31 Agosto 2025
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Hamas colpisce postazione israeliana: i militari sottovalutano il nemico

Il 18 agosto 2025 segna una nuova pagina nel conflitto tra Israele e Hamas, un confronto che si alimenta su sorprese tattiche, vulnerabilità difensive e un senso di instabilità mai del tutto superato. In questa data, un commando di miliziani di Hamas è riuscito a penetrare il perimetro di una postazione militare dell’IDF vicino a Khan Yunis, scegliendo la via sotterranea come arma principale per superare la sorveglianza. Il tunnel, scavato a una distanza stimata fra i 40 e i 50 metri dalla base, ha permesso agli uomini di Hamas di emergere inosservati in un’area critica. In fase preparatoria, hanno agito con metodo: le telecamere di sicurezza sono state disattivate e la postazione risultava priva di sentinelle proprio nel punto vulnerabile. Questa doppia omissione ha lasciato la base esposta: gli aggressori hanno ferito tre soldati prima che la prontezza dell’IDF riuscisse a fermare l’assalto, neutralizzando tutti e quindici i membri del commando palestinese.

L’evento mette in risalto la tenacia di Hamas e la pericolosa sottovalutazione delle minacce da parte dell’esercito israeliano. La mentalità prevalente nel comando dell’IDF fino al 7 ottobre 2023 era segnata da una fiducia nella superiorità tecnologica e nella potenza del proprio sistema di sorveglianza. L’utilizzo costante di droni, sensoristica avanzata e telecamere aveva alimentato l’illusione che azioni via tunnel potessero essere intercettate e anticipate. Tuttavia, la realtà è ben diversa: questo attacco dimostra che la minaccia sotterranea è tutt’altro che domata, e che ogni errore umano può trasformarsi in occasione fatale.

Nei giorni successivi, la pressione sui vertici militari e politici israeliani si è intensificata. L’opinione pubblica e diversi analisti hanno chiesto spiegazioni sulla gestione delle risorse difensive e sulle procedure di sicurezza adottate, soprattutto nei settori più a rischio. La capacità di Hamas di infiltrarsi, nonostante la presenza continua di operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza, è diventata emblematica della resilienza e dell’ingegno dell’organizzazione palestinese. Alcuni osservatori definiscono l’attacco vicino a Khan Yunis come un segnale inevitabile: urge una revisione delle strategie operative, delle abitudini di pattugliamento e della distribuzione delle forze umane, soprattutto in quelle zone che l’IDF ha considerato meno minacciose.

La storia militare israeliana è segnata da un continuo alternarsi tra preparazione e rilassamento, dove momenti di tensione e massima allerta vengono seguiti da periodi in cui la fiducia nei sistemi tecnologici porta a una riduzione della presenza diretta. Il ciclo apparentemente infinito tra attacchi, risposte, innovazione e adattamento alimenta la persistenza del conflitto. Gli eventi degli ultimi due anni avevano rafforzato la convinzione che il controllo fosse totalmente nelle mani di Israele; oggi, però, la realtà rimette al centro la necessità di non sottovalutare mai la determinazione dell’avversario.

Sul piano operativo, l’attacco ha mostrato non solo l’audacia, ma un livello di organizzazione militare che Hamas è ancora in grado di esprimere. Il commando era composto da militanti addestrati con l’obiettivo di infliggere perdite rapide e significative. La velocità e la precisione con cui hanno agito dimostrano che, a dispetto delle perdite subite negli ultimi mesi, Hamas riesce ancora a schierare unità specializzate, pronte a sfruttare ogni debolezza del sistema israeliano. L’eliminazione immediata dei combattenti palestinesi da parte dell’IDF non ridimensiona la gravità dell’accaduto. Anzi, mette in primo piano il rischio costante a cui sono esposte anche le truppe dislocate in aree considerate secondarie.

Dal fronte civile e politico, cresce l’esigenza di garanzie di sicurezza più solide. L’ultimo episodio ha orientato il dibattito nazionale verso una riflessione scomoda, ma necessaria: come bilanciare l’innovazione tecnologica con la presenza umana, come evitare che la routine attenui la vigilanza e renda vulnerabili anche le postazioni meglio difese. La popolazione israeliana, vittima di attacchi missilistici e incursioni via tunnel, chiede un impegno persistente per tutelare chi abita nelle zone di frontiera e chi serve nelle stazioni militari.

