna riconosciuta dalle autorità israeliane.
Per ogni area sottoposta a registrazione, i residenti sono invitati a dimostrare il proprio diritto di proprietà con documenti, mappe catastali, contratti o prove di possesso storico.
In un contesto segnato da decenni di cambi di regime legale, dalla legge ottomana a quella giordana fino agli ordini militari israeliani, molti palestinesi faticano a produrre documenti conformi agli standard richiesti.

L’assenza di prove ritenute sufficienti apre la strada alla classificazione delle terre come “proprietà dello Stato”, cioè dello Stato di Israele, con una forte incentivazione all’uso futuro a favore di insediamenti e infrastrutture israeliane.
Per diversi ministri, questo è un punto di forza e non un effetto collaterale: esponenti della destra descrivono la registrazione fondiaria come parte della “rivoluzione degli insediamenti” e come strumento per consolidare il controllo su tutte le terre contese.

Risorse, acqua e luoghi sacri

Accanto a terra e patrimonio archeologico, le decisioni di febbraio intervengono su nodi sensibili come acqua, ambiente e siti religiosi, in particolare nelle aree di Hebron, Betlemme e della valle del Giordano.
La stampa israeliana e internazionale descrive un rafforzamento dei poteri di autorità e ispettorati israeliani, che possono operare in un raggio più ampio rispetto al passato invocando la tutela di falde idriche condivise, ecosistemi fragili o luoghi di culto meta di pellegrinaggi di massa.
Questa logica, formalmente tecnica, si sovrappone a una realtà politica in cui la gestione di un pozzo, di una sorgente o di un sito religioso può determinare gli equilibri di potere tra comunità.

Nel caso dei luoghi sacri, la possibilità di dichiarare alcuni siti “di interesse nazionale” e di sottoporli a supervisione diretta israeliana ha un peso che va oltre la sicurezza.
Per i palestinesi è la conferma di una tendenza: aree che un tempo erano sotto piena o prevalente responsabilità dell’Autorità Palestinese vengono gradualmente inglobate in una griglia di controllo israeliana, formalmente motivata da esigenze di ordine, tutela o turismo.
Il linguaggio della protezione dei siti si intreccia così con una ridefinizione dei rapporti di forza sul territorio.

Le ONG che monitorano gli sviluppi ambientali e idrici mettono in guardia contro un uso selettivo degli standard di tutela, applicati in modo più rigido ai villaggi palestinesi e più flessibile agli insediamenti.
Il risultato, avvertono, è un rafforzamento della disparità strutturale tra le due popolazioni: una con accesso privilegiato a terre, acqua e infrastrutture, l’altra sottoposta a una sovrapposizione di regimi di controllo senza pari potere decisionale.

La reazione internazionale

Il ritmo serrato delle decisioni tra l’8 e il 19 febbraio non è passato inosservato nelle capitali straniere.
L’Alto Rappresentante dell’Unione Europea e diversi commissari hanno diffuso una dichiarazione congiunta che definisce le nuove misure contrarie al diritto internazionale e un serio ostacolo alla prospettiva di due Stati.
Bruxelles richiama esplicitamente la riattivazione della registrazione fondiaria e l’estensione delle norme israeliane su aree che dovevano costituire il nucleo territoriale di un futuro Stato palestinese.

Pur senza annunciare immediatamente sanzioni, la dichiarazione europea lascia intendere che il pacchetto di misure potrebbe avere ricadute politiche nelle relazioni con Israele, soprattutto se dovesse tradursi in nuovi insediamenti o in espropri su vasta scala.
Un relatore speciale delle Nazioni Unite parla di “annessione amministrativa” e di un tentativo di normalizzare l’illegalità facendo passare misure sostanziali per semplici riforme tecniche.
Chiede a Israele di sospendere le decisioni e alla comunità internazionale di considerare strumenti di pressione più incisivi, inclusa la leva giuridica in sede internazionale.

Dal fronte palestinese, l’Autorità Nazionale e diverse forze politiche denunciano una “guerra contro la terra” che mira a svuotare di contenuto ogni futuro negoziato.
La narrativa che emerge è quella di una progressiva trasformazione della Cisgiordania in un mosaico di aree controllate direttamente da enti civili israeliani, a fronte di una giurisdizione palestinese sempre più simbolica.

Un processo di lunga durata

Le mosse di febbraio 2026 non nascono dal nulla.
Negli anni precedenti, parlamento e governo israeliano hanno più volte discusso progetti di legge che puntavano a sostituire il termine “Cisgiordania” con “Giudea e Samaria” nella legislazione e a estendere in modo selettivo l’applicazione di leggi israeliane ai coloni che vivono oltre la Linea Verde.
Parallelamente, una lunga serie di decisioni ha trasferito competenze dall’amministrazione militare, che formalmente agisce come potere occupante, a ministeri civili, soprattutto nei settori degli insediamenti, delle infrastrutture e dei trasporti.

La combinazione di questi precedenti con il pacchetto di febbraio delinea un quadro coerente.
Registrare la terra, controllare i siti archeologici, decidere l’accesso ai luoghi sacri e gestire acqua e ambiente attraverso apparati civili israeliani significa trattare la Cisgiordania come una periferia amministrativa e non come un territorio in attesa di soluzione negoziata.
Non serve una dichiarazione formale di annessione perché norme, uffici e registri producano effetti simili a quelli di un’integrazione graduale nello spazio istituzionale israeliano.

Per chi vive sul terreno, queste trasformazioni non passano attraverso dichiarazioni altisonanti, ma attraverso decisioni apparentemente tecniche.
Un ufficio che apre, un ispettore che arriva, una lettera che invita a dimostrare la proprietà di un campo coltivato da generazioni: è lì che la politica si traduce in realtà quotidiana.
In questa zona grigia tra diritto internazionale, amministrazione e politica interna israeliana si gioca una parte decisiva del futuro della Cisgiordania, ben oltre il ciclo delle notizie di queste settimane.

Come il furto dei dati di 5.000 agenti Digos aggrava il fronte tra Italia e Cina

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Nel silenzio dei data center governativi, tra il 2024 e il 2025, qualcuno è entrato nelle reti del Viminale senza farsi notare. Non ha puntato ai siti vetrina, agli obiettivi simbolici, ma alla parte più sensibile dell’infrastruttura digitale del Ministero dell’Interno. Da lì, secondo le ricostruzioni giornalistiche e investigative, ha prelevato la lista di circa 5.000 agenti della Digos, il braccio investigativo chiamato a occuparsi di terrorismo, estremismo politico e dissidenti stranieri.

Si tratta di nomi, incarichi, sedi operative, dettagli di servizio che compongono la mappa interna di una parte della sicurezza italiana. Un patrimonio informativo che, una volta uscito dal perimetro protetto dell’amministrazione, diventa vulnerabilità. Secondo più testate italiane e internazionali, dietro l’operazione ci sarebbero gruppi di hacker riconducibili all’orbita della Repubblica Popolare Cinese.

In questa storia, la cybersicurezza dello Stato non è un tema astratto, ma il punto in cui si incontrano geopolitica, intelligence e la vita concreta di migliaia di funzionari in carne e ossa.

La sottrazione dei dati e il ruolo della Digos

Il colpo, per come viene descritto, è chirurgico. Attraverso un’intrusione nella rete del Ministero dell’Interno, gli aggressori riescono a scaricare file riservati che contengono i profili di circa 5.000 agenti della Digos. Nell’elenco compaiono in particolare gli operatori impegnati nel monitoraggio del terrorismo e soprattutto nel tracciamento dei dissidenti cinesi presenti in Italia.

Questo dettaglio è cruciale. Se confermato, significa che chi ha eseguito l’operazione non si è limitato a dimostrare di poter violare un’infrastruttura, ma ha mirato a un segmento ben preciso dell’apparato di sicurezza italiano: chi guarda dentro le comunità cinesi, chi indaga sulle reti economiche e criminali legate a Pechino, chi raccoglie testimonianze di lavoratori sfruttati o imprenditori sotto pressione.

Le ricostruzioni parlano di una finestra temporale ampia, con attività malevole distribuite tra il 2024 e il 2025, in un periodo in cui l’Italia e la Cina discutevano di cooperazione su droga, cybercrime e criminalità organizzata. È in quella fase che, secondo le fonti mediatiche, sarebbero transitati nei server del Viminale i flussi di dati poi intercettati dagli intrusi.

Le fonti dell’attribuzione a Pechino

L’attribuzione alla Cina non deriva da un comunicato tecnico dettagliato pubblicato da un’agenzia nazionale di cybersicurezza, ma da un insieme di elementi raccolti da giornali e fonti investigative. La Repubblica, che ha per prima raccontato la vicenda, viene ripresa da altri media italiani che parlano esplicitamente di “hacker cinesi”.

In parallelo, siti di analisi in lingua inglese ricostruiscono la storia: un attacco che espone i dati di 5.000 ufficiali italiani impegnati nell’antiterrorismo e nella sorveglianza dei dissidenti cinesi. Il quadro viene ulteriormente rilanciato da aggregatori internazionali, che riferiscono di pirati informatici ritenuti vicini alla Cina con accesso a dati sensibili di investigatori italiani.

Nel linguaggio della sicurezza informatica, la Cina è da anni associata a gruppi di minaccia avanzata, le cosiddette APT, che combinano capacità tecniche e mandato politico. L’episodio italiano, se inserito in questa cornice, si colloca in un pattern di operazioni mirate a obiettivi governativi, infrastrutture critiche e centri di ricerca, in Europa e negli Stati Uniti.

Qui sta uno dei nodi sensibili del racconto: il termine apparato di intelligence emerge di continuo nelle analisi, ma finora senza un dossier pubblico che esponga indicatori di compromissione, log, vettori di attacco. Ciò rende l’attribuzione forte sul piano politico, ma ancora opaca sul piano tecnico per l’opinione pubblica.

