30 Giugno 2026
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Ombra russa nel Mediterraneo: la โ€œArctic Metagazโ€ alla deriva e la paura di un disastro ecologico

Nel cuore del Mediterraneo centrale, tra Malta, la Libia e le isole italiane, una nave fantasma mette alla prova la capacitร  dellโ€™Europa di gestire allo stesso tempo la sicurezza energetica, le tensioni della guerra in Ucraina e la fragilitร  di un mare semi-chiuso. Si chiama Arctic Metagaz, batte bandiera russa, trasporta gas naturale liquefatto e carburanti, ed รจ ormai da giorni alla deriva dopo un incendio e una serie di esplosioni a bordo.

Secondo una lettera indirizzata alla Commissione europea, Italia, Francia e altri sette Stati mediterranei hanno definito la nave un pericolo โ€œimminente e serioโ€, evocando il rischio di un grave incidente marittimo e di un disastro ambientale in una delle aree piรน trafficate del mondo. La vicenda, nata come episodio tecnico di sicurezza in mare, รจ rapidamente diventata un test politico e diplomatico, in cui sanzioni, guerra e diritto del mare si intrecciano.

Un gigante del gas senza equipaggio

La Arctic Metagaz รจ classificata come tanker per gas naturale liquefatto, parte di quella che analisti e media occidentali descrivono come la โ€œshadow fleetโ€ russa, la flotta ombra che consente a Mosca di continuare a esportare idrocarburi aggirando o comunque sfruttando gli interstizi del regime sanzionatorio imposto da Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea.

Al momento dellโ€™incidente, la nave trasportava decine di migliaia di tonnellate di GNL dirette verso lโ€™Egitto, oltre a carburanti piรน tradizionali, tra cui gasolio, olio pesante e diesel. Fonti italiane e maltesi parlano di circa 62 mila tonnellate di gas naturale liquefatto e di un carico complessivo di carburanti stimato nellโ€™ordine delle centinaia di tonnellate, con valutazioni di ONG che citano fino a 900 tonnellate di diesel a bordo.

Dopo le esplosioni e lโ€™incendio, il danno visibile riguarderebbe soprattutto le strutture sopra la linea di galleggiamento, mentre la reale integritร  dei serbatoi di GNL e dei depositi di carburante resta incerta. La nave รจ stata evacuata: i 30 membri dellโ€™equipaggio sono stati tratti in salvo e il relitto naviga ora senza nessuno a bordo, spinto da correnti e venti in una zona in cui convergono rotte commerciali, pescherecci e imbarcazioni civili.

Lโ€™attacco con droni e il racconto dal mondo arabo

La genesi dellโ€™incidente รจ al centro di un duro scontro narrativo. Fonti di sicurezza marittima e del settore shipping hanno parlato fin dallโ€™inizio di un probabile attacco con droni contro la Arctic Metagaz, ipotizzando unโ€™operazione ucraina in risposta alla guerra lanciata da Mosca nel 2022.

Nella versione rilanciata dai media in lingua araba, lโ€™episodio viene descritto come un โ€œatto terroristico internazionaleโ€ e un caso di โ€œpirateria marittimaโ€ in violazione del diritto del mare. Un comunicato del ministero dei Trasporti russo, ripreso da diverse testate, afferma che la nave sarebbe stata colpita da imbarcazioni senza pilota o droni esplosivi nelle acque internazionali del Mediterraneo, in un punto definito โ€œcrucialeโ€ perchรฉ prossimo alle rotte piรน affollate e alle acque di Malta, Stato membro dellโ€™Unione.

I dettagli operativi restano sfumati. Fonti navali e di tracking marittimo indicano che lโ€™ultima posizione certa della petroliera, prima che perdesse la capacitร  di manovra, era a nord della Libia, in unโ€™area compresa tra la costa di Sirte e la zona di responsabilitร  maltese per il soccorso in mare. La narrativa araba insiste sul fatto che tutti i 30 marinai, definiti โ€œcittadini russiโ€, siano stati evacuati illesi, elemento che consente alle autoritร  di Mosca di parlare di danni materiali gravissimi ma di โ€œnessuna perdita di vite umaneโ€.

Tra Libia, Malta e Italia, una nave fantasma

Subito dopo lโ€™incendio, le notizie dal Nordafrica hanno aggiunto un ulteriore strato di confusione. Lโ€™autoritร  marittima libica ha riferito che la nave sarebbe affondata in acque tra la Libia e Malta, in seguito al fuoco a bordo. Ma poche ore dopo Malta ha smentito in sostanza quella versione, chiarendo che la tanker era ancora galleggiante, danneggiata ma integra, e che stava lentamente derivando verso nord-ovest, in direzione delle acque tra Malta e Lampedusa.

Da quel momento, la Arctic Metagaz รจ diventata una presenza ingombrante e inquietante nel quadrante centrale del Mediterraneo. Secondo ricostruzioni coordinate dalle autoritร  maltesi e italiane, la nave si รจ mossa fino a circa 50 miglia nautiche a sud-ovest di Malta, senza equipaggio, costantemente monitorata da unitร  della Marina italiana, da rimorchiatori e da mezzi specializzati nella risposta a incidenti in mare.

Il sindaco di Lampedusa e Linosa, Filippo Mannino, ha provato a rassicurare lโ€™opinione pubblica, affermando che la situazione รจ โ€œsotto controlloโ€ e che il relitto si trova in acque internazionali, sotto la sorveglianza continua di navi militari e di un mezzo per la risposta ambientale. Resta tuttavia il nodo principale: quanto GNL e quante tonnellate di carburante sono ancora effettivamente a bordo e in quali condizioni strutturali.

La lettera dei nove paesi mediterranei

Mentre la nave continuava la sua deriva, la questione รจ arrivata sui tavoli di Bruxelles. Una coalizione di nove paesi mediterranei, guidata da Italia e Francia, ha inviato alla Commissione europea una lettera in cui definisce la Arctic Metagaz una minaccia ambientale di livello elevato e un potenziale fattore di destabilizzazione per la sicurezza marittima nella regione.

Nella missiva, i governi parlano di โ€œrischio imminente e serioโ€ di un disastro ecologico e chiedono un intervento coordinato dellโ€™Unione. Lโ€™obiettivo รจ duplice: ottenere supporto tecnico e operativo per mettere in sicurezza la nave, ma anche evitare che qualsiasi azione violi o indebolisca il regime sanzionatorio europeo sul trasporto di idrocarburi russi.

La Commissione si trova cosรฌ a dover bilanciare il dovere di prevenire un possibile disastro ambientale con la necessitร  di non creare eccezioni che possano essere sfruttate come precedenti in futuro. Gli stessi Stati firmatari riconoscono che interventi come il traino in porto, lโ€™assistenza tecnica diretta o eventuali operazioni di scarico possono implicare deroghe alla rigiditร  delle sanzioni, e chiedono indicazioni chiare per evitare contenziosi giuridici o accuse di favoritismo.

Roma tra pressioni interne e diritto internazionale

Per lโ€™Italia, la Arctic Metagaz รจ diventata rapidamente una questione di sicurezza nazionale. A Roma, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato una riunione con i ministri competenti in materia di difesa, esteri, energia, affari marittimi e protezione civile per fare il punto sui rischi e sulle possibili opzioni.

Le autoritร  italiane valutano uno spettro ampio di scenari. Da un lato emerge lโ€™ipotesi di lasciare la nave in acque internazionali finchรฉ non sia possibile un traino sicuro o finchรฉ lโ€™armatore russo non incarichi una societร  specializzata, come auspicato dal gestore della nave, la societร  russa LLC SMP Techmanagement. Dallโ€™altro, cโ€™รจ il timore che, con il peggiorare delle condizioni meteo o lโ€™eventuale deterioramento dello scafo, si renda necessario un intervento dโ€™urgenza per evitare che la tanker si avvicini eccessivamente alle coste italiane o maltesi.

Nel frattempo, organizzazioni ambientaliste come il WWF hanno lanciato appelli pubblici, stimando la presenza a bordo di circa 900 tonnellate di diesel e avvertendo che unโ€™eventuale perdita potrebbe provocare incendi, nubi tossiche criogeniche e una contaminazione di lungo periodo degli ecosistemi marini profondi, in una delle aree piรน ricche di biodiversitร  del Mediterraneo. Lโ€™Italia si muove cosรฌ in una cornice complessa, in cui la responsabilitร  ambientale si intreccia con la gestione di una nave sanzionata e formalmente sotto responsabilitร  russa.

Mosca prende tempo, lโ€™Europa teme la flotta ombra

Dal lato russo, il ministero degli Esteri ha confermato che la Arctic Metagaz รจ alla deriva nel Mediterraneo, senza tuttavia assumere un impegno immediato e preciso su come intenda intervenire. La portavoce Maria Zakharova ha parlato di un coinvolgimento di Mosca legato a โ€œcircostanze concreteโ€, sottolineando che il governo รจ in contatto sia con lโ€™armatore sia con le autoritร  straniere competenti.

Questa formula prudente consente al Cremlino di mantenere margini di manovra. Da un lato puรฒ presentarsi come vittima di un attacco che definisce โ€œterroristicoโ€ e โ€œpiratescoโ€, accreditando sui media interni e in parte del mondo arabo lโ€™idea di una guerra ibrida contro le sue infrastrutture energetiche. Dallโ€™altro, puรฒ usare la situazione come leva nei confronti dellโ€™Unione europea, chiamata ora a gestire un problema generato indirettamente dalle stesse sanzioni che mirano a ridurre lโ€™impatto della flotta energetica russa.

Per Bruxelles, la Arctic Metagaz รจ il simbolo di un fenomeno ben piรน vasto: quello delle navi della cosiddetta flotta ombra, spesso vecchie, assicurate in modo opaco, che compiono rotte lunghe con carichi di petrolio e gas verso mercati extra-occidentali, al margine dei controlli consueti. Il fatto che una di queste unitร , sotto sanzione, sia ora alla deriva in una zona densamente popolata del Mediterraneo spinge molti governi a chiedere un rafforzamento delle regole e dei controlli, sia a livello europeo sia nellโ€™Organizzazione marittima internazionale.

Il rischio ambientale nel mare chiuso

Oltre alla politica, cโ€™รจ la geografia. Il Mediterraneo รจ un mare semi-chiuso, con un ricambio dโ€™acqua lento e unโ€™elevata concentrazione di traffico marittimo, attivitร  di pesca, turismo e aree protette. Una perdita massiccia di combustibili dalla Arctic Metagaz non avrebbe lโ€™impatto visivo delle grandi maree nere oceaniche, ma potrebbe comunque provocare danni duraturi, particolarmente nelle profonditร  e lungo le coste rocciose delle isole minori.

Gli esperti ricordano che un incidente che coinvolga GNL comporta rischi distinti rispetto a una fuoriuscita di greggio. Il gas liquefatto, se rilasciato rapidamente, evapora e puรฒ creare nubi fredde, pesanti, potenzialmente infiammabili e pericolose per la navigazione e per le comunitร  costiere in determinate condizioni di vento. Al tempo stesso, la presenza di carburanti come diesel e olio pesante puรฒ generare una contaminazione di lunga durata, con effetti tossici per la fauna marina e ricadute economiche su pesca e turismo.

La combinazione di questi fattori rende la Arctic Metagaz una sorta di laboratorio forzato di gestione del rischio in un mare densamente antropizzato. I nove paesi che hanno firmato lโ€™appello a Bruxelles avvertono che il Mediterraneo non puรฒ permettersi di trasformarsi in un corridoio permanente per navi ad alto rischio sanitario ed ecologico, tanto piรน se prive di controlli trasparenti e tracciabili.

Sanzioni, diritto del mare e responsabilitร 

Lโ€™incidente mette a nudo anche una tensione giuridica. Da un lato, le navi battenti bandiera russa e soggette a sanzioni incontrano crescenti ostacoli ad attraccare, fare rifornimento, ricevere manutenzione o assistenza nei porti dellโ€™Unione europea. Dallโ€™altro, il diritto internazionale del mare impone un dovere di soccorso e di prevenzione dellโ€™inquinamento, soprattutto quando esistono rischi non solo per la nave ma per lโ€™ambiente e per terzi.

Gli Stati mediterranei si trovano quindi a muoversi su un crinale sottile. Qualsiasi decisione di favorire il traino della Arctic Metagaz verso un porto sicuro, di facilitare operazioni di alleggerimento del carico o di fornire supporto tecnico diretto deve essere compatibile con il quadro sanzionatorio e, allo stesso tempo, sufficiente a dimostrare che si รจ fatto tutto il possibile per prevenire una catastrofe ecologica.

Non รจ un caso che la lettera indirizzata alla Commissione insista sulla necessitร  di indicazioni precise e di una regia comune. I governi temono che, in assenza di linee chiare, lโ€™onere ricada su singoli Stati, esposti tanto al rischio ambientale quanto a quello politico, tra accuse di cedimento verso Mosca e critiche per inerzia in caso di incidente.

Un campanello dโ€™allarme per il futuro

In questo scenario, la Arctic Metagaz appare come un presagio di ciรฒ che potrebbe accadere piรน spesso in un mondo in cui la guerra in Ucraina, la competizione tra grandi potenze e le sanzioni economiche ridisegnano le rotte dellโ€™energia. Navi anziane, con catene di proprietร  complesse, assicurazioni poco trasparenti e carichi di valore strategico attraversano aree densamente popolate e ambientalmente fragili, trasformando ogni incidente in un caso politico globale.

Il Mediterraneo, mare di intersezione tra Europa, Nordafrica e Medio Oriente, diventa in questo contesto una cartina di tornasole. La gestione della crisi della Arctic Metagaz misurerร  la capacitร  dellโ€™Unione europea e dei paesi rivieraschi di conciliare sicurezza energetica, tutela ambientale e coerenza delle sanzioni. รˆ anche un test per la credibilitร  delle regole internazionali del mare, chiamate a disciplinare situazioni in cui le linee tra responsabilitร  statale, interessi privati e conflitto armato si fanno sempre piรน sfumate.

Se la nave verrร  messa in sicurezza senza danni, resterร  comunque il monito di una crisi sfiorata che ha costretto governi, istituzioni e opinione pubblica a interrogarsi sul lato oscuro della globalizzazione energetica. Quanto siamo disposti ad accettare, in termini di rischio ambientale e umano, perchรฉ i flussi di gas e petrolio continuino a scorrere sotto la superficie del mare, invisibili fino al prossimo incendio nella notte.

Governi sotto pressione: come il nuovo shock petrolifero sta ridisegnando lโ€™equilibrio economico globale

Lโ€™impennata del prezzo del petrolio, spinta dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz, si sta trasformando nel piรน grave shock energetico degli ultimi decenni. I mercati azionari arretrano, le valute dei paesi piรน fragili si indeboliscono e i governi corrono ai ripari per attenuare lโ€™impatto su famiglie e imprese.

In poche settimane, il Brent รจ balzato ben oltre i 100 dollari al barile, con picchi che in alcuni scambi hanno superato i livelli visti nel 2022 e movimenti intraday superiori al 20 per cento.

La chiusura de facto dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto dellโ€™offerta mondiale di greggio, ha reso evidente la vulnerabilitร  strutturale di unโ€™economia globale che resta profondamente dipendente dagli idrocarburi del Golfo.

Il cuore del problema รจ la combinazione di guerra, interruzioni fisiche delle forniture e aspettative di lungo periodo. Gli attacchi statunitensi alle infrastrutture militari iraniane nellโ€™area di Kharg Island, principale hub di esportazione del paese, e i raid di droni iraniani su terminali come Fujairah negli Emirati hanno alimentato la percezione di un conflitto destinato a durare.

Gli analisti ricordano che Kharg gestisce circa il 90 per cento delle esportazioni iraniane, mentre Fujairah รจ la valvola di sfogo per un milione di barili al giorno di greggio emiratino, pari a circa lโ€™1 per cento della domanda globale.

In questo contesto di vulnerabilitร , le minacce della Guardia Rivoluzionaria iraniana di non lasciar passare โ€œneppure un litro di petrolioโ€ attraverso Hormuz, accompagnate da dichiarazioni secondo cui il prezzo potrebbe salire fino a 200 dollari al barile, hanno aggiunto una dimensione psicologica allo shock fisico dellโ€™offerta.

Dallo shock dei mercati alle misure dโ€™emergenza

Il primo fronte su cui si sono mossi i governi รจ quello dei prezzi alla pompa, diventati il simbolo piรน visibile della crisi per lโ€™opinione pubblica. In Corea del Sud, il presidente Lee Jae Myung ha annunciato il primo tetto amministrato ai prezzi dei carburanti degli ultimi trentโ€™anni, insieme alla possibilitร  di ampliare un programma di stabilizzazione dei mercati da 100.000 miliardi di won, equivalente a circa 67 miliardi di dollari.

Seul punta anche a diversificare le fonti energetiche, riducendo la dipendenza dal greggio che viaggia attraverso Hormuz e accelerando lโ€™accesso a fornitori alternativi.
รˆ una risposta che combina intervento diretto sui prezzi e una strategia di medio periodo sulle infrastrutture energetiche.

Anche il Giappone si รจ mosso sul fronte delle scorte strategiche. Tokyo ha ordinato a un sito nazionale di stoccaggio di prepararsi a un possibile rilascio straordinario di greggio, un segnale che indica come le autoritร  siano pronte a usare la rete di riserve per attenuare tanto i picchi di prezzo quanto il rischio di carenze fisiche.

I dettagli, inclusi tempi e volumi, non sono stati resi noti, ma lโ€™indicazione politica รจ chiara: il governo vuole mantenere un margine di manovra in caso di un ulteriore deterioramento del quadro nel Golfo.

Misure simili sono allo studio o giร  in corso in altri paesi industrializzati, spesso coordinate con lโ€™Agenzia Internazionale dellโ€™Energia.

Lโ€™ombrello dellโ€™Agenzia Internazionale dellโ€™Energia

La guerra nel Golfo ha spinto lโ€™Agenzia Internazionale dellโ€™Energia a definire lโ€™attuale interruzione di forniture come la piรน grande di sempre nella storia del mercato petrolifero.
Secondo le ultime stime, il blocco di Hormuz e i danni alle infrastrutture in Iran e nei paesi vicini avrebbero tagliato lโ€™offerta globale di circa 8 milioni di barili al giorno nel solo mese di marzo, con proiezioni che parlano di unโ€™ulteriore contrazione se i combattimenti dovessero proseguire.

Per reagire, i paesi membri dellโ€™agenzia hanno approvato il rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, da immettere progressivamente sul mercato nelle prossime settimane.

In pratica, le scorte di sicurezza vengono usate come ammortizzatore per cercare di stabilizzare i prezzi e garantire un flusso minimo di greggio alle economie piรน esposte. Lโ€™Agenzia ha precisato che le riserve di Asia e Oceania saranno le prime a essere sbloccate, mentre quelle europee e americane entreranno in gioco verso la fine del mese, in modo da accompagnare un potenziale riadattamento delle rotte commerciali.

Gli economisti avvertono perรฒ che questo strumento puรฒ agire solo come tampone temporaneo: se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso a lungo e gli impianti colpiti non tornassero rapidamente operativi, nemmeno il piรน grande rilascio coordinato di scorte sarebbe sufficiente a compensare la perdita di oltre il 20 per cento del commercio mondiale di petrolio.

Da qui la corsa diplomatica per contenere lโ€™escalation militare e riaprire almeno parzialmente il corridoio marittimo.

Il fronte asiatico: tariffe, sussidi e razionamenti

Se Corea del Sud e Giappone puntano su tetti ai prezzi e uso delle riserve, altri paesi asiatici stanno intervenendo in modo piรน diretto sulla struttura fiscale dei carburanti. Il Vietnam ha annunciato lโ€™eliminazione temporanea dei dazi allโ€™importazione sui prodotti petroliferi per garantire la continuitร  delle forniture, con una misura che resterร  in vigore almeno fino alla fine di aprile.