Analizzando la situazione nel contesto storico, la questione dei tunnel di Hamas rimane una delle emergenze irrisolte per Israele. Le decine di gallerie scoperte e distrutte negli ultimi anni non hanno fermato la capacità dell’organizzazione di ricostruirle, favorita da un contesto sociale che trova nella lotta armata una delle poche vie di riscatto. L’attacco del 18 agosto si inserisce in una cornice dove adattamento, ingegno e tenacia rendono la battaglia sotterranea particolarmente difficile da prevenire e neutralizzare. La sicurezza nella zona resta un obiettivo sfuggente, dove ogni vittoria appare sempre temporanea.

Oggi, mentre le strategie difensive vengono rimesse sotto esame, emerge con forza il bisogno di ripensare i paradigmi di sicurezza. Solo una sintesi tra tecnologie avanzate e presenza costante di personale qualificato può ridurre il rischio di nuove infiltrazioni e sorprese fatali. L’equilibrio fra innovazione e attenzione ai dettagli, fra intelligenza artificiale e esperienza umana, segnerà il futuro della difesa israeliana. La difesa di Israele si trova nuovamente davanti a una fase decisiva, in cui la capacità di apprendere dagli errori e rafforzare le proprie strategie farà la differenza fra vulnerabilità e resilienza.

Arrestato in Italia il presunto coordinatore ucraino del sabotaggio ai gasdotti Nord Stream

Nella notte tra martedì e mercoledì, in provincia di Rimini, è stato arrestato un uomo di nazionalità ucraina sospettato di essere uno dei principali responsabili del sabotaggio ai gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Mar Baltico, avvenuto quasi tre anni fa, nel settembre del 2022. L’uomo, identificato dalle autorità tedesche come Serhii K., è stato fermato grazie a un mandato di arresto europeo emesso dalla Corte federale di Giustizia tedesca, e ora si trova in carcere in attesa dell’estradizione in Germania, dove dovrà rispondere di pesanti accuse.

Il sabotaggio ai gasdotti Nord Stream rappresenta uno dei più gravi e clamorosi atti di sabotaggio alle infrastrutture energetiche di tutta Europa negli ultimi decenni. Le esplosioni subacquee, avvenute il 26 settembre 2022 nei pressi dell’isola danese di Bornholm, causarono danni gravi a tre dei quattro tubi dei gasdotti che trasportano gas russo in Germania, stravolgendo lo scenario energetico europeo già segnato dalla guerra in Ucraina. Le due condotte, costruite per garantire l’approvvigionamento energetico a gran parte dell’Europa centrale e occidentale, erano già al centro di una controversia geopolitica di ampia portata, con il Nord Stream 2 mai entrato in funzione a causa dello scoppio del conflitto.

Le autorità tedesche, che conducono l’unica indagine penale ancora aperta in Europa su questo attacco, indicano Serhii K. come il coordinatore di un gruppo che ha pianificato e messo in atto l’operazione di sabotaggio. Secondo le informazioni diffuse dalla procura tedesca, il gruppo di cui faceva parte il sospettato ha utilizzato una barca a vela noleggiata da una società tedesca, con documenti falsificati presentati tramite intermediari per occultare la vera identità degli utilizzatori. La partenza è avvenuta dal porto di Rostock, sulla costa tedesca del Mar Baltico. La barca fu usata per avvicinarsi ai gasdotti e impiantare esplosivi in punti strategici, causando le deflagrazioni che hanno messo fuori uso una parte considerevole dell’infrastruttura. L’indagine mostra come la missione fosse altamente organizzata: questa complessità evidenzia il carattere sofisticato dell’azione.

L’arresto è stato eseguito dai Carabinieri italiani della stazione di Misano Adriatico in stretto coordinamento con le autorità tedesche, nel quadro di una cooperazione internazionale molto efficace. I’uomo ucraino si trovava in Italia da alcuni giorni insieme alla famiglia, presumibilmente per un periodo di vacanza, e la sua presenza è stata scoperta grazie al sistema italiano di controllo “alert alloggiati”. Le autorità hanno quindi agito rapidamente per procedere al fermo, consapevoli dell’importanza del caso e delle implicazioni politiche che l’operazione comporta.

Finora nessun gruppo ha mai rivendicato ufficialmente il sabotaggio, alimentando teorie e speculazioni che hanno coinvolto vari attori geopolitici. Le indagini condotte da Svezia e Danimarca si sono concluse nel 2024 senza portare a risultati concreti sulla identificazione dei colpevoli, mentre la Germania è rimasta l’unico Paese a condurre un procedimento penale attivo.