Diplomazia, cooperazione e brusca frenata

L’attacco informatico non esplode in un vuoto diplomatico. Secondo diverse ricostruzioni, nel 2024 il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si era recato a Pechino per incontrare il suo omologo Wang Xiaohong, avviando un piano triennale di cooperazione su droga, cybercrime, tratta di esseri umani e criminalità organizzata. Sul tavolo c’erano anche le richieste italiane di supporto nelle indagini su reti criminali cinesi attive in Toscana e in altre regioni, tra sfruttamento lavorativo, estorsioni e violenze.

Nello stesso periodo, i magistrati italiani lanciavano appelli pubblici che hanno portato centinaia di lavoratori sfruttati e imprenditori cinesi sotto minaccia a collaborare con le autorità. In parallelo, Roma e Pechino avviavano pattugliamenti congiunti nelle aree a forte presenza cinese e progetti di formazione per agenti cinesi sul territorio italiano.

Sarebbe proprio a ridosso di questa fase che, secondo le ricostruzioni giornalistiche, l’Italia avrebbe chiesto spiegazioni a Pechino per l’intrusione informatica nei sistemi del Viminale, senza ottenere risposte soddisfacenti. Da lì, l’inaridimento del dialogo, la sospensione delle pattuglie congiunte e la decisione di congelare parte della cooperazione.

Per Roma, l’idea che un partner in materia di sicurezza possa nel frattempo sondare le sue reti interne e mappare chi indaga sulle sue comunità rappresenta una frattura profonda. Per Pechino, le accuse di cyber‑spionaggio sono ormai quasi sistemiche: la risposta standard, in casi analoghi, è la smentita e l’accusa di “politicizzazione” del tema.

In questo intreccio, la diplomazia della sicurezza diventa un esercizio di equilibrio tra necessità operative e sospetto reciproco.

I rischi concreti per gli agenti e per le indagini

Al centro della vicenda ci sono gli agenti, non i server. I dati sottratti non riguardano semplici account di posta o credenziali tecniche, ma l’identità e il ruolo operativo di funzionari che vivono sotto vincoli di riservatezza e, spesso, di esposizione personale. L’elenco delle persone coinvolte equivale a una mappa di chi, nello Stato, è incaricato di osservare e intervenire su fronti sensibili.

Se qualcuno conosce il nome di un investigatore, il suo incarico e la sua sede, può incrociare questi elementi con informazioni raccolte su strada, intercettazioni, fonti aperte. Può cercare di identificarne i contatti, ricostruire la rete di relazioni, capire chi incontra, chi interroga, quali ambienti frequenta. In casi estremi, può valutare se esercitare pressioni su persone a lui vicine, anche solo in forma di intimidazione indiretta.

Per gli investigatori impegnati sul fronte dei dissidenti cinesi, il rischio è duplice. Da un lato, l’esposizione personale nei confronti di apparati di sicurezza stranieri che potrebbero seguirne i movimenti anche fuori dall’Italia. Dall’altro, la possibilità che chi ha parlato con loro, confidando nella discrezione dello Stato italiano, si senta improvvisamente smascherato e vulnerabile.

Si tratta di un effetto che va oltre la singola operazione informatica. Se la percezione di sicurezza delle fonti viene meno, l’intero circuito di raccolta di informazioni su reti criminali e politiche legate alla Cina può indebolirsi, rallentare, chiudersi.

In questo senso, l’esposizione dei dati non è solo un danno alla privacy degli agenti, ma un potenziale colpo alla capacità investigativa italiana su uno dei dossier più delicati dell’agenda interna.

Una falla che si inserisce in un pattern

L’attacco al Viminale non è un episodio isolato nel panorama italiano. Negli ultimi anni, diverse inchieste hanno documentato intrusioni in istituzioni pubbliche, fughe di dati di massa e campagne di spionaggio prolungate. In un caso recente, è emerso un maxi data breach con informazioni su centinaia di migliaia di persone, compresi vertici istituzionali, finiti in mani private.

Sul versante specificamente legato alla Cina, analisi tecniche e procedimenti giudiziari internazionali hanno più volte collegato individui e aziende cinesi a operazioni di cyber‑spionaggio su larga scala. In Italia, un cittadino cinese è stato arrestato in esecuzione di un mandato statunitense, accusato di aver collaborato con gruppi APT vicini agli apparati di sicurezza di Pechino in campagne contro agenzie governative e università americane.

In questo contesto, l’episodio dei 5.000 agenti Digos appare come un tassello ulteriore di una partita che si gioca su più livelli: vulnerabilità infrastrutturali, presenza di fornitori esterni, complessità delle catene di manutenzione, ritardi nell’adozione di standard di sicurezza aggiornati. Una partita in cui gli attaccanti sembrano spesso avere un vantaggio di tempo, risorse e libertà d’azione rispetto alle difese.

Il termine “cyber‑resilienza” è ormai onnipresente nei documenti ufficiali, ma casi come questo mostrano quanto sia difficile tradurre concetti e linee guida in pratiche quotidiane robuste, soprattutto all’interno di amministrazioni ampie e stratificate.

La fragilità strutturale delle reti pubbliche, quando tocca direttamente gli apparati di sicurezza, diventa anche fragilità politica.

Il fronte politico interno e le domande senza risposta

La rivelazione del furto dei dati Digos ha immediatamente aperto un fronte politico interno. Le opposizioni hanno chiesto chiarimenti al ministro dell’Interno e al governo nel suo complesso, domandando come sia stato possibile un attacco a quel livello e quali misure siano state adottate per proteggere gli agenti coinvolti. Diverse interrogazioni parlamentari, riportate dai media, puntano su due aspetti: la trasparenza verso l’opinione pubblica e la concretezza delle contromisure.

L’esecutivo si muove in un equilibrio delicato. Da un lato, la necessità di rassicurare i cittadini, le forze di polizia e i partner internazionali sulla tenuta dei sistemi di sicurezza. Dall’altro, il timore che una comunicazione troppo dettagliata possa esporre ulteriormente le falle, offrendo informazioni preziose a chi volesse replicare l’attacco.

Nel frattempo, la narrazione pubblica resta affidata in larga parte alle inchieste giornalistiche e alle analisi di think tank e media specializzati. Alcuni di questi sottolineano l’asimmetria tra la portata dell’episodio e la relativa scarsità di spiegazioni tecniche diffuse dalle istituzioni. Altri insistono sul rischio che la vicenda sia assorbita nel flusso della cronaca senza diventare davvero un punto di svolta nelle politiche di cybersicurezza.

Resta aperta una domanda di fondo: quanto a lungo un Paese può convivere con una superficie d’attacco così ampia senza ripensare radicalmente i propri sistemi, le proprie priorità e il modo di concepire la sicurezza, digitale e umana. È una domanda che non riguarda solo l’Italia, ma che in questo caso passa, in modo molto concreto, per la vita e il lavoro di 5.000 persone, e per la credibilità complessiva delle istituzioni chiamate a proteggerle.

Chrome sotto assedio: oltre 300 estensioni malevole spiano 37 milioni di utenti

Più di 300 estensioni Chrome usate per spiare gli utenti. È l’immagine che emerge da una nuova indagine di sicurezza: add‑on apparentemente innocui, spesso presentati come strumenti di produttività o assistenti AI, hanno raccolto e in alcuni casi rubato dati sensibili di decine di milioni di persone in tutto il mondo. Dietro l’interfaccia rassicurante del Web Store, si è consolidato un ecosistema opaco di broker di dati, operatori pubblicitari aggressivi e attori sospettati di attività di sorveglianza, che sfruttano le estensioni come cavallo di Troia nel browser.

Un ecosistema di 300 estensioni e 37 milioni di utenti

Secondo l’analisi condotta dal ricercatore indipendente noto come Q Continuum, oltre 300 estensioni per Chrome presentano comportamenti di tracciamento invasivo o chiaramente malevoli, con più di 37 milioni di installazioni complessive. Nel cuore del problema ci sono 287 estensioni che inviano in modo sistematico la cronologia di navigazione e le pagine dei risultati dei motori di ricerca a server esterni. Per almeno 153 di queste, la trasmissione dei dati inizia immediatamente dopo l’installazione, senza alcuna interazione aggiuntiva da parte dell’utente.

Il meccanismo è sempre lo stesso: la funzione promessa è reale o quantomeno plausibile, ma in parallelo l’estensione raccoglie ogni URL visitato, ogni ricerca effettuata, talvolta ogni clic tracciabile, e lo inoltra verso infrastrutture che non hanno alcuna trasparenza pubblica. In alcuni casi il traffico non è neppure adeguatamente protetto, lasciando i dati esposti a intercettazioni di terzi lungo il percorso di rete. Dietro questa rete di componenti si intravedono almeno 32 entità diverse, alcune già note per aver distribuito spyware tramite estensioni di browser in passato.

L’ipotesi, avanzata dagli stessi ricercatori, è che un broker di dati agisca come snodo centrale, acquistando o raccogliendo le informazioni provenienti da estensioni sviluppate da soggetti differenti e monetizzandole sul mercato pubblicitario o per usi più difficili da tracciare. È un mosaico complesso, in cui la promessa di piccoli vantaggi per l’utente nasconde un’economia sommersa fondata sull’estrazione sistematica di informazioni.

Il confine poroso tra tracking e furto di dati

La maggior parte delle estensioni individuate si colloca in una zona grigia: i dati raccolti vengono presentati come funzionali alla personalizzazione o all’analisi, ma di fatto costituiscono un tracciamento capillare dell’attività online dell’utente. La cronologia di navigazione, combinata con le query sui motori di ricerca, permette di ricostruire profili dettagliati: interessi politici, stato di salute, situazione finanziaria, abitudini di consumo. Nelle mani sbagliate, questo flusso diventa materiale per campagne di phishing mirato, ricatti, deanonimizzazione di utenti che credono di navigare in modo privato.