Lโ€™obiettivo รจ duplice: contenere i rincari interni e mantenere attrattivo il paese come hub manifatturiero in una fase di forte incertezza sui costi energetici.
Ridurre le tariffe significa rinunciare a gettito di bilancio, ma il governo valuta preferibile questa scelta rispetto al rischio di crisi di approvvigionamento.

Lโ€™Indonesia ha optato per lโ€™aumento dei sussidi ai carburanti in bilancio, confermando che la stabilitร  dei prezzi alla pompa รจ percepita come una prioritร  sociale e politica.
Unโ€™energia piรน costosa si traduce rapidamente in inflazione, protesta sociale e rallentamento dellโ€™industria, soprattutto in economie dove la logistica si basa massicciamente sul trasporto su gomma e su vecchie centrali termoelettriche.
In Bangladesh, le autoritร  sono arrivate a chiudere tutte le universitร , anticipando le vacanze di Eid al Fitr per risparmiare elettricitร  e carburante, una misura emergenziale che ricorda le risposte alle crisi energetiche degli anni settanta.

La scelta di combinare sussidi, tagli fiscali e misure di risparmio forzato segnala quanto lo shock attuale venga percepito non solo come un problema macroeconomico, ma come una questione di stabilitร  interna.

Molti governi asiatici temono che unโ€™ondata di rincari su carburanti, cibo importato e beni di consumo possa erodere rapidamente il consenso e acuire le disuguaglianze.
Per questo si tenta di assorbire una parte del colpo sui conti pubblici, anche a costo di aumentare deficit e debito.

Europa tra memoria delle crisi e nuove vulnerabilitร 

Nel dibattito europeo, il nuovo shock petrolifero richiama immediatamente alla memoria la crisi del gas legata alla guerra in Ucraina. In molti paesi, Italia inclusa, associazioni dei consumatori e think tank sottolineano come lโ€™impennata dei prezzi di petrolio e gas rischi di alimentare una nuova fiammata inflazionistica, proprio mentre le banche centrali valutavano un allentamento della stretta monetaria.

Analisi recenti indicano che un perdurare della crisi energetica potrebbe spingere lโ€™economia italiana verso la stagnazione nel triennio 2026โ€“2028, con un aumento stimato nella probabilitร  di default delle imprese piรน fragili.

Il dibattito politico torna cosรฌ a concentrarsi su strumenti giร  sperimentati, come la riduzione delle accise e dellโ€™Iva sui carburanti e il rafforzamento dei bonus bollette per i nuclei a basso reddito.

La chiusura di Hormuz, inoltre, complica la strategia europea di diversificazione energetica iniziata dopo il 2022, che puntava in parte sullโ€™aumento delle importazioni di gas naturale liquefatto dal Golfo.

Con il blocco del transito delle metaniere nellโ€™area, anche il gas ha visto un incremento dei prezzi superiore al 60 per cento in un solo mese, mettendo in discussione la sostenibilitร  delle catene di approvvigionamento costruite a fatica dopo la riduzione delle forniture russe.

Per Bruxelles, questo significa dover ripensare non solo le scorte strategiche di gas, ma anche il ritmo della transizione verso le rinnovabili, che da molti viene invocata come risposta strutturale a una dipendenza percepita come sempre piรน insostenibile.

Gli Stati produttori del Golfo tra rendita e rischio

Se per i paesi importatori lo shock รจ innanzitutto un problema di costo e inflazione, per i produttori del Golfo la situazione รจ piรน ambigua. Da un lato, i prezzi elevati promettono entrate record, potenzialmente superiori a quelle registrate nel boom post 2022. Dallโ€™altro, la vicinanza geografica al conflitto e la chiusura di Hormuz mettono in gioco la sicurezza fisica delle infrastrutture energetiche, come dimostra lโ€™attacco di droni iraniani al terminal di Fujairah.

Fonti del settore hanno confermato che le operazioni di carico sono riprese, ma senza poter assicurare un ritorno immediato alla piena normalitร .

Per i governi della regione, ogni petroliera che salpa diventa al tempo stesso un simbolo di resilienza e un potenziale bersaglio.

Secondo diverse analisi di stampa araba e internazionale, i governi del Golfo si muovono lungo un crinale delicato. Da un lato, cercano di sfruttare la rendita del caro petrolio per finanziare progetti di diversificazione economica, dalle infrastrutture alle nuove tecnologie.
Dallโ€™altro, temono che un conflitto prolungato possa non solo danneggiare gli impianti, ma anche accelerare in Occidente il dibattito su un distacco strutturale dagli idrocarburi mediorientali.

Per Arabia Saudita e Emirati, la prioritร  รจ presentarsi come fornitori affidabili e partner indispensabili, mentre osservano con attenzione ogni segnale di cambiamento nella domanda globale.

Il ruolo di OPEC+ e la geopolitica dellโ€™offerta

Sul piano multilaterale, il consorzio OPEC+ si trova in una posizione complessa. In teoria, un cartello di produttori potrebbe approfittare dei prezzi elevati mantenendo lโ€™offerta limitata, ma lโ€™ampiezza dello shock su Hormuz e la possibilitร  di una recessione globale rendono questa strategia rischiosa.

Alcune ricostruzioni indicano che OPEC+ ha valutato incrementi moderati della produzione per inviare un segnale di disponibilitร  ai mercati, pur senza compromettere la propria capacitร  di influenza nel medio periodo.

Nel frattempo, i produttori non OPEC che possono aumentare i volumi, dagli Stati Uniti al Brasile, si preparano a beneficiare di prezzi sostenuti.

La Casa Bianca guarda a questa crisi con una doppia lente. Da un lato, lโ€™amministrazione Trump deve fare i conti con lโ€™impatto del caro benzina sul consenso interno, in un momento di forte sensibilitร  per il costo della vita.

Dallโ€™altro, Washington si trova al centro del conflitto, con i raid in Iran che hanno contribuito allโ€™impennata dei prezzi e alle tensioni sulle rotte marittime.

Anche per questo, gli Stati Uniti partecipano attivamente al coordinamento con lโ€™Agenzia Internazionale dellโ€™Energia e valutano misure aggiuntive sul fronte delle scorte strategiche e del supporto ai produttori di shale oil.

Inflazione, banche centrali e rischio stagflazione

Mentre i governi intervengono con misure fiscali e sussidi, la nuova ondata di rincari energetici costringe le banche centrali a una difficile revisione di rotta. Lโ€™aumento dei prezzi di petrolio e gas si traduce rapidamente in tariffe piรน alte per trasporti, elettricitร  e beni alimentari, alimentando unโ€™inflazione che molti paesi speravano di avere ormai sotto controllo.

In Australia, ad esempio, il balzo dei prezzi della benzina legato alla guerra in Iran ha riaperto lโ€™ipotesi di un nuovo rialzo dei tassi di interesse, proprio mentre lโ€™economia mostrava segnali di raffreddamento.

Situazioni analoghe si profilano in Europa e Nord America, dove i margini di manovra della politica monetaria si restringono.

Il rischio evocato da diversi analisti รจ quello di una nuova forma di stagflazione: crescita debole e inflazione alta, trainata da fattori di offerta difficilmente controllabili dalle banche centrali.

In questo scenario, gli interventi sui prezzi dei carburanti o sulle accise, se da un lato aiutano le famiglie, dallโ€™altro possono ritardare lโ€™aggiustamento dei consumi e tenere elevato il fabbisogno energetico complessivo.

La sfida, per i decisori, รจ trovare un equilibrio tra protezione sociale e incentivi a una trasformazione strutturale del sistema energetico.

Uno shock che accelera la transizione

Molti osservatori, soprattutto nel mondo arabo e in Asia, sottolineano un possibile effetto collaterale di lungo periodo di questa crisi: lโ€™accelerazione della transizione energetica.
Ogni nuovo shock petrolifero rafforza infatti la narrativa secondo cui affidare la sicurezza economica a pochi chokepoint, come Hormuz, รจ un azzardo strategico.

In Europa, le richieste di aumentare gli investimenti in rinnovabili, stoccaggio di energia e reti intelligenti si accompagnano alla proposta di rivedere gli incentivi fiscali che ancora favoriscono i combustibili fossili.

Nei paesi emergenti, tuttavia, il passaggio verso un mix piรน pulito รจ complicato dalla scarsitร  di capitale e dalla dipendenza da tecnologie importate. Il rischio รจ che lo shock attuale amplifichi le disuguaglianze tra chi puรฒ investire in sistemi energetici resilienti e chi resta ostaggio delle fluttuazioni del mercato del greggio.

Per questo, organizzazioni internazionali e attori regionali discutono di nuovi meccanismi di finanziamento per sostenere la transizione, dallโ€™espansione delle linee di credito verdi fino a formule di partnership pubblico private.

Al centro, ancora una volta, cโ€™รจ la ricerca di una sicurezza energetica che non dipenda soltanto dal prezzo del barile.

Nel breve termine, il nuovo shock petrolifero rimarrร  un test severo per governi, mercati e societร . Molte delle misure oggi adottate, dai tetti ai prezzi ai massicci rilasci di scorte strategiche, potranno solo attenuare gli effetti piรน immediati della crisi, senza risolverne le cause strutturali.

La vera posta in gioco sarร  la capacitร  di trasformare questa emergenza in unโ€™accelerazione della diversificazione energetica e in una revisione delle dipendenze geopolitiche che hanno reso il sistema globale cosรฌ esposto ai conflitti del Medio Oriente.

La sensazione, tra analisti e decisori, รจ che il prezzo del greggio non stia solo misurando uno squilibrio tra domanda e offerta, ma racconti anche lโ€™inizio di una fase nuova, in cui energia, sicurezza e ordine internazionale saranno sempre piรน strettamente intrecciati.

Stretto Hormuz: perchรฉ Giappone e Australia frenano sulle navi da guerra

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Gli alleati asiatici di Washington alzano il freno proprio mentre la crisi nel Golfo si avvita. Tokyo e Canberra fanno sapere che non invieranno navi militari nello Stretto di Hormuz, respingendo, almeno per ora, lโ€™appello di Donald Trump a costruire una coalizione per riaprire il collo di bottiglia energetico piรน sensibile del pianeta.

Lo Stretto bloccato e la pressione della guerra

Lo Stretto di Hormuz รจ di nuovo al centro della geopolitica globale. La guerra congiunta Stati Unitiโ€“Israele contro lโ€™Iran รจ entrata nella terza settimana, ha sconvolto il Medio Oriente e ha quasi paralizzato il traffico di petroliere, con un impatto diretto sui mercati energetici globali. Per Washington, riaprire quel passaggio รจ una prioritร  strategica e simbolica. Per molti partner, invece, significa esporsi a una guerra che non hanno deciso.

Nelle ultime ore Trump ha scelto la strada della pubblica pressione. A bordo dellโ€™Air Force One, in volo dalla Florida a Washington, ha ribadito che i paesi che dipendono dal greggio del Golfo devono assumersi la responsabilitร  di proteggere la rotta marittima da cui arriva il loro approvvigionamento. Nelle sue parole, lo Stretto sarebbe ยซil loro territorioยป perchรฉ รจ da lรฌ che proviene lโ€™energia che alimenta le loro economie.

Su un piano strettamente economico, la posta รจ enorme. Circa il 20 per cento dellโ€™energia mondiale transita ogni giorno da Hormuz, un tratto di mare largo poche decine di chilometri che collega il Golfo Persico allโ€™Oceano Indiano. La chiusura di fatto del passaggio dopo i bombardamenti su obiettivi iraniani ha generato una delle piรน gravi interruzioni dellโ€™offerta petrolifera degli ultimi decenni e alimentato una corsa al rialzo dei prezzi del barile.



Lโ€™appello di Trump: una coalizione riluttante

Trump sostiene di avere giร  contattato ยซcirca setteยป paesi per organizzare una missione navale che garantisca la sicurezza del traffico commerciale attraverso lo Stretto. In un post sui social ha indicato alcuni dei candidati: Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e altri paesi fortemente dipendenti dal petrolio del Golfo.

Il messaggio รจ chiaro: lโ€™era in cui la Marina statunitense si assumeva quasi da sola il compito di proteggere le rotte energetiche deve lasciare il posto a un modello piรน โ€œcondominialeโ€, in cui gli importatori condividono rischi e costi. รˆ la traduzione marittima di una linea che Trump ha applicato anche alla Nato, chiedendo agli alleati europei maggiori spese per la difesa e arrivando ad avvertire che lโ€™Alleanza rischia un futuro ยซmolto negativoยป se non sosterrร  Washington nello Stretto.

Dietro le formule, cโ€™รจ un interrogativo che pesa soprattutto a Tokyo, Seul, Pechino e nelle capitali europee: quanto si puรฒ seguire Washington in una guerra contro lโ€™Iran che si sta rapidamente trasformando in un test di resistenza per lโ€™ordine energetico globale. E quanto convenga legare le proprie flotte a una campagna militare che Teheran descrive ormai apertamente come uno scontro esistenziale.

In unโ€™intervista televisiva, esponenti del governo iraniano hanno ripetuto che Teheran non chiederร  nรฉ un cessate il fuoco nรฉ negoziati, e che lโ€™Iran รจ pronto a difendersi ยซfinchรฉ sarร  necessarioยป nonostante le perdite subite dalla propria marina e dallโ€™arsenale missilistico. รˆ un messaggio che alimenta la percezione, tra gli alleati degli Stati Uniti, di un conflitto senza un orizzonte politico chiaro.

Tokyo tra Costituzione pacifista e dipendenza dal Golfo

Per il Giappone, lo Stretto di Hormuz รจ allo stesso tempo una vulnerabilitร  strutturale e un tabรน politico. Circa il 70 per cento delle importazioni di petrolio giapponesi passa da lรฌ, e quasi tutto proviene da paesi mediorientali. Eppure, il governo non puรฒ muovere la propria marina come se fosse una potenza โ€œnormaleโ€.

La premier Sanae Takaichi, intervenendo in Parlamento, ha chiarito che Tokyo ยซnon ha preso alcuna decisioneยป sullโ€™eventuale invio di navi e che al momento ยซnon esiste alcun pianoยป per dispiegare unitร  di scorta nello Stretto. Si tratta, ha sottolineato, di valutare che cosa il Giappone possa fare ยซautonomamenteยป e ยซentro il quadro legaleยป fissato da una Costituzione che rinuncia formalmente alla guerra e limita lโ€™uso della forza allโ€™autodifesa.

Dietro la cautela cโ€™รจ anche la memoria dei precedenti. Nel 2019, Tokyo aveva giร  optato per una missione di raccolta informazioni nellโ€™area, separata dalle operazioni guidate dagli Stati Uniti, proprio per tenere una certa distanza da iniziative percepite come troppo aggressive verso lโ€™Iran. Oggi, con una guerra aperta in corso, quel margine di autonomia รจ ancora piรน prezioso per una leadership politica che deve destreggiarsi tra la pressione di Washington e unโ€™opinione pubblica tradizionalmente diffidente verso ogni coinvolgimento militare allโ€™estero.

Sul piano diplomatico, la partita รจ resa piรน delicata dal calendario. Takaichi รจ attesa a Washington per colloqui di alto profilo con Trump, e la richiesta di navi per Hormuz rischia di diventare un test immediato della relazione bilaterale. Il governo giapponese sa che, se cede troppo, alimenterร  il dibattito interno sulla revisione della Costituzione pacifista. Se resiste, dovrร  assorbire lโ€™eventuale irritazione della Casa Bianca.

In questo equilibrio precario, la parola autonomia giapponese รจ diventata il filo conduttore della narrativa governativa, usata per rassicurare un pubblico interno diviso ma anche per segnalare agli Stati Uniti che il sostegno di Tokyo non รจ un assegno in bianco.

Canberra tra alleanza e limiti di forza

Lโ€™Australia si trova in una posizione differente ma ugualmente scomoda. รˆ un alleato chiave degli Stati Uniti nellโ€™Indo-Pacifico, parte di accordi come AUKUS e del quadro di cooperazione con Giappone e India. Ma non considera automatico lโ€™invio di navi in un teatro giร  sovraccarico di tensioni e lontano dalle sue acque immediate.

La ministra dei Trasporti Catherine King, esponente del governo di Anthony Albanese, ha spiegato che Canberra ยซnon รจ stata interpellataยป per una missione nello Stretto e che, in ogni caso, non prevede di inviare unitร  navali per riaprire il passaggio. Il governo riconosce lโ€™importanza cruciale di Hormuz per il commercio globale, ma non ritiene che lโ€™Australia debba far parte della prima linea militare in Medio Oriente.

Anche lโ€™opposizione conservatrice, tradizionalmente piรน assertiva sul tema della sicurezza, si muove con prudenza. Il portavoce alla Difesa James Paterson ha dichiarato che unโ€™eventuale richiesta americana dovrebbe essere valutata ยซalla luce dellโ€™interesse nazionaleยป e delle capacitร  effettive della marina australiana, che ha risorse limitate e impegni crescenti nel Pacifico e nel Mar Cinese Meridionale. รˆ un modo per ricordare che Canberra non puรฒ essere ovunque, soprattutto mentre investe in nuovi sottomarini nucleari e nella deterrenza regionale contro la Cina.

Questa prudenza riflette anche una lettura politica interna. Dopo anni di missioni in Medio Oriente, dallโ€™Afghanistan allโ€™Iraq, lโ€™opinione pubblica australiana รจ meno disponibile a sostenere nuove operazioni lontane, soprattutto se percepite come parte di un conflitto bilaterale tra Washington e Teheran. Il governo laburista sembra intenzionato a preservare il capitale politico costruito su unโ€™agenda piรน concentrata su costi della vita e transizione energetica.

Sul piano strategico, il messaggio a Washington รจ duplice. Lโ€™Australia resta un alleato fedele nella regione indo-pacifica e sul dossier cinese, ma chiede di non essere trascinata automaticamente in ogni teatro di crisi. Una postura che sottolinea la crescente volontร  di selezionare gli impegni militari in base a prioritร  definite a Canberra, non solo a Washington.

In questa cornice, lโ€™espressione alleato selettivo descrive bene lโ€™immagine che il governo australiano cerca di costruire: partner affidabile, ma non subordinato.

Lโ€™ombra della Cina e il calcolo energetico

Tra i paesi chiamati in causa da Trump, la Cina occupa un posto speciale. Il presidente americano ha dichiarato di aspettarsi che Pechino contribuisca a ยซsbloccareยป lo Stretto prima del vertice con Xi Jinping previsto a fine mese in Cina, e ha lasciato intendere che il viaggio potrebbe essere rinviato se non dovesse arrivare un segnale concreto.

Nella retorica di Trump, la dipendenza cinese dal petrolio del Golfo รจ lโ€™argomento centrale: a suo dire Pechino riceve ยซil 90 per cento del suo petrolio dagli Strettiยป, unโ€™esagerazione rispetto ai dati ufficiali ma utile a sottolineare quanto lโ€™economia cinese sia esposta al blocco di Hormuz. Il sottotesto รจ una forma di pressione negoziale: se la Cina vuole stabilitร  energetica e un clima piรน sereno per il commercio, deve assumersi una quota del rischio militare.

Finora, il ministero degli Esteri cinese non ha risposto in modo sostanziale, limitandosi a invocare la de-escalation e a ribadire la necessitร  di rispettare la sovranitร  degli stati della regione. Dietro le dichiarazioni prudenti, perรฒ, Pechino valuta se sfruttare la crisi per proporsi come mediatore o se restare defilata, lasciando agli Stati Uniti il peso politico e militare di un eventuale fallimento nella riapertura dello Stretto.

