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L’IA corre, la sicurezza delle identità resta indietro: cosa dice davvero il rapporto SailPoint

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Il 9 ottobre 2026 The Hacker News ha pubblicato un pezzo su un presunto «paradosso della velocità»: le aziende adottano agenti di intelligenza artificiale a ritmo di macchina, ma ne governano gli accessi con metodi pensati per le persone. I numeri vengono da un rapporto di SailPoint, azienda che vende software per la sicurezza delle identità. Questo dossier ricostruisce i dati, li confronta con il comunicato originale e separa ciò che il rapporto misura da ciò che serve a promuovere una soluzione.

Il dossier va dalla fonte ai numeri: apri le schede nell'ordine, oppure vai dritto a quella che ti interessa.

Il dossier in PDFImpaginato per lo smartphone · 15 pagine con i grafici · 531 KBScarica il PDF ↓
La fonte Un rapporto firmato da chi vende la soluzione

L’articolo di The Hacker News reca in calce un’avvertenza: è un contributo di un partner della testata. I link nel testo rinviano alla pagina del rapporto sul sito di SailPoint, con parametri di tracciamento. Non è una cronaca indipendente, ma la presentazione di uno studio realizzato e diffuso da un’azienda.

SailPoint è quotata al Nasdaq con la sigla SAIL e vende software per la gestione delle identità digitali. Il rapporto è uscito il 6 ottobre 2026 dalla conferenza Navigate, ad Austin. Lo stesso giorno l’azienda ha annunciato nuovi prodotti dedicati agli agenti di IA, tra cui Autonomous Agents e Agentic Fabric Security.

Questo non toglie valore ai dati. Conviene però leggerli sapendo chi li ha raccolti e che cosa vende.

Come si misura la maturità

Il rapporto è alla quinta edizione. Si basa su un sondaggio globale tra 340 responsabili di identità, informatica, sicurezza e rischio. SailPoint colloca ogni organizzazione su una scala di cinque «Horizon»: dal primo, senza alcun programma formale, al quinto, integrato nell’ecosistema.

Il giudizio considera strategia, modello operativo, personale, fiducia tecnica e capacità tecniche. Secondo la ricostruzione di The Hacker News, il secondo livello indica processi manuali assistiti da strumenti.

La classificazione è definita e applicata da SailPoint, non da un ente terzo. Il campione, inoltre, cambia da un anno all’altro: l’edizione 2025-2026 si basava su 375 decisori intervistati a giugno 2025.

I numeri Un mercato fermo ai blocchi di partenza

Il primo dato riguarda tutto il mercato. Circa il 60% delle organizzazioni resta nei primi due Horizon, cioè senza programma formale o con controlli manuali assistiti da strumenti. Meno dell’1% ha raggiunto il quinto.

Per differenza resterebbe circa il 39% nei livelli intermedi, il terzo e il quarto. È un calcolo di questo dossier: il comunicato non pubblica la ripartizione completa.

Barra orizzontale: circa 60% delle organizzazioni negli Horizon 1-2, circa 39% negli Horizon 3-4, meno dell'1% nell'Horizon 5.

Secondo SailPoint il ritardo dipende soprattutto dalle identità non umane. L’87% giudica capaci o migliori le proprie funzioni di gestione degli accessi per le persone. Solo il 43% dichiara processi maturi per l’accesso degli agenti.

The Hacker News ne ricava che il problema non sia l’impegno, ma un limite di architettura. I metodi nati per i dipendenti faticherebbero a governare agenti che eseguono migliaia di operazioni al minuto. È una lettura dell’articolo, non un risultato misurato dal sondaggio.

Il confronto Due maturità a velocità diverse

Per le identità delle persone il quadro migliora. Nel 2022 il 45% delle organizzazioni era al primo Horizon. Oggi è il 23%: quasi la metà.

Per gli agenti di IA si parte molto più indietro. Il 54% delle organizzazioni è oggi al primo Horizon per l’identità degli agenti, una posizione peggiore di quella delle identità umane al punto di partenza.

Grafico a barre: organizzazioni ferme al primo Horizon. Identità umane 45% nel 2022 e 23% oggi; identità degli agenti 54% oggi.

Gli agenti pesano già. Rappresentano il 22% di tutti gli account non umani, mentre l’85% delle organizzazioni continua a usare strumenti d’identità tradizionali, non pensati per loro.

SailPoint ne trae una conclusione: le aziende non hanno cinque anni di tempo e devono comprimere in uno una curva che per le persone ne ha richiesti circa cinque. La frase è di Wendy Wu, direttrice marketing dell’azienda, ed è contenuta in un comunicato aziendale.

Un dettaglio sulle date

L’articolo di The Hacker News scrive che «cinque anni fa» il dato era il 45%. Il comunicato SailPoint indica invece il 2022, cioè quattro anni prima del 2026. Il dossier usa la data del comunicato.

Il problema Perché i controlli pensati per le persone non reggono con gli agenti

Secondo il rapporto, le organizzazioni di livello intermedio hanno digitalizzato bene i processi umani, come l’ingresso dei dipendenti e le verifiche periodiche degli accessi. The Hacker News chiama «trappola della digitalizzazione» il tentativo di replicare le stesse scadenze sulle identità delle macchine.

Molte identità di agenti durano minuti o secondi. Una revisione trimestrale arriverebbe quando l’identità non esiste più. Per l’articolo diventa un costo operativo senza utilità.

La direzione indicata è l’abbandono dei permessi permanenti e delle richieste a ticket. Al loro posto ci sarebbero regole continue, contestuali e automatiche, applicate alla velocità delle macchine. La formula tecnica è «zero standing privilege»: nessun privilegio fisso.

Il direttore tecnico di SailPoint, Chandra Gnanasambandam, ha definito irrealistica l’idea che un amministratore approvi gli accessi di agenti che fanno circa 10.000 chiamate a strumenti al secondo. La frase, pronunciata a Navigate, è riportata da un articolo di Yahoo Finance.

Il ritardo operativo ha un numero: solo il 15% delle organizzazioni può assegnare accessi non umani in tempo reale.

Resta una distinzione utile. Che i controlli periodici siano inadatti agli agenti è un argomento tecnico plausibile. Che il rimedio sia il prodotto di chi lo propone è un’altra affermazione. Vanno valutate separatamente.

Il divario Fiducia alta, capacità bassa
40
A
1

Il dato più citato è il divario fra adozione e protezione. Il 79% delle organizzazioni usa già agenti di IA in produzione. Solo il 2% adotta strumenti d’identità progettati apposta per governarli. Da qui il rapporto di 40 a 1.

Quel 2% ha una definizione precisa: tecnologia costruita su misura per gli agenti. Un ulteriore 4% usa strumenti separati per le loro identità. L’85% si affida a strumenti generici o ai controlli nativi delle piattaforme. Non significa che non abbia alcun controllo.

Il 65% ha messo gli agenti a disposizione di oltre un quarto del personale. Solo il 23% dichiara uno stack d’identità pienamente moderno.

Grafico a barre: 79% usa agenti IA in produzione, 85% strumenti legacy o controlli nativi, 4% strumenti separati, 2% strumenti costruiti per gli agenti.

Quanto ci si sente pronti e quanto lo si è

Il rapporto misura anche la distanza fra sicurezza percepita e capacità dimostrabile. Il 57% si dice fiducioso di rispettare gli obblighi normativi, ma solo il 43% si sente molto pronto a produrre prove in un audit legato all’IA.

L’88% considera la strategia per le identità umane una priorità o un fattore strategico. Solo il 41% ha una strategia per le identità non umane allineata ai piani aziendali sull’IA.

L’80% dei leader ritiene il divario degli strumenti moderato o minore. In tempo reale, però, solo il 15% riesce ad assegnare accessi non umani.