Alcune estensioni, però, vanno oltre il tracciamento e mostrano un comportamento che assomiglia più a un furto diretto di contenuti. In una trentina di casi il codice non si limita a registrare gli URL, ma estrae il contenuto delle pagine visitate, comprese schermate di login e aree protette. Il browser, in quanto intermediario fidato, diventa così il punto da cui prelevare testi, credenziali e informazioni che l’utente non immaginerebbe mai di esporre a terzi.

Questo slittamento dal tracking al furto è favorito da un’architettura di permessi che, una volta concessa, offre alle estensioni una capacità di ispezione del traffico paragonabile a quella di un keylogger o di uno spyware. L’utente concede l’accesso “a tutti i siti web visitati” con un semplice clic su Aggiungi a Chrome, spesso senza piena consapevolezza delle implicazioni. Il risultato è che un gesto percepito come routine spalanca in realtà una finestra ampia sulla vita digitale della persona.

Il volto seducente delle false estensioni AI

All’interno di questo scenario più ampio, una sotto‑campagna spicca per la capacità di sfruttare l’immaginario contemporaneo legato all’intelligenza artificiale. Esperti di sicurezza hanno documentato almeno 30 estensioni che si presentano come assistenti AI per la navigazione, la traduzione o il supporto alla scrittura, ma che in realtà partecipano a un’unica operazione coordinata di esfiltrazione di dati, battezzata “AiFrame”.

Queste estensioni, con oltre 300 mila installazioni complessive, imitano servizi noti come ChatGPT o Gemini, utilizzando nomi e icone che richiamano brand già familiari al grande pubblico. Dietro l’interfaccia, però, non implementano funzioni AI locali: l’intera esperienza viene resa tramite un iframe a schermo intero che carica contenuti da un dominio remoto controllato dagli operatori. Questo stratagemma consente di modificare il comportamento dell’estensione senza passare da un nuovo controllo sullo store, perché la logica vera si sposta lato server.

In parallelo, il codice in background utilizza una libreria per estrarre il contenuto di ogni pagina visitata, incluse quelle di autenticazione. Il risultato è che testi, porzioni di pagine e dati potenzialmente sensibili vengono inviati ai server degli attaccanti, al di fuori di ogni controllo da parte dei siti coinvolti. È un modello che unisce ingegneria sociale, abuso di brand AI e architetture web flessibili in un’unica catena di sfruttamento.

Gmail sotto attacco: l’anello debole nella posta

Uno degli aspetti più allarmanti riguarda il modo in cui alcune di queste estensioni prendono di mira la posta elettronica. Un sottoinsieme di plugin usa uno script dedicato che si attiva all’apertura di mail.google.com, iniettando elementi grafici e logiche aggiuntive nella pagina. In apparenza, si tratta di piccole funzioni di assistenza, come riassunti automatici o suggerimenti basati sull’intelligenza artificiale. Dietro le quinte, però, lo script legge il contenuto visibile dei messaggi direttamente dal DOM e lo estrae ripetutamente.

In questo modo, non solo le email già inviate o ricevute, ma anche le bozze ancora in fase di scrittura possono essere catturate e inviate a server esterni. Il testo delle conversazioni e i metadati contestuali finiscono fuori dal perimetro di sicurezza di Gmail, vanificando le protezioni crittografiche o le difese lato server. È come se qualcuno si sedesse alle spalle dell’utente mentre legge la posta, copiando i messaggi riga per riga.

Per aziende e professionisti, l’impatto potenziale è enorme: strategie interne, documenti confidenziali, comunicazioni legali e dati personali dei clienti possono essere raccolti in blocco senza alcun segnale visibile all’utente. In un’epoca in cui molta della comunicazione business passa proprio da Gmail e da interfacce web analoghe, queste estensioni trasformano il browser in un punto di fuga privilegiato per il furto di informazioni.

Voce, credenziali, dati sensibili: il browser come microfono

Le estensioni incriminate non si limitano al testo. Alcune includono un meccanismo di riconoscimento vocale remoto basato sulle API di Web Speech, capace di attivare la registrazione e la trascrizione dell’audio direttamente dal browser. A seconda dei permessi concessi, è teoricamente possibile intercettare frammenti di conversazioni ambientali o di meeting online, trasformandoli in testo da inviare agli operatori della campagna. Per l’utente, la funzione appare come un semplice comando vocale, un aiuto per dettare testi o impartire istruzioni, ma la destinazione di quelle parole non è affatto trasparente.

In parallelo, le estensioni analizzate sono in grado di raccogliere credenziali e dati di autenticazione da pagine di login, sfruttando il fatto di poter leggere il contenuto delle pagine prima e dopo l’inserimento delle password. In alcuni casi, gli script sono progettati per riconoscere pattern tipici di moduli di login o di form sensibili e copiarne i contenuti per l’esfiltrazione. È una modalità più silenziosa e difficile da rilevare rispetto ai classici keylogger, perché lavora a livello di DOM e sfrutta i privilegi concessi dalle API delle estensioni.

Il quadro che ne emerge è quello di un browser che non è più soltanto una finestra sul web, ma un sensore pervasivo: osserva, ascolta, archivia, inoltra. La differenza, nel bene e nel male, la fa il codice che l’utente ha accettato di installare con un clic apparentemente innocuo.

Il ruolo di Google e i limiti della moderazione

La vicenda delle oltre 300 estensioni malevole riaccende i riflettori sul ruolo delle grandi piattaforme nel controllo dei loro ecosistemi. Il Chrome Web Store, pur essendo presentato come uno spazio relativamente sicuro, ha già conosciuto episodi simili: in passato erano state scoperte centinaia di estensioni usate per operazioni di malvertising aggressivo, con milioni di installazioni. Anche allora, la rimozione da parte di Google era arrivata dopo la segnalazione da parte di ricercatori indipendenti, non come risultato di un monitoraggio preventivo sistematico.

Nel caso delle estensioni AI, alcune risultavano ancora disponibili nello store anche dopo la divulgazione della ricerca, con decine di migliaia di utenti attivi. Alcune sono state rimosse, mentre altre sono ricomparse con nomi diversi ma con lo stesso identificativo interno, un dettaglio che complica ulteriormente la capacità dell’utente medio di orientarsi. La reattività della moderazione e il peso delle segnalazioni esterne diventano così parte centrale del dibattito.

Il problema di fondo è strutturale: un modello economico basato sulla raccolta di dati e sulla profilazione pubblicitaria rende difficile tracciare una linea netta tra estensioni “aggressive ma legittime” e strumenti chiaramente ostili. Finché il valore dei dati resta così alto, ogni spazio di ambiguità nei permessi o nei controlli diventa una porta aperta per operatori spregiudicati.

Come si infiltra la minaccia nelle abitudini quotidiane

Per comprendere la portata del fenomeno, bisogna uscire dal linguaggio tecnico e osservare l’impatto sulla vita digitale di ogni giorno. Molti di questi componenti aggiuntivi si presentano come soluzioni a problemi reali: riassumere testi lunghi, tradurre pagine, gestire schede multiple, migliorare la produttività in ufficio. L’utente li trova spesso consigliati in articoli, video tutorial, forum, o li scopre scorrendo le sezioni in evidenza del Web Store, dove un alto numero di installazioni e recensioni positive crea un’illusione di affidabilità.

Il modello del cosiddetto “sleeper agent” mostra come alcune estensioni possano nascere pulite per poi diventare malevole dopo un aggiornamento, magari in seguito alla vendita del progetto a terzi. L’utente che le ha installate mesi prima non riceve allarmi evidenti: vede soltanto l’icona già familiare continuare a fare ciò che ha sempre fatto, mentre il codice aggiornato inizia a raccogliere informazioni in silenzio. L’abitudine e la fiducia verso uno strumento che “ha sempre funzionato” diventano così parte integrante della superficie d’attacco.

È in questo spazio quasi invisibile, tra l’azione tecnica dello sviluppatore e la routine quotidiana dell’utente, che la minaccia si consolida. Ogni automatismo, ogni clic dato per scontato, ogni estensione installata senza un riesame periodico contribuisce a rendere il browser un ambiente più vulnerabile di quanto appaia.

Cosa possono fare gli utenti, cosa devono fare le piattaforme

Di fronte a una campagna così estesa, la responsabilità non può essere scaricata interamente sull’utente, ma alcune misure di difesa restano imprescindibili. Gli esperti suggeriscono di limitare le estensioni al minimo indispensabile, rimuovendo quelle che non vengono utilizzate da tempo e diffidando dei componenti che richiedono accesso a “tutti i siti” per funzioni che sembrano non averne bisogno. In presenza di estensioni sospette o riconducibili alle liste pubblicate dai ricercatori, è consigliabile revocare l’installazione e cambiare le password dei servizi utilizzati dal browser, in particolare posta elettronica e piattaforme finanziarie.

Le piattaforme, dal canto loro, si trovano davanti a un bivio tra apertura dell’ecosistema e controllo più stretto. Un modello di revisione più rigoroso, accompagnato da un monitoraggio continuo del traffico generato dalle estensioni, potrebbe ridurre il margine per operazioni di massa come quella emersa in queste settimane. Ma qualsiasi cambiamento strutturale andrebbe a toccare anche sviluppatori legittimi e strumenti che basano il proprio valore su analisi dei dati lato client, alimentando un inevitabile conflitto tra privacy, innovazione e business.

