Il referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo 2026 si avvia alla vittoria del No, con un’affluenza molto alta (circa il 59%), trasformandosi in un passaggio politico cruciale per il governo Meloni e per gli equilibri tra maggioranza e opposizioni.
I numeri del voto
Lo scrutinio parziale e le proiezioni indicano il No stabilmente avanti, nell’ordine del 53-54%, contro un Sì fermo attorno al 46-47%. Le seconde proiezioni Rai stimano il No al 53,9% e il Sì al 46,1%, mentre le proiezioni Tecnè oscillano su valori molto simili (No 53,2%, Sì 46,8%). Già con il 10% delle sezioni scrutinate il Viminale certificava un vantaggio del No di circa 9 punti (54,5% contro 45,5%).
L’affluenza si attesta al 58,9%, un dato insolitamente alto per un referendum confermativo, pur in assenza di quorum, e superiore di diversi punti al precedente costituzionale del 2020 sul taglio dei parlamentari (che si fermò poco sopra il 53%). La partecipazione è però molto differenziata territorialmente: il Centro-Nord supera spesso il 60%, mentre molte regioni del Sud restano tra il 40 e il 50%.
La geografia del voto
La mappa che emerge è spaccata tra Nord e Sud, con un’anomalia evidente: il cosiddetto “caso lombardo-veneto”. In Lombardia il Sì alla riforma raccoglie circa il 57% dei voti, in Veneto arriva attorno al 59%, mentre in Friuli Venezia Giulia si colloca sopra il 54%; in Trentino-Alto Adige si registra invece un sostanziale testa a testa. Nel resto d’Italia il quadro si ribalta e il No è in netto vantaggio in quasi tutte le altre regioni, contribuendo alla prevalenza nazionale del fronte contrario alla riforma.
Sul piano della partecipazione spiccano Emilia-Romagna e Toscana, entrambe con affluenze superiori al 66%; seguono Umbria (circa 65%), Lombardia, Marche e Veneto attorno al 63%, Piemonte e Liguria al 62%. In coda Basilicata (poco sopra il 53%), Trentino-Alto Adige e Sardegna (intorno al 51%), Campania al 50%; molto basse le percentuali in Sicilia, dove la partecipazione resta nella fascia medio-bassa nazionale.
Tra le grandi città il record di affluenza va a Firenze, con il 70%, seguita da Milano (circa 64,6%) e Roma (oltre il 62,5%). Nel Mezzogiorno i dati sono sensibilmente inferiori: Bari si ferma al 53,9%, Napoli al 49,3%, Palermo addirittura al 46,4%. In Lombardia il quadro è particolarmente dinamico, con una media regionale sopra il 51% alla fine del primo giorno, e punte oltre il 53% nelle province di Monza e Brianza e di Milano.
La riforma sottoposta a conferma riguarda sette articoli della Costituzione: 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110. Il cuore del progetto è la separazione delle carriere tra magistratura giudicante (i giudici) e requirente (i pubblici ministeri), con un doppio ordine di conseguenze: istituzione di due Csm distinti e ridisegno del sistema disciplinare.
Oggi i magistrati seguono un unico concorso e percorso iniziale, potendo scegliere se svolgere funzioni requirenti o giudicanti e potendo cambiare funzione una sola volta nei primi dieci anni, con il trasferimento in un altro distretto. Con la vittoria del Sì, le carriere sarebbero separate rigidamente, senza possibilità di passaggio, con questo principio scritto direttamente in Costituzione, e verrebbero istituiti due Consigli superiori della magistratura: uno per la magistratura giudicante, l’altro per quella requirente, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
La riforma introduce anche il sorteggio come meccanismo di selezione dei membri dei Csm. Oggi i due terzi dei componenti (i “togati”) sono eletti dai magistrati, mentre un terzo (i “laici”) è scelto dal Parlamento tra giuristi e avvocati esperti; con il Sì, i togati verrebbero sorteggiati tra magistrati in possesso di determinati requisiti fissati dalla legge, mentre i laici sarebbero estratti da un elenco predisposto dal Parlamento. Infine, il Csm perderebbe il potere disciplinare, trasferito a una nuova Alta corte disciplinare composta da 15 membri, in maggioranza magistrati, ma con un presidente scelto tra i componenti laici.
Con la vittoria del No, nulla di tutto questo entrerebbe in vigore: resterebbe un unico Csm, eletto secondo le regole attuali, con poteri disciplinari intatti e senza separazione costituzionalizzata delle carriere.
Le ragioni del Sì e del No
Secondo gli instant poll di YouTrend per SkyTg24, la maggioranza degli elettori dichiara di aver deciso in base al merito della riforma (69%), più che per mandare un segnale politico (28%). Nel campo del Sì la motivazione principale è la convinzione che la separazione delle carriere rafforzi il ruolo di un giudice davvero terzo rispetto a accusa e difesa, aumentando le garanzie di imparzialità. Il sorteggio nei Csm viene visto come strumento per ridurre il peso delle correnti organizzate della magistratura, assimilate ai “partiti” interni che influenzano carriere e incarichi, mentre l’Alta corte disciplinare viene presentata come risposta alla percezione di un sistema disciplinare troppo poco incisivo (tra il 2023 e il 2025 il Csm ha emesso 194 sanzioni su un numero di esposti molto più alto, pari a circa il 5%).
I sostenitori del No, al contrario, sottolineano che la separazione delle funzioni è già sostanzialmente realizzata nei fatti: nel 2024 solo 42 magistrati su quasi 9.000 hanno cambiato funzione, meno dello 0,5% del totale. A loro giudizio, il rischio è indebolire l’indipendenza della magistratura attraverso una riforma che divide il Csm in due, introduce il sorteggio al posto dell’elezione diretta dei togati e sottrae al Consiglio il potere disciplinare, ritenuto un pilastro dell’autogoverno. In questa prospettiva, il pubblico ministero, proprio perché magistrato e non semplice “avvocato dell’accusa”, deve restare tenuto per funzione a cercare le prove anche a favore dell’indagato, e non essere ridotto a parte puramente antagonista rispetto alla difesa.
La dimensione politica e il dopo-referendum
La premier Giorgia Meloni ha insistito in campagna sul fatto che “non si vota su di me, ma sulla giustizia”, e ha escluso dimissioni dell’esecutivo in caso di vittoria del No; la stessa Elly Schlein ha dichiarato di non chiedere la caduta del governo, puntando la sfida sulle prossime politiche. Tuttavia, l’intero schieramento di centrodestra – Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi moderati – si è esposto compatto per il Sì, investendo molto del proprio capitale politico su una riforma considerata bandiera del programma, soprattutto dopo lo stop al premierato e la versione annacquata dell’autonomia differenziata.
Sul fronte opposto, il Partito democratico è ufficialmente per il No, pur con minoranze interne favorevoli al Sì; anche il Movimento 5 Stelle e l’Alleanza Verdi e Sinistra si sono schierati nettamente contro la riforma, facendo del referendum una tappa della costruzione del “campo largo” in vista delle politiche 2027. Matteo Renzi ha lasciato libertà di voto ai suoi, mentre Azione di Carlo Calenda si è collocata nel fronte del Sì, rafforzando la distanza dal progetto di alleanza progressista.
La possibile vittoria del No, letta anche da osservatori internazionali come il settimanale tedesco “Der Spiegel”, rischia di avere un peso politico simbolicamente molto forte per il governo Meloni, perché colpirebbe una delle sue riforme-bandiera nel momento in cui il Paese ha mostrato un livello di partecipazione al voto vicino a quello delle elezioni politiche. Non è un caso che diversi leader abbiano subito reagito: da Giuseppe Conte che esulta con un “Ce l’abbiamo fatta! Viva la Costituzione!”, ad Andrea Orlando che parla di “vittoria della Costituzione e del popolo italiano”, fino a Matteo Renzi che ricorda le proprie dimissioni dopo il referendum del 2016 e invita Meloni a non “uscire fischiettando”.
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran è entrata in una fase in cui il campo di battaglia non è più solo il cielo di Teheran o il deserto del Negev, ma l’intera architettura energetica del Medio Oriente. Al centro della crisi c’è lo Stretto di Hormuz, corridoio da cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale e che Teheran minaccia di controllare in modo selettivo, consentendo il passaggio solo alle navi dei Paesi ritenuti “amici”.
Il presidente Donald Trump ha scandito il tempo di questa escalation con un ultimatum: 48 ore per riaprire completamente Hormuz, pena l’“annientamento” delle centrali elettriche iraniane, a partire dalla più grande. L’Iran ha risposto annunciando che, in caso di attacco alle sue infrastrutture energetiche, colpirà in modo simmetrico centrali elettriche, impianti di desalinizzazione e reti critiche in Israele e nei Paesi del Golfo che alimentano le basi americane. In questo scambio di minacce, lo Stretto è diventato non solo un punto di strozzatura marittimo ma un’arma geopolitica.
La figura di Trump domina la scena con un linguaggio iperbolico che parla di “distruzione totale dell’Iran”, mentre sui social ribadisce la sua dottrina della “pace attraverso la forza”. L’ultimatum sullo stretto, però, si innesta su una campagna militare già in corso da quasi un mese, iniziata con l’attacco congiunto Usa-Israele del 28 febbraio che ha ucciso la Guida suprema Ali Khamenei e decine di esponenti di vertice del regime. Da quel momento il conflitto si è allargato a più fronti, dal Libano al Golfo Persico, trasformandosi in una guerra a geometria variabile.
In questo contesto, la minaccia sulle centrali elettriche non è solo un passaggio tattico ma un salto di qualità che sposta il baricentro della guerra dai siti militari alle infrastrutture su cui si regge la vita quotidiana di milioni di persone. È qui che il conflitto rischia di toccare una soglia psicologica irreversibile, facendo saltare la distinzione tra obiettivi militari e bersagli civili. Energia e infrastrutture diventano le parole chiave di una crisi che riguarda allo stesso tempo tank, borse e contatori della luce.
Teheran sfida l’ultimatum
Mentre la scadenza fissata da Washington si avvicina, Teheran sceglie la sfida aperta. Il Consiglio di Difesa iraniano, organo creato dopo la guerra dei dodici giorni con Israele del 2025 e posto sotto l’ombrello del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, ha annunciato che qualsiasi attacco alle coste o alle isole iraniane porterà al minamento di tutte le principali rotte del Golfo Persico.
Nel comunicato, rilanciato dai media di Stato, si parla esplicitamente di “mine navali”, comprese mine galleggianti dispiegate dalla costa, e si ribadisce che l’attraversamento di Hormuz per i Paesi non belligeranti è possibile solo previo coordinamento con l’Iran. È un messaggio doppio: deterrenza militare verso gli Stati Uniti e Israele, pressione politica verso Europa e Asia, che dipendono da quel corridoio per il loro approvvigionamento energetico.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, i Pasdaran, affina la minaccia sul terreno dell’energia. In una dichiarazione ufficiale, afferma di essere pronto a una risposta “simmetrica e immediata”: se gli Stati Uniti colpiranno le centrali elettriche iraniane, Teheran prenderà di mira le centrali elettriche israeliane e quelle dei Paesi del Golfo che alimentano le basi Usa, oltre ad altre infrastrutture economiche e industriali in cui “gli americani sono azionisti”.
Il portavoce dei Pasdaran, ribaltando le accuse occidentali sugli impianti di desalinizzazione, insiste che “non siamo stati noi ad attaccare ospedali, scuole, centri di soccorso”, ma avverte: se verrà colpita la rete elettrica, l’Iran colpirà la rete elettrica. L’obiettivo dichiarato è stabilire una “deterrenza al medesimo livello di minaccia”. Nel linguaggio della leadership militare, è un modo per dire che l’Iran è pronto a rendere il conflitto non solo più duro ma anche più imprevedibile.
Dietro questa postura muscolare c’è una struttura di potere scossa e allo stesso tempo ricompattata. Dopo l’uccisione di Ali Khamenei nei bombardamenti, la guida del sistema è passata al figlio Mojtaba, ferito e, secondo fonti americane e israeliane, isolato e non più raggiungibile, mentre i religiosi sopravvissuti e i vertici dei Pasdaran avrebbero consolidato il controllo del Paese. Leadership e continuità diventano quindi parte della partita, tra opacità e ricomposizione interna.
Bombe su Teheran, ponti sul Litani
Sul terreno, la guerra ha preso la forma di una campagna aerea di logoramento che investe città, infrastrutture e nodi logistici. Nelle ultime ore, nuove esplosioni sono state segnalate in diverse aree di Teheran, dalla superstrada Shahid Babaei alle zone di Garmdareh, fino al cuore urbano tra le vie Hafez e Jomhouri, un’area densamente popolata di uffici pubblici, negozi e abitazioni.
Un raid ha colpito anche Khorramabad, a ovest della capitale, distruggendo un edificio residenziale e provocando la morte di almeno un bambino oltre a numerosi feriti. L’esercito israeliano rivendica un’“ondata di attacchi aerei su vasta scala” contro le infrastrutture del “regime del terrore” iraniano, includendo basi militari, impianti di produzione di armamenti, depositi missilistici, il quartier generale del Ministero dell’Intelligence e il centro d’emergenza delle forze di sicurezza interne.
Sul fianco nord, il fronte libanese si infiamma. Le forze israeliane hanno distrutto due ponti strategici sul fiume Litani, tra cui quello a Qaaqaaiyet al-Jisr, tagliando un collegamento essenziale tra Nabatiyeh e la valle di al Hujair e, nei giorni precedenti, il ponte di Qasmiyeh vicino a Tiro. Il presidente libanese Joseph Aoun parla apertamente di “preludio a una invasione di terra”, mentre Hezbollah sostiene di aver condotto decine di operazioni in 24 ore, impiegando razzi, droni e artiglieria contro obiettivi israeliani nel nord di Israele e nel sud del Libano.
L’offensiva israeliana in territorio libanese viene giustificata come risposta alle minacce del movimento sciita filo-iraniano, ma di fatto apre un fronte parallelo che moltiplica i rischi di allargamento del conflitto. In Israele, la popolazione vive sotto una pioggia quasi quotidiana di allarmi: a Tel Aviv, la sirena è risuonata più volte in una sola mattina, con missili iraniani intercettati sopra la città, esplosioni vicino al teatro Habima e un edificio distrutto nelle vicinanze del mercato Carmel.
La linea che separa obiettivi militari, centri urbani e infrastrutture civili appare sempre più sottile. L’uccisione di un agricoltore nel nord di Israele, forse per fuoco amico durante uno scontro lungo il confine libanese, è uno degli episodi che mostrano come la densità dei combattimenti renda fragile anche la capacità di controllo delle forze armate coinvolte. In questo scenario, l’idea, evocata dal ministro della Difesa Israel Katz, di applicare il “modello Gaza” ai villaggi del sud del Libano significa esportare una dottrina di distruzione sistematica in un contesto regionale già saturo di tensioni. Civili in prima linea è l’immagine che emerge da entrambe le sponde del fronte.
Il cielo di Teheran è una nube tossica
Alla dimensione militare si somma una crisi ambientale che colpisce la capitale iraniana. Due settimane dopo i bombardamenti israeliani contro depositi di petrolio a Teheran, una nube tossica continua a incombere sulla città, come documentano immagini satellitari rilanciate da vari media internazionali.
Il fumo prodotto dagli attacchi ha rilasciato in atmosfera fuliggine, particelle di olio e anidride solforosa, mentre una successiva tempesta ha portato piogge contaminate da residui petroliferi. Residenti intervistati lamentano mal di testa, irritazioni oculari e cutanee, difficoltà respiratorie. Gli esperti avvertono che questi sintomi potrebbero essere solo l’inizio, preludio a rischi a lungo termine: malattie cardiovascolari, peggioramento delle funzioni cognitive, danni al Dna, aumento dei casi di tumore.
Il quadro sanitario si intreccia con un’infrastruttura urbana già sotto pressione. Nel porto di Bandar Abbas, sullo Stretto di Hormuz, un attacco contro un’antenna radio ha provocato un morto e un ferito, interrotto temporaneamente i servizi radiotelevisivi e poi riportati alla normalità. Questa combinazione di bombardamenti su infrastrutture energetiche e comunicative, in un contesto di inquinamento estremo, trasforma Teheran in un laboratorio involontario di guerra ambientale.
La guerra, qui, non è solo la somma di ordigni e bersagli. È un processo che ridefinisce l’aria che si respira, l’acqua che cade dal cielo, la percezione stessa della città da parte dei suoi abitanti. Salute pubblica urbana e resilienza diventano variabili di un conflitto che va oltre la tradizionale grammatica militare.
Diplomazia al rallentatore, logica dell’ultimatum
Sul piano diplomatico, la crisi produce dichiarazioni dure ma pochi corridoi reali di de-escalation. La Russia si dice contraria al blocco di Hormuz, ma sottolinea che lo stretto va letto nel contesto della “complessiva situazione in Medio Oriente”: invita alla cessazione dell’“aggressione americana e israeliana” contro l’Iran e sostiene che la normalizzazione dello stretto passerà solo dalla fine della guerra.
Mosca avverte anche contro ogni minaccia alla centrale nucleare di Bushehr, mentre il Cremlino smentisce articoli secondo cui avrebbe proposto agli Stati Uniti uno scambio di intelligence, offrendo di interrompere la condivisione di dati con Teheran in cambio di un analogo gesto americano sull’Ucraina. La Cina, dal canto suo, avverte che l’eventuale attacco alle centrali elettriche iraniane potrebbe rendere “incontrollabile” la situazione mediorientale, spingendo l’intera regione oltre una soglia di gestione politica.
In parallelo, il premier britannico Keir Starmer insiste con Trump sulla necessità di riaprire Hormuz per stabilizzare il mercato energetico globale, pur muovendosi dentro una relazione bilaterale segnata dagli strappi verbali del presidente americano nei confronti di Londra. Trump, che ha più volte ridicolizzato la Nato definendola una “vergogna”, usa l’alleanza come bersaglio retorico interno mentre chiede comunque, davanti alle telecamere, che le “nazioni del mondo libero” si uniscano alla guerra contro l’Iran.
La diplomazia si muove a strappi simili anche sul fronte asiatico. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in un’intervista all’agenzia giapponese Kyodo, afferma che Teheran non cerca un semplice cessate il fuoco ma “una fine completa, globale e duratura della guerra” e si dice pronta a garantire il passaggio delle navi giapponesi a Hormuz, precisando che lo stretto non è formalmente chiuso, ma sottoposto a restrizioni verso i Paesi coinvolti nel conflitto.