Barre accoppiate: 87% contro 43% sugli accessi, 57% contro 43% su conformità e audit, 88% contro 41% sulla strategia, 80% contro 15% sul tempo reale.
La soluzione Il «bilanciamento» e la strada indicata da SailPoint

Davanti alla scelta fra velocità e sicurezza, secondo The Hacker News il 49% dice di bilanciarle in egual misura. Il dato compare nell’articolo, ma non è presente nel comunicato né nelle altre sintesi consultate per questo dossier.

L’articolo lo definisce un falso compromesso. Un equilibrio dichiarato, senza la capacità di farlo rispettare, sarebbe una stasi. È un giudizio dell’articolo, non una misura del sondaggio.

La soluzione proposta

La conclusione del rapporto è che non serve ricostruire tutto da zero. Basta estendere alle identità non umane le regole di governo già mature per le persone, in un’unica struttura. Il 64% delle organizzazioni governa già le identità di macchine e agenti con piattaforme centralizzate.

Il rapporto articola l’architettura in quattro pilastri: accesso, governo, dati e sicurezza. E il percorso in tre tappe: scoprire, governare, proteggere. La prima chiede un inventario di account di servizio, token, script e agenti, con un responsabile per ciascuno e l’individuazione dell’IA non autorizzata.

Le tappe successive portano all’automazione di assegnazione, modifica e revoca dei privilegi, alla rotazione delle credenziali e, infine, ad autorizzazioni dinamiche con accessi temporanei e contenimento automatico.

I benefici dichiarati

Il rapporto lega la maturità ai risultati. Il 62% di chi ha investito nella sicurezza delle identità non umane riferisce guadagni di produttività misurabili. Il 46% parla di rilasci dell’IA più rapidi e sicuri. Il 76% si aspetta che una governance più forte migliori l’accesso alle polizze cyber o le loro condizioni.

Sono risposte dichiarate dagli intervistati, non verifiche indipendenti. Le indicazioni di fondo sono di buon senso, ma coincidono con la linea commerciale di SailPoint, che lo stesso giorno ha presentato prodotti pensati per gli agenti di IA.

Cosa manca Cosa resta da verificare

Il rapporto completo 2026-2027 non è stato consultato per intero. Il dossier si fonda sul comunicato ufficiale e su articoli che lo riprendono. Le percentuali non pubblicate, come la ripartizione fra tutti e cinque gli Horizon, restano da controllare sul documento originale.

Il campione è di 340 intervistati e le risposte sono autovalutazioni. Le definizioni dei livelli e del 2% di strumenti «costruiti su misura» sono di SailPoint.

Due punti sono ambigui. Il comunicato attribuisce all’«80% dei leader» la fiducia nel proprio livello di strumenti, mentre Channel Insider la riferisce ai leader del settore tecnologico. Il dato del 49% sul bilanciamento è presente solo nell’articolo di The Hacker News.

Fonti Le fonti del dossier
  • The Hacker News, «The AI Velocity Paradox: Why Security Is Decades Behind AI Ambition», 9 ottobre 2026, contributo di un partner: thehackernews.com
  • SailPoint, comunicato sul rapporto Horizons of Identity Security 2026, 6 ottobre 2026: globenewswire.com
  • Channel Insider, «SailPoint Finds AI Agent Adoption Far Outpacing Identity Security», 7 ottobre 2026: channelinsider.com
  • Yahoo Finance, «SailPoint’s 40x Gap», sulla conferenza Navigate 2026: finance.yahoo.com
  • SailPoint, «From chaos to control», annuncio dei prodotti per l’identità degli agenti: sailpoint.com
  • SailPoint, comunicato sull’edizione 2025-2026 (375 intervistati): nasdaq.com

Kiev, blackout d’emergenza il 9 ottobre: 136 droni nella notte e una rete già colpita

Il 9 ottobre Ukrenergo ha ordinato blackout d’emergenza a Kiev e in due distretti della regione. Nella notte la Russia aveva lanciato 136 droni, secondo l’Aeronautica ucraina. Ma la rete di Kiev era stata colpita già l’8 ottobre. In mattinata le interruzioni nella capitale sono state revocate. Resta da chiarire quale attacco abbia causato che cosa.

Sette schede, dal blackout del mattino alle domande aperte sull’inverno: toccate il segno + per aprirle.

La mattina del 9 ottobre DTEK ha comunicato blackout d’emergenza sulla riva destra di Kiev. Lo stesso valeva per i distretti di Bucha e Vyshhorod, nella regione.

Gli ordini sono arrivati da Ukrenergo, e i programmi di interruzione sono stati sospesi dove l’emergenza era in corso. Verso le 11 DTEK ha annunciato la revoca a Kiev, riferisce NV.

Ukrenergo ha parlato di diverse regioni, ma le fonti consultate nominano solo Kiev e la sua regione. Nella capitale il trasporto pubblico si è fermato in tre distretti.

Secondo l’Aeronautica ucraina, nella notte tra l’8 e il 9 ottobre la Russia ha lanciato 136 droni. Erano Shahed, droni Gerbera ed esche Parodiya. Sono dati militari, non verificati in modo indipendente.

Alle 8 del mattino i droni abbattuti o neutralizzati erano 114, secondo i dati preliminari.

Gli impatti sono stati registrati in otto località. I detriti dei droni intercettati sono caduti in sette.

L’Aeronautica ha precisato che l’attacco era ancora in corso.

L’8 ottobre il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha riferito di un attacco a un impianto importante per Kiev. Il ministero ha parlato dello spegnimento di diversi elementi della rete che alimenta la città.

Quel giorno si sono fermati metro e mezzi di superficie. In vari distretti è calata la pressione dell’acqua, riporta NV.

Per l’esperto Oleksandr Kharchenko, gli attacchi delle ultime sei settimane mirano a isolare il nodo di Kiev dalla rete nazionale.

L’8 ottobre il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito impianti energetici e industriali ucraini.

Mosca indica tra i bersagli aziende che producono missili da crociera e droni, riferisce Radio 1.

Il ministero russo dice di aver distrutto 399 droni ucraini nella notte tra il 7 e l’8 ottobre. Sono dichiarazioni di parte, non verificate in modo indipendente.

Ukrenergo attribuisce le emergenze ai bombardamenti russi, senza indicare un impianto o un attacco preciso.

L’impianto colpito l’8 ottobre non è stato nominato. Canali di monitoraggio citati da NV parlano di un probabile attacco a un impianto energetico nella notte. Non risulta una conferma ufficiale.

Cambierebbe il quadro un comunicato del ministero dell’Energia che indichi l’impianto danneggiato e i tempi di riparazione.

JET
93

Il dato che cambia è la composizione. Nell’attacco del 5-6 ottobre i droni a reazione erano 49 su 137, secondo l’Aeronautica ucraina.

Il 9 ottobre erano 93 su 136. Ne sono stati intercettati 77.

Per ora nessuna fonte consultata indica effetti diretti per l’Italia.

La scadenza che pesa è l’inverno. Per l’esperto Kharchenko, Kiev lo affronterà con più difficoltà di gran parte dell’Ucraina.

Secondo lui, ad agosto e settembre gli attacchi alle infrastrutture critiche sono stati circa 150 al mese.

Ibride cinesi: Bruxelles prepara un tetto alle importazioni dopo il no di Pechino

Giovedì 8 e venerdì 9 ottobre il commissario Šefčovič tratta a Pechino con il ministro del Commercio Wang Wentao. Il nodo sono le auto ibride cinesi, rimaste fuori dai dazi del 2024 sulle elettriche. Pechino ha respinto un limite volontario alle esportazioni. Bruxelles prepara un tetto proprio, ma nessuna misura è stata approvata. Resta da capire chi pagherebbe la protezione, e quanto.

Sette schede, dal tavolo di Pechino al conto per chi compra: toccate il segno + per aprirle.