La vicenda delle oltre 300 estensioni malevole mostra quanto sia fragile il patto di fiducia tra utenti e piattaforme in un ambiente dove la soglia di installazione è bassissima e i confini tra aiuto e intrusione sono sempre più sottili. Proteggere il browser, oggi, significa non solo scegliere con attenzione ciò che si installa, ma interrogarsi su quale prezzo si è davvero disposti a pagare in cambio di qualche funzionalità in più.


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Chrome sotto assedio: oltre 300 estensioni malevole spiano 37 milioni di utenti

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Un’indagine su oltre 300 estensioni Chrome rivela una vasta operazione di tracciamento e furto di dati: AI fasulle, Gmail nel mirino, broker di dati e falla nella sicurezza del Web Store.

Cina, Iran, Russia e Corea del Nord stanno assediando il cuore dell’industria della difesa globale

Secondo una nuova ricostruzione di Google Threat Intelligence Group, l’industria della difesa globale è sottoposta a un assedio silenzioso ma costante da parte di attori legati a Cina, Iran, Russia e Corea del Nord. Non si tratta di episodi isolati, ma di un ecosistema di campagne parallele che colpiscono aziende, fornitori, ricercatori, singoli dipendenti, fino ai nodi più periferici delle catene di fornitura. L’obiettivo è accumulare vantaggio strategico in tempo di pace, creando le condizioni per muoversi più velocemente in caso di crisi.

Nel mirino c’è la cosiddetta Defense Industrial Base, l’insieme di imprese, subappaltatori, fornitori e centri di ricerca che sviluppano sistemi d’arma, tecnologie dual use, software di comando e controllo, ma anche componenti industriali apparentemente comuni che possono essere riconvertiti a uso militare. È un bersaglio diffuso, distribuito e spesso meno protetto rispetto alle infrastrutture governative, ma altrettanto decisivo per la tenuta militare di un paese.

Dalle intrusioni nelle catene di fornitura alle false offerte di lavoro per tecnici specializzati, dagli attacchi ai sistemi di messaggistica militare ai malware nascosti in app Android apparentemente innocue, emerge un quadro di guerra cibernetica a bassa intensità ma ad alta continuità.

Quattro direttrici di attacco

Il rapporto di Google individua quattro grandi direttrici attraverso cui si articola la pressione informatica sulla difesa: il collegamento diretto con il campo di battaglia ucraino, l’aggiramento delle difese aziendali tramite i dipendenti, lo sfruttamento degli apparati di frontiera delle reti e, infine, il punto più fragile di ogni ecosistema industriale, la supply chain della difesa.

La prima direttrice è legata alle operazioni connesse alla guerra russa in Ucraina, dove l’uso massiccio di droni, sistemi digitali di comando e comunicazione cifrata ha trasformato smartphone, tablet e laptop in estensioni del fronte. Gruppi russi come APT44 (Sandworm) o cluster come TEMP.Vermin, UNC5125, UNC5792 e UNC4221 hanno preso di mira sistemi di messaggistica come Telegram e Signal, app di gestione del campo di battaglia come Delta e Kropyva, e piattaforme dedicate alle unità UAV.

La seconda direttrice è più sottile e meno appariscente: colpire le persone, non i sistemi. Coreani e iraniani, in particolare, hanno sviluppato campagne che ruotano attorno al reclutamento fittizio, alle offerte di lavoro false, ai portali di selezione manomessi, sfruttando le aspettative di ingegneri, sviluppatori e figure chiave del comparto difesa. Invece di forzare un perimetro tecnico, l’attacco passa dalla fiducia individuale dei dipendenti.

La terza linea si gioca sugli edge devices, cioè tutti quei dispositivi di frontiera come VPN, router, firewall e appliance che spesso sfuggono ai sistemi di monitoraggio interni più avanzati. Qui agiscono soprattutto i gruppi di matrice cinese, che colpiscono vulnerabilità zero‑day per installarsi ai margini delle reti e muoversi con lentezza, invisibili per mesi.

La quarta direttrice è la più trasversale: le catene di produzione e fornitura. A partire dal 2020, il settore manifatturiero è il più rappresentato nei siti di data leak connessi al ransomware, e tra quelle aziende figurano anche produttori di componenti impiegati in ambito militare. Basta che una casa automobilistica che produce anche veicoli militari subisca un attacco per fermare per settimane interi flussi di produzione.

In questo scenario, la parola resilienza industriale non indica solo la robustezza tecnica delle reti, ma la capacità di un intero ecosistema di reggere a una serie di shock distribuiti nel tempo.

Russia: dal fronte ucraino alla disinformazione

La componente russa della minaccia ha un legame diretto con il conflitto in Ucraina, ma non si esaurisce sul campo. Attori come APT44 hanno tentato di esfiltrare dati da app di messaggistica cifrate, spesso dopo aver avuto accesso fisico a dispositivi catturati o compromessi, utilizzando strumenti ad hoc per decifrare e rubare i dati della versione desktop di Signal.

Altri cluster, come UNC5125, hanno colpito gli operatori di droni con campagne mirate, usando sondaggi su Google Forms per raccogliere informazioni sulle unità, sui numeri di telefono e sugli strumenti preferiti di comunicazione, per poi distribuire malware come MESSYFORK attraverso le app di messaggistica più diffuse. Lo stesso gruppo ha impiegato anche malware Android, come GREYBATTLE, per sottrarre credenziali e dati dai dispositivi di operatori UAV sfruttando siti che imitavano aziende di intelligenza artificiale militare.

Cluster come UNC5792 e UNC4221 hanno sfruttato le funzionalità di collegamento dei dispositivi su Signal per agganciare gli account delle vittime e leggere conversazioni in tempo reale, o hanno distribuito app Android malevole che si spacciavano per strumenti di gestione del campo come Delta. In alcuni casi, il vettore è stato un semplice link di gruppo apparentemente legittimo, trasformato in porta d’ingresso per un dispositivo controllato dagli aggressori.

Accanto a queste operazioni di spionaggio sui sistemi militari, si inserisce il ruolo di hacktivisti filo‑russi, come KillNet e altri collettivi, che usano attacchi DDoS, campagne di doxxing e presunte fughe di documenti per colpire aziende della difesa e figure politiche in Ucraina e nei paesi alleati. A volte il danno è limitato, a volte serve a coprire attività più sofisticate, creando rumore e confusione.

Questo mosaico di azioni mostra come informazione e disinformazione siano ormai due lati della stessa strategia cibernetica: rubare dati, selezionare quelli più utili a fini operativi e trasformarne altri in arma narrativa.

Corea del Nord e Iran: il lavoro come cavallo di Troia

Se la Russia appare concentrata sul teatro ucraino e sugli apparati militari direttamente collegati al conflitto, Corea del Nord e Iran hanno affinato un’altra forma di attacco: colpire i nodi umani della difesa e sfruttare la ricerca di lavoro come punto d’ingresso. La superficie esposta non è più solo la rete aziendale, ma l’intero ciclo di carriera di chi lavora nella sicurezza e nella difesa.

Da anni Pyongyang utilizza la figura dell’“IT worker” all’estero come asset operativo ed economico: professionisti che, spesso con identità falsificate, riescono a ottenere posizioni remote in aziende occidentali, anche nel settore difesa, per sottrarre dati sensibili e generare flussi finanziari da inviare al regime. Nel 2025 il Dipartimento di Giustizia statunitense ha reso nota un’ampia operazione di contrasto a queste reti, con arresti e sequestri in decine di sedi, legati anche all’intrusione in aziende coinvolte nello sviluppo di tecnologie basate su intelligenza artificiale e difesa.

All’interno di questo ecosistema si muovono gruppi come APT45, APT43 e UNC2970, associato al Lazarus Group, che hanno preso di mira specificamente dipendenti e candidati di aziende del comparto difesa, spesso fingendosi recruiter o offrendo posizioni di alto profilo con salari competitivi. In alcuni casi, questi gruppi hanno usato strumenti di intelligenza artificiale generativa per profilare i bersagli, analizzare curricula, mappare ruoli e retribuzioni, costruendo identità di recruiting quasi perfettamente credibili.

Dall’altra parte, gruppi iraniani come UNC1549 e UNC6446 hanno sfruttato finti portali di selezione, false job offer, applicazioni di “resume builder” e test di personalità per distribuire malware sui computer di ingegneri e tecnici che lavorano in aziende aerospaziali e di difesa in Medio Oriente, Europa e Stati Uniti. L’interfaccia dell’app appare legittima, ma in background il codice malevolo raccoglie informazioni sul sistema e sulle credenziali degli utenti.

Il passaggio dall’attacco “perimetrale” all’attacco centrato sull’individuo è forse uno dei cambi di paradigma più significativi: la career path di un ingegnere diventa a sua volta superficie d’attacco, tanto quanto un server esposto su internet.

Cina: gli attacchi sui margini della rete

Tra gli attori statali, la Cina è oggi il principale protagonista in termini di volume di operazioni di spionaggio che hanno nel mirino l’industria della difesa. L’attenzione non è solo sulla sottrazione di proprietà intellettuale per accelerare i propri programmi di modernizzazione militare, ma anche sulla conquista di posizioni di lungo periodo nelle infrastrutture digitali occidentali.

Negli ultimi anni i gruppi legati a Pechino hanno mostrato una forte preferenza per lo sfruttamento di vulnerabilità zero‑day su dispositivi di frontiera come VPN, router, switch e appliance di sicurezza, spesso privi di strumenti avanzati di rilevamento. Dal 2020 sono state sfruttate oltre due dozzine di vulnerabilità di questo tipo, distribuite su una decina di vendor, con un’attenzione marcata al settore difesa e ai contractor strategici.