Teheran apprezza la posizione “equilibrata e imparziale” del Giappone e intravede in Tokyo un possibile mediatore, in un momento in cui molte capitali cercano margini per evitare il collasso del sistema energetico globale. Tuttavia, mentre Trump parla ancora di “Iran morto” per potersi concentrare sul “vero nemico” interno, il Partito democratico, la logica dell’ultimatum resta la grammatica principale del conflitto. Diplomazia sotto pressione riassume il clima di queste ore.
Il costo umano e politico della guerra
Dietro le mappe dei raid e le curve del petrolio, c’è il costo umano di una guerra che ha superato le tre settimane. Le vittime si contano ormai a migliaia tra Iran, Libano e Israele, mentre anche i militari statunitensi hanno pagato un prezzo in vite umane, sia in mare sia nelle basi sparse nel Golfo.
Milioni di persone in Iran e in Libano sono state costrette a lasciare le proprie case, mentre nuove ondate di sfollati si aggiungono a quelle prodotte dai conflitti degli ultimi anni in Siria, Iraq e Palestina. Il paragone evocato dalla deputata repubblicana Anna Paulina Luna, che critica il senatore Lindsey Graham accusandolo di trattare i soldati come “bestiame sacrificabile” a proposito di un’ipotetica operazione anfibia americana per conquistare l’isola iraniana di Kharg, richiama la memoria di Iwo Jima e delle sue 26 mila vittime americane.
La stessa idea di un assalto a Kharg, snodo da cui passa la gran parte delle esportazioni petrolifere iraniane, rende evidente quanto l’obiettivo militare e quello economico tendano a sovrapporsi. All’interno degli Stati Uniti, il dibattito repubblicano mostra una frattura tra falchi e figure più caute, mentre l’opinione pubblica osserva un presidente che spinge la retorica al limite nel mezzo di un’economia rallentata, con prezzi elevati e una promessa di “età dell’oro” che tarda ad arrivare.
Gli analisti americani ricordano la formula secondo cui alcuni Paesi “non hanno una politica estera, ma solo una politica interna”. Nel caso di Trump, la tentazione di usare la guerra come diversivo rispetto a scandali irrisolti e difficoltà elettorali si intreccia con un genuino calcolo di potenza, in cui la dimostrazione di forza militare dovrebbe sostenere la credibilità americana su scala globale. Legittimità e consenso diventano così un fronte parallelo a quello di Teheran o di Hormuz.
Mercati in caduta, barili mancanti
L’onda d’urto della crisi non si ferma alle coste del Golfo. Il direttore dell’Agenzia internazionale dell’Energia, Fatih Birol, avverte che il mondo potrebbe trovarsi di fronte alla peggiore crisi energetica degli ultimi decenni, con una perdita stimata di decine di milioni di barili al giorno, più delle due grandi crisi petrolifere degli anni Settanta messe insieme. Almeno quaranta infrastrutture energetiche sarebbero “gravemente o molto gravemente” danneggiate in numerosi Paesi del Medio Oriente.
Birol sottolinea che nessun Paese sarà immune dagli effetti di questa crisi se la guerra proseguirà su questa traiettoria. A Tokyo, la Borsa registra un forte ribasso dopo le ultime minacce di Trump: il Nikkei crolla in apertura, recupera solo in parte nelle ore successive, mentre il prezzo del greggio Wti supera temporaneamente la soglia psicologica dei 100 dollari al barile.
In Cina, gli indici principali aprono in rosso, mentre Hong Kong scivola ancora più in basso e le grandi banche d’affari, da Goldman Sachs in giù, avvertono che l’impatto dei prezzi del petrolio dipenderà dalla durata della chiusura di Hormuz e dalla dinamica di domanda e offerta globale. I mercati asiatici, altamente dipendenti dal greggio del Golfo, diventano così un barometro immediato della guerra.
La vulnerabilità energetica si traduce in vulnerabilità finanziaria e, a cascata, sociale. L’Iran, dal canto suo, prova a usare i flussi di petrolio come leva, mentre gli Stati Uniti, per attenuare la pressione sui prezzi, hanno alleggerito alcune sanzioni sul greggio iraniano in mare, nel tentativo di controllare a chi finiscano quei barili e come vengano usati i proventi. Il paradosso è che un conflitto nato anche per frenare l’evoluzione del programma nucleare e missilistico iraniano rischia di destabilizzare l’intero sistema energetico che sostiene la crescita mondiale. Mercati e geopolitica si fondono in un unico teatro.
Fratture interne e repressione in Iran
Mentre affronta la pressione militare esterna, il regime iraniano si preoccupa di sigillare il fronte interno. Il Ministero dell’Intelligence di Teheran annuncia l’arresto di decine di persone definite “mercenari degli Stati Uniti e di Israele”, accusate di collaborare con la testata di opposizione Iran International, con sede a Londra.
Secondo il comunicato, gli arrestati avrebbero fornito informazioni sulla posizione di centri militari e di sicurezza, e mantenuto contatti con gruppi separatisti pronti ad alimentare disordini di piazza in caso di appelli esterni. Ad almeno parte di loro verranno confiscati beni, mentre altri collaboratori della tv sono stati fermati in diverse province.
Le autorità iraniane minacciano anche di intervenire contro i membri delle pagine social legate a Iran International, invitando i cittadini ad abbandonarle. È una strategia che combina repressione preventiva, controllo dell’informazione e costruzione di una narrativa patriottica in cui ogni dissenso mediatico viene presentato come estensione dell’“operazione psicologica” nemica.
In questo quadro, la libertà di informazione diventa uno dei primi collateral della guerra. Mentre i droni sorvolano Teheran, lo spazio pubblico digitale si restringe. Gli appelli delle autorità iraniane ai media interni a “non contribuire alla narrativa del nemico” e a non insistere sui punti deboli del Paese rafforzano il tentativo di blindare il discorso nazionale attorno alla logica della resistenza. Controllo del racconto è la cifra della risposta del regime.
Un Medio Oriente sull’orlo del blackout
Le ultime settimane hanno mostrato quanto rapidamente un conflitto regionale possa trasformarsi in una minaccia sistemica. Nel giro di 23 giorni, gli Stati Uniti e Israele hanno condotto ondate di raid che, secondo fonti militari, hanno degradato in modo significativo le difese aeree iraniane e colpito decine di siti missilistici e infrastrutturali, mentre l’Iran ha dimostrato di poter colpire Israele, le basi Usa nel Golfo e gli impianti dei Paesi che le ospitano, oltre a usare Hormuz come leva strategica.
Il rischio evocato dagli analisti non è solo quello di una “guerra lunga”, ma di una regione intrappolata in un equilibrio di minacce reciproche che ruotano attorno alla luce e all’acqua: centrali elettriche, reti, impianti di desalinizzazione, pipeline, cavi sottomarini. Il direttore dell’Agenzia per l’Energia parla di “due crisi petrolifere e un crollo del gas” fusi in un unico shock; la Cina avverte di uno scenario “incontrollabile”; la Russia lega la normalizzazione di Hormuz alla fine dell’“aggressione” contro l’Iran.
Intanto, la popolazione di Teheran respira una nube tossica, i residenti del sud del Libano vivono sotto i bombardamenti, i cittadini israeliani corrono nei rifugi al suono delle sirene. Trump ha per ora deciso di posticipare di alcuni giorni gli attacchi alle centrali elettriche iraniane dopo quelle che la Casa Bianca definisce “conversazioni produttive” verso una possibile risoluzione del conflitto, anche se da Teheran arrivano smentite sull’esistenza di veri negoziati.
La domanda, ora, è se questa breve finestra temporale verrà usata per costruire un sentiero credibile di de-escalation o se si trasformerà nell’ennesima pausa prima di un’ulteriore escalation che potrebbe portare il Medio Oriente, e con esso una parte significativa dell’economia globale, sull’orlo di un blackout regionale reale e metaforico.
Nell’abbazia di San Giacomo a Pontida, nel cuore simbolico della Lega e della sua mitologia politica, si celebra l’ultimo saluto a Umberto Bossi, il fondatore del Carroccio scomparso all’età di 84 anni all’ospedale di Circolo di Varese.
La scelta del luogo non è un dettaglio protocollare, ma il sigillo finale su una vicenda personale e politica che proprio a Pontida aveva trovato uno dei suoi miti fondativi, dal richiamo al “giuramento” medievale della Lega Lombarda fino alle grandi adunate verdi degli anni Novanta. Celebrarlo qui, nel monastero affacciato sul “pratone” dei raduni, significa saldare il funerale privato di un uomo alla memoria pubblica di un movimento che ha cambiato il lessico della politica italiana.
I funerali, per volontà della famiglia, si svolgono in forma sobria, senza cerimoniale di Stato, con pochi posti riservati in chiesa e una partecipazione controllata di militanti, amministratori e semplici sostenitori che resteranno per lo più all’esterno dell’abbazia.
È un rito che mescola riservatezza e popolo, come chiesto dai familiari nel messaggio con cui hanno annunciato che le esequie si sarebbero tenute a Pontida per condividere l’ultimo passaggio con il popolo della Padania e la grande famiglia della Lega. Niente camera ardente pubblica e niente show istituzionale: l’omaggio al “Senatùr” è costruito come un ritorno alle origini, al contatto diretto con quella base che ne ha alimentato per decenni il carisma.
Al termine del rito religioso, secondo quanto trapela dall’organizzazione, gli Alpini intoneranno il “Va’ pensiero” di Verdi, un brano che negli anni della nascita della Lega era diventato una sorta di inno informale, evocato spesso da Bossi stesso come canto del popolo oppresso in cerca di riscatto.
L’immagine degli Alpini che cantano il coro del Nabucco davanti all’abbazia di Pontida si inserisce così in una scenografia che richiama i primi anni del movimento, quando il linguaggio simbolico e musicale giocava un ruolo decisivo nel costruire appartenenza, identità e narrazione politica. È l’ultima rappresentazione di un immaginario padano che oggi, nel 2026, appare insieme lontano e ancora visibile nelle radici della destra di governo.
Pontida, tra storia e mito leghista
La scelta di Pontida come teatro dell’addio non è solo una concessione alla storia recente, ma un’operazione consapevole di stratificazione simbolica che affonda in un medioevo in parte leggendario. Secondo una tradizione storiografica mai del tutto confermata, fu infatti in questa abbazia che, nel XII secolo, i rappresentanti delle città lombarde si riunirono per giurare un’alleanza contro l’imperatore Federico Barbarossa: il celebre “giuramento di Pontida”, datato di solito al 1167.
La Lega di Bossi trasformò questo episodio in un mito politico moderno, presentandosi come erede di quella ribellione municipale contro il potere centrale, con la parola d’ordine “Roma ladrona” a fare da ponte tra il passato evocato e la polemica contemporanea.
Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, il prato accanto all’abbazia divenne teatro delle adunate leghiste, con migliaia di militanti arrivati da tutto il Nord a sventolare bandiere verdi, il Sole delle Alpi e striscioni contro il centralismo romano.
In quei raduni, Bossi consolidò il suo ruolo di tribuno, parlando un linguaggio diretto, spesso ruvido, capace però di intercettare la rabbia fiscale, il sentimento di distanza dallo Stato centrale e il desiderio di riconoscimento delle autonomie locali. Portare la salma del fondatore proprio in quel luogo significa chiudere un cerchio narrativo: il Senatùr esce di scena là dove, politicamente, era “entrato” per gran parte dell’opinione pubblica italiana.
Pontida, in questa giornata di marzo, assume quindi la forma di un crocevia tra memoria, nostalgia e attualità. Da un lato, ci sono i militanti storici che ricordano i cortei, gli slogan, le promesse di secessione e di federalismo spinto; dall’altro, la Lega di governo, che da anni ha spostato il proprio baricentro su temi come sicurezza, immigrazione e sovranismo nazionale, partecipando a coalizioni di centrodestra guidate da Silvio Berlusconi prima e, oggi, da nuovi alleati nel ridisegno degli equilibri.
Di fronte all’abbazia, l’Italia che saluta Bossi non è più quella dei primi anni Novanta, ma la sua eredità si riflette ancora nelle dinamiche del Nord produttivo e nel rapporto tra periferie e centro.
Dall’ospedale di Varese alla camera del mito
Umberto Bossi è morto all’ospedale di Circolo di Varese, dove era stato ricoverato in terapia intensiva il 18 marzo dopo un rapido peggioramento delle sue condizioni di salute, già da tempo fragili. Il decesso è avvenuto nella serata del 19 marzo, alle 20.30, chiudendo una lunga parabola personale iniziata nel Varesotto e approdata al centro della scena politica nazionale.
Con la sua scomparsa molti osservatori hanno sottolineato come si chiuda definitivamente la stagione dei fondatori che hanno plasmato la cosiddetta Seconda Repubblica, da Berlusconi a Bossi, passando per figure che hanno ridisegnato gli schieramenti e il vocabolario politico.
Dalla provincia lombarda alla ribalta di Roma, il percorso di Bossi è quello di un leader capace di trasformare una sigla territoriale, la Lega Lombarda, in un soggetto politico nazionale, la Lega Nord, aggregando movimenti autonomisti del Piemonte, del Veneto e di altre regioni del Nord. Nel giro di pochi anni, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, il Carroccio diventa protagonista dell’onda che travolge i partiti tradizionali all’epoca di Tangentopoli, portando in Parlamento un blocco di eletti che rivendicano il Nord produttivo e denunciano la corruzione romana.
Il successo elettorale e poi i ruoli di governo trasformano il linguaggio “anti-sistema” in forza di governo, con tutte le ambivalenze che questa transizione comporta.
L’immagine del Senatùr resta però segnata anche dalle ombre, dagli scandali giudiziari che nel 2012 lo costringono a lasciare la guida del partito, alle divisioni interne che preparano l’ascesa di Matteo Salvini e la mutazione della Lega da forza del Nord a partito nazionale sovranista.
Negli ultimi anni, il ruolo di Bossi si era progressivamente ridimensionato, complice il deterioramento delle condizioni di salute, ma la sua figura continuava a esercitare un peso simbolico forte, tanto che ogni suo intervento pubblico veniva letto come un richiamo alle origini. La morte in ospedale seguita da un funerale a Pontida cristallizza questa duplicità: un uomo fragile e un personaggio politico che resiste come icona.
Le reazioni del mondo politico
Alla notizia della scomparsa di Umberto Bossi, il mondo politico ha reagito con una lunga sequenza di messaggi di cordoglio, che confermano quanto la sua figura abbia inciso negli equilibri della Repubblica.
Dal Quirinale ai governatori regionali, fino ai leader dei principali partiti, il tratto comune dei comunicati è il riconoscimento del suo ruolo nel portare il tema dell’autonomia e del federalismo al centro del dibattito. Anche chi lo ha avuto come avversario ne sottolinea la coerenza nell’interpretare le istanze dei territori del Nord e la capacità di trasformare un disagio diffuso in progetto politico organizzato.
Tra le prime reazioni spicca quella della premier Giorgia Meloni, che ha ricordato come Bossi, con la sua passione politica, abbia segnato una fase importante della storia italiana, legando il suo nome alla costruzione del primo centrodestra di governo. Parole di forte coinvolgimento arrivano anche dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, storico esponente di Forza Italia, che ha definito Bossi grande amico di Silvio Berlusconi e protagonista di primo piano del cambiamento in Italia.
Nel ricordo degli alleati di un tempo emerge l’immagine di un leader duro nelle battaglie politiche ma centrale nel disegnare l’architettura del centrodestra italiano.
Dal fronte opposto, esponenti del Partito Democratico e di altre forze di centrosinistra hanno parlato di Bossi come di un sincero avversario, un combattente, riconoscendogli il merito di aver imposto nel discorso pubblico temi che fino agli anni Ottanta erano rimasti marginali, come il federalismo spinto, la devoluzione di competenze alle Regioni e il riequilibrio nella distribuzione delle risorse fiscali.
Il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia, ad esempio, ha sottolineato come con la sua Lega Bossi abbia portato il tema dell’autonomia nel dibattito politico, pur in un confronto spesso aspro con la sinistra. Dietro le differenze ideologiche si intravede una valutazione condivisa: l’impronta lasciata dal Senatùr sulla geografia politica italiana è difficilmente reversibile.
La Lega di fronte all’eredità del fondatore
Dentro la Lega, la morte di Bossi apre inevitabilmente una riflessione sull’identità del partito e sul rapporto tra la stagione originaria e la fase più recente, segnata dalla leadership di Matteo Salvini.
Nelle ore successive alla notizia, il Carroccio ha annullato tutti gli appuntamenti pubblici, mentre Salvini ha lasciato i suoi impegni istituzionali per raggiungere prima Milano e poi la famiglia, esprimendo il proprio cordoglio con un semplice “Ciao capo” che sintetizza la dimensione personale e politica del legame. Il gesto di sospendere le iniziative di partito e di concentrare l’attenzione sui funerali di Pontida segnala la volontà di ricompattare le diverse anime leghiste attorno alla figura del fondatore.
Negli ultimi anni, i rapporti tra Bossi e la nuova dirigenza non sono stati lineari, segnati da divergenze sulla direzione nazionale del partito, sull’alleanza con forze sovraniste e sulla linea dura in tema di immigrazione, lontana dall’originario baricentro nordista e fiscale. Eppure, nei momenti chiave, la Lega ha sempre rivendicato la continuità simbolica con il suo fondatore, mantenendo vivo il richiamo a Pontida, alla “Padania” e al repertorio di simboli che Bossi aveva scolpito nella coscienza di militanti e simpatizzanti.
Oggi, davanti al feretro, il partito è chiamato a tenere insieme la memoria di quella stagione con la realtà di una forza inserita stabilmente nell’asse di governo nazionale.
Per molti amministratori locali, dalla Lombardia al Veneto, Bossi resta il leader che per primo ha dato voce a un Nord che si sentiva poco rappresentato dai partiti tradizionali, denunciando quella che veniva percepita come una sproporzione tra quanto i territori più ricchi versavano allo Stato e quanto ricevevano in servizi e investimenti.
È un messaggio che, pur trasformato, continua a risuonare nelle battaglie sulla cosiddetta autonomia differenziata e nella richiesta di maggiori competenze per le Regioni, temi che restano centrali nei programmi della Lega e dei suoi alleati. L’eredità del Senatùr si misura così non solo in termini di simboli o retorica, ma nell’agenda concreta che ancora orienta le politiche territoriali del Paese.