L’8 e il 9 ottobre Šefčovič incontra a Pechino il ministro del Commercio Wang Wentao. A settembre Bruxelles ha chiesto a Pechino di limitare volontariamente le esportazioni di ibride. Secondo il Financial Times, la Cina ha rifiutato. La Commissione valuta una clausola di salvaguardia, ma secondo Bloomberg non ha ancora deciso. I leader europei ne discuteranno al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre.

Nell’ottobre 2024 l’Unione ha imposto dazi compensativi alle auto elettriche a batteria cinesi. Le ibride, plug-in comprese, sono rimaste fuori.

Secondo il Financial Times, le importazioni mensili di ibride cinesi sono passate da 3.800 a 50.000 veicoli. Il periodo va dall’ottobre 2024 al luglio 2026, e i prezzi medi sono scesi.

Una salvaguardia Omc richiede un aumento improvviso delle importazioni, dannoso per i produttori interni. Di norma vale per tutti i Paesi esportatori, ricorda EU Perspectives.

Secondo Eurostat, nel 2025 il disavanzo commerciale dell’Unione con la Cina è stato di 359,8 miliardi di euro.

Šefčovič ha chiesto risultati concreti entro ottobre. Bloomberg riferisce che Bruxelles considera le ibride un caso pilota, estendibile ad altri settori con forti squilibri.

Merz e Macron hanno scritto a von der Leyen chiedendo nuovi strumenti di difesa commerciale. Il testo non indica alcun Paese.

Il 18 settembre il ministero del Commercio cinese ha definito i limiti volontari una violazione delle regole Omc. Il portavoce degli Esteri ha aggiunto che Pechino farà ciò che serve a tutelare le imprese. Nel 2024, ricorda EU Insider, Pechino rispose con misure antidumping su cognac, maiale e latticini europei.

Per l’economista Langhammer, del Kiel Institut, il disavanzo riflette la minore competitività dell’export europeo. Il commercio, dice, frena l’inflazione e aumenta il reddito reale dei consumatori europei.

Limite volontario: Bruxelles ha proposto circa il 15% del mercato delle ibride. Pechino ha rifiutato.

Tetto unilaterale: un contingente tariffario temporaneo, con prelievo oltre una soglia. Cifre e date non sono note.

Impegni sui prezzi minimi: li preferisce il numero uno di BMW, Milan Nedeljkovic. Volkswagen chiede invece dazi come quelli sulle elettriche.

Le fonti divergono sul peso attuale delle cinesi. Per Bloomberg sono un quarto delle ibride vendute; per il Financial Times oltre un terzo. Non è chiaro su quale base si calcoli il 15%.

Gli esiti dei colloqui di Pechino non risultano ancora pubblicati.

DAZIO
10%

Un’ibrida cinese paga il solo dazio ordinario del 10%.

Un’elettrica cinese paga lo stesso 10% più un dazio compensativo.

Il dazio aggiuntivo va dal 7,8% al 35,3% a seconda del produttore, riportano electrive e CnEVPost.

Nessun tetto o dazio sulle ibride è stato approvato.

A settembre la plug-in più immatricolata in Italia è stata la BYD Seal U DM-i, con 2.144 unità, secondo HDmotori.

Il contingente, secondo Bloomberg, colpirebbe con un prelievo solo le importazioni oltre una soglia. Se e quanto salirebbero i prezzi al pubblico, nessuna fonte lo ha stimato.

La notte del 7 ottobre: droni e missili a lungo raggio tra Ucraina e Russia

La notte tra il 6 e il 7 ottobre 2026 è stata segnata da uno dei più imponenti scambi di attacchi a lungo raggio delle ultime settimane tra Ucraina e Russia. Prima centinaia di droni ucraini hanno attraversato lo spazio aereo russo; nelle ore successive Mosca ha risposto con un attacco combinato contro l’Ucraina impiegando droni, missili da crociera, missili balistici e armi antinave.

Il dossier segue la notte in ordine: prima gli attacchi ucraini, poi la risposta russa e i bilanci.

L'attacco ucraino I 311 droni ucraini dichiarati abbattuti da Mosca

Secondo il ministero della Difesa russo, durante la notte le difese aeree hanno intercettato e distrutto 311 droni ucraini ad ala fissa. Si tratta del dato fornito da Mosca e, al momento, non verificabile in modo indipendente nella sua interezza. Gli abbattimenti sarebbero avvenuti sopra le regioni di Belgorod, Bryansk, Kursk, Tula, Oryol, Lipetsk, Voronezh, Smolensk, Tambov, Kaluga, Saratov, Samara, Penza, Rostov e Volgograd, oltre che nel territorio di Perm, in Crimea e sopra il Mar Nero e il Mar d’Azov.

È quindi più corretto parlare di un attacco su larga scala contro il territorio russo, non di 311 droni diretti specificamente contro Mosca. La dispersione geografica indicata dal ministero russo mostra infatti un’operazione estremamente ampia, estesa dalla fascia di confine con l’Ucraina fino a regioni molto più profonde del territorio della Federazione.

L’offensiva ucraina si inserisce inoltre in una sequenza di attacchi particolarmente intensa: soltanto il giorno precedente, 6 ottobre, Mosca aveva dichiarato di aver intercettato 868 droni ucraini durante un’altra notte di incursioni. Anche questo numero proviene esclusivamente dal ministero della Difesa russo.

La risposta russa La risposta russa: droni, missili da crociera e balistici

Dalla sera del 6 ottobre la Russia ha contemporaneamente iniziato a costruire una vasta offensiva contro l’Ucraina. Secondo l’Aeronautica militare ucraina, l’attacco è cominciato intorno alle 18:00 ed è proseguito per tutta la notte attraverso successive ondate.

Mosca ha utilizzato 130 droni, comprendenti Shahed, Gerbera e droni-esca. Un elemento significativo è che, secondo Kiev, 46 degli Shahed utilizzati erano versioni a reazione, quindi sensibilmente più veloci rispetto ai tradizionali droni con motore a elica. I velivoli senza pilota sono stati lanciati da diverse direzioni, comprese Oryol e Primorsko-Akhtarsk in Russia, oltre ai territori occupati di Donetsk e della Crimea.

Alla componente di droni si sono aggiunti 48 missili da crociera Kh-101, Iskander-K e Kalibr, lanciati rispettivamente da piattaforme aeree, terrestri e navali. Secondo Kiev, alcuni Kh-101 sono stati impiegati partendo dalla Russia settentrionale, mentre i Kalibr sono arrivati dalla direzione del Mar Caspio.

La Russia ha inoltre utilizzato un numero non ancora precisato di missili balistici Iskander-M, KN-23 e missili derivati dal sistema S-400, oltre a Zircon e Oniks, normalmente concepiti per missioni antinave ma utilizzabili anche contro obiettivi terrestri. Le forze ucraine hanno riferito che le direttrici principali dell’attacco sono state le regioni di Kiev, Kharkiv, Poltava e Dnipropetrovsk.

L’attacco si è sviluppato in più fasi. Intorno alle 03:00 sono stati segnalati missili balistici diretti verso Kiev, Dnipro e Zaporizhzhia. Intorno alle 04:40 sono poi entrati nello spazio aereo ucraino nuovi gruppi di missili da crociera, alcuni dei quali hanno modificato rotta dirigendosi successivamente verso le regioni di Kirovohrad e Poltava.

La versione di Mosca Cosa dice di aver colpito Mosca

Il ministero della Difesa russo ha definito l’operazione un attacco massiccio con armi di precisione terrestri, navali e aeree e con droni.

Mosca sostiene che gli obiettivi principali fossero aziende del complesso militare-industriale ucraino coinvolte, direttamente o indirettamente, nelle attività della società Fire Point, produttrice dei missili da crociera ucraini Flamingo e di droni a medio e lungo raggio.

Secondo la versione russa sarebbero stati colpiti obiettivi a Kiev e nelle regioni di Kiev, Chernihiv, Kirovohrad, Dnipropetrovsk, Poltava e Kharkiv. Il ministero russo ha inoltre dichiarato di avere attaccato nella regione di Odessa infrastrutture portuali, strutture per la riparazione navale e unità marittime ucraine, sostenendo che tutti gli obiettivi fossero utilizzati dalle forze armate di Kiev.