Attori come UNC3886 e UNC5221 si sono distinti per operazioni particolarmente silenziose e persistenti, con malware come BRICKSTORM rimasto annidato nelle reti colpite per una media di oltre un anno prima di essere individuato. Altri cluster, come APT5, hanno bersagliato dipendenti attuali ed ex di grandi contractor aerospaziali e della difesa tramite campagne di phishing su email personali, costruite attorno a inviti ad eventi di settore, corsi di formazione o comunicazioni legate alle elezioni locali.

Ancora più sofisticato il comportamento di gruppi come UNC3236, associato a Volt Typhoon, che hanno condotto attività di ricognizione su portali di login usati da contractor militari nordamericani, nascondendo l’origine del traffico dietro reti di router compromessi e infrastrutture di offuscamento dedicate. Per complicare ulteriormente l’attribuzione, diversi gruppi cinesi hanno iniziato a usare reti di Operational Relay Box, dispositivi domestici o commerciali compromessi che fungono da ponte per il traffico malevolo.

In questo contesto, l’uso offensivo dell’intelligenza artificiale generativa è diventato un moltiplicatore di potenza: modelli avanzati vengono utilizzati in tutte le fasi dell’attacco, dalla scrittura di phishing più credibili alla generazione o adattamento di codice per exploit e strumenti di post‑intrusione.

La supply chain sotto pressione

Se il cuore dell’analisi è il collegamento tra quattro potenze e una costellazione di gruppi statali, criminali e hacktivisti, il punto di vulnerabilità più evidente resta la catena di fornitura. Su questo terreno convergono motivazioni diverse: dal riscatto economico legato al ransomware all’interesse geopolitico per la mappatura dettagliata delle capacità industriali di un paese.

Il rapporto evidenzia che dal 2020 il settore manifatturiero è il più colpito nei data leak legati al ransomware, e che molte di queste aziende producono componenti dual use direttamente o indirettamente collegati alla difesa. Un attacco rilevante nel 2025 a un produttore automobilistico britannico che fabbrica anche veicoli militari ha rallentato la produzione per settimane, con impatti su migliaia di organizzazioni collegate.

Parallelamente, si osserva la circolazione, nei forum underground, di accessi e dati rubati da grandi contractor e imprese collegate al settore difesa, offerti da figure che mettono in vendita interi pacchetti di credenziali e mappe di rete. Questo mercato grigio non è solo un rischio per la proprietà intellettuale, ma anche una minaccia di sicurezza nazionale, perché consente ad attori statali di acquistare sul mercato nero ciò che non sono riusciti a ottenere con operazioni dirette.

La progressiva convergenza tra spionaggio, estorsione e sabotaggio rende la continuità operativa delle filiere una questione strategica, non solo economica. Una singola interruzione può generare ritardi a cascata su programmi militari, esportazioni sensibili, manutenzione di sistemi d’arma già dispiegati.

Un assedio a bassa intensità e lunga durata

Dalla lettura incrociata del rapporto di Google e delle valutazioni pubbliche dei governi occidentali emerge un quadro meno spettacolare dei grandi blackout o degli attacchi catastrofici, ma forse più preoccupante. Ciò che colpisce non è tanto un singolo evento, quanto la continuità dell’azione: piccole brecce, accessi parziali, campagne mirate su gruppi ristretti di bersagli, infiltrazioni silenziose di edge devices e fornitori di secondo o terzo livello.

In questo contesto, l’industria della difesa appare come un ecosistema sottoposto a una forma di stress cronico. Il perimetro non è più il datacenter di un grande contractor, ma la rete di relazioni che collega aziende di nicchia, consulenti, fornitori di software, piattaforme di comunicazione, applicazioni di reclutamento, infrastrutture cloud, dispositivi domestici trasformati in nodi di relay.

I governi hanno iniziato a riconoscere pubblicamente questo scenario, parlando sempre più spesso di minaccia “tutto, ovunque, contemporaneamente” a infrastrutture critiche e settori chiave, compresa la difesa. Allo stesso tempo, la linea di demarcazione tra attori statali, gruppi criminali e hacktivisti è diventata più sfumata: i primi usano i secondi come copertura, mentre questi ultimi si muovono spesso in zone grigie, alimentate da vendette personali, ideologia o semplice ricerca di notorietà.

Per chi guarda al futuro della sicurezza internazionale, la lezione centrale di questi rapporti è che la superiorità tecnologica nel lungo periodo non dipende solo da quanti droni, sensori o sistemi d’arma un paese è in grado di schierare, ma da quanto riesce a proteggere, nel tempo, la trama industriale e umana che li rende possibili. È lì che oggi si gioca, silenziosamente, una parte decisiva dell’equilibrio di potenza globale.

Gli Stati Uniti accusano la Cina di un test nucleare segreto

Pechino nega e rilancia le critiche a Washington. Sullo sfondo, la promessa di Donald Trump di riportare gli Stati Uniti all’era delle prove atomiche riapre una faglia nella fragile architettura del controllo degli armamenti.

L’evento del 2020 a Lop Nur

Al centro del caso c’è un tremore sismico registrato il 22 giugno 2020 in Asia centrale, con una magnitudo di circa 2,75–2,76, captato da una stazione in Kazakhstan. L’epicentro, secondo gli analisti statunitensi, sarebbe stato localizzato a circa 450 miglia dal poligono nucleare di Lop Nur, il principale sito cinese per le prove atomiche sin dagli anni Sessanta.

Christopher Yeaw, oggi Assistant Secretary per il controllo degli armamenti al Dipartimento di Stato, sostiene che il segnale sia “abbastanza coerente” con una piccola esplosione sotterranea, non con un terremoto naturale né con una semplice attività di miniera. La stima dell’energia sprigionata resta incerta, anche perché, secondo l’accusa, la Cina avrebbe adottato tecniche per attenuare artificialmente l’onda sismica.

Secondo Yeaw, l’evento sarebbe almeno “supercritico”, cioè un tipo di test che coinvolge materiale fissile in quantità tale da innescare un rilascio di energia significativo, pur senza sviluppare una vera e propria reazione a catena come in un’esplosione nucleare completa. Gli Stati Uniti riconoscono però che, sulla base dei soli dati pubblici, è impossibile determinare con precisione la potenza dell’eventuale test.

L’accusa americana e il calcolo politico

La rivelazione è arrivata in modo calibrato. Un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha scelto il palco di un think tank conservatore a Washington, l’Hudson Institute, per offrire una versione più dettagliata dell’episodio, presentato come prova che la Cina avrebbe violato lo spirito, se non la lettera, della moratoria globale sui test nucleari.

Già nei giorni precedenti, un altro esponente del Dipartimento di Stato, Thomas DiNanno, aveva parlato in sede diplomatica di test esplosivi cinesi con rese fino a “centinaia di tonnellate”, accennando a preparativi prolungati e a presunte tecniche di “decoupling” per mascherare le detonazioni. L’episodio del 22 giugno 2020 viene così inserito in una narrativa più ampia: quella di una Cina che sperimenta in segreto mentre gli Stati Uniti, è l’argomento di Trump, hanno legato le proprie mani accettando vincoli unilaterali.

La tempistica non è neutra. L’uscita pubblica sui dettagli del presunto test cinese arriva a pochi mesi dall’annuncio con cui Trump ha ordinato al Pentagono di preparare la ripresa delle prove nucleari statunitensi, rompendo una moratoria di fatto in vigore dal 1992. La Casa Bianca presenta la mossa come risposta a Russia e Cina, accusate di condurre test clandestini in siti remoti e ben schermati.

Per la campagna di Trump, fare luce su un episodio controverso del 2020 ha una funzione precisa. Serve a giustificare un cambio di dottrina, a mostrare agli alleati che l’America non intende più farsi ingannare da potenze rivali, e a segnalare agli elettori che il presidente vuole rafforzare la postura nucleare degli Stati Uniti di fronte a un mondo percepito come più ostile.

Le prove tecniche e i dubbi degli esperti

La solidità del caso americano, però, è tutt’altro che indiscussa. Il segnale del 22 giugno 2020 è stato registrato, per quanto è noto, da una sola stazione sismica, un elemento che limita la possibilità di discriminare con certezza tra un’esplosione artificiale e un piccolo evento naturale.

L’Organizzazione del Trattato per la messa al bando totale dei test nucleari, che gestisce una rete globale di monitoraggio, ha confermato l’esistenza di almeno due eventi sismici minori nell’area, ma ha precisato che i dati disponibili non consentono di determinarne la causa. Alcuni sismologi indipendenti hanno sottolineato che segnali di questa intensità possono essere compatibili anche con micro-terremoti o frane sotterranee, specie in zone geologicamente complesse.

Yeaw e altri funzionari americani richiamano il concetto di “decoupling”: realizzare una cavità sotterranea ampia, far detonare l’ordigno in un ambiente che smorza le onde sismiche e riduce la percezione all’esterno. È una tecnica conosciuta dagli anni della Guerra fredda e studiata proprio per eludere i sistemi di verifica dei trattati. Per Washington, il fatto che i dati siano “strani” e difficili da interpretare costituirebbe una possibile prova, non un’attenuante.

Diversi esperti di controllo degli armamenti invitano però alla cautela, ricordando che la credibilità delle accuse su test segreti è un bene delicato, soprattutto dopo gli errori di intelligence commessi in passato su altri dossier strategici. La scelta di rendere pubblica un’analisi ancora parziale, per molti analisti, rivela quanto il piano tecnico si intrecci con quello politico.

Cosa succede davvero a Lop Nur

Al di là dell’evento del 2020, c’è un dato difficilmente contestabile: il sito di Lop Nur è tutt’altro che abbandonato. Immagini satellitari analizzate da centri di ricerca statunitensi mostrano negli ultimi anni nuove strade, infrastrutture logistiche e almeno un tunnel aggiuntivo scavato nelle montagne che circondano l’area di test.