In molte capitali del Golfo, lโ€™idea di una presenza navale piรน multilaterale, magari con una forte impronta asiatica, non viene respinta a priori. Le monarchie petrolifere hanno sviluppato negli ultimi anni legami economici e di sicurezza con la Cina e altri paesi asiatici, e vedono nella diversificazione dei partner una forma di assicurazione politica. Ma nessuno, al momento, appare disposto a sostituire il ruolo della Quinta Flotta americana.

In questo quadro, il riferimento insistito di Trump alla responsabilitร  degli importatori appare anche come un messaggio allโ€™interno, per un pubblico americano stanco di ยซpagare per la sicurezza degli altriยป. La crisi di Hormuz diventa cosรฌ il palcoscenico perfetto per riproporre il leitmotiv secondo cui gli alleati sfruttano la potenza militare statunitense senza contribuire in proporzione.

Qui emerge il nodo della sicurezza condivisa, concetto che Trump interpreta in chiave transazionale mentre molti partner lo leggono come un processo graduale e negoziato.

Lโ€™Europa tra cautela e dipendenza

Anche le capitali europee sono trascinate nel dibattito. I ministri degli Esteri dellโ€™Unione valutano se rafforzare una piccola missione navale giร  presente in Medio Oriente, ma non si prevede, almeno nel breve periodo, una decisione sullโ€™estensione del mandato fino allo Stretto di Hormuz. La prudenza riflette tanto la complessitร  legale di un intervento in un teatro di guerra aperta, quanto le divisioni interne tra paesi con prioritร  energetiche diverse.

Secondo diverse letture diplomatiche, alcuni governi temono che un ruolo piรน visibile dellโ€™Ue nello Stretto possa essere interpretato da Teheran come un allineamento totale alla strategia statunitense, riducendo lo spazio europeo come potenziale canale di comunicazione con lโ€™Iran. Altri sottolineano perรฒ che lโ€™Europa, pur meno dipendente dal petrolio del Golfo rispetto al passato, non puรฒ permettersi di ignorare un collo di bottiglia che influenza i prezzi globali dellโ€™energia e quindi le economie del continente.

Il premier britannico Keir Starmer ha discusso con Trump e con il primo ministro canadese Mark Carney della necessitร  di riaprire lo Stretto, segnale che Londra e Ottawa stanno quantomeno esplorando le opzioni per un coinvolgimento. Ma anche in questi paesi il calcolo politico รจ delicato: qualsiasi impegno navale in unโ€™area in cui gli Stati Uniti e Israele stanno conducendo bombardamenti su larga scala rischia di diventare divisivo sul piano interno.

A Bruxelles si ragiona su una formula che consenta di aumentare la presenza marittima sotto un cappello europeo, enfatizzando il mandato di protezione del traffico commerciale e il rispetto del diritto internazionale marittimo. รˆ un modo per differenziarsi dalla narrazione piรน muscolare di Washington, pur senza abbandonare il quadro della cooperazione transatlantica.

Nella percezione pubblica europea, la parola escalation militare รจ diventata il termine chiave, evocando lo spettro di una guerra che dal Golfo puรฒ propagarsi a tutto il sistema energetico e finanziario globale, proprio mentre il continente cerca faticosamente di uscire dalla stagione delle crisi multiple.

Teheran, la โ€œresistenzaโ€ e la leva dello Stretto

Dallโ€™altra parte dello Stretto, lโ€™Iran cerca di trasformare la propria vulnerabilitร  militare in leva strategica. La chiusura quasi totale del passaggio alle petroliere internazionali รจ stata presentata da Teheran come una risposta โ€œlegittimaโ€ ai bombardamenti su migliaia di obiettivi nel paese, che hanno colpito anche infrastrutture navali e missilistiche.

Nelle dichiarazioni dei dirigenti iraniani, la linea รจ coerente: lo Stretto sarร  considerato unโ€™arteria aperta solo se anche lโ€™Iran potrร  commerciare e muovere liberamente le proprie navi. รˆ un messaggio diretto tanto agli Stati Uniti quanto ai paesi del Golfo che ospitano basi americane e sono percepiti come complici della campagna militare.

Teheran sa che non puรฒ vincere una guerra navale convenzionale contro la coalizione guidata da Washington, ma puรฒ alzare i costi economici e politici del conflitto. Mine, droni navali, missili antinave e piccole imbarcazioni veloci trasformano il Golfo in un labirinto di minacce in cui anche la superioritร  tecnologica americana รจ messa alla prova. รˆ un modello di guerra asimmetrica che lโ€™Iran ha perfezionato in anni di tensioni con la Quinta Flotta.

Sul piano interno, la leadership iraniana usa il blocco dello Stretto per rafforzare il discorso della โ€œresistenzaโ€, sostenendo che il paese, pur colpito duramente, resta capace di influenzare gli equilibri energetici globali. La narrativa ufficiale insiste sulla resilienza della societร  e sullโ€™idea che il sacrificio economico imposto dalle sanzioni e dalla guerra sia il prezzo da pagare per difendere la sovranitร  nazionale.

Questo approccio comporta rischi enormi. Piรน a lungo lo Stretto resterร  chiuso, piรน aumenterร  la pressione dei paesi importatori, compresi alcuni storicamente inclini a mantenere rapporti pragmatici con Teheran. Ma la leadership iraniana sembra aver calcolato che un confronto prolungato, per quanto costoso, potrebbe erodere la determinazione degli avversari e aprire margini per un negoziato da una posizione meno debole.

In questa strategia, la parola deterrenza energetica non รจ solo militare ma anche economica, fondata sulla consapevolezza che nessuna grande potenza puรฒ sentirsi al sicuro di fronte a un collo di bottiglia che condiziona il prezzo dellโ€™energia a livello planetario.

Il futuro di Hormuz tra guerra, mercato e alleanze

La crisi dello Stretto di Hormuz si sta trasformando in un test cruciale per lโ€™architettura di sicurezza globale. La richiesta di Trump perchรฉ gli โ€œaltriโ€ si facciano carico della protezione del traffico energetico mette a nudo un paradosso: lโ€™ordine costruito sullโ€™ombrello militare americano non regge piรน alle stesse condizioni di un tempo, ma non esiste ancora unโ€™alternativa strutturata.

Il rifiuto, almeno temporaneo, di Giappone e Australia a inviare navi non significa che questi paesi siano pronti a sganciarsi dallโ€™alleanza con Washington. Segnala piuttosto la volontร  di avere voce in capitolo sul modo e sul momento in cui assumersi rischi militari significativi, soprattutto in un teatro dove la linea che separa la โ€œprotezione del commercioโ€ dalla partecipazione a una guerra puรฒ assottigliarsi rapidamente.

Nei prossimi giorni, la dinamica sul terreno e sui mercati dirร  molto del margine politico reale di tutti gli attori. Se lโ€™offensiva contro lโ€™Iran dovesse intensificarsi senza esiti rapidi, la pressione per riaprire lo Stretto potrebbe spingere alcuni alleati a riconsiderare la loro posizione. Se invece dovesse emergere una finestra negoziale, la tentazione di lasciare a Stati Uniti e potenze regionali il compito di gestire la sicurezza marittima potrebbe prevalere.

Per ora, Hormuz resta stretto non solo per le petroliere, ma per le scelte di politica estera di decine di governi. Ogni decisione navale presa, o rimandata, racconta qualcosa del modo in cui gli equilibri di potere del dopoguerra stanno cambiando, spesso piรน rapidamente delle dottrine che dovrebbero descriverli. In questo scenario, la capacitร  di definire una nuova governance della sicurezza energetica globale sarร  uno dei veri banchi di prova dellโ€™ordine internazionale dei prossimi anni.

Stretto di Hormuz: come lโ€™Iran tiene in ostaggio il petrolio mondiale

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Lungo lo stretto delle navi ferme, il mare sembra immobile. In realtร  รจ pieno di ordigni che non si vedono. Le mine iraniane sono tornate al centro della strategia di Teheran in uno dei punti piรน delicati dellโ€™economia mondiale: lo stretto di Hormuz.

Da settimane funzionari statunitensi e alleati sostengono che lโ€™Iran abbia iniziato a disseminare lโ€™imboccatura del Golfo di mine navali, utilizzando piccole unitร , gommoni e sommozzatori, mentre le forze Usa colpiscono le navi sospettate di posarle. Secondo fonti di intelligence se ne conterebbero alcune decine, ma ciรฒ basta a bloccare o rallentare un traffico da cui dipende circa un quinto del petrolio mondiale. In uno spazio cosรฌ ristretto, persino un numero limitato di ordigni puรฒ cambiare il comportamento di intere flotte commerciali.

Unโ€™arma semplice, un effetto globale

Le mine sono armi di una semplicitร  disarmante. Non richiedono grandi piattaforme nรฉ tecnologie di punta, ma possono paralizzare una rotta marittima cruciale e mettere sotto ricatto lโ€™intero sistema energetico globale. Per Teheran sono il cuore di una guerra asimmetrica, in mare: costano poco, sono difficili da individuare, obbligano avversari molto piรน forti a operazioni lunghe, costose e rischiose.

Lo stretto di Hormuz รจ il luogo ideale per sfruttarne il potenziale. Lรฌ transitano ogni giorno milioni di barili di greggio, in un corridoio marittimo largo poche decine di chilometri e intasato di petroliere, gasiere, navi portacontainer. Basta la voce di una minaccia, o la notizia di poche mine posate, per spingere armatori e assicurazioni a fermare le navi, alzare i premi, deviare le rotte quando possibile. In questo senso, per lโ€™Iran, il valore delle mine รจ prima di tutto psicologico ed economico.

La famiglia di mine Maham

Gran parte del dibattito di queste settimane ruota attorno alla famiglia di mine Maham iraniane, documentata da fonti militari occidentali e da centri di studio sugli ordigni esplosivi.

Queste mine coprono lโ€™intero spettro delle minacce subacquee: dai vecchi modelli galleggianti a contatto, fino ai dispositivi intelligenti dotati di sensori magnetici, acustici e di pressione. Lโ€™obiettivo รจ avere strumenti adatti sia alle acque basse costiere che ai fondali piรน profondi delle rotte principali.

Ricostruzione aspetto delle mine

La Maham 1 รจ una mina circolare di concezione anni Ottanta, progettata per galleggiare in acque poco profonde, con cinque โ€œcornaโ€ dโ€™urto che, se colpite, detonano fino a 120 chilogrammi di esplosivo. Di solito รจ ormeggiata a una catena o ancorata al fondale, a profonditร  minime, pronta a colpire lo scafo di una nave che passi nel raggio di pochi metri. Il principio รจ quello delle vecchie mine della Seconda guerra mondiale, aggiornato alle condizioni del Golfo Persico.

Le mine Maham 2 e 3 operano a profonditร  maggiori, tra i dieci e i cinquanta metri, e sono concepite per danneggiare sottomarini e navi di superficie di medio tonnellaggio. Possono contenere cariche molto piรน consistenti, attivate da sensori che identificano la firma acustica e magnetica di un bersaglio. In pratica, aspettano la nave โ€œgiustaโ€ e si lasciano detonare nel punto in cui possono causare il massimo danno strutturale alla chiglia.

Nella gamma Maham compaiono anche mine pensate per difendere coste e isole dallโ€™avvicinamento di mezzi da sbarco e unitร  veloci. Vengono collocate in acque molto basse, tramite piccole imbarcazioni o subacquei, a protezione di approdi, basi navali, strettoie costiere. Il loro scopo รจ respingere forze speciali o reparti anfibi avversari, rallentandone i movimenti e creando incertezza tattica.

Le mine a patella e i sommozzatori

Lโ€™Iran dispone anche di una famiglia di mine a contatto diretto con lo scafo, le cosiddette mine a patella, o limpet mines. Sono ordigni magnetici che un sommozzatore applica direttamente alla nave, spesso nella zona piรน vulnerabile, usando magneti o strumenti simili a sparachiodi subacquee.

Una volta fissate, possono essere programmate con un timer, che permette allโ€™operatore di allontanarsi e lasciare che lโ€™esplosione avvenga a distanza e in un momento scelto con cura.

Uno dei modelli indicati, la Maham 4, puรฒ essere applicato a varie parti della nave, a diverse profonditร , con un ritardo di detonazione che va da pochi minuti a diverse ore. Un simile ordigno non รจ pensato tanto per costruire un campo minato fisso, quanto per colpire selettivamente un bersaglio, magari in un porto o in rada, sotto gli occhi di telecamere e satelliti, ma lontano dallโ€™attenzione immediata di squadre antisabotaggio. รˆ lโ€™arma perfetta per operazioni che vogliono restare plausibilmente negabili.

Gli analisti occidentali sostengono che lโ€™Iran abbia sviluppato anche mine antiuomo subacquee, concepite proprio per lโ€™uso da parte di sommozzatori e forze speciali, in grado di aderire a navi civili o militari o a infrastrutture portuali. Anche qui il confine tra sabotaggio, terrorismo marittimo e guerra convenzionale diventa sfumato, soprattutto in uno scenario in cui droni, missili e mine vengono usati insieme per creare confusione e massimizzare lโ€™effetto deterrente.

La fisica di unโ€™esplosione subacquea

Le mine possono essere attivate per contatto diretto, oppure quando i loro sensori โ€œsentonoโ€ il rumore di una nave, il segnale magnetico dello scafo o le variazioni del campo elettrico prodotte da un grande corpo metallico in movimento. Nella versione piรน rudimentale, sono sfere metalliche piene di esplosivo che scattano al semplice urto. Nei modelli piรน sofisticati, combinano piรน sensori per distinguere una vera nave da piccole imbarcazioni o disturbi casuali.

Lโ€™effetto letale non รจ solo lโ€™esplosione in sรฉ. Il vero danno nasce dalla dinamica dellโ€™esplosione subacquea: la carica crea una bolla di gas in rapida espansione, che spinge via lโ€™acqua e genera una brusca differenza di pressione. Quando la bolla collassa, si crea un vuoto relativo attorno allo scafo, che viene sollecitato da forze improvvise e puรฒ subire rotture catastrofiche, soprattutto nella zona centrale.

A questo si sommano le onde dโ€™urto, che corrono nellโ€™acqua e possono spezzare tubature, danneggiare apparati elettronici, ferire lโ€™equipaggio.

Per una petroliera moderna, costruita con doppio scafo e compartimenti stagni, lโ€™impatto puรฒ non essere immediatamente fatale, ma bastano danni al timone, alle eliche o a un serbatoio per rendere la nave ingovernabile o inutilizzabile per mesi.

Su scala sistemica, anche un singolo incidente documentato, con immagini di una nave ferita che brucia nel mezzo dello stretto, puรฒ essere sufficiente a fermare il traffico per giorni. รˆ la forza del simbolo, oltre che del danno materiale.

Dalla โ€œguerra delle petroliereโ€ a oggi

Lโ€™idea di usare le mine come arma strategica nel Golfo Persico non รจ nuova. Negli anni Ottanta, durante la lunga guerra tra Iran e Iraq, la posa di mine contro navi commerciali e petroliere diede origine a quella che รจ passata alla storia come la guerra delle petroliere. Allโ€™epoca la Marina americana intervenne direttamente per scortare le navi nel Golfo, assumendosi il rischio di incappare in ordigni nascosti lungo le rotte.

In uno degli episodi piรน gravi, nellโ€™aprile del 1988, la fregata USS Samuel B. Roberts colpรฌ una mina iraniana Sadafโ€‘02, riportando danni gravissimi e spingendo Washington a lanciare lโ€™operazione โ€œPraying Mantisโ€, con cui furono colpite piattaforme e unitร  iraniane. Da allora, numerosi rapporti della Marina statunitense sottolineano come le mine siano state, dalla Seconda guerra mondiale in poi, tra le armi che hanno danneggiato il maggior numero di unitร  navali americane.

Secondo stime rese pubbliche da fonti occidentali, lโ€™Iran avrebbe oggi diverse migliaia di mine navali, provenienti in parte da produzione domestica, in parte da forniture estere, soprattutto russe e cinesi. Anche se le cifre esatte restano coperte dal segreto, la combinazione di quantitร , varietร  di modelli e difficoltร  di bonifica rende credibile la capacitร  iraniana di chiudere o comunque rendere troppo rischioso il passaggio nello stretto, almeno per periodi limitati.

Deterrenza, ricatto, sopravvivenza

Per Teheran, le mine sono un moltiplicatore di potenza. La Repubblica islamica sa di non poter competere sul piano convenzionale con la Marina statunitense e le flotte degli alleati regionali. Ma con un arsenale relativamente economico puรฒ minacciare un danno sproporzionato, non tanto alle flotte avversarie, quanto alle economie che dipendono dai flussi energetici del Golfo.

La logica รจ quella della deterrenza โ€œper interposta economiaโ€. Minacciare Hormuz significa mettere pressione su Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Iraq, Qatar e sugli importatori asiatici, da Cina a Giappone, da Corea del Sud allโ€™India, che ricevono gran parte del loro greggio passando da lรฌ. Significa alzare il prezzo del petrolio, complicare i calcoli delle capitali occidentali, creare fratture nel fronte antiโ€‘iraniano.

Cโ€™รจ un elemento paradossale. Anche lโ€™Iran esporta la maggior parte del proprio petrolio attraverso Hormuz, e un blocco totale colpirebbe anche le sue entrate. Per questo molti analisti ritengono piรน probabile lโ€™uso calibrato delle mine come strumento di โ€œstrozzatura controllataโ€, capace di far salire i prezzi e mostrare forza, senza chiudere ermeticamente il passaggio. La minaccia, insomma, vale piรน dellโ€™esecuzione piena.

Nei media e nei commenti arabi favorevoli a Teheran, questa strategia viene spesso presentata come un โ€œasso nella manicaโ€ della resistenza, la prova che gli Stati Uniti non possono colpire impunemente senza mettere a rischio i flussi energetici da cui dipende anche lโ€™Occidente. In ambienti piรน critici, invece, cresce il timore che lโ€™uso delle mine spinga i Paesi del Golfo a cercare soluzioni alternative, potenziando oleodotti terrestri e riducendo nel medio periodo la centralitร  iraniana sullo stretto.

La risposta occidentale

Davanti alla prospettiva di uno stretto minato, gli Stati Uniti e i loro alleati non hanno molte opzioni. Una รจ quella, giร  visibile, di colpire le unitร  iraniane sospettate di posare mine, inclusi piccoli natanti e navi di supporto. Lโ€™obiettivo รจ ridurre la capacitร  di disseminare ordigni prima che il numero diventi ingestibile.

Lโ€™altra รจ entrare nello stretto con unitร  cacciamine e gruppi navali dedicati alle contromisure. Le vecchie navi in legno e fibra di vetro, progettate per ridurre la firma magnetica, operano con sonar ad alta risoluzione e veicoli subacquei a controllo remoto, in grado di individuare e neutralizzare una mina per volta. รˆ un lavoro lento, quasi artigianale, che richiede pazienza e un livello di rischio costante.

In un ambiente ristretto, trafficato e politicamente esplosivo come Hormuz, ogni operazione di bonifica espone le unitร  militari anche ad altri pericoli: missili antinave, droni kamikaze, piccoli barchini esplosivi. Questo costringe la Marina Usa e le marine alleate a bilanciare la necessitร  di proteggere il traffico commerciale con quella di non esporre eccessivamente le proprie navi a un ventaglio di minacce sovrapposte.

Il calcolo politico del rischio

Sul piano politico, ogni mina reale o presunta nello stretto diventa un messaggio. Per Washington รจ la prova che Teheran sta alzando il livello dello scontro e mettendo a rischio la sicurezza energetica globale. Per lโ€™Iran รจ un modo per rispondere a sanzioni, bombardamenti e pressioni internazionali con uno strumento che non richiede un confronto diretto e convenzionale.