L’attacco ha avuto conseguenze non solo sul piano militare ma anche su quello energetico, accelerando la crisi di rifornimento del gas in Europa e spingendo i Paesi europei a cercare fonti alternative di approvvigionamento, con un rischio evidente per la sicurezza energetica continentale. Il sabotaggio ha inoltre avuto un impatto significativo nei rapporti tra Russia, Europa e Stati Uniti, complicando ulteriormente un quadro internazionale già instabile a causa del conflitto in Ucraina.

La Procura tedesca punta ora a fare luce sul quadro completo, cercando di comprendere le motivazioni, i mandanti e le modalità esecutive dell’attacco, e di assicurare alla giustizia tutti coloro che vi hanno preso parte. Serhii K., che sarà estradato in Germania a breve, dovrà rispondere formalmente di reati gravissimi come la concorso in esplosione, il sabotaggio anti-costituzionale e la distruzione di proprietà.

Il caso Nord Stream è un esempio emblematico di come la sicurezza delle infrastrutture critiche possa diventare terreno di scontro in un conflitto di più ampio respiro. Le tensioni geopolitiche, intrecciate all’escalation di guerra in Ucraina, si manifestano anche in queste operazioni clandestine che mettono a rischio la stabilità energetica europea e, in definitiva, la pace internazionale. L’attacco ai gasdotti ha sottolineato la vulnerabilità di asset strategici e ha aperto un capitolo delicato sulla necessità di proteggere le infrastrutture vitali contro forme di sabotaggio sempre più tecnologicamente avanzate.

La complessità dell’operazione, il livello di sofisticazione e la portata internazionale delle indagini, fanno di questo arresto una svolta fondamentale in una vicenda ancora avvolta da misteri e tensioni diplomatiche intense. Il coordinamento tra Italia e Germania nel fermo di Serhii K. sottolinea l’importanza della cooperazione internazionale nel contrasto al terrorismo e al sabotaggio. Il mondo osserverà con attenzione i prossimi sviluppi in un processo che potrebbe far emergere nuovi dettagli su responsabilità e strategie dietro al sabotaggio.

Le implicazioni di questa vicenda sono molteplici, dai riflessi sulle relazioni diplomatiche tra Ucraina e Germania, alla questione della sicurezza energetica europea fino alle dinamiche più ampie di un conflitto che continua a dividere e scuotere il continente. La figura di Serhii K. diventa dunque il simbolo di un capitolo di guerra e sabotaggio che va oltre i confini nazionali e si inserisce nel delicato equilibrio geopolitico tra Est e Ovest.

Il suo arresto rappresenta un ulteriore tassello che aiuta a chiarire un evento che ha segnato profondamente la storia recente dell’Europa, rimettendo in discussione certezze e aprendo nuovi interrogativi sulle modalità con cui si conducono conflitti moderni e sulla necessità di rafforzare la coesione internazionale.

Giappone e Turchia: nuove alleanze nella difesa con i droni

Il ministro della Difesa giapponese Gen Nakatani ha compiuto una missione diplomatica senza precedenti ad Ankara, segnando il primo viaggio ufficiale di un responsabile della difesa di Tokyo in Turchia. L’incontro con il suo omologo turco Yaşar Güler, svoltosi il 19 agosto 2025, ha rappresentato una pietra miliare nelle relazioni bilaterali tra due importanti alleati degli Stati Uniti, aprendo nuovi orizzonti nella cooperazione militare e tecnologica.

Al centro dei colloqui si è posizionata l’industria dei droni turchi, con particolare attenzione ai sistemi aerei senza pilota prodotti da Baykar, inclusi i celebri Bayraktar TB2 che hanno dimostrato la loro efficacia sui campi di battaglia dell’Ucraina. L’interesse giapponese per questa tecnologia non è casuale: Tokyo sta attraversando una fase di modernizzazione strategica delle proprie forze armate, ampliando significativamente il ruolo dei sistemi non presidiati nelle operazioni terrestri, aeree e navali.

L’incontro ad Ankara ha visto i due ministri esplorare nuove vie di collaborazione nell’ambito dell’equipaggiamento e della tecnologia della difesa, mentre hanno condiviso valutazioni sui sviluppi regionali che interessano entrambi i Paesi. Una fonte diplomatica ha rivelato che i colloqui mirano anche ad intensificare i contatti tra le Forze Armate turche e le Forze di Autodifesa giapponesi a livello di unità operative, suggerendo un approccio più strutturato alla cooperazione militare.

Durante la sua permanenza in Turchia, Nakatani ha programmato visite approfondite alle principali aziende del settore difesa turco, comprese le Turkish Aerospace Industries (TUSAS), i cantieri navali e gli stabilimenti Baykar, il produttore della linea di veicoli aerei senza pilota Bayraktar. La visita del 20 agosto ai cantieri navali turchi rappresenta un’opportunità per i funzionari giapponesi di valutare direttamente le capacità di progettazione e produzione della Turchia nel settore dei sistemi di difesa avanzati.