Tong Zhao, senior fellow al Carnegie Endowment for International Peace, descrive un complesso molto attivo, in cui la Cina investe per mantenere e probabilmente ampliare le capacità connesse alle prove nucleari, che si tratti di esperimenti subcritici, test idrodinamici o, nella lettura americana, esplosioni a bassa resa coperte da misure di mitigazione. Questa attività non equivale automaticamente a violazioni, ma segnala una priorità strategica.

Secondo Zhao, Pechino potrebbe avere diversi motivi per condurre test a bassa intensità. Fra questi cita lo sviluppo di armi nucleari tattiche, pensate per scenari di conflitto limitato con gli Stati Uniti, e la messa a punto di testate ottimizzate per vettori ipersonici di nuova generazione.

In parallelo, le agenzie americane segnalano una crescita rapida dell’arsenale cinese, che tuttavia resta numericamente inferiore a quello di Washington e Mosca. Per Pechino, quest’argomento è spesso usato per giustificare il rifiuto a sedersi al tavolo dei grandi trattati bilaterali, ritenuti costruiti su misura per le due storiche superpotenze nucleari.

La risposta cinese e la battaglia del racconto

Pechino respinge categoricamente le accuse. Il ministero degli Esteri ha definito le affermazioni statunitensi completamente infondate e ha accusato Washington di voler fabbricare un pretesto per riprendere i propri test, erodendo ulteriormente la fiducia nel regime di non proliferazione.

La Cina ricorda di aver firmato, sebbene non ratificato, il Trattato per la messa al bando totale dei test nucleari del 1996, e insiste nel presentarsi come potenza responsabile, favorevole al mantenimento della moratoria globale. In questa narrativa, gli Stati Uniti sarebbero il vero elemento destabilizzante, pronti a sacrificare decenni di progressi sul controllo degli armamenti per riconquistare un vantaggio tecnologico e psicologico.

Quando Trump ha affermato in televisione che Russia e Cina stanno testando, ma non lo ammettono, Pechino ha reagito con particolare irritazione, invitando Washington a guardarsi allo specchio e a dare il buon esempio invece di lanciare accuse senza prove verificabili. Il confronto non si gioca solo negli impianti sotterranei di Lop Nur o nei laboratori del Nevada, ma anche nello spazio simbolico della legittimità internazionale.

La fragile architettura dei trattati

La vicenda del presunto test cinese arriva in un momento di forte erosione del sistema di controllo degli armamenti costruito dopo la Guerra fredda. Il nuovo START tra Stati Uniti e Russia è scaduto senza un rinnovo stabile, mentre la prospettiva di un accordo trilaterale che includa la Cina si è allontanata.

Per decenni, la moratoria di fatto sui test nucleari ha rappresentato una delle colonne portanti del regime di non proliferazione, anche in assenza dell’entrata in vigore formale del trattato CTBT. La sola idea di un ritorno ai test da parte di una grande potenza rischia di innescare una catena di emulazioni: prima a Mosca e Pechino, poi eventualmente in altri Paesi che aspirano a rafforzare il proprio status di potenza regionale.

Gli Stati Uniti accusano la Cina di sfruttare l’asimmetria: una potenza che non si sottopone agli stessi vincoli, modernizza il proprio arsenale e, nel frattempo, chiede un riconoscimento politico più ampio sul piano globale. La Cina ribalta l’argomentazione, denunciando la tendenza americana a usare il tema del controllo degli armamenti come strumento di pressione geopolitica più che come obiettivo condiviso.

Test e corsa agli armamenti nel XXI secolo

Dietro la disputa sui sismogrammi si intravede un cambiamento più profondo. La nuova corsa agli armamenti nucleari non si misura più soltanto in numero di testate, ma nella qualità delle piattaforme: missili ipersonici, vettori manovrabili, armi a basso potenziale pensate per abbassare la soglia d’uso, sistemi avanzati di comando e controllo.

In questo contesto, anche un singolo evento come quello di giugno 2020 può essere caricato di significati che vanno oltre il dato tecnico. Per Washington, dimostrare che la Cina testa in segreto significa mettere in discussione l’idea che esista ancora un tabù condiviso sull’esplosione nucleare. Per Pechino, respingere l’accusa è essenziale per conservare l’immagine di potenza in ascesa ma responsabile, che chiede agli altri di rispettare i trattati mentre costruisce il proprio margine di sicurezza strategica.

Il rischio, sottolineato da molti analisti, è che la controversia alimenti un circolo vizioso. Più si indebolisce la fiducia reciproca, più cresce la tentazione di affidarsi a dimostrazioni di forza, compresi i test, per ridurre l’incertezza. In un mondo in cui nuove potenze regionali osservano con attenzione le mosse delle grandi capitali, la partita che si gioca a Lop Nur e nei corridoi di Washington riguarda anche loro, e ridisegna la soglia di ciò che è considerato accettabile nel XXI secolo.

Trump disse che avrebbe fermato Putin in una settimana, e invece.

Donald Trump ha promesso più volte di poter mettere fine alla guerra in Ucraina «in 24 ore». Da quando è tornato alla Casa Bianca, però, il suo approccio ha ridisegnato equilibri, aspettative e paure su entrambe le sponde dell’Atlantico, aprendo una fase nuova e più incerta del conflitto.

La promessa dei “24 ore” e la realtà del campo di battaglia

Dopo l’insediamento del gennaio 2025, Trump ha smantellato la strategia costruita da Washington nei primi anni della guerra, concentrata su aiuti militari e finanziari a Kyiv e sul coordinamento stretto con gli alleati europei. Il taglio quasi totale dell’assistenza statunitense, ridotta di oltre il 90 per cento rispetto all’anno precedente, ha cambiato immediatamente il clima politico e militare. La decisione di sospendere la fornitura di armi salvo pagamento diretto da parte ucraina o europea ha trasformato l’aiuto in un rapporto più transazionale, mettendo a nudo le fragilità economiche e industriali dello sforzo bellico occidentale.

Trump ha continuato a ripetere pubblicamente di avere un piano per fermare il conflitto in tempi rapidissimi, presentandosi come l’unico leader in grado di parlare sia a Volodymyr Zelensky che a Vladimir Putin. Già nel 2025 aveva dichiarato di aver discusso con il presidente russo una possibile via negoziale, insistendo sull’urgenza di «fermare la carneficina» e sottolineando il bilancio di centinaia di migliaia di morti. Queste affermazioni, però, non sono state accompagnate da un progetto pubblico coerente, e il vuoto tra retorica e dettagli ha alimentato sospetti in Europa e in Ucraina.

In più di un’occasione Trump ha definito «fantastica» la propria relazione personale con Putin e ha descritto il leader russo come un attore che «vuole la pace», pur criticando bombardamenti contro i civili e minacciando di usare leve finanziarie e sanzioni bancarie secondarie. Questa ambivalenza, duro nelle parole quando le immagini delle distruzioni raggiungono l’opinione pubblica, conciliante quando parla di asset finanziari, sfere d’influenza e riduzione degli impegni militari americani, è diventata il tratto distintivo della sua linea sul dossier ucraino. Proprio questa ambivalenza strategica di Trump alimenta interpretazioni divergenti tra gli alleati.

Il piano americano e l’ansia delle capitali europee

L’elemento più concreto della strategia di Trump è stato un articolato piano in più punti per il cessate il fuoco e il dopoguerra ucraino, trapelato a più riprese sulla stampa anglosassone e discusso con crescente nervosismo nelle cancellerie europee. Nel suo impianto originario, il documento prevedeva limiti strutturali alla futura architettura di sicurezza dell’Ucraina, a partire dal divieto per la NATO di dispiegare truppe in territorio ucraino e dalla richiesta di congelare o rivedere le prospettive di adesione di Kyiv all’Alleanza. Altre clausole contestate riguardavano la riduzione delle dimensioni delle forze armate ucraine e, soprattutto, una gestione accomodante dei territori occupati dalla Russia, con ipotesi di fatto vicine a un riconoscimento dell’annessione di ampie porzioni del Donbass e della fascia costiera sul Mar d’Azov.

Nella versione iniziale, il piano includeva anche la prospettiva di sbloccare parte dei beni russi congelati in Europa, in particolare in Belgio, per inserirli in un meccanismo finanziario che avrebbe allentato la pressione economica su Mosca. Questi passaggi hanno provocato shock e irritazione, soprattutto a Parigi, Berlino e Bruxelles, che si sono viste presentare un piano già scritto e filtrato sui media statunitensi e britannici, senza un vero coinvolgimento preliminare degli alleati. A Bruxelles diversi ministri degli Esteri europei hanno appreso i dettagli leggendo le anticipazioni di testate economiche e politiche mentre erano diretti a un incontro ufficiale su Sudan e Ucraina.

Il risultato è stato un’accelerazione diplomatica per correggere la rotta, con un lavoro serrato nel corso di un solo fine settimana per attenuare i punti percepiti come troppo favorevoli alla Russia. In questo contesto, alcuni leader europei si sono sforzati di presentare pubblicamente il piano come un «passo nella giusta direzione» verso la pace, pur sottolineando la necessità di discutere e migliorare diverse clausole. Dietro le quinte, consiglieri e analisti legati alle istituzioni europee descrivono la nuova postura del continente come una paziente opera di contenimento, che punta a rallentare l’implementazione delle misure più controverse e a guadagnare tempo.

In questa cornice è maturata l’idea di una coalizione di Paesi disposti a inviare forze di peacekeeping internazionali in Ucraina, a guerra finita e sotto mandato concordato. L’obiettivo sarebbe mitigare gli effetti di eventuali concessioni territoriali e mantenere una presenza militare occidentale, se non americana, almeno europea. In prospettiva, queste forze dovrebbero fungere da argine simbolico e operativo alla pressione russa, compensando parzialmente il ritiro progressivo degli Stati Uniti dal teatro europeo.