Queste affermazioni rappresentano la versione ufficiale russa e non consentono ancora di identificare con certezza tutte le aziende o gli impianti effettivamente colpiti.

Gli impatti Gli impatti confermati dall’Ucraina
Mappa di regioni della Russia centrale, con Mosca indicata, coperte da molte icone di aerei in rosso, concentrate nella parte meridionale.

Le informazioni provenienti dalle autorità locali ucraine permettono però di ricostruire almeno una parte degli obiettivi e delle zone raggiunte.

A Dnipro è stata colpita direttamente una struttura industriale. Le autorità regionali hanno confermato l’impatto durante le prime ore della notte, mentre erano ancora in corso gli allarmi per missili balistici e da crociera.

A Kremenchuk, nella regione di Poltava, è stato colpito anche un impianto industriale nel distretto della città. Parallelamente alcuni missili hanno raggiunto un’area residenziale, danneggiando edifici multipiano. Gli aggiornamenti delle autorità ucraine parlano di almeno due morti e sette feriti.

A Oleksandriia, nella regione di Kirovohrad, sono state colpite infrastrutture critiche. Le autorità locali hanno segnalato diversi feriti e l’intervento delle squadre di emergenza.

Particolarmente grave il bilancio a Pryluky, nella regione di Chernihiv. Intorno alle 06:00 diversi missili hanno raggiunto la città. La polizia ucraina ha confermato impatti contro un edificio residenziale multipiano, un centro dedicato alle attività per bambini e ragazzi e un’impresa. L’ultimo bilancio disponibile questa mattina parla di quattro morti e 20 feriti.

Anche Kiev è stata raggiunta da missili balistici. Sono stati registrati impatti nei distretti di Obolonskyi, Shevchenkivskyi e Podilskyi. Le autorità hanno indicato il coinvolgimento di aree non residenziali e magazzini, mentre nel distretto di Darnytskyi sono caduti frammenti di missili. Il bilancio provvisorio è di due morti.

Altri attacchi e danni sono stati registrati nelle regioni di Kharkiv, Zaporizhzhia e in ulteriori aree del Paese, mentre le verifiche sugli impatti erano ancora in corso nelle prime ore del mattino.

La difesa aerea La difesa aerea ucraina

Alle 09:00 del 7 ottobre l’Aeronautica ucraina dichiarava di avere abbattuto o neutralizzato complessivamente 161 bersagli aerei.

Secondo Kiev, le difese hanno neutralizzato 117 droni, compresi 38 Shahed a reazione, 39 missili da crociera Kh-101, Iskander-K e Kalibr e cinque missili appartenenti al gruppo delle armi balistiche o antinave impiegate durante l’attacco, tra Iskander-M, KN-23, S-400, Zircon e Oniks. Per altri sei missili da crociera la situazione era ancora in fase di verifica.

Nonostante l’azione della difesa aerea, Kiev ha confermato impatti di missili o droni in almeno 18 località, oltre alla caduta di frammenti di armi intercettate in altre cinque. Al momento della pubblicazione del primo bilancio, alcuni droni russi erano ancora presenti nello spazio aereo ucraino.

Il quadro Una notte che mostra l’allargamento della guerra a distanza

Il dato più significativo della notte tra il 6 e il 7 ottobre non è quindi soltanto il numero delle armi utilizzate, ma la dimensione geografica dello scontro.

Da una parte l’Ucraina continua a portare centinaia di droni profondamente all’interno del territorio russo, costringendo Mosca ad attivare le difese aeree contemporaneamente in numerose regioni. Dall’altra la Russia sta combinando sempre più frequentemente droni tradizionali e a reazione, missili da crociera, missili balistici e sistemi antinave, facendo convergere armi con velocità, profili di volo e traiettorie differenti contro più zone dell’Ucraina nello stesso arco temporale.

La notte del 7 ottobre rappresenta quindi un nuovo episodio della crescente guerra a lunga distanza tra i due Paesi: 311 droni ucraini dichiarati abbattuti dalla Russia, seguiti da un attacco russo composto da 130 droni, 48 missili da crociera e ulteriori missili balistici e antinave, con almeno 18 località ucraine raggiunte.

I numeri relativi agli abbattimenti restano quelli comunicati separatamente dai ministeri della Difesa dei due Paesi e non sono completamente verificabili in modo indipendente. Gli impatti documentati, tuttavia, confermano che entrambe le parti hanno condotto durante la stessa notte operazioni a lungo raggio di dimensioni eccezionali.

Simone Carabella: biografia documentata. La storia politica, l’attivismo, i social

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Dal Pd all’estrema destra, dalle case alla lotta contro l’Islam, una vita che va da un estremo all’altro senza soluzione di continuità. Vediamo nel dossier completo chi è Simone Carabella.

Negli ultimi anni Simone Carabella è diventato uno dei personaggi più riconoscibili della nuova comunicazione politica e sociale costruita attraverso Facebook, Instagram, TikTok e YouTube. Ronde nella metropolitana di Roma, interventi contro degrado e microcriminalità, confronti con immigrati e commercianti, iniziative contro la presenza islamica, dirette davanti alle forze dell’ordine: è soprattutto attraverso queste immagini che una parte sempre più ampia del pubblico italiano ha imparato a conoscerlo.

Ma limitare Carabella all’influencer degli ultimi anni significa raccontarne soltanto l’ultima fase.

La sua attività pubblica documentabile risale almeno alla metà degli anni Duemila. Prima delle ronde ci sono stati l’ambientalismo nei Castelli Romani, il Partito Democratico, le campagne sulla disabilità, le candidature elettorali, l’avvicinamento a diversi movimenti politici, Fratelli d’Italia, un tentativo di costruire un proprio progetto politico nazionale e, quasi parallelamente, una carriera professionale nello sport e nel coaching.

C’è poi un capitolo finora poco noto al grande pubblico: tra il 2023 e il 2025 Carabella è stato socio e amministratore unico di una società inserita nella rete societaria immobiliare riconducibile al gruppo Pulcini; alcune delle sue precedenti battaglie pubbliche avevano riguardato l’emergenza abitativa romana e residence che diverse fonti pubbliche riconducono allo stesso gruppo imprenditoriale. La circostanza non implica alcun illecito né stabilisce un collegamento fra le due attività: è un dato biografico documentato, finora poco raccontato.

Questa è la sua storia ricostruita attraverso documenti elettorali, fonti pubbliche, interviste dell’epoca, dichiarazioni dello stesso Carabella e articoli di stampa.

Le origini: nato a Roma nel 1980

Simone Carabella è nato a Roma il 23 gennaio 1980. La data non deriva da una semplice biografia online: compare nella documentazione elettorale ufficiale, tra cui l’elenco dei candidati alle amministrative romane del 2016 e il manifesto delle comunali di Albano Laziale del 2015.

Nel 2015, quando si candidò a sindaco di Albano Laziale, un’intervista lo descriveva come padre di due figli e come un «ex precario con mutuo». È una delle poche informazioni pubbliche disponibili sulla sua situazione personale e lavorativa prima della notorietà.

Molto meno chiaro è invece il percorso scolastico.

Nelle numerose fonti pubbliche esaminate per questo dossier non è emersa una scuola superiore frequentata da Carabella, né una laurea o un percorso universitario documentato. Questo non significa che tali studi non esistano: significa semplicemente che, allo stato attuale delle fonti accessibili, non abbiamo elementi sufficienti per attribuirgli un titolo accademico.

Lo stesso vale per una parte della sua formazione professionale.

Sul proprio sito Carabella si presenta oggi come preparatore atletico, personal trainer, mental coach ed ex paracadutista, dichiarando oltre vent’anni di esperienza nel settore dell’allenamento.