Un funerale che parla all’Italia di oggi
La scena che si compone a Pontida in questo 22 marzo è molto più di un semplice funerale di partito. È un momento in cui la storia recente d’Italia viene rimessa in fila, dalle inchieste di Tangentopoli ai primi governi di coalizione del centrodestra, dal lessico di “Roma ladrona” alle successive metamorfosi della Lega, fino all’attuale equilibrio politico in cui il Carroccio è uno dei pilastri del fronte conservatore.
Nel silenzio rispettoso dell’abbazia e nel brusio del “pratone” all’esterno, si sovrappongono memorie di comizi, scontri istituzionali, alleanze e rotture che hanno segnato gli ultimi quarant’anni.
Il rito religioso, privo di cerimoniale di Stato, sottolinea anche un’altra dimensione, quella di un leader che ha sempre rivendicato la propria natura “anti-sistema”, pur finendo più volte a sedere ai tavoli del potere romano. Scegliere un funerale senza apparati, con pochi posti in chiesa e un coinvolgimento contenuto delle istituzioni, risponde alla volontà della famiglia ma si inscrive coerentemente nella narrazione di una vita passata a rappresentare “il popolo contro i palazzi”, con tutte le contraddizioni che questa formula ha prodotto. Anche nelle ultime ore l’immagine che si vuole proiettare è quella del Bossi tribuno, più che del Bossi ministro o alleato di governo.
Al tempo stesso, la presenza annunciata di esponenti di governo, di ex alleati di coalizione, di governatori e sindaci del Nord segnala come l’addio al Senatùr sia percepito come un passaggio nazionale, non solo regionale o di partito. Per l’Italia che guarda, lo scenario di Pontida offre uno specchio in cui leggere i cambiamenti profondi che hanno attraversato il Paese, la crisi dei partiti di massa, l’ascesa dei movimenti territoriali, la trasformazione del dissenso in governo, la persistenza di fratture tra aree geografiche e sociali.
Nel commiato a Umberto Bossi la politica italiana è costretta a fare i conti con ciò che resta della sua stagione e con ciò che da quella stagione non può più essere rimosso.
L’Unione Europea ha deciso di offrire denaro e assistenza tecnica a Kyiv per riparare un oleodotto costruito in epoca sovietica che oggi alimenta le raffinerie dell’Europa centrale con greggio russo a basso costo.
È un gesto che va oltre la semplice ingegneria energetica e che si trasforma in una manovra politica, pensata per disinnescare il veto dell’Ungheria su un maxi prestito da 90 miliardi di euro a favore dell’Ucraina. Sullo sfondo, la guerra di Mosca contro Kyiv e la fatica dell’UE nel conciliare solidarietà, sicurezza energetica e unità politica.
Dal 27 gennaio il flusso di greggio lungo il ramo meridionale dell’oleodotto Druzhba, che attraversa l’Ucraina verso Ungheria e Slovacchia, è fermo. Kyiv sostiene che il sistema sia stato seriamente danneggiato da un attacco russo con droni, che avrebbe provocato un incendio e compromesso la sicurezza della struttura. Budapest invece parla apertamente di una scelta politica ucraina e ne ha fatto il fulcro di una battaglia con Bruxelles.
Al centro dello scontro c’è una domanda semplice ma esplosiva: chi usa l’energia per fare pressione su chi.
Il veto ungherese come arma politica
Per il governo di Viktor Orbán la questione è chiara. Finché il greggio russo non tornerà a scorrere lungo il Druzhba, Budapest non darà il suo consenso al nuovo pacchetto di sanzioni contro Mosca né al prestito pluriennale per sostenere il bilancio e lo sforzo bellico dell’Ucraina. Il ministro degli Esteri Péter Szijjártó ha ribadito che l’Ungheria è pronta a bloccare il prestito finché non riprenderanno i flussi verso le sue raffinerie, legando in modo esplicito il dossier energetico al pacchetto finanziario.
Orbán, considerato da anni il più solido alleato politico del Cremlino all’interno dell’UE, ha già ostacolato in passato iniziative europee contro Mosca, criticando in particolare i tentativi di colpire le entrate energetiche russe. Oggi utilizza lo strumento del veto, che richiede l’unanimità tra i 27, per ottenere un vantaggio immediato: il ripristino di un flusso di petrolio che rimane essenziale per l’economia ungherese.
Dalla prospettiva di Bruxelles, però, questo atteggiamento è percepito come una forma di ricatto interno, capace di paralizzare l’intera architettura decisionale dell’Unione su un dossier strategico come il sostegno a Kyiv. La tensione tra coesione interna e fermezza verso Mosca diventa così sempre più evidente.
L’offerta dell’UE: soldi e tecnici per Druzhba
Per disarmare il veto ungherese, la Commissione europea ha scelto una via pragmatica. Bruxelles ha proposto di finanziare e coordinare i lavori per riparare il Druzhba, mettendo sul piatto fondi comunitari e supporto tecnico. L’idea è trasformare un contenzioso bilaterale tra Budapest e Kyiv in un dossier tecnico sotto supervisione europea, neutralizzando almeno in parte la narrativa dei torti subiti dall’Ungheria.
Formalmente, l’UE insiste sul fatto che non esistano rischi immediati per la sicurezza energetica, grazie alle scorte e alle rotte alternative costruite dopo il 2022. Ma il segnale inviato a Budapest è chiaro: le istituzioni europee sono disposte a intervenire pur di sbloccare il pacchetto finanziario per l’Ucraina e procedere con un nuovo round di sanzioni contro la Russia.
Per i critici, dentro e fuori le istituzioni, questa mossa rischia di rafforzare l’idea che un singolo Stato membro, facendo ostruzionismo, possa ottenere concessioni su dossier sensibili. Per altri, è il prezzo necessario per mantenere l’unità dell’Unione e proseguire l’assistenza a Kyiv in un momento di evidente affaticamento politico e finanziario.
In questo scenario l’oleodotto sovietico diventa un simbolo di quanto il passato energetico continui a condizionare le scelte politiche del presente.
La posizione dell’Ucraina: oleodotto in zona di guerra
Da Kyiv il quadro appare molto diverso. Il presidente Volodymyr Zelenskyj ha ribadito che l’oleodotto è stato danneggiato dai bombardamenti russi e che non si tratta di una scelta volontaria di strangolare l’economia ungherese. Secondo il capo dello Stato ucraino, il transito potrebbe essere ripristinato nel giro di alcune settimane, ma solo a condizioni chiare e in un contesto di sicurezza minima.
Zelenskyj afferma di non avere alcun interesse a premiare la Russia ripristinando rapidamente un’infrastruttura che alimenta le casse del Cremlino mentre i missili continuano a colpire il territorio ucraino. Tuttavia riconosce che la questione del Druzhba è diventata uno dei nodi per sbloccare il prestito europeo, tanto da chiedere che l’eventuale collegamento tra oleodotto e prestito venga messo nero su bianco, per evitare margini di ambiguità.
In altre parole, l’Ucraina non vuole che la propria vulnerabilità infrastrutturale diventi un’arma nelle mani di un governo europeo storicamente scettico sul sostegno a Kyiv. Meglio trasformare il negoziato in un processo trasparente, legato a impegni precisi dell’UE, piuttosto che a intese informali con Budapest.
Per Kyiv la riparazione del Druzhba non è solo una questione tecnica, ma un frammento della più ampia partita sul modo in cui l’Europa finanzia la sua resistenza.
Orbán tra narrativa interna e sfida a Bruxelles
In Ungheria, Orbán ha trasformato la disputa sull’oleodotto in una battaglia identitaria. In dichiarazioni pubbliche e nei messaggi alla propria base, il premier accusa Zelenskyj di voler punire famiglie e imprese ungheresi bloccando il petrolio, presentando Budapest come vittima di un accerchiamento politico orchestrato da Kyiv e dalle élite europee. La sospensione del flusso di greggio viene raccontata come un atto ostile, pensato per piegare l’Ungheria sulle questioni belliche.
Questa narrativa parla direttamente al suo elettorato, sensibile al tema del costo della vita e diffidente verso un impegno europeo prolungato a favore dell’Ucraina. Orbán sostiene che non vi siano ostacoli tecnici alla ripresa del transito e che l’unico vero impedimento sia la volontà politica di Kyiv. Il risultato è un quadro speculare rispetto a quello ucraino: dove Zelenskyj vede i danni di una guerra in corso, Orbán vede un calcolo strategico.
Sul piano europeo, la stessa narrazione viene usata per giustificare il veto al prestito da 90 miliardi e alle nuove sanzioni. L’Ungheria, secondo il premier, non potrebbe sostenere decisioni favorevoli all’Ucraina finché le sue esigenze energetiche non saranno riconosciute e rispettate. È un rovesciamento dei ruoli che costringe Bruxelles a occuparsi prima del Druzhba e poi di Kyiv.
In questo gioco di specchi la figura di Orbán diventa il punto di contatto tra politica interna e geometrie variabili dell’Unione.
Il prestito da 90 miliardi e il nodo dell’unanimità
Il prestito che l’Unione vuole attivare per Kyiv è il cuore del nuovo pacchetto di sostegno per i prossimi anni. I leader europei hanno concordato di destinare questi fondi a esigenze di bilancio, ricostruzione e spese militari ucraine, inserendoli nel quadro finanziario pluriennale dell’UE. La Commissione ha presentato proposte che legano il prestito a modifiche delle regole di bilancio e allo spazio ancora disponibile nel bilancio comunitario.
Il Parlamento europeo ha dato il via libera politico, ma la partita decisiva si gioca in Consiglio, dove l’accordo deve essere unanime. È qui che il veto ungherese si trasforma in un ostacolo strutturale. Altri paesi hanno espresso riserve o richiesto garanzie aggiuntive, senza però bloccare il processo con la stessa aggressività di Budapest.
Nel dibattito pubblico europeo, il caso Druzhba è diventato un esempio dei limiti del principio dell’unanimità su questioni di politica estera e sicurezza. Alcuni governi sostengono che l’UE debba passare a votazioni a maggioranza qualificata per evitare che un singolo Stato paralizzi dossier di interesse strategico per tutti gli altri. Ma modificare le regole richiederebbe, paradossalmente, proprio quell’unanimità che oggi manca.
Il cortocircuito istituzionale mette in luce quanto la struttura decisionale europea sia esposta a chi voglia usare il veto come leva negoziale principale.
Le opzioni sul tavolo a Bruxelles
I funzionari europei lavorano da settimane su scenari alternativi per aggirare o attenuare il veto ungherese. Una possibilità è ricorrere ad accordi intergovernativi tra i paesi disponibili, al di fuori del bilancio UE, per anticipare parte dei fondi a Kyiv. Un’altra strada consiste nel riadattare programmi già esistenti, come la cosiddetta Ukraine Facility, pur con risorse più limitate e tempi più lunghi.
Una soluzione di compromesso potrebbe assumere la forma di un pacchetto a due livelli: da un lato l’impegno a sostenere la riparazione del Druzhba, dall’altro garanzie politiche e finanziarie per i paesi che non intendono contribuire direttamente al prestito, tra cui l’Ungheria. In passato, formule di questo tipo hanno permesso di sbloccare dossier complessi, bilanciando solidarietà e opt-out nazionali.
Resta però aperta una domanda centrale: fino a che punto l’UE è disposta a pagare, in termini politici e simbolici, pur di mantenere seduto al tavolo un governo che usa sistematicamente il veto per difendere i propri legami energetici con Mosca. La risposta influenzerà non solo il futuro del prestito a Kyiv, ma anche la credibilità dell’Unione come attore geopolitico coerente.
Nel frattempo il tempo scorre e l’Ucraina continua a dipendere dal supporto europeo per sostenere sia la macchina militare sia quella statale.
L’energia come arma di lungo periodo
La crisi del Druzhba dimostra quanto il legame tra energia e geopolitica resti strutturale, nonostante gli sforzi europei per ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas russi. Il fatto che un oleodotto costruito all’epoca sovietica e battezzato amicizia possa condizionare il destino di un prestito multimiliardario a un paese in guerra evidenzia la fragilità di questo passaggio storico.
Per l’Ucraina, la questione è particolarmente delicata. Da un lato il transito di petrolio può garantire entrate e segnalare affidabilità verso i partner europei. Dall’altro ogni barile che attraversa il suo territorio alimenta una fonte di reddito per la Russia, che continua a bombardare città e infrastrutture ucraine. È una tensione che attraversa tutto il dibattito sul futuro energetico della regione.
Per l’UE, la vicenda rappresenta un test sulla capacità di conciliare sicurezza energetica e coerenza strategica. Se la soluzione sarà quella di finanziare la riparazione di un oleodotto che continua, almeno in parte, a sostenere l’economia di guerra russa, Bruxelles dovrà spiegare perché questo compromesso viene considerato ancora accettabile a distanza di anni dall’invasione su larga scala.
In questo intreccio di interessi e vulnerabilità, l’energia non è più solo un bene economico ma una vera e propria infrastruttura di potere.
Alla fine, la storia del Druzhba oggi parla meno di tubi e valvole e molto di più del futuro politico dell’Europa. Da una parte c’è un’Unione che cerca di sostenere un paese aggredito senza esplodere sotto il peso dei propri meccanismi decisionali. Dall’altra c’è un governo, quello ungherese, che vede nell’energia la leva più efficace per imporre i propri interessi, anche a costo di isolarsi dai partner. In mezzo, l’Ucraina tenta di non trasformare le proprie infrastrutture danneggiate in un campo di battaglia diplomatico permanente, consapevole che ogni concessione oggi potrebbe avere un prezzo domani.
Quale di queste tre logiche prevarrà dipenderà da quanto l’Unione sarà disposta a legare il proprio futuro politico a un oleodotto nato in un’altra epoca e per un’altra guerra.
Nel cuore del Mediterraneo centrale, tra Malta, la Libia e le isole italiane, una nave fantasma mette alla prova la capacità dell’Europa di gestire allo stesso tempo la sicurezza energetica, le tensioni della guerra in Ucraina e la fragilità di un mare semi-chiuso. Si chiama Arctic Metagaz, batte bandiera russa, trasporta gas naturale liquefatto e carburanti, ed è ormai da giorni alla deriva dopo un incendio e una serie di esplosioni a bordo.
Secondo una lettera indirizzata alla Commissione europea, Italia, Francia e altri sette Stati mediterranei hanno definito la nave un pericolo “imminente e serio”, evocando il rischio di un grave incidente marittimo e di un disastro ambientale in una delle aree più trafficate del mondo. La vicenda, nata come episodio tecnico di sicurezza in mare, è rapidamente diventata un test politico e diplomatico, in cui sanzioni, guerra e diritto del mare si intrecciano.
Un gigante del gas senza equipaggio
La Arctic Metagaz è classificata come tanker per gas naturale liquefatto, parte di quella che analisti e media occidentali descrivono come la “shadow fleet” russa, la flotta ombra che consente a Mosca di continuare a esportare idrocarburi aggirando o comunque sfruttando gli interstizi del regime sanzionatorio imposto da Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea.
Al momento dell’incidente, la nave trasportava decine di migliaia di tonnellate di GNL dirette verso l’Egitto, oltre a carburanti più tradizionali, tra cui gasolio, olio pesante e diesel. Fonti italiane e maltesi parlano di circa 62 mila tonnellate di gas naturale liquefatto e di un carico complessivo di carburanti stimato nell’ordine delle centinaia di tonnellate, con valutazioni di ONG che citano fino a 900 tonnellate di diesel a bordo.
Dopo le esplosioni e l’incendio, il danno visibile riguarderebbe soprattutto le strutture sopra la linea di galleggiamento, mentre la reale integrità dei serbatoi di GNL e dei depositi di carburante resta incerta. La nave è stata evacuata: i 30 membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo e il relitto naviga ora senza nessuno a bordo, spinto da correnti e venti in una zona in cui convergono rotte commerciali, pescherecci e imbarcazioni civili.
L’attacco con droni e il racconto dal mondo arabo
La genesi dell’incidente è al centro di un duro scontro narrativo. Fonti di sicurezza marittima e del settore shipping hanno parlato fin dall’inizio di un probabile attacco con droni contro la Arctic Metagaz, ipotizzando un’operazione ucraina in risposta alla guerra lanciata da Mosca nel 2022.
Nella versione rilanciata dai media in lingua araba, l’episodio viene descritto come un “atto terroristico internazionale” e un caso di “pirateria marittima” in violazione del diritto del mare. Un comunicato del ministero dei Trasporti russo, ripreso da diverse testate, afferma che la nave sarebbe stata colpita da imbarcazioni senza pilota o droni esplosivi nelle acque internazionali del Mediterraneo, in un punto definito “cruciale” perché prossimo alle rotte più affollate e alle acque di Malta, Stato membro dell’Unione.
I dettagli operativi restano sfumati. Fonti navali e di tracking marittimo indicano che l’ultima posizione certa della petroliera, prima che perdesse la capacità di manovra, era a nord della Libia, in un’area compresa tra la costa di Sirte e la zona di responsabilità maltese per il soccorso in mare. La narrativa araba insiste sul fatto che tutti i 30 marinai, definiti “cittadini russi”, siano stati evacuati illesi, elemento che consente alle autorità di Mosca di parlare di danni materiali gravissimi ma di “nessuna perdita di vite umane”.
Tra Libia, Malta e Italia, una nave fantasma
Subito dopo l’incendio, le notizie dal Nordafrica hanno aggiunto un ulteriore strato di confusione. L’autorità marittima libica ha riferito che la nave sarebbe affondata in acque tra la Libia e Malta, in seguito al fuoco a bordo. Ma poche ore dopo Malta ha smentito in sostanza quella versione, chiarendo che la tanker era ancora galleggiante, danneggiata ma integra, e che stava lentamente derivando verso nord-ovest, in direzione delle acque tra Malta e Lampedusa.
Da quel momento, la Arctic Metagaz è diventata una presenza ingombrante e inquietante nel quadrante centrale del Mediterraneo. Secondo ricostruzioni coordinate dalle autorità maltesi e italiane, la nave si è mossa fino a circa 50 miglia nautiche a sud-ovest di Malta, senza equipaggio, costantemente monitorata da unità della Marina italiana, da rimorchiatori e da mezzi specializzati nella risposta a incidenti in mare.
Il sindaco di Lampedusa e Linosa, Filippo Mannino, ha provato a rassicurare l’opinione pubblica, affermando che la situazione è “sotto controllo” e che il relitto si trova in acque internazionali, sotto la sorveglianza continua di navi militari e di un mezzo per la risposta ambientale. Resta tuttavia il nodo principale: quanto GNL e quante tonnellate di carburante sono ancora effettivamente a bordo e in quali condizioni strutturali.