I governi del Golfo temono soprattutto la prospettiva di una chiusura prolungata. Una parte delle navi preferisce attendere in rada o ridurre al minimo le soste nella regione, in attesa di chiarimenti sulla reale estensione dei campi minati. Le capitali arabe cercano di mediare, sostenendo la necessitร  di riaprire rapidamente i passaggi in condizioni di sicurezza, ma senza precipitare in una guerra totale in cui i loro terminal petroliferi diventerebbero bersagli prioritari.

Nel frattempo, i mercati reagiscono a ogni nuova notizia: la conferma di mine posate, lโ€™annuncio di operazioni di bonifica, le dichiarazioni del presidente americano sulla possibilitร  di scorte navali. Lโ€™effetto immediato รจ un aumento della volatilitร  dei prezzi del greggio, che si traduce in costi piรน elevati per consumatori e industrie, ben oltre il perimetro del Medio Oriente.

Un mare stretto, un gioco lungo

Per ora, gli incidenti attribuibili a mine nello stretto restano pochi e non tutti verificati, mentre la maggior parte degli attacchi recenti a navi commerciali รจ stata condotta con droni e missili. Ma la sola prospettiva di ordigni invisibili sotto la superficie basta a ridisegnare le rotte e a spingere gli Stati a ripensare la propria dipendenza da un collo di bottiglia geografico.

Per Teheran, mantenere ambiguitร  sulla reale estensione dei campi minati รจ parte integrante del gioco. Dichiarare apertamente una chiusura totale di Hormuz sarebbe un atto di guerra difficilmente reversibile. Lasciare invece che siano i timori di armatori e assicuratori a โ€œchiudereโ€ di fatto il passaggio consente di massimizzare il vantaggio con un grado piรน basso di esposizione diretta.

Come in ogni gioco di deterrenza, perรฒ, lโ€™errore รจ sempre in agguato. Un ordigno difettoso, una nave che devia di pochi metri dalla rotta, unโ€™esplosione imprevista possono trascinare i protagonisti oltre la soglia che dicono di voler evitare. E lo stretto di Hormuz รจ uno dei pochi luoghi del pianeta in cui una singola esplosione sottโ€™acqua puรฒ far vibrare lโ€™economia globale, dalla Borsa di New York alle pompe di benzina di Jakarta.

Droni Lucas, l’America copia l’Iran

Molto prima che i droni iraniani si abbattessero su aeroporti, grattacieli e ambasciate nel Golfo Persico, l’esercito degli Stati Uniti stava lavorando a un progetto che pochi avrebbero immaginato: i droni Lucas. Non si trattava di sviluppare un’arma piรน avanzata, piรน precisa o piรน costosa. Si trattava di copiare il nemico.

Nel 2021, il dipartimento di ricerca e sviluppo dell’esercito americano aveva giร  messo le mani sullo Shahed-136, il drone kamikaze iraniano che Teheran aveva distribuito generosamente a Russia, Venezuela ed Hezbollah.

L’obiettivo iniziale era semplice: riprodurlo come bersaglio per esercitazioni, in modo da sviluppare nuove difese contro un’arma sempre piรน diffusa. Poi qualcuno ha avuto un’idea diversa. Se quel drone era cosรฌ economico e cosรฌ efficace, perchรฉ non replicarlo e usarlo contro chi lo aveva inventato?

Cosรฌ รจ nato il LUCAS, acronimo di Low-cost Unmanned Combat Attack System. Un drone d’attacco unidirezionale costruito dalla SpektreWorks, una piccola startup dell’Arizona, che ha preso il design dello Shahed, lo ha smontato pezzo per pezzo e lo ha ricostruito con componenti americani. Il 28 febbraio 2026, nell’ambito della cosiddetta Operation Epic Fury, il LUCAS รจ stato impiegato per la prima volta in combattimento contro obiettivi iraniani. Una data destinata a entrare nei manuali di storia militare.

Droni Lucas. La vendetta americana a forma di delta

Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha confermato che la Task Force Scorpion Strike ha lanciato i droni LUCAS contro infrastrutture militari iraniane, inclusi centri di comando e controllo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, sistemi di difesa aerea, siti di lancio di missili e droni, e aeroporti militari. Il messaggio di accompagnamento, diffuso sui social media, non lasciava spazio a dubbi: “Questi droni a basso costo, modellati sugli Shahed iraniani, stanno ora sferrando una vendetta di stampo americano“.

Sistema di produzione del drone LUCAS

Il tempismo dello sviluppo รจ stato impressionante. Soli sette mesi prima, nel luglio 2025, il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva mostrato fisicamente il drone in una conferenza stampa al Pentagono, presentandolo come la risposta americana allo Shahed-136. Otto mesi dopo la sua presentazione ufficiale, il LUCAS era giร  in azione su un teatro di guerra reale. In un settore, quello degli appalti militari, dove i programmi di armamento richiedono normalmente anni o decenni, la velocitร  รจ stata essa stessa un’arma.

Lauren Kahn, ex consigliera del Pentagono e ora analista senior presso il Center for Security and Emerging Technology della Georgetown University, ha definito il LUCAS un caso senza precedenti dai tempi della Guerra Fredda. “Per la prima volta in molto tempo, gli Stati Uniti hanno visto una capacitร  sviluppata da un avversario, hanno riconosciuto che colmava una lacuna nelle proprie forze armate e hanno deciso di riprodurla“.

Anatomia dei droni Lucas da 35.000 dollari

Per comprendere la portata di questa rivoluzione, bisogna partire dai numeri. Lo Shahed-136 รจ un velivolo a perdere con un design ad ala delta, lungo 3,5 metri, con un’apertura alare di 2,5 metri e un peso complessivo di circa 200 chilogrammi. Il suo motore รจ un MADO MD-550, copia iraniana del tedesco Limbach L550E, un propulsore a pistoni da 50 cavalli originariamente concepito per aerei ultraleggeri. Puรฒ volare a una velocitร  massima di 185 km/h e raggiungere bersagli a distanze comprese tra 1.000 e 2.500 chilometri, a quote che variano dai 60 ai 4.000 metri.

La testata esplosiva, posizionata nel muso del drone, pesa tra i 30 e i 50 chilogrammi e detona all’impatto. Il sistema di navigazione si basa su un’unitร  inerziale combinata con un GPS commerciale. Nessuna sofisticazione. Nessuna tecnologia all’avanguardia. Solo un oggetto abbastanza piccolo da sfuggire ai radar, abbastanza economico da essere lanciato in massa e abbastanza letale da costringere il nemico a spendere milioni per fermarlo.

Il LUCAS americano condivide le stesse dimensioni e la stessa filosofia di fondo, ma incorpora aggiornamenti significativi. Il suo raggio d’azione stimato รจ di circa 500 miglia, oltre 700 chilometri, e la sua testata ha una capacitร  esplosiva di circa 18 chilogrammi, pari a circa il doppio di un missile Hellfire. Puรฒ essere lanciato tramite catapulte, razzi ausiliari o sistemi mobili terrestri. Il costo unitario si aggira intorno ai 35.000 dollari, una cifra che assume un significato completamente diverso se confrontata con i 2,5 milioni di un Tomahawk o i 400.000 dollari di uno Switchblade 600 di AeroVironment.

Starshield: quando i satelliti di Musk guidano le bombe

Uno degli aspetti piรน controversi del LUCAS riguarda il suo sistema di navigazione. Secondo analisti della difesa e blogger militari russi, il drone utilizza Starshield, la versione militare di Starlink sviluppata da SpaceX per conto del governo degli Stati Uniti. Un terminale compatibile con il sistema รจ stato identificato nelle immagini del drone diffuse dal CENTCOM, scatenando una reazione immediata da parte di Mosca.

Starshield

I commentatori militari russi hanno espresso preoccupazione per il fatto che i terminali Starshield consentano ai droni di ricevere e trasmettere dati in tempo reale attraverso la vasta rete di satelliti in orbita bassa terrestre di SpaceX, rendendo gli aeromobili praticamente impossibili da disturbare con le contromisure elettroniche convenzionali. La comunicazione satellitare permette aggiornamenti di rotta in volo e istruzioni operative fino al momento dell’impatto.

Elon Musk รจ intervenuto pubblicamente in meno di un’ora dalla diffusione delle analisi russe, specificando che Starshield รจ gestito e controllato dal governo degli Stati Uniti, non da SpaceX. La distinzione รจ cruciale: separa la responsabilitร  commerciale dell’azienda dalle operazioni militari americane. Ma il messaggio strategico resta inequivocabile. La tecnologia della Silicon Valley sta alimentando direttamente le armi del Pentagono.

Il caos seminato dagli Shahed nel Golfo

Mentre gli americani schieravano il loro clone, gli originali iraniani stavano producendo alcune delle immagini piรน inquietanti dell’intero conflitto. Nella settimana successiva all’inizio delle ostilitร , l’Iran ha lanciato ondate massicce di droni Shahed contro i paesi del Golfo Persico.

Secondo il Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, 541 droni carichi di esplosivo sono stati lanciati contro il territorio emiratino. Di questi, 506 sono stati intercettati. I 35 che hanno raggiunto il bersaglio hanno colpito diverse localitร , tra cui il Fairmont Hotel sulla Palm Jumeirah e l’aeroporto internazionale di Dubai. I detriti delle intercettazioni e le esplosioni dirette hanno causato la morte di tre persone e il ferimento di altre 58. Un’altra stima ha contato 689 droni diretti verso gli Emirati, con 645 abbattuti dalle difese.

Video diffusi online mostrano uno Shahed che si schianta contro un grattacielo in Bahrein, il Fairmont the Palm avvolto dal fumo e un impianto radar della Quinta Flotta americana che crolla sotto un’esplosione. I droni hanno colpito anche l’ambasciata statunitense a Riyadh, in Arabia Saudita, e i data center di Amazon negli Emirati, sebbene non sia stato immediatamente confermato che tutti gli attacchi fossero opera di Shahed. I voli cancellati nella regione hanno superato quota 11.000. Sei militari americani sono stati uccisi in un attacco a un centro tattico in Kuwait.

Sono progettati per scatenare il caos“, ha affermato Anna Miskelley, analista della difesa presso Forecast International. “Anche i video delle esplosioni hanno un enorme riscontro mediatico“. Farzin Nadimi, ricercatore senior presso il Washington Institute, ha aggiunto che la capacitร  di seminare terrore tra le popolazioni e destabilizzare le economie รจ un elemento fondamentale della strategia iraniana. All’interno dell’Iran, gli attacchi servono come propaganda per mostrare al pubblico domestico “storie di successo”.

Migliaia di droni nascosti sotto le montagne

A rendere ancora piรน inquietante la situazione, l’Iran ha diffuso attraverso la Fars News Agency un video che mostra l’interno di un complesso sotterraneo pieno di droni. Le immagini rivelano file ordinate di centinaia, forse migliaia, di velivoli ad ala triangolare, molto simili allo Shahed-136, allineati lungo un corridoio che si estende in un tunnel illuminato. Alcuni droni sono montati su rampe di lancio mobili. Le pareti del tunnel sono decorate con bandiere iraniane e grandi ritratti dell’Ayatollah Ali Khamenei.

Esperti occidentali ritengono che l’Iran disponga di scorte sufficienti per continuare a lanciare sciami di centinaia di droni al giorno per almeno diverse settimane. I droni sono facili e veloci da lanciare, richiedendo spesso solo un container montato su un camion. La conservazione in strutture sotterranee protette migliora la sopravvivenza delle scorte contro attacchi preventivi, consentendo a Teheran di mantenere la capacitร  operativa anche sotto bombardamento.

L’equazione impossibile della difesa

Il vero colpo di genio dello Shahed non รจ nella tecnologia. รˆ nell’economia. Abbattere un drone da 35.000 dollari con un missile intercettore puรฒ costare fino a 3 milioni di dollari a colpo. Un sistema Patriot PAC-3 vale circa 4 milioni per ogni intercettore. Questo significa che anche quando le difese funzionano perfettamente, il rapporto costi gioca per l’attaccante.

sistema Patriot PAC-3
Patriot PAC-3

Un’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha calcolato che la Russia spende circa 350.000 dollari per ogni bersaglio effettivamente colpito con droni di tipo Shahed. La cifra puรฒ sembrare alta, ma il dato chiave รจ che meno del 10% dei droni raggiunge l’obiettivo. Il restante 90% viene abbattuto o deviato. Eppure il sistema funziona, perchรฉ i droni sono talmente economici da poter essere lanciati in salve giornaliere massicce, logorando progressivamente le difese antiaeree del nemico e terrorizzando la popolazione.

Come ha sintetizzato Anna Miskelley: “รˆ abbastanza piccolo da nascondersi ai radar. Abbastanza economico da poter essere lanciato in massa. E abbastanza letale da costringerci a usare tecnologie molto piรน costose per fermarlo“.

Cameron Chell, CEO della societร  di droni Draganfly, ha usato un paragone storico: “Come i Viet Cong durante la guerra del Vietnam, gli iraniani hanno una capacitร  asimmetrica che puรฒ prolungare il conflitto e creare pressione politica. Anche cento droni nelle mani di un’unitร  decentralizzata possono seminare il terrore in uno stato vicino come mai immaginato prima“.

Lezioni da Kiev: l’Ucraina come laboratorio globale

Se il Golfo Persico รจ il teatro della crisi attuale, l’Ucraina รจ il laboratorio dove le contromisure contro i droni Shahed sono state testate, perfezionate e industrializzate nel corso di tre anni di guerra ininterrotta. Dall’inizio del conflitto con la Russia, le forze ucraine hanno tracciato e intercettato circa 57.000 droni di tipo Shahed.

Il comandante in capo delle forze armate ucraine, Oleksandr Syrskyi, ha dichiarato che nel febbraio 2026 i droni intercettori hanno assunto un ruolo centrale nella difesa aerea. Nella sola area di Kiev, questi sistemi sono responsabili di oltre il 70% degli abbattimenti di Shahed. Il dato รจ significativo perchรฉ dimostra che la risposta piรน efficace a un drone economico non รจ un missile da milioni di dollari, ma un altro drone ancora piรน economico.

Il fiore all’occhiello della produzione ucraina รจ il drone intercettore Octopus, sviluppato internamente dalle forze armate e dotato di un sistema di controllo basato sull’intelligenza artificiale. Puรฒ operare di notte, a basse quote e in condizioni di disturbo elettronico, ovvero esattamente nelle circostanze in cui la Russia lancia abitualmente i suoi attacchi.

Il suo costo si aggira intorno ai 3.000 dollari per unitร . La produzione in serie รจ iniziata nel novembre 2025, con la tecnologia trasferita inizialmente a tre produttori e altri undici in fase di allestimento delle linee. Grazie a un accordo di licenza firmato nel novembre 2025 tra i Ministeri della Difesa ucraino e britannico, l’Octopus viene ora fabbricato anche nel Regno Unito in grandi volumi.

Un altro sistema degno di nota รจ lo Sting di Wild Hornets, che costa appena 2.500 dollari e che secondo il produttore รจ in grado di abbattere oltre 100 Shahed in una sola notte. Le forze ucraine lo hanno utilizzato con successo anche contro il Geran-3, la variante a propulsione jet dello Shahed sviluppata dalla Russia.

A completare l’arsenale difensivo, il sistema laser Tryzub, capace di colpire bersagli aerei a quote superiori ai 2 chilometri, e oltre 140 aziende ucraine specializzate in sistemi di guerra elettronica, tra cui il Bukovel-AD, che puรฒ rilevare droni a 100 km e disturbarne i segnali entro 20 km.

Kiev offre la sua esperienza al Golfo

L’esperienza ucraina non รจ rimasta confinata al fronte orientale. Il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato pubblicamente di aver ricevuto richieste di assistenza da diversi paesi del Golfo colpiti dagli Shahed. “Abbiamo ricevuto segnali dai partner in Medio Oriente. Ci sono stati attacchi con Shahed iraniani contro i civili in quei paesi. Cercano la nostra esperienza“, ha scritto su X. “Siamo aperti. Se i loro rappresentanti verranno, forniremo l’expertise“.

Kiev offre la sua esperienza al Golfo

Zelensky ha parlato direttamente con i leader di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Giordania e Kuwait sulla possibilitร  di cooperazione. Ha anche collegato la proposta a uno scambio strategico: l’Ucraina fornirebbe droni intercettori e competenze anti-drone, e in cambio riceverebbe missili intercettori di fascia alta, come i PAC-2 e PAC-3 del sistema Patriot, di cui Kiev ha disperatamente bisogno per difendersi dai missili balistici russi.

Il primo ministro britannico Keir Starmer ha confermato che il Regno Unito coinvolgerร  esperti ucraini per aiutare gli stati del Golfo Persico a intercettare i droni d’attacco iraniani. Come ha sintetizzato Zelensky: “L’esperienza dell’Ucraina nel contrastare i droni Shahed รจ attualmente la piรน avanzata al mondo. รˆ chiaro il motivo per cui cosรฌ tante richieste sono dirette a noi“.

La pipeline russo-iraniana dei droni

La storia dello Shahed non sarebbe completa senza il capitolo russo. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022, Mosca ha iniziato ad acquistare droni Shahed-136 dall’Iran. Nel 2023, i due paesi hanno firmato un accordo del valore di 1,75 miliardi di dollari, parzialmente pagato in lingotti d’oro, per la costruzione di una fabbrica di droni in territorio russo.

Lo stabilimento si trova nella zona economica speciale di Alabuga, nella regione del Tatarstan, a circa 600 miglia a est di Mosca. L’obiettivo iniziale era di produrre 6.000 droni kamikaze all’anno. Ma secondo fonti di intelligence occidentali, circa il 90% della produzione di Shahed-136 avviene ora in strutture russe, non iraniane. La Russia ha designato il drone come Geran-2 e ha sviluppato anche una variante a propulsione jet chiamata Geran-3.

Bryan Clark, ricercatore senior presso l’Hudson Institute, ha spiegato che la Russia ha apportato una serie di modifiche significative al design originale: sensori migliorati, navigazione automatizzata e capacitร  di puntamento piรน avanzate. Queste innovazioni sono state poi trasferite all’Iran, in un ciclo di feedback tecnologico che ha migliorato l’arma di entrambe le parti.

Tuttavia, secondo la stessa fonte di intelligence occidentale, l’espansione produttiva russa ha di fatto marginalizzato l’Iran. Teheran si รจ trovata progressivamente esclusa dal controllo del prodotto finale, che ora viene fabbricato in modo largamente indipendente. L’obiettivo di Mosca รจ quello di padroneggiare completamente il ciclo produttivo, eliminando la necessitร  di futuri negoziati con Teheran.

La domanda ora รจ se la Russia ricambierร  il favore e invierร  droni aggiornati all’Iran, le cui strutture produttive sono state danneggiate dai bombardamenti americani e israeliani. David Albright, ex ispettore degli armamenti e presidente dell’Institute for Science and International Security, ritiene che sia uno scenario plausibile: “Alcuni degli impianti di produzione di droni iraniani sono stati bombardati, e hanno consumato un numero significativo di droni. Per ricostruire le scorte, potrebbero percorrere questa strada“.

Il Pentagono punta sulla dominanza dei droni

Il LUCAS non รจ un esperimento isolato. Si inserisce in una strategia piรน ampia del Pentagono per trasformare radicalmente il modo in cui gli Stati Uniti combattono. Il cosiddetto Drone Dominance Program, incluso nel disegno di legge fiscale del presidente Trump, prevede 1 miliardo di dollari per la produzione di circa 340.000 piccoli droni nel corso dei prossimi due anni. L’obiettivo รจ garantire alle forze armate americane l’accesso a sistemi autonomi a basso costo per missioni di attacco unidirezionale, con consegne accelerate a partire dal luglio 2026.