Un vecchio sito personale, risalente ai primi anni Dieci, mostra che questa attività precede di molto l’attuale notorietà social. Carabella vi scriveva di occuparsi da anni di sviluppo fisico e mentale, dimagrimento e prestazione sportiva e di aver costruito una propria metodologia che univa alimentazione, allenamento e mental coaching, chiamata “Metodologia Carabella”. Dichiarava inoltre di aver frequentato corsi con formatori internazionali.

Non vengono però specificati in quella pagina gli enti certificatori, le scuole o i titoli conseguiti. Per questo è corretto distinguere fra la sua esperienza professionale dichiarata e titoli formali che, al momento, non sono stati individuati.

Anche la definizione di “ex paracadutista” proviene dal suo sito ufficiale. Non risultano invece nelle fonti pubbliche consultate dettagli sul reparto, sul grado, sugli anni di servizio o sulla natura professionale o di leva di quell’esperienza.

Scarica il dossier Carabella

Arresti antiterrorismo vicino alla base RAF Fairford usata dagli USA contro l’Iran

Cinque uomini arrestati nella notte vicino a RAF Fairford, la base che gli Stati Uniti usano per colpire l’Iran. La polizia ferma tre furgoni sospetti ed evacua alcune case del Gloucestershire. L’accusa passa in poche ore dagli esplosivi alla preparazione di un atto terroristico. Il movente resta da accertare, mentre Londra rafforza la sicurezza intorno alle altre basi usate da Washington.

Apri le schede per seguire i fatti, il contesto della guerra con l’Iran e cosa resta da verificare.

Poco dopo mezzanotte di domenica 27 settembre 2026 la polizia del Gloucestershire riceve una segnalazione su tre furgoni sospetti diretti verso RAF Fairford. Gli agenti armati arrestano cinque uomini. Gli artificieri dell’esercito esaminano i veicoli, mentre alcune abitazioni del vicino villaggio di Whelford vengono evacuate per precauzione.

RAF Fairford ospita dal marzo 2026 i bombardieri statunitensi B-1 e B-52 impiegati contro obiettivi militari iraniani. Il governo britannico ha autorizzato l’uso della base per operazioni definite “difensive”, a protezione dello stretto di Hormuz. Per questo la base è già indicata come possibile bersaglio nel conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Il presidente statunitense Donald Trump ha definito l’operazione di polizia un “lavoro straordinario”. La Campaign for Nuclear Disarmament legge la vicenda in modo opposto. La sua segretaria generale, Sophie Bolt, sostiene che ospitare i bombardieri statunitensi trascini il Regno Unito nella guerra contro l’Iran. Teheran aveva già avvertito, tramite le Guardie rivoluzionarie islamiche, che considera legittimo colpire ogni base usata contro il proprio territorio.

La polizia non ha reso pubbliche le identità dei cinque fermati né un movente confermato. Una fonte vicina alle indagini ritiene più probabile un collegamento con l’Iran, ma non esclude un sabotaggio legato alla Russia o un piano di matrice islamista. Nessuna delle tre ipotesi risulta, al momento, confermata da fonti ufficiali.

ATTO
TERRORISTICO

I cinque uomini vengono fermati inizialmente per sospetta violazione dell’Explosives Act. Nelle ore successive la polizia antiterrorismo aggiorna l’accusa a preparazione di un atto terroristico. Attorno alla base viene istituito un cordone di circa 400 metri, mantenuto mentre proseguono gli accertamenti sui tre veicoli.

Il caso mostra che la guerra tra Stati Uniti e Iran può toccare il territorio britannico, non solo il Golfo Persico. Londra ha già rafforzato la sicurezza intorno a RAF Lakenheath e RAF Mildenhall, altre basi usate da Washington. Resta da capire se i cinque saranno incriminati e se emergerà un legame accertato con un attore statale.

Netanyahu è colpevole di genocidio?

Dal novembre 2024 Benjamin Netanyahu è destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale. Da allora circola una sintesi che i documenti non confermano: ricercato per genocidio. L’accusa di genocidio esiste, nei fascicoli dell’Aia, ma davanti a un altro tribunale e contro un altro imputato. Tenere separati i due procedimenti è l’unico modo per capire cosa è stato deciso e cosa no.

Apri le schede in ordine: ognuna scioglie una delle domande che la parola “genocidio” tiene insieme.

Il 21 novembre 2024 la Camera preliminare I della Corte penale internazionale ha emesso due mandati d’arresto. I destinatari sono Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Le accuse sono crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Tra queste figurano l’uso della fame dei civili come metodo di guerra, l’omicidio e la persecuzione.

Il periodo contestato parte dall’8 ottobre 2023. Secondo la stessa Corte, il mandato è ancora in vigore.

La Corte penale internazionale giudica persone. Nel fascicolo su Netanyahu il genocidio non è tra i crimini contestati.

Il genocidio è al centro di un’altra causa, davanti alla Corte internazionale di giustizia. L’ha avviata il Sudafrica nel dicembre 2023. Lì la parte convenuta è lo Stato di Israele, non un singolo dirigente.

Le misure provvisorie di gennaio 2024 hanno imposto obblighi a Israele. La Corte ha però precisato di non stabilire, in quella fase, se la Convenzione fosse stata violata.

Israele non ha aderito allo Statuto di Roma. Sostiene che la Corte non possa giudicare i suoi cittadini senza il suo consenso. Washington condivide la stessa lettura.

Sul merito, il governo afferma di aver lasciato entrare grandi quantità di aiuti. Accusa Hamas di deviarne una parte e dichiara di colpire solo l’organizzazione armata.

Anche davanti alla Corte internazionale di giustizia Israele ha sollevato eccezioni sulla giurisdizione. Lo ha fatto nel controricorso depositato a marzo 2026.

C’è un punto che la discussione pubblica trascura. Nell’aprile 2025 la Camera d’appello ha annullato il rigetto dell’eccezione israeliana per motivazione insufficiente. Ha rinviato la questione alla Camera preliminare.

Nel frattempo i giudici hanno respinto la richiesta di ritirare i mandati. Nell’ottobre 2025 hanno dichiarato inammissibile anche l’appello israeliano su quel rifiuto.

La questione di fondo resta aperta e senza scadenza. Se l’eccezione venisse accolta, i mandati cadrebbero.

ART.
58

Per emettere un mandato, l’articolo 58 dello Statuto di Roma chiede “ragionevoli motivi per ritenere” che il crimine sia stato commesso.

Per una condanna l’articolo 66 fissa un’altra soglia: la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Fra le due soglie c’è il processo.

Quel processo non è mai cominciato. La Corte non celebra dibattimenti in assenza dell’imputato. Senza arresto, il fascicolo resta fermo. Vale per Netanyahu la presunzione di innocenza.

Il 24 luglio 2026 l’Assemblea degli Stati parte ha rimosso il procuratore Karim Khan. Lo ha ritenuto responsabile di grave condotta scorretta verso una collaboratrice. Khan respinge le accuse e annuncia ricorso.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha chiesto di revocare i mandati. Ma a emetterli sono stati i giudici, non il procuratore.

Il 18 agosto gli Stati Uniti hanno sanzionato la presidente della Corte, Tomoko Akane. Colpito anche un legale del team che aveva chiesto il mandato.

La Corte non ha una polizia propria e dipende dagli Stati. L’Italia è Stato parte e regola la cooperazione con la legge 237 del 2012.

Un ingresso di Netanyahu sul territorio italiano aprirebbe quindi un obbligo di cooperazione. Resterebbe il contenzioso sull’immunità dei capi di governo, già sollevato da altri Paesi.

Ad oggi nessun tribunale internazionale ha dichiarato Netanyahu colpevole di alcun crimine. Tanto meno di genocidio.