La lettera dei nove paesi mediterranei
Mentre la nave continuava la sua deriva, la questione è arrivata sui tavoli di Bruxelles. Una coalizione di nove paesi mediterranei, guidata da Italia e Francia, ha inviato alla Commissione europea una lettera in cui definisce la Arctic Metagaz una minaccia ambientale di livello elevato e un potenziale fattore di destabilizzazione per la sicurezza marittima nella regione.
Nella missiva, i governi parlano di “rischio imminente e serio” di un disastro ecologico e chiedono un intervento coordinato dell’Unione. L’obiettivo è duplice: ottenere supporto tecnico e operativo per mettere in sicurezza la nave, ma anche evitare che qualsiasi azione violi o indebolisca il regime sanzionatorio europeo sul trasporto di idrocarburi russi.
La Commissione si trova così a dover bilanciare il dovere di prevenire un possibile disastro ambientale con la necessità di non creare eccezioni che possano essere sfruttate come precedenti in futuro. Gli stessi Stati firmatari riconoscono che interventi come il traino in porto, l’assistenza tecnica diretta o eventuali operazioni di scarico possono implicare deroghe alla rigidità delle sanzioni, e chiedono indicazioni chiare per evitare contenziosi giuridici o accuse di favoritismo.
Roma tra pressioni interne e diritto internazionale
Per l’Italia, la Arctic Metagaz è diventata rapidamente una questione di sicurezza nazionale. A Roma, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato una riunione con i ministri competenti in materia di difesa, esteri, energia, affari marittimi e protezione civile per fare il punto sui rischi e sulle possibili opzioni.
Le autorità italiane valutano uno spettro ampio di scenari. Da un lato emerge l’ipotesi di lasciare la nave in acque internazionali finché non sia possibile un traino sicuro o finché l’armatore russo non incarichi una società specializzata, come auspicato dal gestore della nave, la società russa LLC SMP Techmanagement. Dall’altro, c’è il timore che, con il peggiorare delle condizioni meteo o l’eventuale deterioramento dello scafo, si renda necessario un intervento d’urgenza per evitare che la tanker si avvicini eccessivamente alle coste italiane o maltesi.
Nel frattempo, organizzazioni ambientaliste come il WWF hanno lanciato appelli pubblici, stimando la presenza a bordo di circa 900 tonnellate di diesel e avvertendo che un’eventuale perdita potrebbe provocare incendi, nubi tossiche criogeniche e una contaminazione di lungo periodo degli ecosistemi marini profondi, in una delle aree più ricche di biodiversità del Mediterraneo. L’Italia si muove così in una cornice complessa, in cui la responsabilità ambientale si intreccia con la gestione di una nave sanzionata e formalmente sotto responsabilità russa.
Mosca prende tempo, l’Europa teme la flotta ombra
Dal lato russo, il ministero degli Esteri ha confermato che la Arctic Metagaz è alla deriva nel Mediterraneo, senza tuttavia assumere un impegno immediato e preciso su come intenda intervenire. La portavoce Maria Zakharova ha parlato di un coinvolgimento di Mosca legato a “circostanze concrete”, sottolineando che il governo è in contatto sia con l’armatore sia con le autorità straniere competenti.
Questa formula prudente consente al Cremlino di mantenere margini di manovra. Da un lato può presentarsi come vittima di un attacco che definisce “terroristico” e “piratesco”, accreditando sui media interni e in parte del mondo arabo l’idea di una guerra ibrida contro le sue infrastrutture energetiche. Dall’altro, può usare la situazione come leva nei confronti dell’Unione europea, chiamata ora a gestire un problema generato indirettamente dalle stesse sanzioni che mirano a ridurre l’impatto della flotta energetica russa.
Per Bruxelles, la Arctic Metagaz è il simbolo di un fenomeno ben più vasto: quello delle navi della cosiddetta flotta ombra, spesso vecchie, assicurate in modo opaco, che compiono rotte lunghe con carichi di petrolio e gas verso mercati extra-occidentali, al margine dei controlli consueti. Il fatto che una di queste unità, sotto sanzione, sia ora alla deriva in una zona densamente popolata del Mediterraneo spinge molti governi a chiedere un rafforzamento delle regole e dei controlli, sia a livello europeo sia nell’Organizzazione marittima internazionale.
Il rischio ambientale nel mare chiuso
Oltre alla politica, c’è la geografia. Il Mediterraneo è un mare semi-chiuso, con un ricambio d’acqua lento e un’elevata concentrazione di traffico marittimo, attività di pesca, turismo e aree protette. Una perdita massiccia di combustibili dalla Arctic Metagaz non avrebbe l’impatto visivo delle grandi maree nere oceaniche, ma potrebbe comunque provocare danni duraturi, particolarmente nelle profondità e lungo le coste rocciose delle isole minori.
Gli esperti ricordano che un incidente che coinvolga GNL comporta rischi distinti rispetto a una fuoriuscita di greggio. Il gas liquefatto, se rilasciato rapidamente, evapora e può creare nubi fredde, pesanti, potenzialmente infiammabili e pericolose per la navigazione e per le comunità costiere in determinate condizioni di vento. Al tempo stesso, la presenza di carburanti come diesel e olio pesante può generare una contaminazione di lunga durata, con effetti tossici per la fauna marina e ricadute economiche su pesca e turismo.
La combinazione di questi fattori rende la Arctic Metagaz una sorta di laboratorio forzato di gestione del rischio in un mare densamente antropizzato. I nove paesi che hanno firmato l’appello a Bruxelles avvertono che il Mediterraneo non può permettersi di trasformarsi in un corridoio permanente per navi ad alto rischio sanitario ed ecologico, tanto più se prive di controlli trasparenti e tracciabili.
Sanzioni, diritto del mare e responsabilità
L’incidente mette a nudo anche una tensione giuridica. Da un lato, le navi battenti bandiera russa e soggette a sanzioni incontrano crescenti ostacoli ad attraccare, fare rifornimento, ricevere manutenzione o assistenza nei porti dell’Unione europea. Dall’altro, il diritto internazionale del mare impone un dovere di soccorso e di prevenzione dell’inquinamento, soprattutto quando esistono rischi non solo per la nave ma per l’ambiente e per terzi.
Gli Stati mediterranei si trovano quindi a muoversi su un crinale sottile. Qualsiasi decisione di favorire il traino della Arctic Metagaz verso un porto sicuro, di facilitare operazioni di alleggerimento del carico o di fornire supporto tecnico diretto deve essere compatibile con il quadro sanzionatorio e, allo stesso tempo, sufficiente a dimostrare che si è fatto tutto il possibile per prevenire una catastrofe ecologica.
Non è un caso che la lettera indirizzata alla Commissione insista sulla necessità di indicazioni precise e di una regia comune. I governi temono che, in assenza di linee chiare, l’onere ricada su singoli Stati, esposti tanto al rischio ambientale quanto a quello politico, tra accuse di cedimento verso Mosca e critiche per inerzia in caso di incidente.
Un campanello d’allarme per il futuro
In questo scenario, la Arctic Metagaz appare come un presagio di ciò che potrebbe accadere più spesso in un mondo in cui la guerra in Ucraina, la competizione tra grandi potenze e le sanzioni economiche ridisegnano le rotte dell’energia. Navi anziane, con catene di proprietà complesse, assicurazioni poco trasparenti e carichi di valore strategico attraversano aree densamente popolate e ambientalmente fragili, trasformando ogni incidente in un caso politico globale.
Il Mediterraneo, mare di intersezione tra Europa, Nordafrica e Medio Oriente, diventa in questo contesto una cartina di tornasole. La gestione della crisi della Arctic Metagaz misurerà la capacità dell’Unione europea e dei paesi rivieraschi di conciliare sicurezza energetica, tutela ambientale e coerenza delle sanzioni. È anche un test per la credibilità delle regole internazionali del mare, chiamate a disciplinare situazioni in cui le linee tra responsabilità statale, interessi privati e conflitto armato si fanno sempre più sfumate.
Se la nave verrà messa in sicurezza senza danni, resterà comunque il monito di una crisi sfiorata che ha costretto governi, istituzioni e opinione pubblica a interrogarsi sul lato oscuro della globalizzazione energetica. Quanto siamo disposti ad accettare, in termini di rischio ambientale e umano, perché i flussi di gas e petrolio continuino a scorrere sotto la superficie del mare, invisibili fino al prossimo incendio nella notte.
L’impennata del prezzo del petrolio, spinta dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz, si sta trasformando nel più grave shock energetico degli ultimi decenni. I mercati azionari arretrano, le valute dei paesi più fragili si indeboliscono e i governi corrono ai ripari per attenuare l’impatto su famiglie e imprese.
In poche settimane, il Brent è balzato ben oltre i 100 dollari al barile, con picchi che in alcuni scambi hanno superato i livelli visti nel 2022 e movimenti intraday superiori al 20 per cento.
La chiusura de facto dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio, ha reso evidente la vulnerabilità strutturale di un’economia globale che resta profondamente dipendente dagli idrocarburi del Golfo.
Il cuore del problema è la combinazione di guerra, interruzioni fisiche delle forniture e aspettative di lungo periodo. Gli attacchi statunitensi alle infrastrutture militari iraniane nell’area di Kharg Island, principale hub di esportazione del paese, e i raid di droni iraniani su terminali come Fujairah negli Emirati hanno alimentato la percezione di un conflitto destinato a durare.
Gli analisti ricordano che Kharg gestisce circa il 90 per cento delle esportazioni iraniane, mentre Fujairah è la valvola di sfogo per un milione di barili al giorno di greggio emiratino, pari a circa l’1 per cento della domanda globale.
In questo contesto di vulnerabilità, le minacce della Guardia Rivoluzionaria iraniana di non lasciar passare “neppure un litro di petrolio” attraverso Hormuz, accompagnate da dichiarazioni secondo cui il prezzo potrebbe salire fino a 200 dollari al barile, hanno aggiunto una dimensione psicologica allo shock fisico dell’offerta.
Dallo shock dei mercati alle misure d’emergenza
Il primo fronte su cui si sono mossi i governi è quello dei prezzi alla pompa, diventati il simbolo più visibile della crisi per l’opinione pubblica. In Corea del Sud, il presidente Lee Jae Myung ha annunciato il primo tetto amministrato ai prezzi dei carburanti degli ultimi trent’anni, insieme alla possibilità di ampliare un programma di stabilizzazione dei mercati da 100.000 miliardi di won, equivalente a circa 67 miliardi di dollari.
Seul punta anche a diversificare le fonti energetiche, riducendo la dipendenza dal greggio che viaggia attraverso Hormuz e accelerando l’accesso a fornitori alternativi. È una risposta che combina intervento diretto sui prezzi e una strategia di medio periodo sulle infrastrutture energetiche.
Anche il Giappone si è mosso sul fronte delle scorte strategiche. Tokyo ha ordinato a un sito nazionale di stoccaggio di prepararsi a un possibile rilascio straordinario di greggio, un segnale che indica come le autorità siano pronte a usare la rete di riserve per attenuare tanto i picchi di prezzo quanto il rischio di carenze fisiche.
I dettagli, inclusi tempi e volumi, non sono stati resi noti, ma l’indicazione politica è chiara: il governo vuole mantenere un margine di manovra in caso di un ulteriore deterioramento del quadro nel Golfo.
Misure simili sono allo studio o già in corso in altri paesi industrializzati, spesso coordinate con l’Agenzia Internazionale dell’Energia.
La guerra nel Golfo ha spinto l’Agenzia Internazionale dell’Energia a definire l’attuale interruzione di forniture come la più grande di sempre nella storia del mercato petrolifero. Secondo le ultime stime, il blocco di Hormuz e i danni alle infrastrutture in Iran e nei paesi vicini avrebbero tagliato l’offerta globale di circa 8 milioni di barili al giorno nel solo mese di marzo, con proiezioni che parlano di un’ulteriore contrazione se i combattimenti dovessero proseguire.
Per reagire, i paesi membri dell’agenzia hanno approvato il rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, da immettere progressivamente sul mercato nelle prossime settimane.
In pratica, le scorte di sicurezza vengono usate come ammortizzatore per cercare di stabilizzare i prezzi e garantire un flusso minimo di greggio alle economie più esposte. L’Agenzia ha precisato che le riserve di Asia e Oceania saranno le prime a essere sbloccate, mentre quelle europee e americane entreranno in gioco verso la fine del mese, in modo da accompagnare un potenziale riadattamento delle rotte commerciali.
Gli economisti avvertono però che questo strumento può agire solo come tampone temporaneo: se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso a lungo e gli impianti colpiti non tornassero rapidamente operativi, nemmeno il più grande rilascio coordinato di scorte sarebbe sufficiente a compensare la perdita di oltre il 20 per cento del commercio mondiale di petrolio.
Da qui la corsa diplomatica per contenere l’escalation militare e riaprire almeno parzialmente il corridoio marittimo.
Il fronte asiatico: tariffe, sussidi e razionamenti
Se Corea del Sud e Giappone puntano su tetti ai prezzi e uso delle riserve, altri paesi asiatici stanno intervenendo in modo più diretto sulla struttura fiscale dei carburanti. Il Vietnam ha annunciato l’eliminazione temporanea dei dazi all’importazione sui prodotti petroliferi per garantire la continuità delle forniture, con una misura che resterà in vigore almeno fino alla fine di aprile.
L’obiettivo è duplice: contenere i rincari interni e mantenere attrattivo il paese come hub manifatturiero in una fase di forte incertezza sui costi energetici. Ridurre le tariffe significa rinunciare a gettito di bilancio, ma il governo valuta preferibile questa scelta rispetto al rischio di crisi di approvvigionamento.
L’Indonesia ha optato per l’aumento dei sussidi ai carburanti in bilancio, confermando che la stabilità dei prezzi alla pompa è percepita come una priorità sociale e politica. Un’energia più costosa si traduce rapidamente in inflazione, protesta sociale e rallentamento dell’industria, soprattutto in economie dove la logistica si basa massicciamente sul trasporto su gomma e su vecchie centrali termoelettriche. In Bangladesh, le autorità sono arrivate a chiudere tutte le università, anticipando le vacanze di Eid al Fitr per risparmiare elettricità e carburante, una misura emergenziale che ricorda le risposte alle crisi energetiche degli anni settanta.
La scelta di combinare sussidi, tagli fiscali e misure di risparmio forzato segnala quanto lo shock attuale venga percepito non solo come un problema macroeconomico, ma come una questione di stabilità interna.
Molti governi asiatici temono che un’ondata di rincari su carburanti, cibo importato e beni di consumo possa erodere rapidamente il consenso e acuire le disuguaglianze. Per questo si tenta di assorbire una parte del colpo sui conti pubblici, anche a costo di aumentare deficit e debito.
Europa tra memoria delle crisi e nuove vulnerabilità
Nel dibattito europeo, il nuovo shock petrolifero richiama immediatamente alla memoria la crisi del gas legata alla guerra in Ucraina. In molti paesi, Italia inclusa, associazioni dei consumatori e think tank sottolineano come l’impennata dei prezzi di petrolio e gas rischi di alimentare una nuova fiammata inflazionistica, proprio mentre le banche centrali valutavano un allentamento della stretta monetaria.
Analisi recenti indicano che un perdurare della crisi energetica potrebbe spingere l’economia italiana verso la stagnazione nel triennio 2026–2028, con un aumento stimato nella probabilità di default delle imprese più fragili.
Il dibattito politico torna così a concentrarsi su strumenti già sperimentati, come la riduzione delle accise e dell’Iva sui carburanti e il rafforzamento dei bonus bollette per i nuclei a basso reddito.
La chiusura di Hormuz, inoltre, complica la strategia europea di diversificazione energetica iniziata dopo il 2022, che puntava in parte sull’aumento delle importazioni di gas naturale liquefatto dal Golfo.
Con il blocco del transito delle metaniere nell’area, anche il gas ha visto un incremento dei prezzi superiore al 60 per cento in un solo mese, mettendo in discussione la sostenibilità delle catene di approvvigionamento costruite a fatica dopo la riduzione delle forniture russe.
Per Bruxelles, questo significa dover ripensare non solo le scorte strategiche di gas, ma anche il ritmo della transizione verso le rinnovabili, che da molti viene invocata come risposta strutturale a una dipendenza percepita come sempre più insostenibile.
Gli Stati produttori del Golfo tra rendita e rischio
Se per i paesi importatori lo shock è innanzitutto un problema di costo e inflazione, per i produttori del Golfo la situazione è più ambigua. Da un lato, i prezzi elevati promettono entrate record, potenzialmente superiori a quelle registrate nel boom post 2022. Dall’altro, la vicinanza geografica al conflitto e la chiusura di Hormuz mettono in gioco la sicurezza fisica delle infrastrutture energetiche, come dimostra l’attacco di droni iraniani al terminal di Fujairah.
Fonti del settore hanno confermato che le operazioni di carico sono riprese, ma senza poter assicurare un ritorno immediato alla piena normalità.
Per i governi della regione, ogni petroliera che salpa diventa al tempo stesso un simbolo di resilienza e un potenziale bersaglio.
Secondo diverse analisi di stampa araba e internazionale, i governi del Golfo si muovono lungo un crinale delicato. Da un lato, cercano di sfruttare la rendita del caro petrolio per finanziare progetti di diversificazione economica, dalle infrastrutture alle nuove tecnologie. Dall’altro, temono che un conflitto prolungato possa non solo danneggiare gli impianti, ma anche accelerare in Occidente il dibattito su un distacco strutturale dagli idrocarburi mediorientali.
Per Arabia Saudita e Emirati, la priorità è presentarsi come fornitori affidabili e partner indispensabili, mentre osservano con attenzione ogni segnale di cambiamento nella domanda globale.
Il ruolo di OPEC+ e la geopolitica dell’offerta
Sul piano multilaterale, il consorzio OPEC+ si trova in una posizione complessa. In teoria, un cartello di produttori potrebbe approfittare dei prezzi elevati mantenendo l’offerta limitata, ma l’ampiezza dello shock su Hormuz e la possibilità di una recessione globale rendono questa strategia rischiosa.
Alcune ricostruzioni indicano che OPEC+ ha valutato incrementi moderati della produzione per inviare un segnale di disponibilità ai mercati, pur senza compromettere la propria capacità di influenza nel medio periodo.
Nel frattempo, i produttori non OPEC che possono aumentare i volumi, dagli Stati Uniti al Brasile, si preparano a beneficiare di prezzi sostenuti.