La guerra vista da Mosca: pressione su Europa e Ucraina

Nei media russi, la linea di Trump viene letta attraverso una lente diversa, ma non meno interessata. Commentatori vicini al Cremlino e analisti intervistati dalle principali agenzie descrivono il presidente americano come un leader deciso a ridurre il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel conflitto, trasferendo il peso della sicurezza europea sulle spalle dell’Unione. In questa narrazione, l’Europa non è un alleato, ma un soggetto litigioso e diviso, facile da mettere sotto pressione economica e politica.

Secondo molti analisti russi, il vero fattore che tiene in vita la capacità militare ucraina non è solo il flusso di armi e denaro, ma soprattutto l’intelligence americana e la rete di supporto tecnologico fornita da Washington. Se gli Stati Uniti dovessero interrompere in modo netto questa assistenza, Kyiv non sarebbe in grado di sostenere a lungo lo sforzo bellico. Da qui l’idea che la diplomazia di Trump, qualunque forma assuma, si regga su un implicito ultimatum all’Ucraina: sedersi al tavolo alle condizioni occidentali, sapendo che l’ombrello statunitense può restringersi ulteriormente.

Un altro elemento ricorrente nella stampa russa riguarda il ridimensionamento della presenza militare americana in Europa. La prospettiva di un ritiro parziale di truppe e asset dagli avamposti europei viene interpretata come un segnale di lungo periodo: per Mosca, sarebbe il riconoscimento che le priorità strategiche di Washington si stanno spostando verso il Pacifico e il confronto con la Cina. È un processo che, nella lettura russa, apre lo spazio per una ridefinizione degli equilibri regionali a favore del Cremlino.

In alcune letture più ideologiche, l’atteggiamento di Trump verso Bruxelles è descritto come il culmine di una visione in cui l’Europa è più un fardello che un alleato, un’area da cui sganciarsi per ridurre costi e responsabilità. Il messaggio implicito agli europei, in questo racconto, è duplice: o aumentano drasticamente la spesa militare, assumendo un ruolo di primo piano nel proteggere il fronte orientale, oppure dovranno accettare compromessi geopolitici che consolidino i guadagni territoriali russi. La guerra in Ucraina diventa così, agli occhi di Mosca, un test sulla volontà dell’Europa di difendere realmente i propri confini.

L’Europa tra paura del disimpegno e dipendenza da Washington

Per le capitali europee, la nuova fase aperta da Trump è una fonte di frustrazione ma anche di risveglio strategico. Da un lato, la riduzione degli aiuti americani e la minaccia permanente di un ulteriore disimpegno costringono l’Unione a rafforzare la propria capacità industriale e militare, con progetti di produzione comune di munizioni, carri armati e sistemi di difesa aerea. Dall’altro lato, il margine di autonomia resta limitato: la superiorità tecnologica e l’intelligence statunitense rimangono elementi irrinunciabili per l’efficacia dello sforzo ucraino sul campo.

Alcuni diplomatici europei descrivono il rapporto con la nuova amministrazione americana con metafore crude, paragonandolo a una relazione logorante, fatta di richiami alla «vecchia amicizia» alternati a minacce di ritorsioni se l’Europa non aumenta la propria spesa militare. Il risultato è una diplomazia difensiva, che tenta di evitare gli scenari peggiori, come un via libera implicito agli obiettivi massimalisti di Mosca, salvaguardando al contempo l’unità interna dell’Unione. È una posizione scomoda, sospesa tra il timore di abbandono e la consapevolezza di una dipendenza strutturale da Washington.

Nel frattempo, i governi europei devono fare i conti con società stanche di un conflitto percepito come interminabile e con l’ascesa di partiti scettici verso sanzioni e aiuti militari. In diversi Paesi, i costi dell’energia, l’inflazione e le tensioni sociali hanno già logorato il consenso, e l’argomento di Trump secondo cui l’Europa deve «pagare di più» per la propria sicurezza trova eco in forze politiche nazionaliste e populiste. Allo stesso tempo, i governi più esposti alla minaccia russa, dai Paesi baltici alla Polonia, spingono per non retrocedere, temendo che qualsiasi compromesso territoriale venga interpretato al Cremlino come un incoraggiamento ad andare oltre.

In questo gioco di pressioni incrociate, la discussione sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina si è spostata progressivamente da un orizzonte pienamente euro-atlantico a un modello più ibrido. L’Unione Europea tende ad assumere un ruolo maggiore, mentre la NATO resta sullo sfondo come ombrello politico più che come promessa di integrazione a breve termine. Legare gli aiuti futuri a riforme strutturali e a una gestione condivisa dei rischi militari accresce il peso delle capitali europee, ma rende anche più complessa la costruzione di un consenso interno duraturo.

Il tavolo dei negoziati e l’orizzonte di una pace imperfetta

Sul terreno, nel frattempo, i combattimenti non si sono fermati. Mentre emissari russi e ucraini discutono in sedi multilaterali e in incontri informali, le linee del fronte restano teatro di bombardamenti, droni e artiglieria, con offensive spesso sincronizzate con i momenti chiave dei negoziati. La logica è quella di usare l’avanzata, o la minaccia di un’escalation, come moneta di scambio al tavolo diplomatico.

Le richieste massime di Vladimir Putin continuano a ruotare attorno al riconoscimento del controllo russo sui territori occupati, in particolare nelle regioni orientali, e alla neutralità duratura dell’Ucraina rispetto alla NATO. Dal canto loro, i negoziatori ucraini insistono sulla sovranità e sull’integrità territoriale, pur sapendo che la pressione combinata di Washington e delle capitali europee potrebbe spingerli a valutare soluzioni intermedie. Tra queste, forme di congelamento del conflitto o di amministrazione speciale per alcune aree, soprattutto nelle zone più devastate e contese.

La promessa di Trump di «chiudere la guerra in un giorno» si scontra con questa realtà fatta di linee di contatto mutevoli, popolazioni occupate e cicatrici politiche profonde. Ogni compromesso che lasci alla Russia porzioni significative di territorio costituirebbe, per molti ucraini, una sconfitta storica; ogni rifiuto di scendere a patti, però, rischia di consolidare una guerra di logoramento che l’Europa teme di non poter finanziare e sostenere all’infinito. È il paradosso di una pace rapida ma fragile contrapposta a una resistenza lunga e costosa.

Nel frattempo, la stessa figura di Trump è diventata parte integrante dell’equazione. Per alcuni osservatori occidentali, la sua capacità di parlare con Putin rappresenta ancora una potenziale leva; per molti altri, il suo stile imprevedibile, fatto di annunci improvvisi, minacce via social e cambi di linea, introduce un elemento di incertezza che complica qualsiasi strategia a lungo termine. L’esito di questa fase negoziale, che intreccia la riduzione del sostegno militare americano, la crescente responsabilità europea e l’ambizione russa di consolidare i propri guadagni, definirà non solo il futuro dell’Ucraina ma anche la forma della sicurezza europea per i prossimi decenni.

La domanda che attraversa governi e opinioni pubbliche, da Kyiv a Bruxelles, da Mosca a Washington, è se la pace promessa arriverà come una tregua fragile costruita su concessioni territoriali o come un accordo più solido, capace di scoraggiare nuove aggressioni. Molto dipenderà dalla capacità delle democrazie occidentali di reggere l’urto del tempo, dei costi economici e delle divisioni interne, senza sacrificare sul tavolo dei negoziati le aspirazioni di un Paese che ha legato il proprio destino all’idea di un’Europa libera e sicura.

Giustizia e referendum, lista dei finanziatori del Comitato del No

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La richiesta formale del ministero della Giustizia all’Associazione nazionale magistrati di rendere noti i finanziatori del Comitato per il No al prossimo referendum sulla riforma della giustizia segna un salto di qualità nello scontro istituzionale che accompagna la campagna referendaria del 22 e 23 marzo 2026. Al centro del caso c’è il Comitato “Giusto dire No”, promosso dall’Anm per contrastare la riforma voluta dal governo e sottoposta al voto dei cittadini.

L’iniziativa nasce da un atto di sindacato ispettivo del deputato di Forza Italia Enrico Costa, che da settimane chiede chiarezza sui rapporti tra l’Associazione dei magistrati e il Comitato referendario. Nella sua interrogazione Costa parla di un possibile conflitto di interessi tra toghe iscritte all’Anm e privati che sostengono economicamente la campagna per il No.

A raccogliere quell’allarme è il capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, che firma una lettera inviata al presidente dell’Anm, Cesare Parodi. Nel testo, reso noto dal Partito democratico, si chiede di valutare “l’opportunità” di rendere pubblici gli eventuali finanziamenti ricevuti dal Comitato, in nome di una piena trasparenza verso l’opinione pubblica.

La lettera del ministero e il richiamo alla trasparenza

È la formulazione della lettera a restituire la delicatezza del passaggio. Bartolozzi ricorda che, secondo quanto riferito dal segretario generale dell’Anm, il Comitato “Giusto dire No” avrebbe raccolto contributi da “migliaia di cittadini” che hanno aderito attraverso donazioni volontarie. Da qui il nodo politico e giuridico: se quei contributi possano configurare una forma di finanziamento indiretto dell’Anm da parte di soggetti privati.

Nella missiva il ministero non impone, almeno formalmente, un obbligo, ma sottolinea l’“opportunità” di rendere note alla collettività le somme ricevute e l’identità di chi le ha versate. Il tutto, viene specificato, in un’ottica di piena trasparenza. È un lessico che richiama il dibattito più ampio sulla tracciabilità dei finanziamenti alla politica, ai comitati e alle organizzazioni che intervengono nel confronto pubblico.