Prima ancora, l’iniziativa Replicator, lanciata nel 2023 dall’allora vicesegretaria alla Difesa Kathleen Hicks, aveva giร  stanziato 1 miliardo di dollari su due anni fiscali per accelerare la produzione di migliaia di droni autonomi. Il programma era nato inizialmente per contrastare la crescente potenza militare cinese, ma le lezioni apprese dall’Ucraina e dal Golfo hanno ampliato enormemente il suo campo d’applicazione.

L’esercito americano ha firmato contratti con aziende private di tecnologia militare di ultima generazione. Anduril ha ottenuto un contratto da 250 milioni di dollari per 500 intercettori Roadrunner e sistemi di guerra elettronica portatili Pulsar. Skydio ha ricevuto contratti multimilionari dall’aeronautica per droni autonomi X10D destinati a unitร  operative critiche. L’esercito americano ha annunciato l’intenzione di acquisire un milione di droni nell’ambito di una massiccia modernizzazione.

Michael C. Horowitz, che ha lavorato al programma LUCAS durante l’amministrazione Biden e ora dirige il Perry World House presso l’Universitร  della Pennsylvania, ha tracciato la traiettoria futura: “รˆ facile capire come i continui progressi nell’intelligenza artificiale, se si dimostreranno affidabili, rappresenteranno un’opzione molto interessante per rendere questi sistemi ancora piรน efficaci“. Alcuni piani prevedono che i piloti di caccia volino insieme al proprio squadrone personale di droni, creando formazioni miste uomo-macchina capaci di saturare le difese nemiche.

Il primo attacco Shahed: la “Pearl Harbor energetica” del 2019

L’idea che i droni economici potessero cambiare la guerra non รจ nata nel 2022 con l’Ucraina, nรฉ nel 2026 con il Golfo. Il primo campanello d’allarme รจ suonato il 14 settembre 2019, quando un attacco coordinato con droni e missili da crociera ha colpito gli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais in Arabia Saudita, gestiti da Saudi Aramco.

Abqaiq ospitava il piรน grande impianto di stabilizzazione del greggio al mondo, con una capacitร  del 7% della produzione petrolifera globale. L’attacco ha dimezzato la produzione saudita di petrolio, eliminando circa 5 milioni di barili al giorno, pari al 5% dell’offerta mondiale. I ribelli Houthi dello Yemen hanno rivendicato l’operazione, ma gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno attribuito la responsabilitร  all’Iran. I droni avevano seguito rotte tortuose attraverso Kuwait e Iraq per mascherare la loro origine.

Ricercatori americani hanno definito quell’attacco una “Pearl Harbor energetica”. Nonostante miliardi di dollari investiti in caccia F-15 e batterie missilistiche Patriot, l’Arabia Saudita non era riuscita a intercettare nessuno dei droni prima dell’impatto. Il software dei radar, programmato per filtrare oggetti lenti e a bassa quota, li aveva scambiati per uccelli o piccoli velivoli civili.

Quell’episodio avrebbe dovuto spingere il mondo a ripensare radicalmente il ruolo dei droni nella guerra moderna. Non รจ successo. L’attenzione si รจ concentrata sull’aspetto politico, sulla responsabilitร  iraniana e sulle dinamiche della guerra in Yemen. Ci sono voluti altri tre anni e decine di migliaia di droni sui cieli ucraini perchรฉ il messaggio diventasse impossibile da ignorare.

Il futuro del combattimento รจ economico e autonomo

I droni kamikaze a basso costo non sostituiranno i missili da crociera, i caccia di quinta generazione o le portaerei. Ma stanno aggiungendo una dimensione completamente nuova al conflitto moderno. Bombardamenti che un tempo richiedevano salve di costosi missili possono ora essere effettuati con pochissimi soldi. Luoghi che sembravano isolati dal conflitto, come le sfarzose cittร  del Golfo Persico, sono diventati raggiungibili e vulnerabili.

La proliferazione รจ rapida e inarrestabile. Qualsiasi paese o gruppo militante con risorse modeste puรฒ oggi condurre attacchi a lungo raggio con droni. Il LUCAS, con la sua configurazione modulare e il software aggiornabile, rappresenta la risposta americana a questa nuova realtร : un’arma che puรฒ evolvere insieme alla tecnologia, incorporando intelligenza artificiale, navigazione satellitare e capacitร  di sciame.

La guerra dell’Iran ha dimostrato che nel XXI secolo non vince necessariamente chi possiede l’arma piรน sofisticata. Vince chi sa produrre di piรน, piรน velocemente e a costo minore per unitร . E chi sa copiare il nemico. Dall’Ucraina al Golfo Persico, passando per le fabbriche di Alabuga e i laboratori dell’Arizona, questa รจ la nuova corsa agli armamenti del nostro tempo. Non si misura in megatoni, ma in costo per unitร . Non si combatte a 30.000 piedi, ma a pochi metri dal suolo, con il ronzio sordo di un motore da tosaerba.

Scheda tecnica del drone LUCAS

Scheda Tecnica

LUCAS FLM-136

Low-cost Unmanned Combat Attack System

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Informazioni Generali

Produttore SpektreWorks, Arizona
Tipo Munizione circuitante (Kamikaze)
Impiego 28 Febbraio 2026 – Op. Epic Fury
Costo unitario ~$35.000
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Dimensioni e Peso

Apertura alare 2,5 m
Peso Max Decollo 81,5 kg
Carico Utile 18 kg
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Prestazioni

Velocitร  Massima 194 km/h
Raggio Operativo ~822 km
Autonomia Fino a 6 ore
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Sistemi e Armamento

Navigazione GPS/INS + Starshield
Capacitร  Sciame Fino a 100 unitร  (Mesh)

Dossier strategico: L’analisi cinese della guerra del 2026 tra Iran e Stati Uniti

Il 28 febbraio 2026 rappresenta una data di rottura definitiva nella storia delle relazioni internazionali contemporanee. L’attacco congiunto condotto dalle forze aeree e navali degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran non ha soltanto innescato un conflitto regionale di vasta scala, ma ha rimosso violentemente i vertici dello Stato sovrano iraniano, incluso il Leader Supremo Ayatollah Ali Khamenei e oltre quaranta figure apicali del regime.

Per la Repubblica Popolare Cinese, questo evento non costituisce una sorpresa assoluta, bensรฌ la tragica conferma di trend geopolitici monitorati con crescente allarme dai propri apparati di intelligence e dai think tank accademici nel corso degli anni precedenti.

Le analisi prodotte a Pechino, che spaziano dalla condanna diplomatica ufficiale alle riflessioni dottrinali sulla “fine della civiltร  internazionale”, rivelano una postura ricalibrata su un estremo pragmatismo e sulla necessitร  di proteggere gli interessi vitali cinesi in un mondo che sembra essere tornato alla logica della forza bruta.

L’architettura della Crisi: il crollo del diritto internazionale

La risposta diplomatica della Cina รจ stata caratterizzata da un tono di fermezza istituzionale, ma priva di impegni militari diretti, segnalando una distinzione netta rispetto alla posizione piรน assertiva assunta da Mosca.

Il Ministro degli Esteri Wang Yi, attraverso una serie di colloqui telefonici d’urgenza con le controparti di Russia, Iran, Oman e Francia, ha delineato una posizione in tre punti che funge da bussola per l’azione diplomatica cinese: la cessazione immediata delle ostilitร , il ritorno al tavolo negoziale e l’opposizione ferma a qualsiasi atto unilaterale di “regime change”.

Pechino interpreta l’assassinio del leader di uno Stato sovrano durante un processo negoziale come una violazione senza precedenti della Carta delle Nazioni Unite e dei principi fondamentali della coesistenza pacifica.

La portavoce del Ministero degli Esteri, Mao Ning, ha sottolineato come l’azione statunitense sia avvenuta proprio mentre i colloqui tecnici di Vienna, previsti per il 2 marzo, promettevano progressi significativi sulla questione nucleare, suggerendo che l’attacco non sia stato una risposta a una minaccia imminente, ma un tentativo deliberato di sabotare la diplomazia.

Questo “metodo della decapitazione”, attuato in un momento di vulnerabilitร  diplomatica, รจ descritto dagli analisti cinesi come un ritorno alla “legge della giungla”, dove la superioritร  tecnologica e militare viene utilizzata per imporre cambiamenti politici indipendentemente dalla volontร  dei popoli.

Sintesi della Postura Diplomatica della RPC (Marzo 2026)

Descrizione dell’Obiettivo StrategicoDestinatari Principali
Condanna del “Regime Change”Riaffermazione dell’inviolabilitร  della sovranitร  nazionale per prevenire futuri precedenti.Stati Uniti, Alleati Occidentali.
Protezione dei CittadiniEvacuazione rapida e ordinata per minimizzare il rischio di danni collaterali o ostaggi.Comunitร  cinese in Iran (3000+ persone).
Mediazione MultilateraleCoinvolgimento del Consiglio di Sicurezza ONU e dell’Inviato Speciale Zhai Jun.Comunitร  Internazionale, Paesi del Golfo.
Stabilitร  EnergeticaPressione diplomatica per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz nonostante lo stato di guerra.Iran, GCC, Mercati Globali.

L’analisi cinese rileva un paradosso fondamentale: mentre gli Stati Uniti dichiarano di agire per stabilizzare il Medio Oriente, la loro azione ha generato un’escalation incontrollabile che ha visto l’Iran rispondere colpendo basi americane in Bahrain, Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti, coinvolgendo direttamente le monarchie del Golfo nel conflitto.

Per Pechino, questa instabilitร  non รจ un effetto collaterale imprevisto, ma il risultato di una strategia americana che accetta il caos pur di eliminare un avversario strategico e riaffermare la propria egemonia regionale.

L’analisi dottrinale di Jin Canrong

Il professor Jin Canrong della Renmin University, figura centrale nel dibattito cinese sulla politica estera americana, ha fornito una lettura particolarmente cruda dell’attacco su Guancha. Secondo Jin, il 2026 segna il definitivo passaggio dall’ordine liberale post-Guerra Fredda a una nuova era di “Stati Combattenti”. In questo contesto, gli Stati Uniti hanno rinunciato a qualsiasi pretesa di autoritร  morale, agendo come una “superpotenza che ricorre a tattiche da piccola criminalitร ” per eliminare i propri oppositori.

La valutazione delle capacitร  militari statunitensi

Un punto focale dell’analisi di Jin riguarda la sostenibilitร  dello sforzo bellico americano. Basandosi su rapporti provenienti dalla stessa comunitร  di intelligence e dai media americani, Jin sostiene che le scorte di munizioni ad alta precisione degli Stati Uniti siano sufficienti per sostenere operazioni ad alta intensitร  per un periodo massimo di quattro settimane.

Questo limite temporale pone Washington di fronte a un dilemma critico: se il regime iraniano non crolla entro il primo mese di bombardamenti, gli Stati Uniti rischiano di scivolare in una guerra di logoramento che non possono permettersi finanziariamente nรฉ militarmente, specialmente con lo spettro delle elezioni di metร  mandato del novembre 2026 che incombe sulla presidenza.

Jin evidenzia come l’Iran non sia un avversario facile da abbattere. Con una popolazione di 90 milioni di abitanti e un territorio di oltre 1,6 milioni di chilometri quadrati dominato da catene montuose impervie, un’invasione terrestre รจ considerata militarmente impossibile senza un impegno di truppe che gli Stati Uniti non sono disposti a mobilitare.

Pertanto, l’Iran potrebbe sopravvivere agli attacchi iniziali, riorganizzando la propria leadership attorno a figure meno carismatiche ma altrettanto ostili all’Occidente, trasformando il conflitto in una guerriglia regionale asimmetrica che drenerebbe le risorse americane per anni.

La protezione degli interessi cinesi e le “Reti di Sicurezza”

In risposta a questo scenario di caos prolungato, Jin Canrong e altri osservatori suggeriscono che la Cina abbia giร  attivato una serie di “reti di sicurezza”. Queste non sono alleanze militari, ma misure di resilienza economica e diplomatica. Pechino ha accelerato la diversificazione delle proprie fonti energetiche, aumentando il peso degli oleodotti terrestri dalla Russia e dall’Asia Centrale, riducendo cosรฌ la propria vulnerabilitร  critica al blocco dello Stretto di Hormuz.

Inoltre, la transizione verde accelerata del mercato automobilistico cinese ha ridotto la domanda marginale di petrolio, conferendo al sistema economico una capacitร  di assorbimento degli shock petroliferi superiore a quella delle economie occidentali.

La scommessa di Trump: l’analisi di Li Shaoxian

Li Shaoxian, figura di riferimento del China Institutes of Contemporary International Relations (CICIR), inquadra l’attacco come il culmine di una convergenza di interessi tra l’amministrazione Trump e il governo di Netanyahu.

Secondo Li, Israele ha giocato un ruolo di provocatore attivo, temendo che la ripresa dei negoziati a Vienna portasse a una distensione permanente tra Washington e Teheran. L’arrivo della portaerei USS Gerald R. Ford il 27 febbraio, unendosi alla USS Abraham Lincoln, ha fornito la cornice operativa necessaria per un attacco che mirava non solo ai siti nucleari, ma alla decapitazione politica dell’Iran.

Dal conflitto del 2025 all’escalation del 2026

Li Shaoxian traccia una distinzione netta tra la breve crisi del giugno 2025 (durata 12 giorni) e il conflitto attuale. Mentre nel 2025 l’obiettivo era la distruzione limitata di infrastrutture sensibili, nel 2026 l’obiettivo dichiarato รจ il cambio di regime (Regime Change).

Questa ambizione trasforma la guerra in una lotta per la sopravvivenza esistenziale per l’Iran, eliminando ogni spazio per il compromesso. Li avverte che l’Iran risponderร  colpendo sistematicamente tutte le basi americane nel Golfo, inclusa la sede della Quinta Flotta in Bahrain, e utilizzando la propria rete di proxy in Libano e Yemen per incendiare l’intero Medio Oriente.

Il rischio maggiore identificato da Li รจ che gli Stati Uniti si trovino impantanati in quello che definisce il “cimitero degli imperi”. Nonostante la superioritร  tecnologica, l’assenza di un piano per il “giorno dopo” e l’instabilitร  interna americana, segnata da profonde divisioni partitiche sulla legittimitร  di una guerra non dichiarata, potrebbero rendere questa operazione il fallimento strategico definitivo dell’egemonia statunitense.

Comparazione tra il Conflitto del 2025 e la Guerra del 2026

Caratteristica del Conflitto 2025Caratteristica della Guerra 2026
Obiettivo StrategicoDistruzione di siti nucleari specifici.Rovesciamento del regime e decapitazione politica.
Durata Prevista12 giorni (conclusa rapidamente).Indeterminata (stimata > 4 settimane).
Postura Militare USAAttacchi aerei mirati e limitati.Gruppo di attacco a doppia portaerei, minaccia di terra.
Reazione IranianaRappresaglia contenuta.Guerra asimmetrica totale e blocco di Hormuz.
Impatto DiplomaticoNegoziati sospesi temporaneamente.Collasso totale dell’ordine internazionale basato sulle regole.

Geopolitica dell’energia: lo Stretto di Hormuz

La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta il fattore di instabilitร  economica piรน grave per la Cina e per l’intera Asia. Attraverso questo stretto transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL). Per Pechino, la minaccia di un blocco non รจ solo teorica: nel 2024, il 69% del traffico petrolifero di Hormuz era destinato ai mercati asiatici, con la Cina che da sola assorbe circa un terzo del volume totale transitante.

Le analisi statistiche cinesi mostrano una dipendenza strutturale che non puรฒ essere azzerata nel breve termine. Oltre il 40% delle importazioni totali di greggio della Cina dipende direttamente dal passaggio sicuro attraverso le acque del Golfo. Un blocco prolungato farebbe schizzare il prezzo del petrolio Brent da una base di 60-75 dollari fino a scenari estremi di 140 dollari al barile, mettendo a rischio la ripresa economica post-pandemica e la stabilitร  dei prezzi interni.

Tuttavia, l’economista Gu Jiashi suggerisce che l’Iran stesso si trovi in un dilemma: il blocco totale dello stretto taglierebbe la sua unica fonte di reddito residua, rendendolo un’arma di “auto-distruzione” reciproca. Per la Cina, la prioritร  รจ esercitare pressione su Teheran affinchรฉ mantenga aperti i flussi verso l’Asia, garantendo al contempo che le esportazioni di GNL dal Qatar non vengano interrotte, un punto su cui Pechino starebbe agendo con canali diplomatici riservati.

Per mitigare questi rischi, la Cina sta accelerando la costruzione di una rete logistica continentale che bypassi i “chokepoint” marittimi controllati dagli Stati Uniti.

  • Corridori Energetici: Potenziamento degli oleodotti dalla Russia (ESPO) e dal Kazakistan.
  • Stoccaggio Strategico: Espansione delle riserve nazionali di petrolio attraverso un meccanismo duale Stato-impresa.
  • Sostituzione Energetica: Promozione del carbone pulito e delle rinnovabili per ridurre la dipendenza marginale dall’import.

La guerra tecnologica: AI, chip e droni come asset strategici

Un’intuizione centrale che emerge dalle analisi di Guancha e degli esperti di difesa cinesi รจ che il vero fattore determinante della guerra del 2026 non sia piรน il petrolio, ma il dominio tecnologico. L’efficacia dell’attacco americano-israeliano รจ stata garantita da una superioritร  schiacciante nei sistemi di guida, nell’integrazione di dati via satellite e nell’uso di sciami di droni coordinati dall’intelligenza artificiale.

La risposta iraniana, sebbene asimmetrica, ha dimostrato che anche tecnologie meno costose possono infliggere danni significativi. L’uso di missili e droni per colpire le basi USA e i sistemi di difesa israeliani evidenzia una democratizzazione della letalitร  che la Cina deve studiare attentamente. Per Pechino, la lezione รจ chiara: la competizione tra grandi potenze si giocherร  sulla capacitร  di innovazione rapida e sulla protezione delle catene di approvvigionamento dei semiconduttori.

Il ruolo del RMB e del sistema CIPS

Sul fronte finanziario, la guerra ha accelerato il processo di “internazionalizzazione del Renminbi per la sicurezza”. Con l’Iran escluso dai sistemi finanziari occidentali e sotto attacco diretto, il sistema di pagamento transfrontaliero cinese (CIPS) รจ diventato l’unico canale affidabile per il regolamento delle transazioni energetiche. Pechino vede in questa crisi l’opportunitร  di consolidare un “circuito chiuso” di scambi in RMB nel Medio Oriente, riducendo l’esposizione al rischio di sanzioni secondarie e costruendo un’infrastruttura finanziaria indipendente dal dollaro.

Il nodo Taiwan

Un filo conduttore che attraversa quasi tutte le analisi strategiche cinesi รจ la lettura del conflitto iraniano in relazione alla situazione nello Stretto di Taiwan. L’azione americana in Medio Oriente รจ interpretata come un messaggio indiretto, ma inequivocabile, a Pechino.

Studiosi come Li Mingjiang evidenziano come la distruzione del regime iraniano servirebbe a rimuovere una “pedina” di Pechino sulla scacchiera globale. Per anni, il Medio Oriente ha funzionato come un “secondo fronte” che ha drenato le risorse militari e l’attenzione strategica degli Stati Uniti, limitando la loro capacitร  di completare il “Pivot to Asia”.

Un Medio Oriente pacificato sotto l’egemonia americana permetterebbe a Washington di concentrare la totalitร  dei suoi gruppi di attacco di portaerei e delle sue risorse tecnologiche nel Pacifico Occidentale, aumentando drasticamente la pressione sulla Cina.