La Casa Bianca guarda a questa crisi con una doppia lente. Da un lato, l’amministrazione Trump deve fare i conti con l’impatto del caro benzina sul consenso interno, in un momento di forte sensibilità per il costo della vita.
Dall’altro, Washington si trova al centro del conflitto, con i raid in Iran che hanno contribuito all’impennata dei prezzi e alle tensioni sulle rotte marittime.
Anche per questo, gli Stati Uniti partecipano attivamente al coordinamento con l’Agenzia Internazionale dell’Energia e valutano misure aggiuntive sul fronte delle scorte strategiche e del supporto ai produttori di shale oil.
Inflazione, banche centrali e rischio stagflazione
Mentre i governi intervengono con misure fiscali e sussidi, la nuova ondata di rincari energetici costringe le banche centrali a una difficile revisione di rotta. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas si traduce rapidamente in tariffe più alte per trasporti, elettricità e beni alimentari, alimentando un’inflazione che molti paesi speravano di avere ormai sotto controllo.
In Australia, ad esempio, il balzo dei prezzi della benzina legato alla guerra in Iran ha riaperto l’ipotesi di un nuovo rialzo dei tassi di interesse, proprio mentre l’economia mostrava segnali di raffreddamento.
Situazioni analoghe si profilano in Europa e Nord America, dove i margini di manovra della politica monetaria si restringono.
Il rischio evocato da diversi analisti è quello di una nuova forma di stagflazione: crescita debole e inflazione alta, trainata da fattori di offerta difficilmente controllabili dalle banche centrali.
In questo scenario, gli interventi sui prezzi dei carburanti o sulle accise, se da un lato aiutano le famiglie, dall’altro possono ritardare l’aggiustamento dei consumi e tenere elevato il fabbisogno energetico complessivo.
La sfida, per i decisori, è trovare un equilibrio tra protezione sociale e incentivi a una trasformazione strutturale del sistema energetico.
Uno shock che accelera la transizione
Molti osservatori, soprattutto nel mondo arabo e in Asia, sottolineano un possibile effetto collaterale di lungo periodo di questa crisi: l’accelerazione della transizione energetica. Ogni nuovo shock petrolifero rafforza infatti la narrativa secondo cui affidare la sicurezza economica a pochi chokepoint, come Hormuz, è un azzardo strategico.
In Europa, le richieste di aumentare gli investimenti in rinnovabili, stoccaggio di energia e reti intelligenti si accompagnano alla proposta di rivedere gli incentivi fiscali che ancora favoriscono i combustibili fossili.
Nei paesi emergenti, tuttavia, il passaggio verso un mix più pulito è complicato dalla scarsità di capitale e dalla dipendenza da tecnologie importate. Il rischio è che lo shock attuale amplifichi le disuguaglianze tra chi può investire in sistemi energetici resilienti e chi resta ostaggio delle fluttuazioni del mercato del greggio.
Per questo, organizzazioni internazionali e attori regionali discutono di nuovi meccanismi di finanziamento per sostenere la transizione, dall’espansione delle linee di credito verdi fino a formule di partnership pubblico private.
Al centro, ancora una volta, c’è la ricerca di una sicurezza energetica che non dipenda soltanto dal prezzo del barile.
Nel breve termine, il nuovo shock petrolifero rimarrà un test severo per governi, mercati e società. Molte delle misure oggi adottate, dai tetti ai prezzi ai massicci rilasci di scorte strategiche, potranno solo attenuare gli effetti più immediati della crisi, senza risolverne le cause strutturali.
La vera posta in gioco sarà la capacità di trasformare questa emergenza in un’accelerazione della diversificazione energetica e in una revisione delle dipendenze geopolitiche che hanno reso il sistema globale così esposto ai conflitti del Medio Oriente.
La sensazione, tra analisti e decisori, è che il prezzo del greggio non stia solo misurando uno squilibrio tra domanda e offerta, ma racconti anche l’inizio di una fase nuova, in cui energia, sicurezza e ordine internazionale saranno sempre più strettamente intrecciati.
Gli alleati asiatici di Washington alzano il freno proprio mentre la crisi nel Golfo si avvita. Tokyo e Canberra fanno sapere che non invieranno navi militari nello Stretto di Hormuz, respingendo, almeno per ora, l’appello di Donald Trump a costruire una coalizione per riaprire il collo di bottiglia energetico più sensibile del pianeta.
Lo Stretto bloccato e la pressione della guerra
Lo Stretto di Hormuz è di nuovo al centro della geopolitica globale. La guerra congiunta Stati Uniti–Israele contro l’Iran è entrata nella terza settimana, ha sconvolto il Medio Oriente e ha quasi paralizzato il traffico di petroliere, con un impatto diretto sui mercati energetici globali. Per Washington, riaprire quel passaggio è una priorità strategica e simbolica. Per molti partner, invece, significa esporsi a una guerra che non hanno deciso.
Nelle ultime ore Trump ha scelto la strada della pubblica pressione. A bordo dell’Air Force One, in volo dalla Florida a Washington, ha ribadito che i paesi che dipendono dal greggio del Golfo devono assumersi la responsabilità di proteggere la rotta marittima da cui arriva il loro approvvigionamento. Nelle sue parole, lo Stretto sarebbe «il loro territorio» perché è da lì che proviene l’energia che alimenta le loro economie.
Su un piano strettamente economico, la posta è enorme. Circa il 20 per cento dell’energia mondiale transita ogni giorno da Hormuz, un tratto di mare largo poche decine di chilometri che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. La chiusura di fatto del passaggio dopo i bombardamenti su obiettivi iraniani ha generato una delle più gravi interruzioni dell’offerta petrolifera degli ultimi decenni e alimentato una corsa al rialzo dei prezzi del barile.
L’appello di Trump: una coalizione riluttante
Trump sostiene di avere già contattato «circa sette» paesi per organizzare una missione navale che garantisca la sicurezza del traffico commerciale attraverso lo Stretto. In un post sui social ha indicato alcuni dei candidati: Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e altri paesi fortemente dipendenti dal petrolio del Golfo.
Il messaggio è chiaro: l’era in cui la Marina statunitense si assumeva quasi da sola il compito di proteggere le rotte energetiche deve lasciare il posto a un modello più “condominiale”, in cui gli importatori condividono rischi e costi. È la traduzione marittima di una linea che Trump ha applicato anche alla Nato, chiedendo agli alleati europei maggiori spese per la difesa e arrivando ad avvertire che l’Alleanza rischia un futuro «molto negativo» se non sosterrà Washington nello Stretto.
Dietro le formule, c’è un interrogativo che pesa soprattutto a Tokyo, Seul, Pechino e nelle capitali europee: quanto si può seguire Washington in una guerra contro l’Iran che si sta rapidamente trasformando in un test di resistenza per l’ordine energetico globale. E quanto convenga legare le proprie flotte a una campagna militare che Teheran descrive ormai apertamente come uno scontro esistenziale.
In un’intervista televisiva, esponenti del governo iraniano hanno ripetuto che Teheran non chiederà né un cessate il fuoco né negoziati, e che l’Iran è pronto a difendersi «finché sarà necessario» nonostante le perdite subite dalla propria marina e dall’arsenale missilistico. È un messaggio che alimenta la percezione, tra gli alleati degli Stati Uniti, di un conflitto senza un orizzonte politico chiaro.
Tokyo tra Costituzione pacifista e dipendenza dal Golfo
Per il Giappone, lo Stretto di Hormuz è allo stesso tempo una vulnerabilità strutturale e un tabù politico. Circa il 70 per cento delle importazioni di petrolio giapponesi passa da lì, e quasi tutto proviene da paesi mediorientali. Eppure, il governo non può muovere la propria marina come se fosse una potenza “normale”.
La premier Sanae Takaichi, intervenendo in Parlamento, ha chiarito che Tokyo «non ha preso alcuna decisione» sull’eventuale invio di navi e che al momento «non esiste alcun piano» per dispiegare unità di scorta nello Stretto. Si tratta, ha sottolineato, di valutare che cosa il Giappone possa fare «autonomamente» e «entro il quadro legale» fissato da una Costituzione che rinuncia formalmente alla guerra e limita l’uso della forza all’autodifesa.
Dietro la cautela c’è anche la memoria dei precedenti. Nel 2019, Tokyo aveva già optato per una missione di raccolta informazioni nell’area, separata dalle operazioni guidate dagli Stati Uniti, proprio per tenere una certa distanza da iniziative percepite come troppo aggressive verso l’Iran. Oggi, con una guerra aperta in corso, quel margine di autonomia è ancora più prezioso per una leadership politica che deve destreggiarsi tra la pressione di Washington e un’opinione pubblica tradizionalmente diffidente verso ogni coinvolgimento militare all’estero.
Sul piano diplomatico, la partita è resa più delicata dal calendario. Takaichi è attesa a Washington per colloqui di alto profilo con Trump, e la richiesta di navi per Hormuz rischia di diventare un test immediato della relazione bilaterale. Il governo giapponese sa che, se cede troppo, alimenterà il dibattito interno sulla revisione della Costituzione pacifista. Se resiste, dovrà assorbire l’eventuale irritazione della Casa Bianca.
In questo equilibrio precario, la parola autonomia giapponese è diventata il filo conduttore della narrativa governativa, usata per rassicurare un pubblico interno diviso ma anche per segnalare agli Stati Uniti che il sostegno di Tokyo non è un assegno in bianco.
Canberra tra alleanza e limiti di forza
L’Australia si trova in una posizione differente ma ugualmente scomoda. È un alleato chiave degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, parte di accordi come AUKUS e del quadro di cooperazione con Giappone e India. Ma non considera automatico l’invio di navi in un teatro già sovraccarico di tensioni e lontano dalle sue acque immediate.
La ministra dei Trasporti Catherine King, esponente del governo di Anthony Albanese, ha spiegato che Canberra «non è stata interpellata» per una missione nello Stretto e che, in ogni caso, non prevede di inviare unità navali per riaprire il passaggio. Il governo riconosce l’importanza cruciale di Hormuz per il commercio globale, ma non ritiene che l’Australia debba far parte della prima linea militare in Medio Oriente.
Anche l’opposizione conservatrice, tradizionalmente più assertiva sul tema della sicurezza, si muove con prudenza. Il portavoce alla Difesa James Paterson ha dichiarato che un’eventuale richiesta americana dovrebbe essere valutata «alla luce dell’interesse nazionale» e delle capacità effettive della marina australiana, che ha risorse limitate e impegni crescenti nel Pacifico e nel Mar Cinese Meridionale. È un modo per ricordare che Canberra non può essere ovunque, soprattutto mentre investe in nuovi sottomarini nucleari e nella deterrenza regionale contro la Cina.
Questa prudenza riflette anche una lettura politica interna. Dopo anni di missioni in Medio Oriente, dall’Afghanistan all’Iraq, l’opinione pubblica australiana è meno disponibile a sostenere nuove operazioni lontane, soprattutto se percepite come parte di un conflitto bilaterale tra Washington e Teheran. Il governo laburista sembra intenzionato a preservare il capitale politico costruito su un’agenda più concentrata su costi della vita e transizione energetica.
Sul piano strategico, il messaggio a Washington è duplice. L’Australia resta un alleato fedele nella regione indo-pacifica e sul dossier cinese, ma chiede di non essere trascinata automaticamente in ogni teatro di crisi. Una postura che sottolinea la crescente volontà di selezionare gli impegni militari in base a priorità definite a Canberra, non solo a Washington.
In questa cornice, l’espressione alleato selettivo descrive bene l’immagine che il governo australiano cerca di costruire: partner affidabile, ma non subordinato.
L’ombra della Cina e il calcolo energetico
Tra i paesi chiamati in causa da Trump, la Cina occupa un posto speciale. Il presidente americano ha dichiarato di aspettarsi che Pechino contribuisca a «sbloccare» lo Stretto prima del vertice con Xi Jinping previsto a fine mese in Cina, e ha lasciato intendere che il viaggio potrebbe essere rinviato se non dovesse arrivare un segnale concreto.
Nella retorica di Trump, la dipendenza cinese dal petrolio del Golfo è l’argomento centrale: a suo dire Pechino riceve «il 90 per cento del suo petrolio dagli Stretti», un’esagerazione rispetto ai dati ufficiali ma utile a sottolineare quanto l’economia cinese sia esposta al blocco di Hormuz. Il sottotesto è una forma di pressione negoziale: se la Cina vuole stabilità energetica e un clima più sereno per il commercio, deve assumersi una quota del rischio militare.
Finora, il ministero degli Esteri cinese non ha risposto in modo sostanziale, limitandosi a invocare la de-escalation e a ribadire la necessità di rispettare la sovranità degli stati della regione. Dietro le dichiarazioni prudenti, però, Pechino valuta se sfruttare la crisi per proporsi come mediatore o se restare defilata, lasciando agli Stati Uniti il peso politico e militare di un eventuale fallimento nella riapertura dello Stretto.
In molte capitali del Golfo, l’idea di una presenza navale più multilaterale, magari con una forte impronta asiatica, non viene respinta a priori. Le monarchie petrolifere hanno sviluppato negli ultimi anni legami economici e di sicurezza con la Cina e altri paesi asiatici, e vedono nella diversificazione dei partner una forma di assicurazione politica. Ma nessuno, al momento, appare disposto a sostituire il ruolo della Quinta Flotta americana.
In questo quadro, il riferimento insistito di Trump alla responsabilità degli importatori appare anche come un messaggio all’interno, per un pubblico americano stanco di «pagare per la sicurezza degli altri». La crisi di Hormuz diventa così il palcoscenico perfetto per riproporre il leitmotiv secondo cui gli alleati sfruttano la potenza militare statunitense senza contribuire in proporzione.
Qui emerge il nodo della sicurezza condivisa, concetto che Trump interpreta in chiave transazionale mentre molti partner lo leggono come un processo graduale e negoziato.
L’Europa tra cautela e dipendenza
Anche le capitali europee sono trascinate nel dibattito. I ministri degli Esteri dell’Unione valutano se rafforzare una piccola missione navale già presente in Medio Oriente, ma non si prevede, almeno nel breve periodo, una decisione sull’estensione del mandato fino allo Stretto di Hormuz. La prudenza riflette tanto la complessità legale di un intervento in un teatro di guerra aperta, quanto le divisioni interne tra paesi con priorità energetiche diverse.
Secondo diverse letture diplomatiche, alcuni governi temono che un ruolo più visibile dell’Ue nello Stretto possa essere interpretato da Teheran come un allineamento totale alla strategia statunitense, riducendo lo spazio europeo come potenziale canale di comunicazione con l’Iran. Altri sottolineano però che l’Europa, pur meno dipendente dal petrolio del Golfo rispetto al passato, non può permettersi di ignorare un collo di bottiglia che influenza i prezzi globali dell’energia e quindi le economie del continente.
Il premier britannico Keir Starmer ha discusso con Trump e con il primo ministro canadese Mark Carney della necessità di riaprire lo Stretto, segnale che Londra e Ottawa stanno quantomeno esplorando le opzioni per un coinvolgimento. Ma anche in questi paesi il calcolo politico è delicato: qualsiasi impegno navale in un’area in cui gli Stati Uniti e Israele stanno conducendo bombardamenti su larga scala rischia di diventare divisivo sul piano interno.
A Bruxelles si ragiona su una formula che consenta di aumentare la presenza marittima sotto un cappello europeo, enfatizzando il mandato di protezione del traffico commerciale e il rispetto del diritto internazionale marittimo. È un modo per differenziarsi dalla narrazione più muscolare di Washington, pur senza abbandonare il quadro della cooperazione transatlantica.
Nella percezione pubblica europea, la parola escalation militare è diventata il termine chiave, evocando lo spettro di una guerra che dal Golfo può propagarsi a tutto il sistema energetico e finanziario globale, proprio mentre il continente cerca faticosamente di uscire dalla stagione delle crisi multiple.
Teheran, la “resistenza” e la leva dello Stretto
Dall’altra parte dello Stretto, l’Iran cerca di trasformare la propria vulnerabilità militare in leva strategica. La chiusura quasi totale del passaggio alle petroliere internazionali è stata presentata da Teheran come una risposta “legittima” ai bombardamenti su migliaia di obiettivi nel paese, che hanno colpito anche infrastrutture navali e missilistiche.
Nelle dichiarazioni dei dirigenti iraniani, la linea è coerente: lo Stretto sarà considerato un’arteria aperta solo se anche l’Iran potrà commerciare e muovere liberamente le proprie navi. È un messaggio diretto tanto agli Stati Uniti quanto ai paesi del Golfo che ospitano basi americane e sono percepiti come complici della campagna militare.
Teheran sa che non può vincere una guerra navale convenzionale contro la coalizione guidata da Washington, ma può alzare i costi economici e politici del conflitto. Mine, droni navali, missili antinave e piccole imbarcazioni veloci trasformano il Golfo in un labirinto di minacce in cui anche la superiorità tecnologica americana è messa alla prova. È un modello di guerra asimmetrica che l’Iran ha perfezionato in anni di tensioni con la Quinta Flotta.
Sul piano interno, la leadership iraniana usa il blocco dello Stretto per rafforzare il discorso della “resistenza”, sostenendo che il paese, pur colpito duramente, resta capace di influenzare gli equilibri energetici globali. La narrativa ufficiale insiste sulla resilienza della società e sull’idea che il sacrificio economico imposto dalle sanzioni e dalla guerra sia il prezzo da pagare per difendere la sovranità nazionale.
Questo approccio comporta rischi enormi. Più a lungo lo Stretto resterà chiuso, più aumenterà la pressione dei paesi importatori, compresi alcuni storicamente inclini a mantenere rapporti pragmatici con Teheran. Ma la leadership iraniana sembra aver calcolato che un confronto prolungato, per quanto costoso, potrebbe erodere la determinazione degli avversari e aprire margini per un negoziato da una posizione meno debole.
In questa strategia, la parola deterrenza energetica non è solo militare ma anche economica, fondata sulla consapevolezza che nessuna grande potenza può sentirsi al sicuro di fronte a un collo di bottiglia che condiziona il prezzo dell’energia a livello planetario.
Il futuro di Hormuz tra guerra, mercato e alleanze
La crisi dello Stretto di Hormuz si sta trasformando in un test cruciale per l’architettura di sicurezza globale. La richiesta di Trump perché gli “altri” si facciano carico della protezione del traffico energetico mette a nudo un paradosso: l’ordine costruito sull’ombrello militare americano non regge più alle stesse condizioni di un tempo, ma non esiste ancora un’alternativa strutturata.