Il contesto geopolitico che alimenta questo interesse è complesso e multisfaccettato. Il Giappone si trova ad affrontare crescenti sfide di sicurezza regionale, con la presenza sempre più assertiva della Cina nel Mar Cinese Orientale e lo sviluppo continuo di missili da parte della Corea del Nord. In questo scenario, i droni rappresentano strumenti vitali per operazioni di sorveglianza, attacchi mirati e flessibilità operativa.

L’attenzione giapponese per i droni turchi si inserisce in un piano di investimenti massicci nel settore dei sistemi aerei senza pilota. Il Ministero della Difesa giapponese ha stanziato oltre 100 miliardi di yen (circa 676 milioni di dollari) nel budget difesa 2026 specificamente per i veicoli aerei senza pilota. Gli esperti osservano che il Giappone pianifica importazioni a breve termine e produzione domestica a lungo termine, considerando l’efficacia dei costi del TB2 come allineata ai suoi obiettivi strategici.

I droni Bayraktar TB2 hanno acquisito notorietà internazionale dopo il loro impiego efficace in diversi teatri operativi. Durante la guerra del 2020 nel Nagorno-Karabakh tra Azerbaigian e Armenia, questi sistemi hanno causato devastazione tra le truppe armene. Successivamente, il loro utilizzo da parte dell’Ucraina contro le forze russe ha catturato l’attenzione di alleati NATO e altri Paesi che cercano di modernizzare i propri eserciti.

Il TB2 è un veicolo aereo tattico senza pilota capace di eseguire missioni di attacco armato e di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Il sistema è dotato di una suite avionica integrata con sistema avionico triplo ridondante, che consente operazioni completamente autonome di rullaggio, decollo, atterraggio e crociera. Baykar ha anche sviluppato varianti avanzate, inclusa il TB-2T AI, potenziato con intelligenza artificiale e motore turbo, capace di raggiungere altitudini superiori ai 30.000 piedi.

La strategia turca di esportazione dei droni ha raggiunto risultati significativi a livello globale, con forniture a diversi Paesi inclusa l’Ucraina. Un’eventuale acquisizione giapponese dei TB2 segnerebbe il primo grande successo di esportazione difesa della Turchia nella regione Asia-Pacifico, rappresentando un’espansione geografica importante per l’industria della difesa turca. Attualmente, la Turchia esporta già TB2 in Ucraina, Azerbaigian, Polonia e Qatar.

L’approccio giapponese alla valutazione dei droni turchi è metodico e basato sull’esperienza operativa. Il governo giapponese ha analizzato attentamente le lezioni apprese dal conflitto in Ucraina, esaminando come il Bayraktar TB2 abbia potenziato le capacità di combattimento. Nel giugno scorso, il partito al governo Liberal Democratico ha proposto che il TB2 servisse da modello per la preparazione alla guerra di prossima generazione.

Parallelamente all’interesse per i TB2, il Giappone ha manifestato attenzione anche per altri sistemi turchi. STM ha confermato che il Giappone ha ripetutamente ispezionato ed espresso interesse per i droni kamikaze Kargu durante esposizioni internazionali. Il CEO di STM, Ozgur Guleryuz, ha dichiarato che Tokyo ha mostrato una domanda consistente per questi sistemi durante le manifestazioni fieristiche del settore difesa.

La visita di Nakatani in Turchia si inserisce in un tour regionale più ampio dal 17 al 22 agosto che include anche soste a Gibuti e Giordania, indicando un approccio strategico globale del Giappone alle partnership di sicurezza. Questo itinerario riflette la volontà di Tokyo di diversificare le proprie alleanze militari oltre la tradizionale sfera Asia-Pacifico, costruendo legami con partner strategici in regioni chiave.

Le differenze negli approcci geopolitici tra i due Paesi non sembrano ostacolare la cooperazione. Mentre entrambi hanno condannato l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, il Giappone si è unito alle sanzioni occidentali mentre la Turchia ha mantenuto relazioni economiche con Mosca, perseguendo una politica di equilibrio differente. Tuttavia, questa diversità di approcci non impedisce la convergenza di interessi nel settore della difesa e della tecnologia militare.

L’industria della difesa turca ha registrato una crescita drammatica negli ultimi anni, sviluppando piattaforme indigene e esportando sistemi testati in combattimento. Gli analisti della sicurezza considerano l’esperienza crescente di Ankara in questo campo come un fattore che la rende un partner credibile per il Giappone, che cerca soluzioni affidabili per rafforzare la propria postura di difesa.