D’altro canto, analisti come Wen Jing di Tsinghua sostengono che il rischio di un impantanamento americano sia elevato. Se gli Stati Uniti non riusciranno a stabilizzare l’Iran rapidamente, la guerra diventerร  un nuovo “Vietnam mediorientale”, consumando capitali e munizioni che sarebbero necessari per contenere la Cina.

La cattura di leader stranieri (come avvenuto per Maduro in Venezuela prima di Khamenei) dimostra che la rete logistica globale americana resta formidabile, ma anche che Washington รจ sempre piรน incline a soluzioni radicali e rischiose.

Il messaggio sulla “Decapitazione”

Il successo tecnologico dell’attacco di decapitazione contro Khamenei รจ studiato con estrema preoccupazione dai vertici militari cinesi. Dimostra che, nel 2026, la protezione fisica dei leader e la ridondanza dei sistemi di comando sono vulnerabili di fronte a armi ipersoniche e attacchi cyber coordinati. Questo spinge la Cina a investire ulteriormente in sistemi di difesa aerea integrati e in una dottrina di comando decentralizzata per garantire la continuitร  dello Stato in qualsiasi scenario di conflitto.

Mentre la diplomazia lavorava sui tavoli internazionali, la macchina operativa cinese si รจ mossa con una rapiditร  senza precedenti per mettere in sicurezza i propri connazionali. Al 2 marzo 2026, oltre 3000 cittadini cinesi erano giร  stati evacuati dall’Iran.

Logistica della protezione consolare

Il Ministero degli Esteri ha coordinato squadre di soccorso che hanno operato ai varchi di frontiera con i paesi vicini, garantendo un corridoio sicuro per i lavoratori delle aziende energetiche e delle infrastrutture. Questo sforzo riflette l’importanza che Pechino attribuisce alla stabilitร  interna e alla percezione del governo come protettore globale dei propri cittadini, un pilastro della legittimitร  nazionale nell’era della “Nuova Era”.

Dati sull’Evacuazione dei Cittadini Cinesi (Marzo 2026)

ValoreNote
Cittadini evacuati al 2 marzo3.000+.Operazione completata in meno di 72 ore dall’attacco.
Vittime civili cinesi confermate1 deceduto.Coinvolto casualmente nei bombardamenti a Teheran.
Supporto ConsolareTask force attive 24/7.Coordinamento con ambasciate in Turchia, Iraq e Pakistan.
Postura di SicurezzaLivello di Allerta Massimo.Avviso di evacuazione immediata per tutti i residenti.

Il rapporto Cina-Iran: strategico ma non assoluto

Un aspetto cruciale che emerge dalle fonti cinesi รจ il ridimensionamento del peso della relazione Pechino-Teheran rispetto agli interessi globali della Cina. Contrariamente a quanto percepito in Occidente, l’Iran non รจ considerato un alleato formale ma un “asset strategico”.

Analisti come Mohammed Alsudairi ricordano che i veri partner economici della Cina nel Golfo sono l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, i quali mantengono relazioni tese con l’Iran. La Cina, quindi, deve muoversi su un filo sottile: condannare l’azione americana per difendere il principio di sovranitร , senza perรฒ alienarsi i paesi del GCC che potrebbero trarre vantaggio da un ridimensionamento dell’influenza iraniana. Il pragmatismo cinese suggerisce che Pechino sia pronta a collaborare con qualsiasi governo emergerร  a Teheran, purchรฉ la stabilitร  regionale e i flussi energetici siano garantiti.

L’analisi del conflitto tra Iran e Stati Uniti del 2026 rivela una Repubblica Popolare Cinese profondamente consapevole della propria forza, ma anche delle proprie vulnerabilitร  sistemiche. La guerra viene vista come il segnale definitivo del fallimento dell’ordine internazionale basato su regole condivise, sostituito da una competizione cruda per la sopravvivenza tecnologica e la resilienza energetica.

Pechino non si limiterร  a osservare passivamente. La risposta cinese si articolerร  su tre livelli:

  1. Indipendenza Strategica: Accelerazione della de-dollarizzazione e della sovranitร  tecnologica per rendere la Cina immune alle tattiche di pressione americane viste in Iran.
  2. Diversificazione Continentale: Riduzione della dipendenza marittima attraverso il rafforzamento dell’asse eurasiatico con Russia e Asia Centrale.
  3. Diplomazia della Stabilitร : Posizionamento della Cina come unica potenza capace di dialogare con tutte le parti in causa, contrapposta a un’America percepita come fonte di instabilitร  bellica.

Per Pechino la guerra in Iran รจ un monito brutale: nel 2026, la pace รจ solo un intervallo tra conflitti tecnologici e l’unica garanzia di sicurezza risiede nella capacitร  di una nazione di resistere autonomamente a uno shock totale dell’ordine mondiale.

La Cina si sta preparando a questo scenario, costruendo pezzo dopo pezzo un sistema nazionale che non dipenda piรน dalla benevolenza o dalla stabilitร  del sistema a guida statunitense.

La guerra Iranโ€“USAโ€“Israele: dal 28 Febbraio a oggi

Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’offensiva militare coordinata e di vasta portata contro l’Iran, denominata “Operation Epic Fury”. L’attacco รจ scaturito dal fallimento dei negoziati diplomatici sul programma nucleare iraniano: Washington aveva chiesto lo smantellamento completo delle infrastrutture nucleari di Teheran, mentre l’Iran era disposto soltanto a discutere di limitazioni al programma in cambio della rimozione delle sanzioni, rifiutando categoricamente qualsiasi collegamento con il dossier missilistico. L’operazione era stata pianificata per mesi in coordinamento tra Washington e Tel Aviv, con la data di esecuzione stabilita settimane prima.

Il presidente Trump ha annunciato l’inizio delle operazioni in un messaggio video di otto minuti diffuso alle 2:30 di notte, ora della costa orientale americana, dichiarando esplicitamente che l’obiettivo finale era il cambio di regime a Teheran. Netanyahu, dal canto suo, ha descritto l’attacco come necessario per “eliminare la minaccia esistenziale” rappresentata dal “regime del terrorismo iraniano”.

Le dimensioni dell’offensiva

L’operazione ha mobilitato una forza militare senza precedenti nel teatro mediorientale dall’Iraq del 2003. Secondo fonti ufficiali americane, oltre 50.000 militari, 200 caccia, due portaerei e bombardieri strategici B-52 decollati dal territorio continentale americano hanno preso parte all’offensiva. Nel giro dei primi quattro giorni, gli USA hanno colpito oltre 1.700 installazioni iraniane, mentre la Forza Aerea israeliana ha condotto 1.600 missioni di volo sganciando piรน di 4.000 munizioni.

Gli obiettivi principali comprendevano:

  • Siti nucleari, incluso l’impianto di Natanz, i cui danni sono stati verificati dall’IAEA senza conseguenze radiologiche
  • Il compound segreto “Minzadehei” a Teheran, dove scienziati nucleari sviluppavano componenti per armi atomiche
  • Basi missilistiche, sistemi di difesa aerea e radar
  • La residenza della Guida Suprema Ali Khamenei
  • Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, l’ufficio presidenziale e l’edificio dell’Assemblea degli Esperti

La morte di Khamenei ed eliminazione della leadership

L’evento piรน sconvolgente dell’intera operazione รจ stato l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei, 86 anni, ucciso il 28 febbraio 2026 in una serie di attacchi missilistici israeliani contro il suo complesso residenziale a Teheran. La morte รจ stata confermata ufficialmente dai media statali iraniani la mattina del 1ยฐ marzo. Nelle stesse operazioni sono stati eliminati il consigliere di Khamenei Ali Shamkhani, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh, il vice-ministro dell’Intelligence Seyyed Yahya Hamidi, il capo dell’apparato di spionaggio Jalal Pour Hossein e il comandante della Guardia Rivoluzionaria Mohammad Bakpour.

L’Iran ha dichiarato 40 giorni di lutto nazionale e una settimana di festivitร  nazionale. Il governo iraniano, dopo la morte di Khamenei, ha delegato i poteri ai funzionari locali per garantire la continuitร  amministrativa nonostante la distruzione delle strutture decisionali centrali.

La risposta dell’Iran: “Operazione Vera Promessa 4”

Nonostante i devastanti colpi subiti, Teheran ha reagito con una campagna missilistica e con droni su larga scala, denominata internamente “Operazione Vera Promessa 4”, contro basi militari americane e israeliane. L’Iran ha lanciato attacchi contro installazioni USA in Qatar, Bahrain, Kuwait, Giordania, Iraq, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz, minacciando di dare fuoco a qualunque nave tenti di attraversarlo, un’azione che ha fatto schizzare i prezzi del petrolio.

Hezbollah ha aperto un secondo fronte dal Libano meridionale contro Israele dopo la morte di Khamenei, sebbene un’offensiva su vasta scala non si sia ancora materializzata. Razzi iraniani sono stati intercettati sui cieli di Israele centrale nelle prime ore del 5 marzo 2026.

Lo scenario al 5 Marzo 2026

Con il conflitto entrato nel settimo giorno, la situazione evolve su piรน fronti.

Sul piano militare, gli USA e Israele mantengono la superioritร  aerea completa su Teheran e continuano a colpire obiettivi in tutto l’Iran. L’IRGC ha subito perdite gravissime nella catena di comando ma, secondo fonti Reuters, ha stretto il controllo sulle decisioni di guerra, garantendo la continuazione del conflitto su una linea dura.

Sul piano diplomatico, fonti in lingua farsi citano la possibilitร  che Ali Larijani abbia inviato messaggi attraverso l’Oman per aprire canali di negoziato, sollevando interrogativi su una possibile frattura al vertice del potere iraniano. Trump ha offerto l’immunitร  ai membri della Guardia Rivoluzionaria che si arrendono, minacciando “morte certa” per chi si oppone.

Sul piano regionale, Russia e Cina hanno protestato diplomaticamente ma non sono in grado di fornire sostegno militare concreto a Teheran. Secondo Iran International, si starebbe formando una coalizione internazionale contro l’IRGC, con speculazioni sull’eventuale coinvolgimento dell’Arabia Saudita nel conflitto.

Sul piano umanitario, i bombardamenti hanno provocato almeno 787 vittime iraniane e 6 militari americani caduti. L’internet in Iran รจ stato oscurato e posti di blocco sono stati eretti a Teheran per contenere il flusso di informazioni.

Le reazioni della comunitร  internazionale

L’Unione Europea ha chiesto “massima moderazione” da tutte le parti. L’Oman, tradizionale mediatore tra Washington e Teheran, ha avvertito gli USA di non farsi “trascinare” ulteriormente nel conflitto. Gli esperti del Guardian delineano quattro possibili scenari per l’Iran: transizione politica moderata, guerra civile, caos prolungato o capitolazione negoziata. La BBC persiana sottolinea come qualsiasi nuovo leader dovrร  calcolare se la sopravvivenza del regime passa dalla continuazione della guerra o dalla trattativa.

Ucraina. La guerra che Putin non riesce a vincere

La guerra in Ucraina entra nel quarto anno: perchรฉ la vittoria russa non รจ affatto scontataย 

Il 24 febbraio 2026 segna il quarto anniversario dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia. Quattro anni di guerra, centinaia di migliaia di morti, un’intera regione d’Europa destabilizzata. Eppure, nonostante la narrativa martellante del Cremlino, la vittoria russa resta un miraggio. 

I numeri raccontano una storia diversa da quella che Vladimir Putin ripete nei suoi discorsi ufficiali. Le forze armate russe hanno subรฌto circa 1,2 milioni di perdite tra morti, feriti e dispersi dal febbraio 2022. Di questi, fino a 325.000 sono caduti sul campo di battaglia. Nessuna grande potenza ha sofferto un bilancio simile in alcun conflitto dalla Seconda guerra mondiale.

L’avanzata russa procede a ritmi che farebbero arrossire qualsiasi stratega militare. Nella direttrice di Pokrovsk, le truppe di Mosca hanno guadagnato in media appena 70 metri al giorno. Verso Chasiv Yar, 15 metri. A Kupyansk, 23 metri. Per mettere le cose in prospettiva: l’Armata Rossa impiegรฒ 1.394 giorni dall’Operazione Barbarossa per raggiungere Berlino. La Russia ha raggiunto lo stesso numero di giorni il 19 dicembre 2025, e si trovava appena a Pokrovsk, oltre 500 chilometri da Kiev. 

Il bluff di Kupyansk 

Uno degli episodi piรน emblematici degli ultimi mesi riguarda la cittร  di Kupyansk, nell’oblast di Kharkiv. Il 20 novembre 2025, il capo di Stato maggiore russo Valerij Gerasimov ha annunciato la “piena liberazione” della cittร  davanti a Putin. Il presidente russo ha rilanciato la notizia il 2 dicembre, invitando giornalisti stranieri “a visitare la cittร  e verificare di persona”. L’invito, naturalmente, non si รจ mai concretizzato. 

La realtร  era ben diversa. Il 12 dicembre 2025, le forze ucraine hanno lanciato un contrattacco preparato per settimane. Il Secondo Corpo della Guardia Nazionale ucraina ha liberato i villaggi di Kindrashivka e Radkivka, a nord di Kupyansk, oltre a porzioni della cittร  stessa. Le truppe ucraine hanno raggiunto il fiume Oskil, tagliando le linee di comunicazione terrestri dei russi e circondando circa 200 soldati nemici. 

La scena piรน potente รจ arrivata con la visita del presidente Volodymyr Zelensky alla periferia di Kupyansk, a soli 2,6 chilometri dalla piazza centrale. Con indosso un giubbotto antiproiettile e il monumento con il nome della cittร  danneggiato alle spalle, ha pronunciato una frase secca: “La realtร  parla da sรฉ”. Nel video si sentivano le esplosioni sullo sfondo. Il generale russo Sergey Kuzovlev, che aveva annunciato a Putin la “cattura completa” della cittร , era nel frattempo scomparso dalla scena pubblica. 

La Russia ha poi fissato una nuova scadenza: riprendere Kupyansk entro febbraio 2026. Anche questa รจ sfumata, con gli assalti russi sistematicamente respinti.

300 chilometri quadrati riconquistati nel sud 

Ucraina mappa

La controffensiva piรน significativa del 2026 รจ avvenuta nella regione di Zaporizhzhia. A partire dalla fine di gennaio, le forze ucraine hanno lanciato una serie di operazioni d’assalto e contrattacco nell’area di Huliaipole e nelle direttrici adiacenti. 

Il risultato รจ stato sorprendente. Entro il 20 febbraio, l’Ucraina aveva liberato oltre 300 chilometri quadrati di territorio, il guadagno territoriale piรน rapido degli ultimi due anni e mezzo. Solo tra l’11 e il 15 febbraio, le forze ucraine hanno riconquistato oltre 200 chilometri quadrati, un’area quasi equivalente a tutti i guadagni territoriali russi nel mese di dicembre 2025. 

I villaggi liberati includono Ternuvate, Kosivtseve, Prydorozhne e Staroukrainka nella regione di Zaporizhzhia, oltre a Chuhunivka nell’oblast di Kharkiv. In un episodio particolarmente significativo, le forze russe avevano filmato la loro “vittoria” nel villaggio di Ternuvate con i droni. Un’ora dopo, i soldati ucraini avevano eliminato l’intero gruppo.

Vladyslav Voloshyn, portavoce delle Forze di difesa del sud dell’Ucraina, ha confermato che le truppe conducono fino a 50 scontri al giorno sulle direttrici di Huliaipole e Oleksandrivka. Le รฉlite ucraine, incluso il 425ยฐ Reggimento d’assalto equipaggiato con carri armati M-1 Abrams di provenienza australiana, sono state ridislocate dalla direttrice di Pokrovsk per rinforzare il fronte meridionale. 

Una macchina militare che si inceppa 

Dietro le dichiarazioni trionfali di Mosca si nasconde una crisi di reclutamento sempre piรน grave. Le forze armate russe necessitano di 30.000-35.000 nuove reclute al mese per compensare le perdite al fronte, ma dal l’estate 2025 non riescono piรน a raggiungere questa soglia. 

Il numero di contratti firmati nel 2025 รจ stato di 422.000, in calo del 6% rispetto ai 450.000 del 2024. รˆ stato lo stesso vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dmitry Medvedev a riconoscere implicitamente il problema, citando quella cifra come un successo mentre in realtร  evidenziava il declino. 

Cรฉline Marangรฉ, ricercatrice dell’Istituto di ricerca strategica della Scuola militare francese (IRSEM), ha descritto la situazione in termini netti: “Dall’estate 2025, le autoritร  hanno piรน difficoltร  a reclutare, mentre le perdite restano praticamente invariate”. 

I reclutatori hanno ricevuto istruzioni di “trovare quanti piรน candidati possibile, indipendentemente dal profilo”. Le conseguenze sono prevedibili. Una fonte dell’amministrazione moscovita del reclutamento ha descritto al media indipendente Verstka la qualitร  dei nuovi arruolati: “Alcolizzati, tossicodipendenti, semi-senzatetto. Erano disoccupati, uomini soli e indebitati”. 

I bilanci regionali sono sotto pressione estrema. Molte regioni hanno giร  tagliato i generosi bonus di arruolamento che in precedenza attiravano i volontari verso il fronte. Le province piรน povere e le repubbliche etniche continuano a sopportare il peso maggiore delle perdite umane, mentre Mosca e San Pietroburgo restano relativamente protette.

Il generale ucraino Oleksandr Syrskiy ha dichiarato la scorsa settimana che la Russia non รจ stata in grado di compensare le perdite subite sul campo di battaglia nel 2025. Alcuni funzionari della difesa occidentale concordano: negli ultimi tre mesi, la Russia ha reclutato tra i 30.000 e i 35.000 soldati al mese, ma ne ha persi di piรน tra morti e feriti. 

Il petrolio non basta piรน 

L’economia russa, l’altra gamba su cui Putin sostiene lo sforzo bellico, mostra crepe profonde. I ricavi da petrolio e gas sono crollati del 24% nel 2025, raggiungendo il livello piรน basso dal 2020. La quota degli idrocarburi nel bilancio federale รจ scesa dal 40% del 2022 ad appena il 25%.

Il deficit di bilancio russo ha toccato il 2,6% del PIL nel 2025, il piรน alto dal 2020, pari a 5,6 trilioni di rubli (circa 72 miliardi di dollari). I ricavi totali del bilancio sono calati del 7,5% rispetto alle previsioni iniziali. 

Per tamponare la falla, il Cremlino ha aumentato le tasse. L’IVA รจ passata dal 20% al 22% dal 1ยฐ gennaio 2026, l’imposta sulle societร  รจ salita dal 20% al 25%, e sono state introdotte aliquote piรน alte per l’imposta sul reddito. Si tratta delle tasse piรน alte dall’era sovietica nel settore della difesa. 

Secondo un’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air, i ricavi complessivi della Russia dalle esportazioni di petrolio, gas, carbone e prodotti raffinati hanno raggiunto i 193 miliardi di euro nell’anno conclusosi il 24 febbraio 2026, con un calo del 27% rispetto al periodo pre-invasione. E questo nonostante i volumi di esportazione del greggio siano rimasti addirittura superiori del 6% rispetto ai livelli pre-guerra: Mosca รจ semplicemente costretta a vendere il proprio petrolio a prezzi scontati. 

La crescita del PIL รจ rallentata allo 0,6% nel 2025, e il Fondo Monetario Internazionale prevede un modesto 0,8% per il 2026. Il settore manifatturiero ha registrato sette mesi consecutivi di contrazione nel 2025. Le fabbriche di carri armati lavorano a pieno regime, ma i produttori di automobili hanno ridotto i turni. Il costo della guerra si aggira intorno ai 170 miliardi di dollari all’anno

L’economista moscovita Vladislav Inozemtsev ha sintetizzato la situazione: “Putin probabilmente spingerร  la banca centrale a stampare piรน denaro, continuerร  ad alzare le tasse, a vendere asset statali e a nazionalizzare imprese. Questo gli permetterร  di raccogliere fondi sufficienti a sostenere la guerra nel 2026 e probabilmente nel 2027”. Ma il prezzo lo pagano i cittadini russi, stretti tra un’inflazione a doppia cifra e servizi pubblici sempre piรน ridotti. 