Il rifiuto, almeno temporaneo, di Giappone e Australia a inviare navi non significa che questi paesi siano pronti a sganciarsi dall’alleanza con Washington. Segnala piuttosto la volontà di avere voce in capitolo sul modo e sul momento in cui assumersi rischi militari significativi, soprattutto in un teatro dove la linea che separa la “protezione del commercio” dalla partecipazione a una guerra può assottigliarsi rapidamente.
Nei prossimi giorni, la dinamica sul terreno e sui mercati dirà molto del margine politico reale di tutti gli attori. Se l’offensiva contro l’Iran dovesse intensificarsi senza esiti rapidi, la pressione per riaprire lo Stretto potrebbe spingere alcuni alleati a riconsiderare la loro posizione. Se invece dovesse emergere una finestra negoziale, la tentazione di lasciare a Stati Uniti e potenze regionali il compito di gestire la sicurezza marittima potrebbe prevalere.
Per ora, Hormuz resta stretto non solo per le petroliere, ma per le scelte di politica estera di decine di governi. Ogni decisione navale presa, o rimandata, racconta qualcosa del modo in cui gli equilibri di potere del dopoguerra stanno cambiando, spesso più rapidamente delle dottrine che dovrebbero descriverli. In questo scenario, la capacità di definire una nuova governance della sicurezza energetica globale sarà uno dei veri banchi di prova dell’ordine internazionale dei prossimi anni.
Lungo lo stretto delle navi ferme, il mare sembra immobile. In realtà è pieno di ordigni che non si vedono. Le mine iraniane sono tornate al centro della strategia di Teheran in uno dei punti più delicati dell’economia mondiale: lo stretto di Hormuz.
Da settimane funzionari statunitensi e alleati sostengono che l’Iran abbia iniziato a disseminare l’imboccatura del Golfo di mine navali, utilizzando piccole unità, gommoni e sommozzatori, mentre le forze Usa colpiscono le navi sospettate di posarle. Secondo fonti di intelligence se ne conterebbero alcune decine, ma ciò basta a bloccare o rallentare un traffico da cui dipende circa un quinto del petrolio mondiale. In uno spazio così ristretto, persino un numero limitato di ordigni può cambiare il comportamento di intere flotte commerciali.
Un’arma semplice, un effetto globale
Le mine sono armi di una semplicità disarmante. Non richiedono grandi piattaforme né tecnologie di punta, ma possono paralizzare una rotta marittima cruciale e mettere sotto ricatto l’intero sistema energetico globale. Per Teheran sono il cuore di una guerra asimmetrica, in mare: costano poco, sono difficili da individuare, obbligano avversari molto più forti a operazioni lunghe, costose e rischiose.
Lo stretto di Hormuz è il luogo ideale per sfruttarne il potenziale. Lì transitano ogni giorno milioni di barili di greggio, in un corridoio marittimo largo poche decine di chilometri e intasato di petroliere, gasiere, navi portacontainer. Basta la voce di una minaccia, o la notizia di poche mine posate, per spingere armatori e assicurazioni a fermare le navi, alzare i premi, deviare le rotte quando possibile. In questo senso, per l’Iran, il valore delle mine è prima di tutto psicologico ed economico.
La famiglia di mine Maham
Gran parte del dibattito di queste settimane ruota attorno alla famiglia di mine Maham iraniane, documentata da fonti militari occidentali e da centri di studio sugli ordigni esplosivi.
Queste mine coprono l’intero spettro delle minacce subacquee: dai vecchi modelli galleggianti a contatto, fino ai dispositivi intelligenti dotati di sensori magnetici, acustici e di pressione. L’obiettivo è avere strumenti adatti sia alle acque basse costiere che ai fondali più profondi delle rotte principali.
Ricostruzione aspetto delle mine
La Maham 1 è una mina circolare di concezione anni Ottanta, progettata per galleggiare in acque poco profonde, con cinque “corna” d’urto che, se colpite, detonano fino a 120 chilogrammi di esplosivo. Di solito è ormeggiata a una catena o ancorata al fondale, a profondità minime, pronta a colpire lo scafo di una nave che passi nel raggio di pochi metri. Il principio è quello delle vecchie mine della Seconda guerra mondiale, aggiornato alle condizioni del Golfo Persico.
Le mine Maham 2 e 3 operano a profondità maggiori, tra i dieci e i cinquanta metri, e sono concepite per danneggiare sottomarini e navi di superficie di medio tonnellaggio. Possono contenere cariche molto più consistenti, attivate da sensori che identificano la firma acustica e magnetica di un bersaglio. In pratica, aspettano la nave “giusta” e si lasciano detonare nel punto in cui possono causare il massimo danno strutturale alla chiglia.
Nella gamma Maham compaiono anche mine pensate per difendere coste e isole dall’avvicinamento di mezzi da sbarco e unità veloci. Vengono collocate in acque molto basse, tramite piccole imbarcazioni o subacquei, a protezione di approdi, basi navali, strettoie costiere. Il loro scopo è respingere forze speciali o reparti anfibi avversari, rallentandone i movimenti e creando incertezza tattica.
Le mine a patella e i sommozzatori
L’Iran dispone anche di una famiglia di mine a contatto diretto con lo scafo, le cosiddette mine a patella, o limpet mines. Sono ordigni magnetici che un sommozzatore applica direttamente alla nave, spesso nella zona più vulnerabile, usando magneti o strumenti simili a sparachiodi subacquee.
Una volta fissate, possono essere programmate con un timer, che permette all’operatore di allontanarsi e lasciare che l’esplosione avvenga a distanza e in un momento scelto con cura.
Uno dei modelli indicati, la Maham 4, può essere applicato a varie parti della nave, a diverse profondità, con un ritardo di detonazione che va da pochi minuti a diverse ore. Un simile ordigno non è pensato tanto per costruire un campo minato fisso, quanto per colpire selettivamente un bersaglio, magari in un porto o in rada, sotto gli occhi di telecamere e satelliti, ma lontano dall’attenzione immediata di squadre antisabotaggio. È l’arma perfetta per operazioni che vogliono restare plausibilmente negabili.
Gli analisti occidentali sostengono che l’Iran abbia sviluppato anche mine antiuomo subacquee, concepite proprio per l’uso da parte di sommozzatori e forze speciali, in grado di aderire a navi civili o militari o a infrastrutture portuali. Anche qui il confine tra sabotaggio, terrorismo marittimo e guerra convenzionale diventa sfumato, soprattutto in uno scenario in cui droni, missili e mine vengono usati insieme per creare confusione e massimizzare l’effetto deterrente.
La fisica di un’esplosione subacquea
Le mine possono essere attivate per contatto diretto, oppure quando i loro sensori “sentono” il rumore di una nave, il segnale magnetico dello scafo o le variazioni del campo elettrico prodotte da un grande corpo metallico in movimento. Nella versione più rudimentale, sono sfere metalliche piene di esplosivo che scattano al semplice urto. Nei modelli più sofisticati, combinano più sensori per distinguere una vera nave da piccole imbarcazioni o disturbi casuali.
L’effetto letale non è solo l’esplosione in sé. Il vero danno nasce dalla dinamica dell’esplosione subacquea: la carica crea una bolla di gas in rapida espansione, che spinge via l’acqua e genera una brusca differenza di pressione. Quando la bolla collassa, si crea un vuoto relativo attorno allo scafo, che viene sollecitato da forze improvvise e può subire rotture catastrofiche, soprattutto nella zona centrale.
A questo si sommano le onde d’urto, che corrono nell’acqua e possono spezzare tubature, danneggiare apparati elettronici, ferire l’equipaggio.
Per una petroliera moderna, costruita con doppio scafo e compartimenti stagni, l’impatto può non essere immediatamente fatale, ma bastano danni al timone, alle eliche o a un serbatoio per rendere la nave ingovernabile o inutilizzabile per mesi.
Su scala sistemica, anche un singolo incidente documentato, con immagini di una nave ferita che brucia nel mezzo dello stretto, può essere sufficiente a fermare il traffico per giorni. È la forza del simbolo, oltre che del danno materiale.
Dalla “guerra delle petroliere” a oggi
L’idea di usare le mine come arma strategica nel Golfo Persico non è nuova. Negli anni Ottanta, durante la lunga guerra tra Iran e Iraq, la posa di mine contro navi commerciali e petroliere diede origine a quella che è passata alla storia come la guerra delle petroliere. All’epoca la Marina americana intervenne direttamente per scortare le navi nel Golfo, assumendosi il rischio di incappare in ordigni nascosti lungo le rotte.
In uno degli episodi più gravi, nell’aprile del 1988, la fregata USS Samuel B. Roberts colpì una mina iraniana Sadaf‑02, riportando danni gravissimi e spingendo Washington a lanciare l’operazione “Praying Mantis”, con cui furono colpite piattaforme e unità iraniane. Da allora, numerosi rapporti della Marina statunitense sottolineano come le mine siano state, dalla Seconda guerra mondiale in poi, tra le armi che hanno danneggiato il maggior numero di unità navali americane.
Secondo stime rese pubbliche da fonti occidentali, l’Iran avrebbe oggi diverse migliaia di mine navali, provenienti in parte da produzione domestica, in parte da forniture estere, soprattutto russe e cinesi. Anche se le cifre esatte restano coperte dal segreto, la combinazione di quantità, varietà di modelli e difficoltà di bonifica rende credibile la capacità iraniana di chiudere o comunque rendere troppo rischioso il passaggio nello stretto, almeno per periodi limitati.
Deterrenza, ricatto, sopravvivenza
Per Teheran, le mine sono un moltiplicatore di potenza. La Repubblica islamica sa di non poter competere sul piano convenzionale con la Marina statunitense e le flotte degli alleati regionali. Ma con un arsenale relativamente economico può minacciare un danno sproporzionato, non tanto alle flotte avversarie, quanto alle economie che dipendono dai flussi energetici del Golfo.
La logica è quella della deterrenza “per interposta economia”. Minacciare Hormuz significa mettere pressione su Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Iraq, Qatar e sugli importatori asiatici, da Cina a Giappone, da Corea del Sud all’India, che ricevono gran parte del loro greggio passando da lì. Significa alzare il prezzo del petrolio, complicare i calcoli delle capitali occidentali, creare fratture nel fronte anti‑iraniano.
C’è un elemento paradossale. Anche l’Iran esporta la maggior parte del proprio petrolio attraverso Hormuz, e un blocco totale colpirebbe anche le sue entrate. Per questo molti analisti ritengono più probabile l’uso calibrato delle mine come strumento di “strozzatura controllata”, capace di far salire i prezzi e mostrare forza, senza chiudere ermeticamente il passaggio. La minaccia, insomma, vale più dell’esecuzione piena.
Nei media e nei commenti arabi favorevoli a Teheran, questa strategia viene spesso presentata come un “asso nella manica” della resistenza, la prova che gli Stati Uniti non possono colpire impunemente senza mettere a rischio i flussi energetici da cui dipende anche l’Occidente. In ambienti più critici, invece, cresce il timore che l’uso delle mine spinga i Paesi del Golfo a cercare soluzioni alternative, potenziando oleodotti terrestri e riducendo nel medio periodo la centralità iraniana sullo stretto.
La risposta occidentale
Davanti alla prospettiva di uno stretto minato, gli Stati Uniti e i loro alleati non hanno molte opzioni. Una è quella, già visibile, di colpire le unità iraniane sospettate di posare mine, inclusi piccoli natanti e navi di supporto. L’obiettivo è ridurre la capacità di disseminare ordigni prima che il numero diventi ingestibile.
L’altra è entrare nello stretto con unità cacciamine e gruppi navali dedicati alle contromisure. Le vecchie navi in legno e fibra di vetro, progettate per ridurre la firma magnetica, operano con sonar ad alta risoluzione e veicoli subacquei a controllo remoto, in grado di individuare e neutralizzare una mina per volta. È un lavoro lento, quasi artigianale, che richiede pazienza e un livello di rischio costante.
In un ambiente ristretto, trafficato e politicamente esplosivo come Hormuz, ogni operazione di bonifica espone le unità militari anche ad altri pericoli: missili antinave, droni kamikaze, piccoli barchini esplosivi. Questo costringe la Marina Usa e le marine alleate a bilanciare la necessità di proteggere il traffico commerciale con quella di non esporre eccessivamente le proprie navi a un ventaglio di minacce sovrapposte.
Il calcolo politico del rischio
Sul piano politico, ogni mina reale o presunta nello stretto diventa un messaggio. Per Washington è la prova che Teheran sta alzando il livello dello scontro e mettendo a rischio la sicurezza energetica globale. Per l’Iran è un modo per rispondere a sanzioni, bombardamenti e pressioni internazionali con uno strumento che non richiede un confronto diretto e convenzionale.
I governi del Golfo temono soprattutto la prospettiva di una chiusura prolungata. Una parte delle navi preferisce attendere in rada o ridurre al minimo le soste nella regione, in attesa di chiarimenti sulla reale estensione dei campi minati. Le capitali arabe cercano di mediare, sostenendo la necessità di riaprire rapidamente i passaggi in condizioni di sicurezza, ma senza precipitare in una guerra totale in cui i loro terminal petroliferi diventerebbero bersagli prioritari.
Nel frattempo, i mercati reagiscono a ogni nuova notizia: la conferma di mine posate, l’annuncio di operazioni di bonifica, le dichiarazioni del presidente americano sulla possibilità di scorte navali. L’effetto immediato è un aumento della volatilità dei prezzi del greggio, che si traduce in costi più elevati per consumatori e industrie, ben oltre il perimetro del Medio Oriente.
Un mare stretto, un gioco lungo
Per ora, gli incidenti attribuibili a mine nello stretto restano pochi e non tutti verificati, mentre la maggior parte degli attacchi recenti a navi commerciali è stata condotta con droni e missili. Ma la sola prospettiva di ordigni invisibili sotto la superficie basta a ridisegnare le rotte e a spingere gli Stati a ripensare la propria dipendenza da un collo di bottiglia geografico.
Per Teheran, mantenere ambiguità sulla reale estensione dei campi minati è parte integrante del gioco. Dichiarare apertamente una chiusura totale di Hormuz sarebbe un atto di guerra difficilmente reversibile. Lasciare invece che siano i timori di armatori e assicuratori a “chiudere” di fatto il passaggio consente di massimizzare il vantaggio con un grado più basso di esposizione diretta.
Come in ogni gioco di deterrenza, però, l’errore è sempre in agguato. Un ordigno difettoso, una nave che devia di pochi metri dalla rotta, un’esplosione imprevista possono trascinare i protagonisti oltre la soglia che dicono di voler evitare. E lo stretto di Hormuz è uno dei pochi luoghi del pianeta in cui una singola esplosione sott’acqua può far vibrare l’economia globale, dalla Borsa di New York alle pompe di benzina di Jakarta.
Molto prima che i droni iraniani si abbattessero su aeroporti, grattacieli e ambasciate nel Golfo Persico, l’esercito degli Stati Uniti stava lavorando a un progetto che pochi avrebbero immaginato: i droni Lucas. Non si trattava di sviluppare un’arma più avanzata, più precisa o più costosa. Si trattava di copiare il nemico.
Nel 2021, il dipartimento di ricerca e sviluppo dell’esercito americano aveva già messo le mani sullo Shahed-136, il drone kamikaze iraniano che Teheran aveva distribuito generosamente a Russia, Venezuela ed Hezbollah.
L’obiettivo iniziale era semplice: riprodurlo come bersaglio per esercitazioni, in modo da sviluppare nuove difese contro un’arma sempre più diffusa. Poi qualcuno ha avuto un’idea diversa. Se quel drone era così economico e così efficace, perché non replicarlo e usarlo contro chi lo aveva inventato?
Così è nato il LUCAS, acronimo di Low-cost Unmanned Combat Attack System. Un drone d’attacco unidirezionale costruito dalla SpektreWorks, una piccola startup dell’Arizona, che ha preso il design dello Shahed, lo ha smontato pezzo per pezzo e lo ha ricostruito con componenti americani. Il 28 febbraio 2026, nell’ambito della cosiddetta Operation Epic Fury, il LUCAS è stato impiegato per la prima volta in combattimento contro obiettivi iraniani. Una data destinata a entrare nei manuali di storia militare.
Droni Lucas. La vendetta americana a forma di delta
Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha confermato che la Task Force Scorpion Strike ha lanciato i droni LUCAS contro infrastrutture militari iraniane, inclusi centri di comando e controllo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, sistemi di difesa aerea, siti di lancio di missili e droni, e aeroporti militari. Il messaggio di accompagnamento, diffuso sui social media, non lasciava spazio a dubbi: “Questi droni a basso costo, modellati sugli Shahed iraniani, stanno ora sferrando una vendetta di stampo americano“.
Il tempismo dello sviluppo è stato impressionante. Soli sette mesi prima, nel luglio 2025, il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva mostrato fisicamente il drone in una conferenza stampa al Pentagono, presentandolo come la risposta americana allo Shahed-136. Otto mesi dopo la sua presentazione ufficiale, il LUCAS era già in azione su un teatro di guerra reale. In un settore, quello degli appalti militari, dove i programmi di armamento richiedono normalmente anni o decenni, la velocità è stata essa stessa un’arma.
Lauren Kahn, ex consigliera del Pentagono e ora analista senior presso il Center for Security and Emerging Technology della Georgetown University, ha definito il LUCAS un caso senza precedenti dai tempi della Guerra Fredda. “Per la prima volta in molto tempo, gli Stati Uniti hanno visto una capacità sviluppata da un avversario, hanno riconosciuto che colmava una lacuna nelle proprie forze armate e hanno deciso di riprodurla“.
Anatomia dei droni Lucas da 35.000 dollari
Per comprendere la portata di questa rivoluzione, bisogna partire dai numeri. Lo Shahed-136 è un velivolo a perdere con un design ad ala delta, lungo 3,5 metri, con un’apertura alare di 2,5 metri e un peso complessivo di circa 200 chilogrammi. Il suo motore è un MADO MD-550, copia iraniana del tedesco Limbach L550E, un propulsore a pistoni da 50 cavalli originariamente concepito per aerei ultraleggeri. Può volare a una velocità massima di 185 km/h e raggiungere bersagli a distanze comprese tra 1.000 e 2.500 chilometri, a quote che variano dai 60 ai 4.000 metri.
La testata esplosiva, posizionata nel muso del drone, pesa tra i 30 e i 50 chilogrammi e detona all’impatto. Il sistema di navigazione si basa su un’unità inerziale combinata con un GPS commerciale. Nessuna sofisticazione. Nessuna tecnologia all’avanguardia. Solo un oggetto abbastanza piccolo da sfuggire ai radar, abbastanza economico da essere lanciato in massa e abbastanza letale da costringere il nemico a spendere milioni per fermarlo.