Gli Houthi i guerrieri che nessuno riesce a battere

Tra il 3 e l’11 settembre gli Houthi hanno preso Mokha, Dhubab e Mayyun, l’isola dentro Bab el-Mandeb. È il più ampio spostamento del fronte yemenita dalla tregua del 2022. Resta la domanda di fondo: quanto è forte, militarmente, Ansar Allah? La risposta non sta in una singola arma. Sta in un sistema costruito in vent’anni per non dover mai vincere uno scontro diretto.

Nove schede, dalle montagne di Saada allo stretto: puoi aprirle in ordine o partire da quella che ti interessa.

L’offensiva è partita il 3 settembre 2026. Il primo obiettivo era tagliare la strada tra Taiz e il porto di Mokha. Mokha è caduta il 10 settembre, dopo giorni di combattimenti con le forze governative.

Il giorno dopo fonti governative e fonti Houthi hanno confermato all’Associated Press la presa di Mayyun, nota anche come Perim. Negli stessi giorni è caduta Dhubab, ultima cittadina del Mar Rosso rimasta al Consiglio presidenziale. Gli Houthi hanno preso anche le isole Hanish.

Secondo le Nazioni Unite gli sfollati sono oltre centomila. Molti hanno tentato la traversata in barca verso Gibuti.

Controllare costa e isole non significa poter chiudere Bab el-Mandeb a qualunque nave. Ma Mayyun divide lo stretto in due canali di navigazione. Da lì passano sorveglianza, droni e missili contro il traffico tra Mar Rosso e Golfo di Aden.

Tra il 2004 e il 2010 gli Houthi combatterono sei guerre contro il governo yemenita. All’inizio erano una forza piccola e poco organizzata. Nel 2004 non riuscirono nemmeno a difendere le basi in montagna, e il fondatore Hussein al-Houthi venne ucciso.

Guerra dopo guerra, però, impararono. Nel 2010 conquistavano località strategiche e accerchiavano reparti dell’esercito fino alla resa. Compivano anche incursioni in territorio saudita.

È lì che nasce il metodo. Piccoli reparti mobili, conoscenza del terreno, imboscate, mine, cecchini, missili anticarro, mortai e attacchi alle linee di rifornimento. Invece di concentrare migliaia di uomini in grandi basi, disperdono uomini e mezzi. Spostano le unità in fretta e sfruttano montagne, villaggi e cavità sotterranee.

Quell’impostazione è rimasta. Negli ultimi anni gli Houthi hanno ampliato strutture sotterranee nel nord-ovest del paese. Proteggono uomini, depositi, missili e impianti di assemblaggio. Anche il comando è relativamente decentrato. I comandanti locali possono continuare a operare se la leadership centrale viene colpita. È una delle ragioni per cui l’organizzazione ha retto ad anni di bombardamenti sauditi, americani e israeliani.

Nel settembre 2014 gli Houthi entrano a Sana’a e prendono il controllo di una parte importante dell’apparato statale. Da quel momento non hanno più soltanto le armi di una guerriglia.

Mettono le mani su depositi dell’esercito, artiglieria, carri armati, sistemi antiaerei, missili e installazioni militari. Soprattutto acquisiscono personale già addestrato nelle vecchie forze armate yemenite.

Il punto conta, perché si ripete spesso che tutto l’arsenale Houthi arrivi dall’Iran. Non è così semplice. La prima grande base viene proprio dall’esercito yemenita.

È altrettanto vero che senza sostegno esterno, soprattutto iraniano, difficilmente avrebbero raggiunto le capacità di oggi. Secondo il Wilson Center, già nel 2015 la Forza Quds dei Pasdaran inviava componenti missilistici destinati all’assemblaggio locale. Il contrabbando viaggiava soprattutto su dhow e piccoli pescherecci.

SAMMAD-3

Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, lo Yemen degli Houthi non sa produrre da solo i sistemi più sofisticati. Vale per missili balistici a medio raggio, missili da crociera, antinave avanzati, sistemi terra-aria, ottiche e alcune categorie di droni.

In mare sono state intercettate spedizioni con motori, sistemi di guida, parti di testate, esplosivi, armi anticarro ed elettronica. Le rotte passano soprattutto per il Mar Arabico e il Mar Rosso. Esistono però anche vie terrestri e reti commerciali internazionali.

Per l’IISS il caso più avanzato di produzione locale è il drone kamikaze Sammad-3. È impiegato su larga scala, anche contro Israele. Ma anche qui la filiera è mista. Secondo un’analisi di Defense Express sui dati IISS, monta giroscopi iraniani e motori cinesi DLE-170.

Questo non significa che Pechino armi gli Houthi. Motori, GPS, antenne ed elettronica sono spesso prodotti dual-use, acquistabili tramite intermediari e società di comodo.

Per i sistemi più complessi il discorso cambia. L’IISS considera i Palestine-2 quasi certamente forniti dall’Iran, al massimo assemblati in parte in Yemen. Lo stesso istituto esclude che sappiano produrre i piccoli turbogetti e i radar di guida dei missili da crociera.

Da qui un dibattito aperto. C’è chi descrive gli Houthi come un semplice proxy di Teheran, dipendente dalle forniture. Altri, ricorda l’IISS, ne sottolineano l’autonomia politica e la crescente capacità produttiva locale.

Il risultato è un arsenale ibrido anche sul piano industriale. Convivono vecchie armi yemenite, sistemi iraniani, componenti commerciali e una crescente produzione locale.

Comprende missili balistici a corto e medio raggio, missili da crociera per attacchi terrestri, antinave e balistici antinave. A questi si aggiungono droni da ricognizione e droni kamikaze.

Per gli attacchi terrestri le famiglie più note sono Burkan, Zulfiqar, Hatem, Toofan e Palestine. Per la guerra antinave Asef, Faleq, Mayun e Bahr al-Ahmar. I missili da crociera appartengono soprattutto alla famiglia Quds. Tra i droni spiccano Qasef, Sammad e sistemi derivati dagli Shahed iraniani.

Alcune gittate dichiarate dagli Houthi superano i 2.000 chilometri. Non tutte le prestazioni annunciate sono state verificate in modo indipendente.

Stessa prudenza sui cosiddetti missili ipersonici. Alcuni balistici Houthi superano Mach 5 in una parte della traiettoria, come molti missili balistici. Questo non li rende equivalenti ai sistemi ipersonici manovranti sviluppati dalle grandi potenze.

La trasformazione più sorprendente è quella navale. Un movimento nato sulle montagne oggi dispone di missili antinave, balistici contro bersagli navali, droni e barchini esplosivi senza equipaggio. Ha anche mine e piccoli reparti addestrati all’abbordaggio.

La componente missilistica antinave è soprattutto iraniana. Accanto restano alcuni vecchi sistemi sovietici e cinesi ereditati dalle forze yemenite.

La campagna iniziata a novembre 2023 ne ha mostrato anche i limiti. Secondo gli Stati Uniti, fino a ottobre 2024 gli attacchi contro navi commerciali e militari furono quasi 190. Solo una parte causò danni reali: la precisione tattica è rimasta bassa.

Ma gli Houthi non devono affondare ogni nave. Basta un rischio abbastanza alto da convincere le compagnie a cambiare rotta. Secondo il Washington Institute, a fine 2024 i transiti a Bab el-Mandeb erano ancora più che dimezzati su base annua.

Gran parte del traffico ha scelto il Capo di Buona Speranza. Tatticamente molti attacchi falliscono. Strategicamente l’effetto resta enorme.

Contro una nave da guerra occidentale il confronto è impari. Le grandi unità hanno radar avanzati, guerra elettronica, missili superficie-aria e copertura aerea. Gli Houthi non hanno dimostrato di poter competere alla pari con una flotta occidentale.

La loro forza è un’altra: costringere quella flotta a usare intercettori sofisticati e costosi contro droni e missili molto più economici.

Anche con Israele il divario tecnologico resta enorme. La maggior parte di missili e droni lanciati dallo Yemen viene intercettata o non raggiunge l’obiettivo. Alcuni però hanno superato le difese. Una bassa probabilità di successo diventa un problema quando gli attacchi si ripetono nel tempo.