La tempistica non è neutrale. La richiesta arriva a poco più di un mese dal voto referendario, in una fase in cui i comitati stanno intensificando la mobilitazione. In questo contesto, la domanda di trasparenza rischia di essere letta non solo come un’istanza di controllo istituzionale, ma anche come un messaggio politico indirizzato a chi sceglie di sostenere il fronte del No.

L’Anm rivendica autonomia e tutela della privacy

La risposta dell’Associazione nazionale magistrati non tarda. Il presidente Cesare Parodi chiarisce che il Comitato “Giusto dire No” è sì stato promosso dall’Anm, ma è un soggetto autonomo, anche dal punto di vista giuridico. Per questo, scrive, l’Associazione non sarebbe “nelle condizioni di rispondere” alla richiesta avanzata da via Arenula sui finanziamenti ricevuti dal Comitato.

Nelle parole di Parodi si legge una duplice linea di difesa. Da un lato, la distinzione formale tra Anm e Comitato serve a respingere l’idea di un finanziamento indiretto all’associazione attraverso le donazioni dei cittadini. Dall’altro, viene richiamata implicitamente la necessità di tutelare la privacy dei contribuenti, cittadini che hanno scelto di sostenere la campagna referendaria confidando in un quadro di riservatezza compatibile con la normativa sui comitati.

La posizione dell’Anm si inserisce in una tradizione consolidata: l’associazione rivendica un ruolo di soggetto collettivo privato che rappresenta i magistrati sul piano sindacale e associativo, finanziato principalmente dalle quote degli iscritti e non da fondi pubblici. Anche per questo, sottolineano dirigenti e giuristi vicini all’Anm, il rapporto con un comitato referendario autonomo non dovrebbe essere assimilato alla gestione di fondi dell’associazione stessa.

Il Pd parla di “liste di proscrizione”

Se la reazione dell’Anm è istituzionale e giuridicamente misurata, quella del Partito democratico è apertamente politica. Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, definisce la richiesta del ministero un “atto molto grave” che tradisce il “nervosismo” nei palazzi del governo di fronte alla campagna per il No.

La deputata utilizza espressioni forti, parlando di un segnale che “sa tanto di liste di proscrizione” e di un clima di pressione sulla magistratura e sui cittadini intenzionati a votare No al referendum. Serracchiani chiede al ministro Nordio di chiarire subito, ricordando che le istituzioni e il popolo sovrano “si rispettano, non si intimidiscono”.

All’interno del Pd, altri esponenti sottolineano un punto di metodo: a che titolo l’esecutivo pretende di conoscere i nomi dei finanziatori di un comitato referendario che, per la legge, risponde innanzitutto ai cittadini che lo sostengono. Da qui l’accusa di ingerenza in una campagna che, nelle intenzioni del fronte progressista, dovrebbe vedere il governo in una posizione di garanzia, non di pressione politica su una parte in campo.

La mossa di Costa e il tema del conflitto di interessi

Per comprendere il contesto, bisogna tornare a Enrico Costa, ex ministro e oggi deputato di Forza Italia, che da tempo porta avanti una battaglia sul ruolo dell’Anm nel dibattito pubblico sulla giustizia. Già a inizio gennaio, Costa aveva utilizzato il suo profilo X per sollevare interrogativi sul legame tra l’associazione e il Comitato “Giusto dire No”.quotidiano+1

Nel suo ragionamento, il fatto che il Comitato sia stato promosso dall’Anm e, al tempo stesso, finanziato da migliaia di cittadini, creerebbe “uno stretto legame, non solo politico ma anche formale” tra magistrati in servizio e privati sostenitori. In questo schema, chi dona al Comitato potrebbe essere percepito come finanziatore indiretto dell’Anm, con il rischio di compromettere l’apparenza di imparzialità laddove quelle stesse persone dovessero comparire davanti a un giudice iscritto all’associazione.

Costa arriva a porre una domanda provocatoria ma destinata a fare presa nel dibattito pubblico: cosa accadrebbe se un magistrato dell’Anm si trovasse a giudicare un finanziatore del Comitato? Dovrebbe astenersi “per gravi ragioni di convenienza”? La questione tiene insieme piani diversi, dall’etica delle toghe alla percezione di indipendenza della magistratura, e diventa terreno di scontro politico in piena campagna referendaria.

Una campagna referendaria ad alta tensione

L’episodio si inserisce in un contesto già segnato da forti tensioni. La riforma della giustizia oggetto del referendum interviene su equilibri delicati, come la distinzione dei Consigli superiori per giudici e pubblici ministeri e l’assetto dei rapporti tra potere politico ed esercizio dell’azione penale. Giuristi di diversa estrazione hanno messo in guardia sul rischio di una maggiore dipendenza della giustizia dal governo in caso di vittoria del Sì, mentre i sostenitori della riforma sostengono che la separazione dei percorsi rafforzerà l’efficienza e la responsabilità del sistema.

In questo scenario, i comitati referendari svolgono un ruolo cruciale di informazione, campagna e mobilitazione. Il Comitato “Giusto dire No”, vicino alle posizioni critiche verso la riforma, è divenuto un punto di riferimento per una parte della magistratura e per segmenti di società civile preoccupati per l’indipendenza dei giudici. L’iniziativa del ministero sui finanziatori, proprio per questo, viene letta da molti osservatori come un segnale che rischia di pesare sul dibattito pubblico.

Sondaggi recenti hanno suggerito uno scenario di equilibrio, con un possibile vantaggio del No, ma con un margine legato alla partecipazione al voto. La polarizzazione sul caso Anm potrebbe spostare l’attenzione dalla sostanza della riforma al rapporto di forza tra governo e magistratura, trasformando il referendum in un test politico sul grado di fiducia nelle istituzioni.

Trasparenza, diritti politici e libertà di dissenso

Sul fondo resta una questione più ampia, che va oltre il caso specifico. Qual è il giusto punto di equilibrio tra l’esigenza di trasparenza sui finanziamenti e la tutela della libertà di partecipazione politica dei cittadini, soprattutto quando si tratta di comitati referendari e associazioni non direttamente legate ai partiti? La normativa italiana prevede obblighi di rendicontazione e pubblicità per le formazioni politiche, ma lo spazio dei comitati civici è più articolato e frammentato.

L’idea che chi sostiene economicamente una campagna referendaria possa vedere il proprio nome richiesto da un ministero, e potenzialmente esposto al dibattito politico, solleva interrogativi anche sul piano dei diritti. D’altra parte, la crescente attenzione internazionale verso la trasparenza nei flussi finanziari e la prevenzione di condizionamenti opachi spinge i governi a chiedere maggiore visibilità su chi finanzia cosa, in particolare quando sono in gioco riforme costituzionali.

Nel caso dell’Anm, la tensione tra questi principi si concentra su un attore particolare: un’associazione che rappresenta un potere dello Stato, ma lo fa in forma privata e associativa. Questo rende ancora più sensibile ogni discussione sul modo in cui la magistratura, come corpo, interviene nel dibattito politico e referendario, e su come il potere esecutivo sceglie di rapportarsi a quella presenza nello spazio pubblico.

Il messaggio politico intorno alle toghe

Al di là degli aspetti formali, la mossa del ministero parla anche al pubblico più ampio. Per una parte dell’elettorato di centrodestra, da anni critica verso quella che viene definita “politicizzazione” della magistratura, la richiesta all’Anm viene letta come un atto di legittimo scrutinio su un soggetto percepito come protagonista del conflitto con il potere politico. In questo racconto, chiedere trasparenza sui finanziamenti significa riportare sotto controllo un attore che avrebbe oltrepassato il proprio ruolo.

Sul fronte opposto, la stessa iniziativa viene interpretata come un tentativo di mettere all’angolo chi guida la mobilitazione contro la riforma, dissuadendo i cittadini dal sostenere la campagna del No per timore di esposizione o stigmatizzazione. È in questa chiave che le parole “liste di proscrizione”, pur estreme, trovano spazio nel vocabolario dell’opposizione e di una parte dell’accademia giuridica. La posta in gioco non è solo il testo della riforma, ma la percezione della libertà di dissentire rispetto a una scelta voluta dal governo.

Il rapporto tra magistratura e politica, in Italia, è storicamente attraversato da diffidenze reciproche e da fasi di scontro acceso. La vicenda del Comitato “Giusto dire No” rischia di diventare l’ennesimo capitolo di questa lunga storia, con una differenza: a fare da cornice non è un’indagine giudiziaria ma un referendum costituzionale che chiama in causa direttamente il corpo elettorale.

Cosa guarda ora il Paese

Da qui al voto di marzo, molto dipenderà da come le istituzioni gestiranno questa frattura. Se il caso si trasformerà in un braccio di ferro permanente tra ministero, Anm e opposizioni, la campagna potrebbe scivolare definitivamente sul terreno del conflitto tra poteri dello Stato, allontanando l’attenzione dai contenuti della riforma e dall’impatto quotidiano che le scelte sulla giustizia avranno su processi, diritti e tempi delle decisioni.

Al contrario, un chiarimento più netto sui limiti della richiesta del ministero, sui margini di autonomia dei comitati referendari e sulle garanzie per chi partecipa al dibattito, potrebbe contribuire a raffreddare il clima. Resta il fatto che la domanda di trasparenza e quella di tutela della partecipazione politica sono destinate a tornare, ben oltre questo referendum, ogni volta che il confine tra governo, magistratura e società civile apparirà sfocato.

Per i cittadini che andranno alle urne, la vicenda dell’Anm e del Comitato del No diventa così un frammento di un quadro più ampio. È il segnale di quanto la riforma della giustizia tocchi nervi scoperti della democrazia italiana e di quanto, attorno a quell’assetto, si misuri oggi il grado di fiducia reciproca tra i poteri, le istituzioni e chi, con una semplice scheda, è chiamato a pronunciarsi sul futuro del sistema.