Il LUCAS americano condivide le stesse dimensioni e la stessa filosofia di fondo, ma incorpora aggiornamenti significativi. Il suo raggio d’azione stimato è di circa 500 miglia, oltre 700 chilometri, e la sua testata ha una capacità esplosiva di circa 18 chilogrammi, pari a circa il doppio di un missile Hellfire. Può essere lanciato tramite catapulte, razzi ausiliari o sistemi mobili terrestri. Il costo unitario si aggira intorno ai 35.000 dollari, una cifra che assume un significato completamente diverso se confrontata con i 2,5 milioni di un Tomahawk o i 400.000 dollari di uno Switchblade 600 di AeroVironment.
Starshield: quando i satelliti di Musk guidano le bombe
Uno degli aspetti più controversi del LUCAS riguarda il suo sistema di navigazione. Secondo analisti della difesa e blogger militari russi, il drone utilizza Starshield, la versione militare di Starlink sviluppata da SpaceX per conto del governo degli Stati Uniti. Un terminale compatibile con il sistema è stato identificato nelle immagini del drone diffuse dal CENTCOM, scatenando una reazione immediata da parte di Mosca.
I commentatori militari russi hanno espresso preoccupazione per il fatto che i terminali Starshield consentano ai droni di ricevere e trasmettere dati in tempo reale attraverso la vasta rete di satelliti in orbita bassa terrestre di SpaceX, rendendo gli aeromobili praticamente impossibili da disturbare con le contromisure elettroniche convenzionali. La comunicazione satellitare permette aggiornamenti di rotta in volo e istruzioni operative fino al momento dell’impatto.
Elon Musk è intervenuto pubblicamente in meno di un’ora dalla diffusione delle analisi russe, specificando che Starshield è gestito e controllato dal governo degli Stati Uniti, non da SpaceX. La distinzione è cruciale: separa la responsabilità commerciale dell’azienda dalle operazioni militari americane. Ma il messaggio strategico resta inequivocabile. La tecnologia della Silicon Valley sta alimentando direttamente le armi del Pentagono.
Il caos seminato dagli Shahed nel Golfo
Mentre gli americani schieravano il loro clone, gli originali iraniani stavano producendo alcune delle immagini più inquietanti dell’intero conflitto. Nella settimana successiva all’inizio delle ostilità, l’Iran ha lanciato ondate massicce di droni Shahed contro i paesi del Golfo Persico.
Secondo il Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, 541 droni carichi di esplosivo sono stati lanciati contro il territorio emiratino. Di questi, 506 sono stati intercettati. I 35 che hanno raggiunto il bersaglio hanno colpito diverse località, tra cui il Fairmont Hotel sulla Palm Jumeirah e l’aeroporto internazionale di Dubai. I detriti delle intercettazioni e le esplosioni dirette hanno causato la morte di tre persone e il ferimento di altre 58. Un’altra stima ha contato 689 droni diretti verso gli Emirati, con 645 abbattuti dalle difese.
Video diffusi online mostrano uno Shahed che si schianta contro un grattacielo in Bahrein, il Fairmont the Palm avvolto dal fumo e un impianto radar della Quinta Flotta americana che crolla sotto un’esplosione. I droni hanno colpito anche l’ambasciata statunitense a Riyadh, in Arabia Saudita, e i data center di Amazon negli Emirati, sebbene non sia stato immediatamente confermato che tutti gli attacchi fossero opera di Shahed. I voli cancellati nella regione hanno superato quota 11.000. Sei militari americani sono stati uccisi in un attacco a un centro tattico in Kuwait.
“Sono progettati per scatenare il caos“, ha affermato Anna Miskelley, analista della difesa presso Forecast International. “Anche i video delle esplosioni hanno un enorme riscontro mediatico“. Farzin Nadimi, ricercatore senior presso il Washington Institute, ha aggiunto che la capacità di seminare terrore tra le popolazioni e destabilizzare le economie è un elemento fondamentale della strategia iraniana. All’interno dell’Iran, gli attacchi servono come propaganda per mostrare al pubblico domestico “storie di successo”.
Migliaia di droni nascosti sotto le montagne
A rendere ancora più inquietante la situazione, l’Iran ha diffuso attraverso la Fars News Agency un video che mostra l’interno di un complesso sotterraneo pieno di droni. Le immagini rivelano file ordinate di centinaia, forse migliaia, di velivoli ad ala triangolare, molto simili allo Shahed-136, allineati lungo un corridoio che si estende in un tunnel illuminato. Alcuni droni sono montati su rampe di lancio mobili. Le pareti del tunnel sono decorate con bandiere iraniane e grandi ritratti dell’Ayatollah Ali Khamenei.
Esperti occidentali ritengono che l’Iran disponga di scorte sufficienti per continuare a lanciare sciami di centinaia di droni al giorno per almeno diverse settimane. I droni sono facili e veloci da lanciare, richiedendo spesso solo un container montato su un camion. La conservazione in strutture sotterranee protette migliora la sopravvivenza delle scorte contro attacchi preventivi, consentendo a Teheran di mantenere la capacità operativa anche sotto bombardamento.
L’equazione impossibile della difesa
Il vero colpo di genio dello Shahed non è nella tecnologia. È nell’economia. Abbattere un drone da 35.000 dollari con un missile intercettore può costare fino a 3 milioni di dollari a colpo. Un sistema Patriot PAC-3 vale circa 4 milioni per ogni intercettore. Questo significa che anche quando le difese funzionano perfettamente, il rapporto costi gioca per l’attaccante.
Patriot PAC-3
Un’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha calcolato che la Russia spende circa 350.000 dollari per ogni bersaglio effettivamente colpito con droni di tipo Shahed. La cifra può sembrare alta, ma il dato chiave è che meno del 10% dei droni raggiunge l’obiettivo. Il restante 90% viene abbattuto o deviato. Eppure il sistema funziona, perché i droni sono talmente economici da poter essere lanciati in salve giornaliere massicce, logorando progressivamente le difese antiaeree del nemico e terrorizzando la popolazione.
Come ha sintetizzato Anna Miskelley: “È abbastanza piccolo da nascondersi ai radar. Abbastanza economico da poter essere lanciato in massa. E abbastanza letale da costringerci a usare tecnologie molto più costose per fermarlo“.
Cameron Chell, CEO della società di droni Draganfly, ha usato un paragone storico: “Come i Viet Cong durante la guerra del Vietnam, gli iraniani hanno una capacità asimmetrica che può prolungare il conflitto e creare pressione politica. Anche cento droni nelle mani di un’unità decentralizzata possono seminare il terrore in uno stato vicino come mai immaginato prima“.
Lezioni da Kiev: l’Ucraina come laboratorio globale
Se il Golfo Persico è il teatro della crisi attuale, l’Ucraina è il laboratorio dove le contromisure contro i droni Shahed sono state testate, perfezionate e industrializzate nel corso di tre anni di guerra ininterrotta. Dall’inizio del conflitto con la Russia, le forze ucraine hanno tracciato e intercettato circa 57.000 droni di tipo Shahed.
Il comandante in capo delle forze armate ucraine, Oleksandr Syrskyi, ha dichiarato che nel febbraio 2026 i droni intercettori hanno assunto un ruolo centrale nella difesa aerea. Nella sola area di Kiev, questi sistemi sono responsabili di oltre il 70% degli abbattimenti di Shahed. Il dato è significativo perché dimostra che la risposta più efficace a un drone economico non è un missile da milioni di dollari, ma un altro drone ancora più economico.
Il fiore all’occhiello della produzione ucraina è il drone intercettore Octopus, sviluppato internamente dalle forze armate e dotato di un sistema di controllo basato sull’intelligenza artificiale. Può operare di notte, a basse quote e in condizioni di disturbo elettronico, ovvero esattamente nelle circostanze in cui la Russia lancia abitualmente i suoi attacchi.
Il suo costo si aggira intorno ai 3.000 dollari per unità. La produzione in serie è iniziata nel novembre 2025, con la tecnologia trasferita inizialmente a tre produttori e altri undici in fase di allestimento delle linee. Grazie a un accordo di licenza firmato nel novembre 2025 tra i Ministeri della Difesa ucraino e britannico, l’Octopus viene ora fabbricato anche nel Regno Unito in grandi volumi.
Un altro sistema degno di nota è lo Sting di Wild Hornets, che costa appena 2.500 dollari e che secondo il produttore è in grado di abbattere oltre 100 Shahed in una sola notte. Le forze ucraine lo hanno utilizzato con successo anche contro il Geran-3, la variante a propulsione jet dello Shahed sviluppata dalla Russia.
A completare l’arsenale difensivo, il sistema laser Tryzub, capace di colpire bersagli aerei a quote superiori ai 2 chilometri, e oltre 140 aziende ucraine specializzate in sistemi di guerra elettronica, tra cui il Bukovel-AD, che può rilevare droni a 100 km e disturbarne i segnali entro 20 km.
Kiev offre la sua esperienza al Golfo
L’esperienza ucraina non è rimasta confinata al fronte orientale. Il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato pubblicamente di aver ricevuto richieste di assistenza da diversi paesi del Golfo colpiti dagli Shahed. “Abbiamo ricevuto segnali dai partner in Medio Oriente. Ci sono stati attacchi con Shahed iraniani contro i civili in quei paesi. Cercano la nostra esperienza“, ha scritto su X. “Siamo aperti. Se i loro rappresentanti verranno, forniremo l’expertise“.
Zelensky ha parlato direttamente con i leader di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Giordania e Kuwait sulla possibilità di cooperazione. Ha anche collegato la proposta a uno scambio strategico: l’Ucraina fornirebbe droni intercettori e competenze anti-drone, e in cambio riceverebbe missili intercettori di fascia alta, come i PAC-2 e PAC-3 del sistema Patriot, di cui Kiev ha disperatamente bisogno per difendersi dai missili balistici russi.
Il primo ministro britannico Keir Starmer ha confermato che il Regno Unito coinvolgerà esperti ucraini per aiutare gli stati del Golfo Persico a intercettare i droni d’attacco iraniani. Come ha sintetizzato Zelensky: “L’esperienza dell’Ucraina nel contrastare i droni Shahed è attualmente la più avanzata al mondo. È chiaro il motivo per cui così tante richieste sono dirette a noi“.
La pipeline russo-iraniana dei droni
La storia dello Shahed non sarebbe completa senza il capitolo russo. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022, Mosca ha iniziato ad acquistare droni Shahed-136 dall’Iran. Nel 2023, i due paesi hanno firmato un accordo del valore di 1,75 miliardi di dollari, parzialmente pagato in lingotti d’oro, per la costruzione di una fabbrica di droni in territorio russo.
Lo stabilimento si trova nella zona economica speciale di Alabuga, nella regione del Tatarstan, a circa 600 miglia a est di Mosca. L’obiettivo iniziale era di produrre 6.000 droni kamikaze all’anno. Ma secondo fonti di intelligence occidentali, circa il 90% della produzione di Shahed-136 avviene ora in strutture russe, non iraniane. La Russia ha designato il drone come Geran-2 e ha sviluppato anche una variante a propulsione jet chiamata Geran-3.
Bryan Clark, ricercatore senior presso l’Hudson Institute, ha spiegato che la Russia ha apportato una serie di modifiche significative al design originale: sensori migliorati, navigazione automatizzata e capacità di puntamento più avanzate. Queste innovazioni sono state poi trasferite all’Iran, in un ciclo di feedback tecnologico che ha migliorato l’arma di entrambe le parti.
Tuttavia, secondo la stessa fonte di intelligence occidentale, l’espansione produttiva russa ha di fatto marginalizzato l’Iran. Teheran si è trovata progressivamente esclusa dal controllo del prodotto finale, che ora viene fabbricato in modo largamente indipendente. L’obiettivo di Mosca è quello di padroneggiare completamente il ciclo produttivo, eliminando la necessità di futuri negoziati con Teheran.
La domanda ora è se la Russia ricambierà il favore e invierà droni aggiornati all’Iran, le cui strutture produttive sono state danneggiate dai bombardamenti americani e israeliani. David Albright, ex ispettore degli armamenti e presidente dell’Institute for Science and International Security, ritiene che sia uno scenario plausibile: “Alcuni degli impianti di produzione di droni iraniani sono stati bombardati, e hanno consumato un numero significativo di droni. Per ricostruire le scorte, potrebbero percorrere questa strada“.
Il Pentagono punta sulla dominanza dei droni
Il LUCAS non è un esperimento isolato. Si inserisce in una strategia più ampia del Pentagono per trasformare radicalmente il modo in cui gli Stati Uniti combattono. Il cosiddetto Drone Dominance Program, incluso nel disegno di legge fiscale del presidente Trump, prevede 1 miliardo di dollari per la produzione di circa 340.000 piccoli droni nel corso dei prossimi due anni. L’obiettivo è garantire alle forze armate americane l’accesso a sistemi autonomi a basso costo per missioni di attacco unidirezionale, con consegne accelerate a partire dal luglio 2026.
Prima ancora, l’iniziativa Replicator, lanciata nel 2023 dall’allora vicesegretaria alla Difesa Kathleen Hicks, aveva già stanziato 1 miliardo di dollari su due anni fiscali per accelerare la produzione di migliaia di droni autonomi. Il programma era nato inizialmente per contrastare la crescente potenza militare cinese, ma le lezioni apprese dall’Ucraina e dal Golfo hanno ampliato enormemente il suo campo d’applicazione.
L’esercito americano ha firmato contratti con aziende private di tecnologia militare di ultima generazione. Anduril ha ottenuto un contratto da 250 milioni di dollari per 500 intercettori Roadrunner e sistemi di guerra elettronica portatili Pulsar. Skydio ha ricevuto contratti multimilionari dall’aeronautica per droni autonomi X10D destinati a unità operative critiche. L’esercito americano ha annunciato l’intenzione di acquisire un milione di droni nell’ambito di una massiccia modernizzazione.
Michael C. Horowitz, che ha lavorato al programma LUCAS durante l’amministrazione Biden e ora dirige il Perry World House presso l’Università della Pennsylvania, ha tracciato la traiettoria futura: “È facile capire come i continui progressi nell’intelligenza artificiale, se si dimostreranno affidabili, rappresenteranno un’opzione molto interessante per rendere questi sistemi ancora più efficaci“. Alcuni piani prevedono che i piloti di caccia volino insieme al proprio squadrone personale di droni, creando formazioni miste uomo-macchina capaci di saturare le difese nemiche.
Il primo attacco Shahed: la “Pearl Harbor energetica” del 2019
L’idea che i droni economici potessero cambiare la guerra non è nata nel 2022 con l’Ucraina, né nel 2026 con il Golfo. Il primo campanello d’allarme è suonato il 14 settembre 2019, quando un attacco coordinato con droni e missili da crociera ha colpito gli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais in Arabia Saudita, gestiti da Saudi Aramco.
Abqaiq ospitava il più grande impianto di stabilizzazione del greggio al mondo, con una capacità del 7% della produzione petrolifera globale. L’attacco ha dimezzato la produzione saudita di petrolio, eliminando circa 5 milioni di barili al giorno, pari al 5% dell’offerta mondiale. I ribelli Houthi dello Yemen hanno rivendicato l’operazione, ma gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno attribuito la responsabilità all’Iran. I droni avevano seguito rotte tortuose attraverso Kuwait e Iraq per mascherare la loro origine.
Ricercatori americani hanno definito quell’attacco una “Pearl Harbor energetica”. Nonostante miliardi di dollari investiti in caccia F-15 e batterie missilistiche Patriot, l’Arabia Saudita non era riuscita a intercettare nessuno dei droni prima dell’impatto. Il software dei radar, programmato per filtrare oggetti lenti e a bassa quota, li aveva scambiati per uccelli o piccoli velivoli civili.
Quell’episodio avrebbe dovuto spingere il mondo a ripensare radicalmente il ruolo dei droni nella guerra moderna. Non è successo. L’attenzione si è concentrata sull’aspetto politico, sulla responsabilità iraniana e sulle dinamiche della guerra in Yemen. Ci sono voluti altri tre anni e decine di migliaia di droni sui cieli ucraini perché il messaggio diventasse impossibile da ignorare.
Il futuro del combattimento è economico e autonomo
I droni kamikaze a basso costo non sostituiranno i missili da crociera, i caccia di quinta generazione o le portaerei. Ma stanno aggiungendo una dimensione completamente nuova al conflitto moderno. Bombardamenti che un tempo richiedevano salve di costosi missili possono ora essere effettuati con pochissimi soldi. Luoghi che sembravano isolati dal conflitto, come le sfarzose città del Golfo Persico, sono diventati raggiungibili e vulnerabili.
La proliferazione è rapida e inarrestabile. Qualsiasi paese o gruppo militante con risorse modeste può oggi condurre attacchi a lungo raggio con droni. Il LUCAS, con la sua configurazione modulare e il software aggiornabile, rappresenta la risposta americana a questa nuova realtà: un’arma che può evolvere insieme alla tecnologia, incorporando intelligenza artificiale, navigazione satellitare e capacità di sciame.
La guerra dell’Iran ha dimostrato che nel XXI secolo non vince necessariamente chi possiede l’arma più sofisticata. Vince chi sa produrre di più, più velocemente e a costo minore per unità. E chi sa copiare il nemico. Dall’Ucraina al Golfo Persico, passando per le fabbriche di Alabuga e i laboratori dell’Arizona, questa è la nuova corsa agli armamenti del nostro tempo. Non si misura in megatoni, ma in costo per unità. Non si combatte a 30.000 piedi, ma a pochi metri dal suolo, con il ronzio sordo di un motore da tosaerba.
Scheda tecnica del drone LUCAS
Scheda Tecnica
LUCAS FLM-136
Low-cost Unmanned Combat Attack System
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Informazioni Generali
ProduttoreSpektreWorks, Arizona
TipoMunizione circuitante (Kamikaze)
Impiego28 Febbraio 2026 – Op. Epic Fury
Costo unitario~$35.000
📐
Dimensioni e Peso
Apertura alare2,5 m
Peso Max Decollo81,5 kg
Carico Utile18 kg
⚡
Prestazioni
Velocità Massima194 km/h
Raggio Operativo~822 km
AutonomiaFino a 6 ore
🎯
Sistemi e Armamento
NavigazioneGPS/INS + Starshield
Capacità SciameFino a 100 unità (Mesh)
Dati aggiornati a Marzo 2026.