Con l’Arabia Saudita il quadro cambia. Contano la vicinanza, l’esperienza lungo il confine e anni di combattimenti. Gli Houthi hanno dimostrato di poter minacciare città, aeroporti, basi e infrastrutture saudite con droni e missili.

Non possono affrontare simmetricamente l’esercito saudita, che ha aviazione e difese enormemente superiori. Possono però rendere il costo di una guerra altissimo.

Sul terreno hanno dimostrato di saper combattere. Hanno preso Sana’a nel 2014, resistito alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e mantenuto Hudaydah. Hanno conquistato Al-Hazm, capoluogo di Al-Jawf, e tra il 2020 e il 2021 sono arrivati vicino a Marib.

Hanno anche perso. Tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 le Brigate dei Giganti, sostenute dagli Emirati, contrattaccarono e fermarono l’avanzata. Davanti a forze terrestri organizzate, con un’efficace copertura aerea, gli Houthi possono essere respinti.

L’offensiva di settembre conferma invece la capacità di adattamento. Secondo The Conversation, gli Houthi hanno preso circa 5.400 chilometri quadrati di territorio in pochi giorni.

Sul ruolo di Teheran le letture divergono. Il sito di analisi Horn Review sostiene che la campagna costiera si sia svolta sotto la guida diretta dei Pasdaran. È un’interpretazione analitica, non un fatto accertato da fonti indipendenti.

Resta il problema dei numeri. Le stime sulle forze Houthi oscillano molto e vanno trattate con prudenza. Centinaia di migliaia di uomini non sono centinaia di migliaia di soldati professionisti. Convivono forze permanenti, apparati di sicurezza, riserve, combattenti tribali e mobilitati con addestramento molto diverso.

Le debolezze sono concrete. Non hanno un’aviazione da combattimento né una marina convenzionale. La difesa aerea è limitata contro velivoli avanzati. Molti missili mancano il bersaglio, e per le tecnologie più sofisticate dipendono dall’estero.

Sotto diversi aspetti somigliano più ai Pasdaran e a Hezbollah che a un esercito arabo convenzionale. Ma l’Iran ha industria della difesa, satelliti, radar e forze aerospaziali. Gli Houthi ne sono una versione più piccola, povera e rudimentale.

Contare solo i missili intercettati porta fuori strada. Gli Houthi non devono essere più forti dell’avversario. Devono durare più a lungo di quanto l’avversario sia disposto a combattere, e rendere costosa ogni operazione contro di loro.

Non sono un esercito convenzionale ridotto a guerriglia. Sono una guerriglia molto esperta che, senza cambiare natura, ha aggiunto alcune capacità tipiche degli Stati. È questo a renderli uno degli attori non statali più difficili da neutralizzare in Medio Oriente.

Per chi legge in Italia la questione è diretta. Ogni nave dirottata verso il Capo di Buona Speranza evita Suez e il Mediterraneo. E la Marina Militare è tra i contributori della missione europea Aspides nel Mar Rosso.

Trump accoglie Xi e proroga la tregua sui dazi

Donald Trump ha accolto Xi Jinping sulla pista di Joint Base Andrews. Un presidente americano non lo faceva da undici anni. Nelle stesse ore Washington ha annunciato la proroga della tregua commerciale con Pechino. Il vertice di oggi alla Casa Bianca promette cerimonie più che accordi. La domanda vera è un’altra: cosa chiede la Cina in cambio della calma, e chi ha più bisogno di ottenerla.

Apri le schede nell’ordine: dalla tregua sui dazi fino al nodo di Taiwan e alle ricadute per l’Europa.

Xi Jinping è atterrato mercoledì 23 settembre nella base aerea alle porte di Washington, accolto da Trump in persona. La visita di Stato dura fino a venerdì.

Poco dopo il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato a Fox News la proroga della tregua commerciale. La scadenza passa dal 10 novembre al 10 gennaio.

La tregua nasce dall’intesa di Kuala Lumpur e dal vertice di Busan dell’ottobre 2025. Secondo il ministero del Commercio cinese sospende una parte dei dazi americani e le contromisure di Pechino.

Sospende anche le restrizioni reciproche all’export: la regola americana sulle società controllate e i controlli cinesi sulle terre rare.

La scadenza era quindi una doppia minaccia. Rinviarla toglie dal tavolo il rischio di una nuova escalation mentre i due leader parlano.

Secondo fonti citate da Reuters, Xi intende chiedere lo stop alle vendite di armi a Taiwan. Potrebbe farlo venerdì, durante la visita agli Archivi nazionali.

La base giuridica invocata da Pechino sarebbe il comunicato congiunto sino-americano del 1982. In cambio, secondo le stesse fonti, la Cina offrirebbe pressioni sull’Iran.

Il precedente esiste. Dopo il vertice di maggio, riporta Associated Press, Washington ha sospeso il più grande pacchetto di armi mai preparato per Taipei.

L’amministrazione respinge l’idea di un vertice solo simbolico. Il 21 settembre il rappresentante al Commercio Jamieson Greer ha fatto il punto sui Boeing promessi a maggio. Circa 140 su 200 sono avviati all’ordine.

Bessent riconosce ritardi cinesi sugli acquisti agricoli, ma sostiene che la soia viene comprata come concordato. Non esclude un accordo più ampio entro gennaio.

Per Allen Carlson, della Cornell University, Trump arriva invece più debole di maggio: inflazione, sondaggi in calo, la guerra con l’Iran.

Il messaggio di Xi all’arrivo, diffuso da Xinhua, parla di partner e non di rivali. Come nota CNBC, non cita dazi, terre rare o intelligenza artificiale.

Nelle fonti ufficiali cinesi consultate non compare ancora una conferma della nuova scadenza. Non sappiamo nemmeno se a gennaio arriverà un accordo ampio o un altro rinvio: Bessent tiene aperte entrambe le strade.

Il quadro cambierebbe con un avviso formale del ministero del Commercio di Pechino. Così è avvenuto nelle tappe precedenti.

SOSPESO

Il cuore della tregua è un atto preciso. Sono i controlli all’export sulle terre rare pubblicati da Pechino il 9 ottobre 2025.

Il ministero del Commercio cinese li ha sospesi, non abrogati. Lo ha confermato ad aprile, indicando come termine della sospensione il 10 novembre 2026.

È la leva che resta in mano alla Cina. Funzionari americani, citati da Reuters, lamentano che le consegne di terre rare non sono all’altezza degli impegni.

Per chi legge in Italia, oggi non cambia nessuna regola. La proroga è un accordo bilaterale tra Washington e Pechino.

Il nodo europeo resta aperto. Jens Eskelund, presidente della Camera di commercio Ue in Cina, lo ha sottolineato. La tregua non crea una procedura standard per le licenze sulle terre rare.

Per le aziende che usano magneti e componenti cinesi, due mesi sono un orizzonte breve. Pianificare gli acquisti resta difficile.

Militari italiani in Arabia Saudita: cosa fanno a Ta’if?

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Dopo gli attacchi contro la base aerea di Ta’if e il danneggiamento di un Eurofighter italiano, la presenza dei nostri militari in Arabia Saudita è diventata improvvisamente oggetto di discussione politica. Ma la missione non è comparsa dal nulla e il trasferimento di personale italiano nel Regno era stato comunicato in Parlamento. Il punto ancora da chiarire riguarda soprattutto cosa possano fare operativamente quei militari e quali siano le loro regole d’ingaggio.

Apri le schede per ricostruire come si è arrivati alla presenza italiana a Ta’if, quali mezzi sono schierati e cosa sappiamo realmente del loro mandato.