Una potenza in declino 

L’analisi del CSIS dipinge un quadro impietoso della Russia come potenza globale. Il PIL nominale russo รจ piรน vicino a quello del Canada o dell’Italia che a quello di Stati Uniti, Cina o Germania. Nemmeno una singola azienda russa figura tra le prime 100 compagnie tecnologiche al mondo per capitalizzazione di mercato. Gli Stati Uniti dominano con Nvidia, Apple, Google, Microsoft e Amazon. Anche Cina, Taiwan, Corea del Sud, Paesi Bassi e molti altri sono rappresentati. La Russia no. 

L’industria spaziale russa, un tempo fiore all’occhiello nazionale, ha toccato i minimi storici. Roscosmos ha effettuato solo 17 lanci orbitali nel 2025, contro i 193 degli Stati Uniti (guidati da SpaceX) e i 92 della Cina. L’ultimo incidente, nel dicembre 2025, ha causato gravi danni alla rampa di lancio utilizzata per inviare astronauti alla Stazione Spaziale Internazionale. 

Nell’intelligenza artificiale, la Russia si classifica 28esima su 36 paesi secondo Stanford University. Il miglior modello AI russo รจ inferiore persino alle versioni precedenti di ChatGPT e Gemini. 

Il ministro delle forze armate britannico Alistair Carns ha offerto un paragone eloquente: “La Russia รจ in guerra da piรน tempo di quanto lo fu nella Seconda guerra mondiale, ha perso oltre 4.000 carri armati e 10.000 veicoli corazzati, e la sua marina รจ stata sostanzialmente distrutta da un paese che non ha mai avuto una marina”. 

I negoziati che non decollano 

Sullo sfondo di tutto questo, i negoziati di pace restano in stallo. Il presidente Donald Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di porre fine alla guerra “in un giorno”, si trova di fronte a una realtร  ben piรน complessa. Il vertice con Putin ad Anchorage, in Alaska, nell’estate 2025 non ha prodotto risultati concreti. La scadenza del Ringraziamento fissata da Trump per un accordo รจ sfumata. Quella di giugno รจ stata smentita dalla Casa Bianca.

I colloqui di Ginevra del 18 febbraio 2026, guidati dal genero di Trump Jared Kushner e dall’inviato speciale Steve Witkoff, si sono conclusi dopo appena due ore. 

I critici sostengono che Putin stia semplicemente prendendo tempo. La strategia รจ chiara: convincere Washington che un accordo รจ vicino, mentre sul terreno l’esercito russo continua a lanciare missili e droni sulle cittร  ucraine. Trump ha ridotto drasticamente il sostegno americano a Kiev, sospendendo in un’occasione persino l’accesso all’intelligence dopo uno scontro con Zelensky, e ha bloccato la fornitura di armi gratuite. 

“Gli americani tornano frequentemente sul tema delle concessioni”, ha dichiarato Zelensky alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco il 14 febbraio. “Troppo spesso le discussioni sulle concessioni si concentrano solo sull’Ucraina, non sulla Russia”. 

Seth Jones, presidente del dipartimento Difesa e Sicurezza del CSIS, ha inquadrato la dinamica in modo incisivo. Putin offre accordi economici a Trump per tentarlo a tagliare il sostegno all’Ucraina o a costringere Kiev a cedere territori che il suo esercito non รจ riuscito a conquistare. “Questa รจ la vera svolta in una guerra che il suo esercito non รจ in grado di vincere”, ha detto Jones. “La vera speranza รจ che gli Stati Uniti vengano in loro aiuto”. 

La propaganda che vacilla 

Un dato forse piรน significativo di tutti riguarda l’opinione pubblica russa. Secondo un sondaggio citato dal CSIS, nel maggio 2023 il 57% dei russi riteneva che la maggior parte delle persone nel proprio circolo sociale sostenesse la guerra, contro il 39% che vi si opponeva. Nell’ottobre 2025, quei numeri si sono invertiti: il 55% percepiva un’opposizione alla guerra nel proprio ambiente, contro il 45% di sostegno. 

Nonostante questo, il Cremlino ha aumentato del 54% i finanziamenti ai media statali nel 2026, segnalando un impegno crescente nella guerra dell’informazione. La macchina propagandistica รจ progettata per sostenere il consenso interno e convincere il pubblico estero, in particolare a Washington, che la guerra procede con successo.

Ma i fatti parlano con voce sempre piรน forte della propaganda. L’Ucraina continua a combattere, a contrattaccare e a infliggere perdite devastanti. La Russia continua ad avanzare, sรฌ, ma di poche decine di metri al giorno, pagando un prezzo in vite umane e risorse economiche che nessun altro paese al mondo accetterebbe. 

La vera domanda non รจ se la Russia possa vincere questa guerra sul campo di battaglia. I dati suggeriscono che non puรฒ, almeno non alle condizioni attuali. La vera domanda รจ se la comunitร  internazionale, e in particolare gli Stati Uniti, permetteranno a Mosca di ottenere al tavolo dei negoziati ciรฒ che le sue truppe non sono riuscite a conquistare nelle trincee del Donbas e nelle pianure di Zaporizhzhia. รˆ questa la posta in gioco mentre la guerra entra nel suo quinto, interminabile anno. 

Fonti

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Il Messico allโ€™indomani di โ€œEl Menchoโ€: tra assedio dei cartelli e pressione degli Stati Uniti

Unโ€™operazione โ€œstoricaโ€ che apre una nuova fase

Lโ€™uccisione di Nemesio Rubรฉn Oseguera Cervantes, noto come โ€œEl Menchoโ€, segna uno spartiacque nella guerra messicana contro i cartelli. Il leader del Cรกrtel Jalisco Nueva Generaciรณn, considerato il capo dellโ€™organizzazione criminale piรน potente del Paese, รจ stato colpito a morte in uno scontro con lโ€™esercito nel suo Stato natale, il Jalisco, durante un tentativo di cattura. Poche ore dopo, il Paese รจ precipitato in una nuova spirale di violenza, con strade bloccate, veicoli incendiati, scuole chiuse e cittadini invitati a restare in casa in numerosi Stati.

Per il governo di Claudia Sheinbaum รจ un successo apparente ma anche un rischio enorme. La presidente ha invitato alla calma e ha annunciato che la maggior parte dei blocchi stradali eretti in almeno 20 Stati รจ stata rimossa entro la fine del weekend. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha confermato di aver fornito supporto di intelligence allโ€™operazione ed elogiato lโ€™esercito messicano per aver neutralizzato uno dei criminali piรน ricercati da entrambe le sponde del confine. Il messaggio รจ duplice: il Messico vuole mostrare capacitร  autonoma di risposta, ma lo fa sotto la lente e le aspettative degli Stati Uniti.

In questo quadro, la figura di Claudia Sheinbaum viene immediatamente proiettata al centro di un equilibrio delicato tra consenso interno, lotta al crimine organizzato e relazioni con Washington.

Il cartello che ha riscritto le regole della violenza

Il Cรกrtel Jalisco Nueva Generaciรณn, nato come costola del Cartello del Milenio e cresciuto rapidamente a partire dal 2009, รจ oggi considerato il gruppo criminale piรน aggressivo e militarizzato del Messico. Sotto la guida di El Mencho, ex poliziotto divenuto narcotrafficante, il CJNG ha costruito una struttura gerarchica con capi regionali e un modello di โ€œfranchisingโ€ che ha permesso lโ€™espansione oltre le roccaforti tradizionali di Jalisco, Colima e Nayarit. Il cartello ha diversificato le rotte del narcotraffico, puntando sui corridoi chiave tra Pacifico e Atlantico e sul controllo dei passaggi verso il confine nord, mentre consolidava la presenza in Stati come Michoacรกn, Guanajuato e Zacatecas.

La sua ascesa si รจ accompagnata a una strategia di violenza esibita: attacchi a forze di sicurezza, uso di armi pesanti, convogli paramilitari, campagne di terrore contro comunitร  locali. Diverse analisi descrivono il CJNG come un attore quasi protoโ€‘militare, con reparti speciali, addestramento strutturato per i sicari e una capacitร  di intimidazione che va dalla corruzione di funzionari ai messaggi mediatici brutali. Non รจ solo un cartello โ€œdi frontieraโ€ ma un sistema ibrido, che combina traffico di droga, estorsioni, controllo territoriale e penetrazione nelle istituzioni locali.

In questo senso, lโ€™eliminazione di El Mencho colpisce il vertice ma non necessariamente smantella lโ€™architettura operativa del gruppo, che da anni si regge su una rete di comandanti regionali e alleanze locali.

Il marchio di โ€œorganizzazione terroristicaโ€ e la dottrina Trump

Nel 2025 lโ€™amministrazione di Donald Trump ha compiuto un passo che ha ribaltato il quadro giuridico e politico dei rapporti con il Messico: il CJNG รจ stato formalmente designato come โ€œforeign terrorist organizationโ€. La decisione ha avuto implicazioni concrete, dal congelamento di asset alla possibilitร  di utilizzare strumenti antiterrorismo per colpire reti di supporto, ma soprattutto ha caricato i cartelli di un significato politico che va oltre il crimine organizzato tradizionale. La designazione ha consolidato lโ€™idea di un nemico che, dal punto di vista statunitense, non รจ molto distante da attori insurrezionali.

Trump ha ripetutamente sostenuto che i cartelli governano il Messico e ha minacciato, nel corso della campagna del 2024 e poi dalla Casa Bianca, tariffe punitive e persino azioni militari unilaterali oltre confine se Cittร  del Messico non avesse mostrato โ€œrisultatiโ€ nella lotta al fentanyl e al narcotraffico. La definizione del CJNG come entitร  terroristica si inserisce in questa linea di pressione, rafforzando lโ€™idea di un conflitto che agli occhi di Washington assomiglia sempre piรน a una guerra contro attori quasi statuali. Per Sheinbaum, che ha ereditato unโ€™agenda di sicurezza giร  segnata dalla militarizzazione e dalle richieste statunitensi, questo significa muoversi in uno spazio ristretto.

Da un lato deve contenere la violenza interna, mantenendo un consenso che finora รจ rimasto elevato, dallโ€™altro deve dimostrare alla Casa Bianca che il Messico รจ un partner affidabile, capace di agire senza bisogno di truppe statunitensi sul proprio territorio. In questo quadro, il marchio di organizzazione terroristica attribuito al CJNG diventa anche unโ€™arma retorica, che alimenta lโ€™idea di una minaccia esistenziale ma al tempo stesso offre a Washington una giustificazione per invocare misure sempre piรน intrusive.

Sheinbaum tra โ€œkingpin strategyโ€ e nuova dottrina di sicurezza

Claudia Sheinbaum ha piรน volte criticato la cosiddetta โ€œkingpin strategyโ€, la tattica che punta a colpire i leader dei cartelli nella convinzione che la decapitazione dei vertici indebolisca le organizzazioni. Lโ€™esperienza degli ultimi ventโ€™anni in Messico racconta spesso lโ€™opposto: la rimozione di un capo ha prodotto frammentazione, lotte interne, riallineamenti violenti sul territorio. Nonostante queste critiche, la morte di El Mencho dimostra che il governo continua a utilizzare, almeno in parte, lo stesso approccio, ora incardinato in una cornice di cooperazione piรน strutturata con gli Stati Uniti.

Negli ultimi mesi il governo Sheinbaum ha consegnato numerosi presunti narcotrafficanti alle autoritร  statunitensi e ha intensificato le estradizioni di figure simboliche, per segnalare un cambio di passo nella collaborazione giudiziaria. La presidente ha anche incaricato il ministro degli Esteri di rafforzare il coordinamento con Washington dopo le minacce di Trump su possibili โ€œattacchi di terraโ€ contro i cartelli. Il messaggio verso lโ€™esterno รจ quello di un Messico che non solo coopera, ma anticipa le richieste del vicino settentrionale attraverso operazioni mediaticamente dirompenti come quella contro El Mencho.

Sul fronte interno la narrazione รจ diversa. Sheinbaum insiste su una strategia che dovrebbe combinare azione militare, politiche sociali e rafforzamento istituzionale, nel tentativo di superare il paradigma esclusivamente repressivo dei governi precedenti. Tuttavia, le immagini di blindati, soldati dispiegati nelle strade e cittร  paralizzate dai blocchi del CJNG alimentano la percezione di un Paese che continua a rispondere con la forza a cartelli sempre piรน militarizzati. รˆ in questo spazio di ambivalenza che si gioca la credibilitร  politica interna della presidente, tra la promessa di una sicurezza โ€œdiversaโ€ e la realtร  di un conflitto che assomiglia ancora a una guerra a bassa intensitร .

La giornata di fuoco dopo la morte di El Mencho

Le ore successive allโ€™operazione contro El Mencho hanno confermato i timori di chi vede nella โ€œdecapitazioneโ€ dei leader un detonatore di violenza. Da Jalisco ad altri Stati dellโ€™ovest e del centro del Paese, gruppi armati presumibilmente affiliati al CJNG hanno eretto centinaia di blocchi stradali, incendiato camion, auto e autobus, attaccato infrastrutture e costretto la chiusura di scuole e attivitร . Alcune testimonianze parlano di comunitร  isolate, di famiglie che hanno preferito non uscire di casa, di una paura che riecheggia le giornate piรน dure della guerra al narcotraffico.

In Stati come Michoacรกn, dove la presenza del CJNG si intreccia con la frammentazione di milizie locali e la debolezza delle istituzioni, i residenti hanno denunciato ancora una volta la lentezza o lโ€™assenza delle forze federali nelle prime fasi degli attacchi. Non รจ la prima volta che accade: reportage e studi degli ultimi anni raccontano un Messico in cui le comunitร  rurali si trovano spesso ad affrontare da sole la violenza dei cartelli, con polizie locali male equipaggiate e un esercito che interviene in modo disomogeneo.

Le scene di strade deserte, mezzi bruciati, famiglie in fuga riportano al centro del dibattito la questione del controllo territoriale, piรน che del semplice controllo delle rotte del narcotraffico. รˆ su questo terreno, fatto di municipi vulnerabili, economie informali e Stato assente, che il CJNG ha costruito gran parte della propria influenza locale.

Il peso di Washington e la geografia del consenso

Per Trump, lโ€™operazione che ha portato alla morte di El Mencho รจ una conferma della linea dura adottata verso i cartelli. Il presidente statunitense ha insistito sul fatto che il Messico debba fare โ€œmolto di piรนโ€ per contrastare il traffico di fentanyl e altri stupefacenti, ribadendo la minaccia di tariffe e azioni unilaterali se i risultati non saranno ritenuti sufficienti. In questo clima, ogni grande operazione in Messico assume un significato che va oltre la sicurezza interna e diventa un messaggio politico diretto a Washington.

Sul piano interno Sheinbaum si trova in una posizione paradossale. Da un lato mantiene un livello di approvazione elevato, grazie anche a politiche sociali e a una comunicazione che insiste sulla continuitร  con il progetto di trasformazione avviato dal suo predecessore. Dallโ€™altro lato, la violenza persistente in Stati come Michoacรกn, Guanajuato e Zacatecas e le proteste di settori della societร  civile e della Generazione Z contro la militarizzazione del Paese evidenziano una frattura tra la narrazione ufficiale e lโ€™esperienza quotidiana di molte comunitร .

A questo si aggiunge la crescente percezione che il margine di autonomia del Messico nelle politiche di sicurezza sia sempre piรน condizionato dalle prioritร  statunitensi, anche in vista di appuntamenti come il Mondiale del 2026, per cui Washington chiede stabilitร  lungo tutto il Nord America. La geopolitica si intreccia cosรฌ con la politica interna, trasformando ogni decisione su estradizioni, operazioni militari e trattative con Washington in un atto dal forte valore simbolico. In questo scenario, la stessa parola sovranitร  nazionale finisce al centro del dibattito pubblico, evocata tanto da chi chiede di respingere eventuali interventi diretti degli Stati Uniti quanto da chi invoca una piรน efficace difesa del territorio contro i cartelli.

Dopo El Mencho: rischio frammentazione o consolidamento

La morte di El Mencho apre ora interrogativi sul futuro del CJNG e sulla geografia criminale del Messico. Gli analisti ricordano che ciรฒ che accade dopo la scomparsa del leader รจ spesso piรน importante dellโ€™operazione stessa: alcuni cartelli si sono frantumati in una costellazione di gruppi piรน piccoli e imprevedibili, altri hanno visto emergere figure di successione che hanno mantenuto o persino ampliato il raggio dโ€™azione. La struttura relativamente centralizzata del CJNG e la presenza di comandanti regionali con forte potere potrebbero favorire una transizione guidata, ma anche alimentare lotte interne per la leadership.

Un altro fattore รจ la competizione con il Cartello di Sinaloa e le sue fazioni, giร  impegnate in scontri interni e in guerra aperta in diversi Stati. Se il CJNG dovesse mostrare segni di debolezza organizzativa, altre organizzazioni potrebbero cercare di riempire il vuoto territoriale e logistico, innescando nuove ondate di violenza su scala regionale. Al tempo stesso, non รจ escluso che figure vicine a El Mencho, come storici luogotenenti e membri della famiglia, tentino di capitalizzare lโ€™aura del leader scomparso per ricompattare il cartello attorno a una linea di continuitร .

Per lo Stato messicano, la vera prova inizierร  nei prossimi mesi: contenere le reazioni del CJNG, prevenire guerre per il controllo di territori e rotte, evitare che lโ€™operazione si risolva in una vittoria di facciata seguita da unโ€™escalation fuori controllo. In gioco non cโ€™รจ soltanto lโ€™efficacia della strategia di sicurezza, ma la capacitร  stessa delle istituzioni di recuperare legittimitร  pubblica nelle aree dove per anni lโ€™unico potere percepito รจ stato quello dei cartelli.

Un Paese tra paura e resistenza

Per milioni di messicani, lโ€™operazione contro El Mencho non รจ solo una notizia di geopolitica o di cooperazione internazionale. รˆ lโ€™ennesimo capitolo di una storia fatta di strade improvvisamente vuote, sirene nella notte, scuole che chiudono, famiglie che imparano a leggere i segnali della violenza prima ancora dei comunicati ufficiali. Nelle regioni piรน colpite, le comunitร  sembrano sospese tra paura e resistenza, abituate a convivere con attori armati che impongono regole, tasse informali e coprifuoco di fatto.

In questo contesto, il successo nel colpire un singolo capo rischia di apparire lontano dalla quotidianitร  di chi vive tra estorsioni, reclutamenti forzati e assenza di servizi pubblici fondamentali. La sfida per Sheinbaum sarร  trasformare lโ€™operazione contro El Mencho in un punto di svolta reale, capace di tradursi in maggior sicurezza percepita e in una presenza piรน solida dello Stato sul territorio, e non solo in un trofeo da esibire sul piano diplomatico. Se questo passaggio fallirร , il rischio รจ che lโ€™eliminazione del leader del CJNG si aggiunga alla lunga lista di vittorie incomplete che hanno segnato la storia recente del Messico, lasciando intatta la sensazione di vivere in un Paese perennemente in bilico tra speranza e assedio.

USA-Iran, la macchina da guerra americana si prepara alle porte dell’Iran

Gli Stati Uniti hanno schierato oltre 50 caccia, due portaerei, sottomarini e sistemi antimissile in Medio Oriente. รˆ il piรน grande ammassamento di forza aerea nella regione dall’invasione dell’Iraq. Tra negoziati a Ginevra e ultimatum di Trump, il rischio di un nuovo attacco all’Iran รจ concreto. L’analisi completa dello scenario militare e diplomatico.