Fonti: Wikipedia, Army Recognition, Reuters.
Il 28 febbraio 2026 rappresenta una data di rottura definitiva nella storia delle relazioni internazionali contemporanee. L’attacco congiunto condotto dalle forze aeree e navali degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran non ha soltanto innescato un conflitto regionale di vasta scala, ma ha rimosso violentemente i vertici dello Stato sovrano iraniano, incluso il Leader Supremo Ayatollah Ali Khamenei e oltre quaranta figure apicali del regime.
Per la Repubblica Popolare Cinese, questo evento non costituisce una sorpresa assoluta, bensì la tragica conferma di trend geopolitici monitorati con crescente allarme dai propri apparati di intelligence e dai think tank accademici nel corso degli anni precedenti.
Le analisi prodotte a Pechino, che spaziano dalla condanna diplomatica ufficiale alle riflessioni dottrinali sulla “fine della civiltà internazionale”, rivelano una postura ricalibrata su un estremo pragmatismo e sulla necessità di proteggere gli interessi vitali cinesi in un mondo che sembra essere tornato alla logica della forza bruta.
L’architettura della Crisi: il crollo del diritto internazionale
La risposta diplomatica della Cina è stata caratterizzata da un tono di fermezza istituzionale, ma priva di impegni militari diretti, segnalando una distinzione netta rispetto alla posizione più assertiva assunta da Mosca.
Il Ministro degli Esteri Wang Yi, attraverso una serie di colloqui telefonici d’urgenza con le controparti di Russia, Iran, Oman e Francia, ha delineato una posizione in tre punti che funge da bussola per l’azione diplomatica cinese: la cessazione immediata delle ostilità, il ritorno al tavolo negoziale e l’opposizione ferma a qualsiasi atto unilaterale di “regime change”.
Pechino interpreta l’assassinio del leader di uno Stato sovrano durante un processo negoziale come una violazione senza precedenti della Carta delle Nazioni Unite e dei principi fondamentali della coesistenza pacifica.
La portavoce del Ministero degli Esteri, Mao Ning, ha sottolineato come l’azione statunitense sia avvenuta proprio mentre i colloqui tecnici di Vienna, previsti per il 2 marzo, promettevano progressi significativi sulla questione nucleare, suggerendo che l’attacco non sia stato una risposta a una minaccia imminente, ma un tentativo deliberato di sabotare la diplomazia.
Questo “metodo della decapitazione”, attuato in un momento di vulnerabilità diplomatica, è descritto dagli analisti cinesi come un ritorno alla “legge della giungla”, dove la superiorità tecnologica e militare viene utilizzata per imporre cambiamenti politici indipendentemente dalla volontà dei popoli.
Sintesi della Postura Diplomatica della RPC (Marzo 2026)
Descrizione dell’Obiettivo Strategico
Destinatari Principali
Condanna del “Regime Change”
Riaffermazione dell’inviolabilità della sovranità nazionale per prevenire futuri precedenti.
Stati Uniti, Alleati Occidentali.
Protezione dei Cittadini
Evacuazione rapida e ordinata per minimizzare il rischio di danni collaterali o ostaggi.
Comunità cinese in Iran (3000+ persone).
Mediazione Multilaterale
Coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza ONU e dell’Inviato Speciale Zhai Jun.
Comunità Internazionale, Paesi del Golfo.
Stabilità Energetica
Pressione diplomatica per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz nonostante lo stato di guerra.
Iran, GCC, Mercati Globali.
L’analisi cinese rileva un paradosso fondamentale: mentre gli Stati Uniti dichiarano di agire per stabilizzare il Medio Oriente, la loro azione ha generato un’escalation incontrollabile che ha visto l’Iran rispondere colpendo basi americane in Bahrain, Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti, coinvolgendo direttamente le monarchie del Golfo nel conflitto.
Per Pechino, questa instabilità non è un effetto collaterale imprevisto, ma il risultato di una strategia americana che accetta il caos pur di eliminare un avversario strategico e riaffermare la propria egemonia regionale.
L’analisi dottrinale di Jin Canrong
Il professor Jin Canrong della Renmin University, figura centrale nel dibattito cinese sulla politica estera americana, ha fornito una lettura particolarmente cruda dell’attacco su Guancha. Secondo Jin, il 2026 segna il definitivo passaggio dall’ordine liberale post-Guerra Fredda a una nuova era di “Stati Combattenti”. In questo contesto, gli Stati Uniti hanno rinunciato a qualsiasi pretesa di autorità morale, agendo come una “superpotenza che ricorre a tattiche da piccola criminalità” per eliminare i propri oppositori.
La valutazione delle capacità militari statunitensi
Un punto focale dell’analisi di Jin riguarda la sostenibilità dello sforzo bellico americano. Basandosi su rapporti provenienti dalla stessa comunità di intelligence e dai media americani, Jin sostiene che le scorte di munizioni ad alta precisione degli Stati Uniti siano sufficienti per sostenere operazioni ad alta intensità per un periodo massimo di quattro settimane.
Questo limite temporale pone Washington di fronte a un dilemma critico: se il regime iraniano non crolla entro il primo mese di bombardamenti, gli Stati Uniti rischiano di scivolare in una guerra di logoramento che non possono permettersi finanziariamente né militarmente, specialmente con lo spettro delle elezioni di metà mandato del novembre 2026 che incombe sulla presidenza.
Jin evidenzia come l’Iran non sia un avversario facile da abbattere. Con una popolazione di 90 milioni di abitanti e un territorio di oltre 1,6 milioni di chilometri quadrati dominato da catene montuose impervie, un’invasione terrestre è considerata militarmente impossibile senza un impegno di truppe che gli Stati Uniti non sono disposti a mobilitare.
Pertanto, l’Iran potrebbe sopravvivere agli attacchi iniziali, riorganizzando la propria leadership attorno a figure meno carismatiche ma altrettanto ostili all’Occidente, trasformando il conflitto in una guerriglia regionale asimmetrica che drenerebbe le risorse americane per anni.
La protezione degli interessi cinesi e le “Reti di Sicurezza”
In risposta a questo scenario di caos prolungato, Jin Canrong e altri osservatori suggeriscono che la Cina abbia già attivato una serie di “reti di sicurezza”. Queste non sono alleanze militari, ma misure di resilienza economica e diplomatica. Pechino ha accelerato la diversificazione delle proprie fonti energetiche, aumentando il peso degli oleodotti terrestri dalla Russia e dall’Asia Centrale, riducendo così la propria vulnerabilità critica al blocco dello Stretto di Hormuz.
Inoltre, la transizione verde accelerata del mercato automobilistico cinese ha ridotto la domanda marginale di petrolio, conferendo al sistema economico una capacità di assorbimento degli shock petroliferi superiore a quella delle economie occidentali.
La scommessa di Trump: l’analisi di Li Shaoxian
Li Shaoxian, figura di riferimento del China Institutes of Contemporary International Relations (CICIR), inquadra l’attacco come il culmine di una convergenza di interessi tra l’amministrazione Trump e il governo di Netanyahu.
Secondo Li, Israele ha giocato un ruolo di provocatore attivo, temendo che la ripresa dei negoziati a Vienna portasse a una distensione permanente tra Washington e Teheran. L’arrivo della portaerei USS Gerald R. Ford il 27 febbraio, unendosi alla USS Abraham Lincoln, ha fornito la cornice operativa necessaria per un attacco che mirava non solo ai siti nucleari, ma alla decapitazione politica dell’Iran.
Dal conflitto del 2025 all’escalation del 2026
Li Shaoxian traccia una distinzione netta tra la breve crisi del giugno 2025 (durata 12 giorni) e il conflitto attuale. Mentre nel 2025 l’obiettivo era la distruzione limitata di infrastrutture sensibili, nel 2026 l’obiettivo dichiarato è il cambio di regime (Regime Change).
Questa ambizione trasforma la guerra in una lotta per la sopravvivenza esistenziale per l’Iran, eliminando ogni spazio per il compromesso. Li avverte che l’Iran risponderà colpendo sistematicamente tutte le basi americane nel Golfo, inclusa la sede della Quinta Flotta in Bahrain, e utilizzando la propria rete di proxy in Libano e Yemen per incendiare l’intero Medio Oriente.
Il rischio maggiore identificato da Li è che gli Stati Uniti si trovino impantanati in quello che definisce il “cimitero degli imperi”. Nonostante la superiorità tecnologica, l’assenza di un piano per il “giorno dopo” e l’instabilità interna americana, segnata da profonde divisioni partitiche sulla legittimità di una guerra non dichiarata, potrebbero rendere questa operazione il fallimento strategico definitivo dell’egemonia statunitense.
Comparazione tra il Conflitto del 2025 e la Guerra del 2026
Caratteristica del Conflitto 2025
Caratteristica della Guerra 2026
Obiettivo Strategico
Distruzione di siti nucleari specifici.
Rovesciamento del regime e decapitazione politica.
Durata Prevista
12 giorni (conclusa rapidamente).
Indeterminata (stimata > 4 settimane).
Postura Militare USA
Attacchi aerei mirati e limitati.
Gruppo di attacco a doppia portaerei, minaccia di terra.
Reazione Iraniana
Rappresaglia contenuta.
Guerra asimmetrica totale e blocco di Hormuz.
Impatto Diplomatico
Negoziati sospesi temporaneamente.
Collasso totale dell’ordine internazionale basato sulle regole.
Geopolitica dell’energia: lo Stretto di Hormuz
La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta il fattore di instabilità economica più grave per la Cina e per l’intera Asia. Attraverso questo stretto transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL). Per Pechino, la minaccia di un blocco non è solo teorica: nel 2024, il 69% del traffico petrolifero di Hormuz era destinato ai mercati asiatici, con la Cina che da sola assorbe circa un terzo del volume totale transitante.
Le analisi statistiche cinesi mostrano una dipendenza strutturale che non può essere azzerata nel breve termine. Oltre il 40% delle importazioni totali di greggio della Cina dipende direttamente dal passaggio sicuro attraverso le acque del Golfo. Un blocco prolungato farebbe schizzare il prezzo del petrolio Brent da una base di 60-75 dollari fino a scenari estremi di 140 dollari al barile, mettendo a rischio la ripresa economica post-pandemica e la stabilità dei prezzi interni.
Tuttavia, l’economista Gu Jiashi suggerisce che l’Iran stesso si trovi in un dilemma: il blocco totale dello stretto taglierebbe la sua unica fonte di reddito residua, rendendolo un’arma di “auto-distruzione” reciproca. Per la Cina, la priorità è esercitare pressione su Teheran affinché mantenga aperti i flussi verso l’Asia, garantendo al contempo che le esportazioni di GNL dal Qatar non vengano interrotte, un punto su cui Pechino starebbe agendo con canali diplomatici riservati.
Per mitigare questi rischi, la Cina sta accelerando la costruzione di una rete logistica continentale che bypassi i “chokepoint” marittimi controllati dagli Stati Uniti.
Corridori Energetici: Potenziamento degli oleodotti dalla Russia (ESPO) e dal Kazakistan.
Stoccaggio Strategico: Espansione delle riserve nazionali di petrolio attraverso un meccanismo duale Stato-impresa.
Sostituzione Energetica: Promozione del carbone pulito e delle rinnovabili per ridurre la dipendenza marginale dall’import.
La guerra tecnologica: AI, chip e droni come asset strategici
Un’intuizione centrale che emerge dalle analisi di Guancha e degli esperti di difesa cinesi è che il vero fattore determinante della guerra del 2026 non sia più il petrolio, ma il dominio tecnologico. L’efficacia dell’attacco americano-israeliano è stata garantita da una superiorità schiacciante nei sistemi di guida, nell’integrazione di dati via satellite e nell’uso di sciami di droni coordinati dall’intelligenza artificiale.
La risposta iraniana, sebbene asimmetrica, ha dimostrato che anche tecnologie meno costose possono infliggere danni significativi. L’uso di missili e droni per colpire le basi USA e i sistemi di difesa israeliani evidenzia una democratizzazione della letalità che la Cina deve studiare attentamente. Per Pechino, la lezione è chiara: la competizione tra grandi potenze si giocherà sulla capacità di innovazione rapida e sulla protezione delle catene di approvvigionamento dei semiconduttori.
Il ruolo del RMB e del sistema CIPS
Sul fronte finanziario, la guerra ha accelerato il processo di “internazionalizzazione del Renminbi per la sicurezza”. Con l’Iran escluso dai sistemi finanziari occidentali e sotto attacco diretto, il sistema di pagamento transfrontaliero cinese (CIPS) è diventato l’unico canale affidabile per il regolamento delle transazioni energetiche. Pechino vede in questa crisi l’opportunità di consolidare un “circuito chiuso” di scambi in RMB nel Medio Oriente, riducendo l’esposizione al rischio di sanzioni secondarie e costruendo un’infrastruttura finanziaria indipendente dal dollaro.
Il nodo Taiwan
Un filo conduttore che attraversa quasi tutte le analisi strategiche cinesi è la lettura del conflitto iraniano in relazione alla situazione nello Stretto di Taiwan. L’azione americana in Medio Oriente è interpretata come un messaggio indiretto, ma inequivocabile, a Pechino.
Studiosi come Li Mingjiang evidenziano come la distruzione del regime iraniano servirebbe a rimuovere una “pedina” di Pechino sulla scacchiera globale. Per anni, il Medio Oriente ha funzionato come un “secondo fronte” che ha drenato le risorse militari e l’attenzione strategica degli Stati Uniti, limitando la loro capacità di completare il “Pivot to Asia”.
Un Medio Oriente pacificato sotto l’egemonia americana permetterebbe a Washington di concentrare la totalità dei suoi gruppi di attacco di portaerei e delle sue risorse tecnologiche nel Pacifico Occidentale, aumentando drasticamente la pressione sulla Cina.
D’altro canto, analisti come Wen Jing di Tsinghua sostengono che il rischio di un impantanamento americano sia elevato. Se gli Stati Uniti non riusciranno a stabilizzare l’Iran rapidamente, la guerra diventerà un nuovo “Vietnam mediorientale”, consumando capitali e munizioni che sarebbero necessari per contenere la Cina.
La cattura di leader stranieri (come avvenuto per Maduro in Venezuela prima di Khamenei) dimostra che la rete logistica globale americana resta formidabile, ma anche che Washington è sempre più incline a soluzioni radicali e rischiose.
Il messaggio sulla “Decapitazione”
Il successo tecnologico dell’attacco di decapitazione contro Khamenei è studiato con estrema preoccupazione dai vertici militari cinesi. Dimostra che, nel 2026, la protezione fisica dei leader e la ridondanza dei sistemi di comando sono vulnerabili di fronte a armi ipersoniche e attacchi cyber coordinati. Questo spinge la Cina a investire ulteriormente in sistemi di difesa aerea integrati e in una dottrina di comando decentralizzata per garantire la continuità dello Stato in qualsiasi scenario di conflitto.
Mentre la diplomazia lavorava sui tavoli internazionali, la macchina operativa cinese si è mossa con una rapidità senza precedenti per mettere in sicurezza i propri connazionali. Al 2 marzo 2026, oltre 3000 cittadini cinesi erano già stati evacuati dall’Iran.
Logistica della protezione consolare
Il Ministero degli Esteri ha coordinato squadre di soccorso che hanno operato ai varchi di frontiera con i paesi vicini, garantendo un corridoio sicuro per i lavoratori delle aziende energetiche e delle infrastrutture. Questo sforzo riflette l’importanza che Pechino attribuisce alla stabilità interna e alla percezione del governo come protettore globale dei propri cittadini, un pilastro della legittimità nazionale nell’era della “Nuova Era”.
Dati sull’Evacuazione dei Cittadini Cinesi (Marzo 2026)
Valore
Note
Cittadini evacuati al 2 marzo
3.000+.
Operazione completata in meno di 72 ore dall’attacco.
Vittime civili cinesi confermate
1 deceduto.
Coinvolto casualmente nei bombardamenti a Teheran.
Supporto Consolare
Task force attive 24/7.
Coordinamento con ambasciate in Turchia, Iraq e Pakistan.
Postura di Sicurezza
Livello di Allerta Massimo.
Avviso di evacuazione immediata per tutti i residenti.
Il rapporto Cina-Iran: strategico ma non assoluto
Un aspetto cruciale che emerge dalle fonti cinesi è il ridimensionamento del peso della relazione Pechino-Teheran rispetto agli interessi globali della Cina. Contrariamente a quanto percepito in Occidente, l’Iran non è considerato un alleato formale ma un “asset strategico”.
Analisti come Mohammed Alsudairi ricordano che i veri partner economici della Cina nel Golfo sono l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, i quali mantengono relazioni tese con l’Iran. La Cina, quindi, deve muoversi su un filo sottile: condannare l’azione americana per difendere il principio di sovranità, senza però alienarsi i paesi del GCC che potrebbero trarre vantaggio da un ridimensionamento dell’influenza iraniana. Il pragmatismo cinese suggerisce che Pechino sia pronta a collaborare con qualsiasi governo emergerà a Teheran, purché la stabilità regionale e i flussi energetici siano garantiti.
L’analisi del conflitto tra Iran e Stati Uniti del 2026 rivela una Repubblica Popolare Cinese profondamente consapevole della propria forza, ma anche delle proprie vulnerabilità sistemiche. La guerra viene vista come il segnale definitivo del fallimento dell’ordine internazionale basato su regole condivise, sostituito da una competizione cruda per la sopravvivenza tecnologica e la resilienza energetica.
Pechino non si limiterà a osservare passivamente. La risposta cinese si articolerà su tre livelli:
Indipendenza Strategica: Accelerazione della de-dollarizzazione e della sovranità tecnologica per rendere la Cina immune alle tattiche di pressione americane viste in Iran.
Diversificazione Continentale: Riduzione della dipendenza marittima attraverso il rafforzamento dell’asse eurasiatico con Russia e Asia Centrale.
Diplomazia della Stabilità: Posizionamento della Cina come unica potenza capace di dialogare con tutte le parti in causa, contrapposta a un’America percepita come fonte di instabilità bellica.
Per Pechino la guerra in Iran è un monito brutale: nel 2026, la pace è solo un intervallo tra conflitti tecnologici e l’unica garanzia di sicurezza risiede nella capacità di una nazione di resistere autonomamente a uno shock totale dell’ordine mondiale.
La Cina si sta preparando a questo scenario, costruendo pezzo dopo pezzo un sistema nazionale che non dipenda più dalla benevolenza o dalla stabilità del sistema a guida statunitense.
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