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Nella notte tra il 17 e il 18 settembre 2026 la base aerea King Fahd di Ta’if, nell’Arabia Saudita occidentale, è stata oggetto di diversi attacchi. All’interno della struttura si trova anche personale italiano e uno degli Eurofighter F-2000 dell’Aeronautica Militare è stato colpito mentre si trovava a terra, in un’area decentrata della base.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che nessun militare italiano è rimasto coinvolto e che non sono stati registrati altri danni alle infrastrutture utilizzate dal contingente nazionale. Diverse ricostruzioni hanno attribuito gli attacchi agli Houthi yemeniti; il comunicato ufficiale della Difesa, tuttavia, si limita a confermare l’attacco e il velivolo colpito senza indicarne formalmente l’autore.

Fonti: Ministero della Difesa, comunicato del 18 settembre 2026; ANSA.

Per capire perché oggi esistano assetti italiani nel Golfo bisogna tornare al 2014. In ottobre l’Italia aderì alla coalizione internazionale contro lo Stato Islamico attraverso l’operazione nazionale Prima Parthica, inserita nella più ampia Operation Inherent Resolve a guida statunitense.

La decisione fu presa durante il governo Renzi. Il dispositivo italiano era inizialmente concentrato soprattutto in Iraq e Kuwait e comprendeva attività di addestramento, ricognizione, sorveglianza, supporto logistico e partecipazione ai comandi della coalizione.

Questo significa che la missione internazionale da cui deriva l’attuale dispositivo ha più di dieci anni. Non significa, però, che già nel 2014 militari ed Eurofighter italiani fossero dislocati nella base saudita di Ta’if: quello schieramento è molto più recente.

Fonti: Esercito Italiano; Ministero della Difesa, Operazione Prima Parthica/Inherent Resolve.

Il passaggio decisivo avviene durante la crisi regionale del marzo 2026. Il 5 marzo il ministro della Difesa interviene sia alla Camera sia al Senato e comunica che, a causa del deterioramento della situazione di sicurezza, il dispositivo italiano nel Golfo deve essere riposizionato.

Parlando della base di Ali Al Salem in Kuwait, Crosetto riferisce che 239 dei 321 militari presenti vengono trasferiti in Arabia Saudita, lasciando in Kuwait una capacità operativa essenziale di 82 uomini. Nelle stesse comunicazioni viene annunciato anche il movimento di parte del personale presente in Qatar.

Il trasferimento in Arabia Saudita, quindi, non emerge per la prima volta dopo l’attacco di settembre: era stato dichiarato pubblicamente davanti alle Camere oltre sei mesi prima.

Fonte: resoconti stenografici di Camera e Senato del 5 marzo 2026.

Dopo le comunicazioni del Governo, Camera e Senato discussero e votarono risoluzioni sulla risposta italiana alla crisi del Golfo. Alla Camera venne approvato un testo che impegnava il Governo a rafforzare le capacità di difesa delle missioni italiane attraverso sistemi di difesa aerea, antimissilistica e di sorveglianza, anche a supporto dei Paesi partner del Golfo.

È quindi difficile sostenere che il Parlamento non fosse stato informato dell’esistenza di personale italiano in Arabia Saudita o dell’intenzione di rafforzare il dispositivo difensivo regionale.

C’è però una distinzione importante. La scheda 4/2025, sulla quale si innestava il dispositivo, elencava come area di intervento Iraq, Kuwait, Giordania, Siria, Golfo Arabico, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Stati Uniti, senza citare espressamente l’Arabia Saudita. La risoluzione del 5 marzo richiamava però la possibilità di rischierare gli assetti entro i limiti geografici e funzionali della missione e di sostenere i Paesi partner del Golfo.

La questione più precisa, dunque, non è se le Camere sapessero che militari italiani stavano andando in Arabia Saudita: questo fu comunicato. Il confronto politico riguarda piuttosto l’estensione concreta del mandato e se la successiva configurazione operativa avrebbe richiesto ulteriori passaggi parlamentari.

Fonti: Camera dei deputati, risoluzione 6-00238 del 5 marzo 2026; Senato della Repubblica; scheda missione 4/2025.

La Task Force Air–Arabia è un dispositivo operativo dell’Aeronautica Militare. La documentazione pubblicata dalla Difesa indica circa 400 militari distribuiti tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrain, anche se la consistenza e la distribuzione possono variare nel tempo in base alle esigenze operative.

Tra gli assetti dichiarati figurano quattro Eurofighter F-2000A destinati alla difesa aerea, un E-550A CAEW per allarme precoce, sorveglianza e comando e controllo, un C-130J/KC-130J per trasporto tattico e supporto operativo, un radar AN/TPS-77 e un sistema ACUS-E per il contrasto dei droni di piccole dimensioni.

Non si tratta quindi soltanto di personale trasferito per ragioni amministrative o logistiche: il dispositivo possiede capacità specificamente progettate per individuare, seguire e, quando previsto dal mandato operativo, contrastare minacce aeree.

Fonte: Ministero della Difesa, Task Force Air–Arabia, contributo nazionale.

Su questo punto la formulazione ufficiale è significativa. Secondo il Ministero della Difesa, la Task Force Air–Arabia ha il compito di contribuire alla difesa aerea e alla sorveglianza dello spazio aereo dei Paesi partner del Golfo.

La missione viene inoltre collegata alla protezione delle infrastrutture strategiche, delle forze presenti nell’area e degli interessi nazionali italiani. Il dispositivo nacque nella seconda metà di marzo 2026, dopo l’escalation regionale e le richieste di assistenza avanzate dai Paesi partner.

La funzione, quindi, è più ampia della semplice protezione perimetrale della base nella quale si trovano i militari italiani. La stessa Difesa descrive gli Eurofighter come velivoli impiegati per concorrere alla difesa dello spazio aereo assegnato.

Fonte: Ministero della Difesa, pagina ufficiale della missione Task Force Air–Arabia.

È qui che la documentazione pubblica lascia aperta la domanda più interessante. Conosciamo il mandato generale: sorveglianza, difesa aerea, protezione delle forze, degli interessi nazionali e delle infrastrutture strategiche. Non sono invece pubblicate nel dettaglio le regole d’ingaggio operative applicabili ai singoli scenari.

La differenza non è soltanto terminologica. Proteggere un velivolo, una base o un’area nella quale si trova personale italiano è una situazione. Concorrere alla difesa dello spazio aereo saudita può porne altre.

Se, per esempio, un drone o un missile fosse diretto contro un’infrastruttura saudita lontana dalle postazioni italiane, in quali condizioni un Eurofighter italiano potrebbe essere autorizzato a intercettarlo? Chi impartirebbe l’ordine? Quali criteri determinerebbero la minaccia da ingaggiare?

Le fonti istituzionali disponibili spiegano la finalità generale della missione, ma non permettono di rispondere con precisione a queste domande operative.

Dopo l’attacco di Ta’if, esponenti delle opposizioni hanno chiesto al ministro Crosetto di tornare in Parlamento per chiarire obiettivi, sicurezza del contingente e basi giuridiche dell’attuale schieramento. La Difesa, dal canto suo, respinge la ricostruzione secondo cui la presenza italiana sarebbe stata nascosta alle Camere e sostiene che missione e rischieramenti siano avvenuti attraverso le procedure previste.

I documenti permettono di fissare almeno un punto: il trasferimento di militari italiani in Arabia Saudita era stato annunciato pubblicamente in Parlamento e il rafforzamento delle capacità di difesa del dispositivo nel Golfo era stato oggetto di un voto parlamentare.

Quello che resta da approfondire è invece il livello successivo: quali obiettivi possano essere effettivamente protetti dagli assetti italiani, in quali circostanze possano utilizzare la forza e fino a dove si estenda concretamente il mandato affidato alla Task Force Air–Arabia.

È su queste domande, più che sulla presunta scoperta improvvisa della presenza italiana a Ta’if, che un nuovo passaggio parlamentare potrebbe fornire elementi realmente nuovi.

Fonti: Ministero della Difesa; Camera e Senato; dichiarazioni parlamentari delle opposizioni del 18 settembre 2026.