Il Medio Oriente รจ di nuovo un teatro di guerra in potenza. Gli Stati Uniti stanno riversando nella regione un arsenale militare che non si vedeva da oltre vent’anni. Due gruppi d’attacco di portaerei, oltre cinquanta caccia, bombardieri stealth in stato di allerta, sottomarini lanciamissili e i piรน avanzati sistemi di difesa antimissile del Pentagono convergono verso un unico obiettivo: l’Iran.

Non si tratta di una semplice esercitazione o di una manovra di routine. รˆ il piรน grande dispiegamento di potenza aerea nella regione dal 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq. E questa volta, a differenza dell’Operazione Midnight Hammer del giugno 2025, le opzioni sul tavolo del presidente Donald Trump appaiono piรน ampie e meno definite.

Un arsenale in movimento

Nell’ultimo mese, decine di caccia a reazione e aerei di supporto sono partiti dagli Stati Uniti e dall’Europa per raggiungere basi dislocate in Giordania e Arabia Saudita, secondo i dati di tracciamento dei voli analizzati dal Wall Street Journal. I velivoli schierati comprendono gli F-22 Raptor e gli F-35 Lightning, i caccia stealth piรน avanzati dell’arsenale americano, capaci di eludere i sistemi missilistici terra-aria iraniani. Sono gli stessi jet che hanno scortato i bombardieri B-2 Spirit durante gli attacchi ai siti nucleari iraniani nel giugno scorso.

Al fianco dei caccia stealth, il Pentagono ha inviato gli EA-18G Growler, aerei specializzati nella guerra elettronica. Il loro compito รจ disattivare i lanciatori missilistici iraniani attraverso il jamming dei sistemi radar, una tattica giร  sperimentata con successo il mese precedente durante la cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolรกs Maduro. Se l’ordine di attacco dovesse arrivare, gli F-15E Strike Eagle e gli F-16 Fighting Falcon sarebbero impiegati per intercettare i droni iraniani lanciati in rappresaglia contro Israele o le basi americane nella regione.

Un dato colpisce in modo particolare: almeno 108 aerei cisterna sono giร  nella zona operativa del Comando Centrale o in viaggio verso di essa. Questo numero rivela l’ampiezza e la potenziale durata di un’eventuale campagna. I KC-135 Stratotanker sono essenziali per garantire il rifornimento in volo dei caccia, dei bombardieri e degli aerei radar di allerta precoce come l’E-3 AWACS, giร  dislocato nell’area.

Il problema dello spazio aereo

Mappa della disposizione militare vicino all'Iran

C’รจ un ostacolo logistico che complica i piani del Pentagono. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno esplicitamente vietato l’uso del proprio spazio aereo per colpire l’Iran. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha pubblicamente escluso questa possibilitร , e Abu Dhabi ha assunto una posizione identica, con il consigliere presidenziale Anwar Gargash che ha invocato una “soluzione diplomatica a lungo termine tra Washington e Teheran”.

Questa restrizione ha costretto gli Stati Uniti a concentrare gran parte dei caccia in Giordania, piรน lontano dagli obiettivi iraniani. Il risultato รจ un maggiore affidamento sul rifornimento in volo e missioni piรน lunghe e complesse per raggiungere i bersagli e tornare alle basi. Ma il Pentagono ha un asso nella manica: i bombardieri a lungo raggio B-2 Spirit non hanno bisogno di basi regionali. Possono decollare direttamente dagli Stati Uniti, dalla base di Whiteman in Missouri, e compiere missioni senza scalo sull’Iran grazie agli aerei cisterna. Lo hanno giร  fatto nel giugno 2025, volando per 18 ore consecutive.

Due portaerei, un messaggio inequivocabile

La dimensione navale dello schieramento รจ altrettanto imponente. La Marina degli Stati Uniti ha 13 navi nella regione, con la portaerei USS Abraham Lincoln come fulcro operativo, affiancata da nove cacciatorpediniere classe Arleigh-Burke in grado di abbattere missili balistici e lanciare missili da crociera Tomahawk contro obiettivi terrestri in Iran.

Ma il segnale piรน forte รจ arrivato il 13 febbraio, quando il Pentagono ha annunciato il reindirizzamento della USS Gerald R. Ford, la piรน grande portaerei del mondo, dal teatro caraibico verso il Medio Oriente. La Ford, reduce dalle operazioni in Venezuela, si unirร  alla Lincoln nel Golfo Persico, creando una presenza di due gruppi d’attacco nella zona di responsabilitร  del Comando Centrale per la prima volta in quasi un anno.

“Nel caso in cui non riuscissimo a concludere un accordo, ne avremo bisogno”, ha dichiarato Trump il 13 febbraio, aggiungendo che le navi sarebbero ritirate se la diplomazia avesse successo. Una dichiarazione che oscilla tra la minaccia e la rassicurazione, in un registro ormai familiare per questa presidenza.

Nelle acque della regione operano anche il sottomarino lanciamissili USS Georgia, tre navi da combattimento litorali di classe Independence e navi di supporto logistico come la USNS Carl Brashear e la petroliera USNS Henry J. Kaiser. Il 3 febbraio, un F-35C del Corpo dei Marines ha abbattuto un drone iraniano Shahed-139 che si era avvicinato alla Abraham Lincoln nel Mar Arabico. Lo stesso giorno, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione iraniana ha tentato di sequestrare la petroliera americana MT Stena Imperative nello Stretto di Hormuz, prima di essere fermata dal cacciatorpediniere USS McFaul.

Lo scudo antimissile

Il Pentagono ha preposizionato nell’ultimo mese i suoi intercettori piรน avanzati, i sistemi THAAD e Patriot, per proteggere le basi americane e gli alleati regionali. I THAAD sono progettati per intercettare missili balistici al di sopra dell’atmosfera terrestre, mentre i Patriot difendono contro minacce a piรน bassa quota e corto raggio.

L’esperienza del giugno 2025 ha dimostrato quanto siano cruciali questi sistemi. Dopo gli attacchi americani ai siti nucleari iraniani, Teheran aveva lanciato 14 missili balistici contro la base aerea di Al Udeid in Qatar, sede del centro di comando aereo americano nella regione. I Patriot americani e qatarioti avevano intercettato la maggior parte degli ordigni, senza causare vittime. Ma il conflitto di 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025 aveva anche messo in luce un problema serio: la rapiditร  con cui gli Stati Uniti possono esaurire le scorte di intercettori.

Oltre 30.000 militari americani sono attualmente distribuiti tra Bahrain, Egitto, Iraq, Israele, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Siria ed Emirati Arabi Uniti. Un esercito in assetto di guerra, anche se Washington preferisce parlare di “deterrenza”.

L’ombra di Midnight Hammer

Per comprendere il presente bisogna tornare alla notte tra il 21 e il 22 giugno 2025, quando gli Stati Uniti lanciarono l’Operazione Midnight Hammer. Oltre 125 aerei militari, tra cui sette bombardieri stealth B-2 Spirit, colpirono tre impianti nucleari iraniani: l’impianto di arricchimento sotterraneo di Fordow, il complesso di Natanz e il centro tecnologico nucleare di Isfahan.

L’operazione fu la piรน grande missione B-2 dalla guerra in Afghanistan del 2001. Quattordici bombe GBU-57 Massive Ordnance Penetrator, i cosiddetti “bunker buster” da 13 tonnellate ciascuna, furono sganciate sulle strutture sotterranee di Fordow, progettate per penetrare decine di metri di cemento e roccia prima di detonare. Contemporaneamente, missili Tomahawk lanciati da un sottomarino colpirono Isfahan.

Trump aveva dichiarato che il programma nucleare iraniano era stato “completamente e totalmente cancellato”. Ma a febbraio 2026, le autoritร  iraniane hanno rivelato che alcune bombe non erano esplose e restavano all’interno dei siti nucleari, complicando gli sforzi di ispezione dell’AIEA. E i servizi di intelligence occidentali hanno valutato che i danni reali, pur significativi, non hanno eliminato completamente la capacitร  iraniana di ripresa. A Fordow, le immagini satellitari mostravano sei crateri concentrati sulla montagna sopra le centrifughe sotterranee, con danni limitati alle infrastrutture in superficie.

รˆ proprio questa ambiguitร  che ha riportato la crisi al punto attuale. Se il programma nucleare era davvero distrutto, perchรฉ serve un secondo attacco?

Il fronte diplomatico: Ginevra e le linee rosse

Parallelamente al dispiegamento militare, la diplomazia non si รจ fermata. Il 6 febbraio, a Muscat in Oman, si รจ tenuto il primo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, mediati dal ministro degli Esteri omanita Badr bin Hamad Al Busaidi. Il 17 febbraio, il secondo round si รจ svolto a Ginevra, con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi da un lato e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner dall’altro.

I colloqui di Ginevra sono durati tre ore e mezza. Araghchi li ha definiti “piรน costruttivi” rispetto al primo incontro, affermando che รจ stato raggiunto un accordo su “principi guida generali” che potrebbero fungere da base per il testo di un futuro accordo. Il mediatore omanita ha confermato “progressi sostanziali nell’identificazione di obiettivi condivisi e questioni tecniche pertinenti”.

Ma le posizioni restano lontane. Washington ha chiesto a Teheran di consegnare i 400 chilogrammi residui di uranio arricchito, limitare l’arricchimento al di sotto del 60 per cento di purezza, interrompere lo sviluppo di armi nucleari, ridurre il programma di missili balistici e cessare il sostegno a Hezbollah, Hamas e Houthi. L’Iran ha risposto che il programma missilistico รจ una “linea rossa” non negoziabile e ha rivendicato il diritto all’arricchimento dell’uranio, pur esprimendo una disponibilitร  condizionata a negoziare in cambio della rimozione delle sanzioni.

Un alto funzionario americano ha definito i colloqui di Ginevra “un nulla di fatto”. Un altro ha dichiarato che l’Iran ha tempo fino alla fine di febbraio per concordare un pacchetto di concessioni significative.

L’ultimatum di Trump

Il 20 febbraio, Trump ha fissato un termine di “10-15 giorni al massimo” perchรฉ l’Iran accetti un accordo, avvertendo che in caso contrario “accadranno cose davvero brutte”. Il giorno seguente, interrogato dai giornalisti sulla possibilitร  di un attacco militare limitato per costringere Teheran a negoziare, ha risposto: “Credo di poter dire che lo sto considerando”.

Secondo fonti citate dalla CNN e dalla CBS, il Pentagono รจ pronto a colpire l’Iran giร  da questo fine settimana, anche se Trump non ha ancora dato l’autorizzazione finale. La Casa Bianca รจ stata informata che le forze armate potrebbero essere operative nel giro di ore, dopo il significativo ammassamento di mezzi aerei e navali degli ultimi giorni.

Le opzioni sul tavolo del presidente sono molteplici. Secondo fonti di Reuters, la pianificazione militare รจ avanzata e include il targeting di individui specifici e persino un possibile cambio di regime a Teheran. Tra i potenziali bersagli figurano siti missilistici a corto e medio raggio, depositi di armi, installazioni nucleari, infrastrutture militari e il quartier generale delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

Alti funzionari della sicurezza nazionale hanno perรฒ avvertito il presidente che un’operazione finalizzata a rovesciare la leadership iraniana non garantisce il successo. La decisione di Trump di posticipare gli attacchi minacciati a gennaio, dopo che i vertici militari avevano avvisato che il Pentagono non era pronto, potrebbe aver concesso all’Iran il tempo di rafforzare le proprie difese.

Israele si prepara al peggio

A Tel Aviv, il livello di allerta รจ al massimo. Fonti della difesa israeliana hanno confermato che sono in corso preparativi significativi per un possibile attacco congiunto con gli Stati Uniti, anche se nessuna decisione finale รจ stata presa. L’obiettivo, secondo queste fonti, รจ infliggere un colpo sostanziale nell’arco di diversi giorni per costringere l’Iran a fare concessioni al tavolo negoziale che finora ha rifiutato.

Una fonte di sicurezza israeliana citata dal sito Belaaz ha descritto i preparativi come “straordinari e costosi”. Le basi militari nel sud di Israele sono state evacuate, nella convinzione che la zona meridionale sarebbe il principale bersaglio della rappresaglia iraniana. I sistemi di difesa aerea sono stati ridispiegati in tutto il Paese, rifugi mobili sono stati posizionati nelle basi anche nel nord, e 15 batterie di difesa missilistica sono state installate in una base settentrionale.

“I tempi si accorciano”, ha dichiarato un alto funzionario israeliano, “e questo vale anche per la preparazione militare. Alla fine, c’รจ un solo uomo che deciderร ”. I vertici dell’intelligence israeliana ritengono che un attacco americano, o un’operazione congiunta, scatenerebbe quasi certamente una rappresaglia iraniana contro il territorio israeliano.

L’analista militare di Maariv, Avi Ashkenazi, ha sottolineato lo stretto coordinamento tra Israele e il Comando Centrale americano (CENTCOM). L’esercito israeliano, in particolare l’aviazione, l’intelligence militare e il Comando Nord, รจ in stato di allerta continua, con un monitoraggio costante focalizzato sull’Iran. Hezbollah resta una preoccupazione concreta: nonostante l’uccisione del suo storico leader Hassan Nasrallah e le operazioni israeliane contro le sue infrastrutture, il movimento libanese “ha ancora missili che possono raggiungere Tel Aviv e sicuramente il nord”, secondo la fonte israeliana.

La risposta di Teheran

L’Iran non รจ rimasto a guardare. Giร  il 23 gennaio, un alto funzionario iraniano aveva dichiarato che qualsiasi attacco sarebbe stato considerato “una guerra totale contro di noi”. “Questa volta classificheremo qualsiasi offensiva, che sia limitata, estesa, chirurgica o cinetica, come una guerra totale e reagiremo nel modo piรน severo possibile”, aveva avvertito.

La Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha usato toni altrettanto minacciosi. “I piรน forti del mondo talvolta ricevono uno schiaffo dal quale non riescono a rialzarsi”, ha dichiarato alla televisione di stato. E ha aggiunto un avvertimento esplicito sulla vulnerabilitร  navale americana: “Una nave da guerra รจ un’arma formidabile, ma l’arma capace di affondarla รจ ancora piรน pericolosa”.

Il 17 febbraio, in coincidenza con i colloqui di Ginevra, l’Iran ha parzialmente chiuso lo Stretto di Hormuz per alcune ore, ufficialmente per “precauzioni di sicurezza” durante esercitazioni militari dei Pasdaran. Lo stretto รจ una delle arterie vitali del commercio mondiale: vi transita circa un quinto del consumo giornaliero globale di petrolio, pari a circa 20 milioni di barili al giorno.

L’esercitazione, denominata “Smart of the Strait of Hormuz”, era chiaramente un messaggio. Per decenni, l’Iran ha coltivato la minaccia della chiusura dello stretto come arma di deterrenza economica globale. Le Guardie Rivoluzionarie hanno schierato equipaggiamento militare sulle isole di Greater Tunb, Lesser Tunb e Abu Musa, condotto operazioni di posa di mine e installato il radar bielorusso Vostok-1 per migliorare la capacitร  di rilevamento delle minacce aeree.

Il terrore dei Paesi del Golfo

Mentre Washington e Teheran si fronteggiano, gli alleati arabi degli Stati Uniti nella regione vivono un incubo. Arabia Saudita, Qatar, Oman, insieme a Turchia ed Egitto, sono impegnati da gennaio in un’intensa attivitร  diplomatica per evitare il conflitto. Non per simpatia verso l’Iran, ma perchรฉ si troverebbero in prima linea nella rappresaglia iraniana.

“Possono anche desiderare un indebolimento della leadership iraniana, ma tutti sono piรน preoccupati da uno scenario di caos e incertezza, e dalla possibilitร  che elementi piรน radicali prendano il potere”, ha spiegato Anna Jacobs Khalaf, analista del Golfo presso l’Arab Gulf States Institute, ad Al Jazeera.

I rischi sono molteplici e concreti. Le strutture americane in Qatar, Emirati, Arabia Saudita e Bahrain diventerebbero bersagli immediati dei missili o dei droni iraniani. L’attacco del giugno 2025 alla base di Al Udeid in Qatar, pur senza vittime, resta un ricordo fresco e terrorizzante per i leader del Golfo. Ali Shamkhani, influente consigliere di Khamenei, ha suggerito che questa volta la risposta sarebbe molto piรน severa dello strike “largamente simbolico” su Al Udeid.

C’รจ poi la dimensione economica. Un eventuale blocco, anche parziale, dello Stretto di Hormuz farebbe schizzare i premi assicurativi e il prezzo del petrolio, proprio come la campagna Houthi nel Mar Rosso in risposta alle operazioni israeliane a Gaza. Lo spettro dell’inflazione piomberebbe sull’economia globale, colpendo direttamente la promessa economica di Trump agli elettori americani nell’anno delle elezioni di medio termine.

Un altro timore riguarda l’esodo di profughi. Il porto iraniano di Bandar Abbas รจ a breve distanza in barca da Dubai. Un conflitto che devasti l’economia iraniana o provochi un collasso interno potrebbe spingere migliaia di sfollati attraverso il mare verso gli Emirati.

Ma il paradosso piรน inquietante รจ forse un altro. Un attacco militare potrebbe indurre l’Iran ad abbandonare la dottrina ufficiale del nucleare civile e a lanciarsi nella costruzione di un’arma atomica, esattamente l’esito che la guerra dovrebbe prevenire. In assenza di un’occupazione militare totale del Paese, non esistono ostacoli materiali a una corsa alla bomba, dato il know-how accumulato da Teheran. Questo scenario costringerebbe Arabia Saudita ed Emirati a cercare il proprio deterrente nucleare, innescando una destabilizzante corsa agli armamenti regionale.

“Le ripercussioni di un collasso statale supererebbero di gran lunga ciรฒ che il Medio Oriente ha sperimentato con i conflitti in Iraq, Siria o Yemen”, ha scritto l’analista Galip Dalay per Chatham House.

Un bivio tra guerra e negoziato

La situazione al 21 febbraio 2026 รจ sospesa su un filo sottile. Il ministro degli Esteri iraniano ha annunciato di aspettarsi di avere una controproposta dettagliata pronta entro pochi giorni. I negoziatori americani hanno indicato che l’Iran dovrebbe tornare al tavolo entro due settimane con proposte concrete per colmare le distanze.

Ma il dispiegamento militare prosegue senza sosta. La USS Gerald R. Ford ha attraversato lo Stretto di Gibilterra ed รจ ora nel Mediterraneo, in rotta verso il Medio Oriente. I bombardieri B-2 sono in stato di allerta rafforzata nelle basi americane. E secondo analisti del Center for Strategic and International Studies, lo schieramento navale attuale, con 16 navi complessive tra portaerei, navi da guerra di superficie, navi anfibie e sottomarini, รจ giร  superiore a quello del 2024 nella stessa regione.

C’รจ un dato che preoccupa gli osservatori piรน di ogni altro. Data la scala del dispiegamento, non esiste un modo per Trump di ritirare le forze senza perdere la faccia, a meno che non si raggiunga un accordo. L’escalation ha acquisito una logica propria, e il presidente americano si รจ spinto in un angolo da cui รจ difficile uscire senza un risultato tangibile, che sia un trattato o un raid.

Per un presidente che ha fatto campagna sulla promessa di evitare le guerre all’estero, Trump si trova ora a contemplare quello che sarebbe almeno il settimo intervento militare americano all’estero nell’ultimo anno, e il secondo contro l’Iran. Il Medio Oriente trattiene il fiato, in attesa della decisione di un solo uomo.