Il CEO di Baykar, Haluk Bayraktar, ha precedentemente dichiarato che il prossimo TB3 con ali pieghevoli sarebbe particolarmente adatto per le portaerei classe Izumo del Giappone, consentendo a più veicoli aerei senza pilota di operare da una singola piattaforma. Questa caratteristica potrebbe rappresentare un elemento di particolare interesse per la Marina giapponese, considerando le sue esigenze operative specifiche nell’Indo-Pacifico.

La cooperazione tra Giappone e Turchia nel settore dei droni rappresenta un esempio emblematico di come le alleanze militari si stiano evolvendo nel XXI secolo. La convergenza di interessi strategici, necessità operative e capacità tecnologiche sta creando nuove opportunità di partnership che trascendono i tradizionali confini regionali. Per il Giappone, l’accesso alla tecnologia turca dei droni offre una soluzione rapida ed efficace per potenziare le proprie capacità militari, mentre per la Turchia rappresenta un’opportunità di espandere la propria influenza e le proprie esportazioni in una regione strategicamente importante.

Questa partnership emergente potrebbe ridefinire gli equilibri nell’industria globale della difesa, dimostrando come Paesi con forti capacità tecnologiche possano creare sinergie vincenti indipendentemente dalla loro posizione geografica. L’evoluzione di questa cooperazione nei prossimi mesi sarà osservata con attenzione da analisti militari e partner internazionali, considerando le sue potenziali implicazioni per la sicurezza regionale e globale.

Il Donbas conteso: il crocevia del conflitto tra Putin e l’Ucraina

Il Donbas, cuore industriale e simbolico dell’Ucraina orientale, rappresenta l’epicentro del conflitto che oppone Mosca a Kiev e racchiude l’essenza delle ambizioni di Vladimir Putin. La regione, che include le aree di Donetsk e Luhansk, si distingue non solo per il suo passato glorioso di miniere di carbone e acciaierie durante l’era sovietica, ma anche per la sua ricchezza agricola, la presenza di importanti corsi d’acqua e uno sbocco sul mar d’Azov: tutte caratteristiche che ne fanno una posta in gioco di valore eccezionale.edition.cnn

All’interno del Donbas si rintraccia una popolazione storicamente russifica, un tessuto sociale che ancora oggi accoglie numerosi madrelingua russi e conserva legami culturali forti con Mosca. Già nel decennio precedente al conflitto attuale, era evidente come molti abitanti della regione si sentissero distanti dal governo centrale di Kyiv, percepito come “estraneo”. È in questa simbiosi tra storia, economia e identità che si trovano le radici della crisi odierna.

Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, Putin puntò decisamente sul Donbas, favorendo l’emergere di gruppi armati filo-russi che, spesso equipaggiati con mezzi pesanti, conquistarono rapidamente le principali città di Donetsk e Luhansk. L’esercito ucraino, impreparato e demotivato in quell’occasione, fu travolto da una situazione che degenerò in una guerra prolungata, i cui strascichi si avvertono ancora oggi. Oltre 14.000 vittime, secondo le stime di Kyiv, e almeno 1,5 milioni di sfollati testimoniano la brutalità di questa contesa — mentre più di tre milioni di persone vivono attualmente sotto il controllo russo tra le città strappate all’Ucraina.edition.cnn

Mentre l’Occidente osservava con crescente preoccupazione, Mosca intensificava il suo programma di “russificazione”: centinaia di migliaia di passaporti vennero distribuiti agli abitanti delle regioni occupate, rafforzando l’idea di un Donbas ormai in orbita russa. Tuttavia, le velleità imperiali del Cremlino non si fermarono qui. Pochi giorni prima dell’invasione su vasta scala nel febbraio 2022, Putin denunciava presunti “genocidi” verso i russofoni e proclamava l’indipendenza delle autoproclamate repubbliche di Luhansk e Donetsk, preludio all’annessione formale — e illegale secondo il diritto internazionale — delle due regioni insieme a Zaporizhzhia e Kherson, nonostante la Russia non ne avesse il pieno controllo.edition.cnn

Proprio questa annessione unilaterale segna una linea di demarcazione difficile da oltrepassare. Per Putin, rinunciare a regioni dichiarate “parte integrante della Federazione Russa” equivarrebbe a una sconfitta politica che minerebbe la sua retorica sul “grande impero russo”. Per gli esperti, anche con la lentezza delle operazioni militari attuali, serviranno probabilmente ancora anni prima che — se mai accadrà — la Russia riesca a consolidare il controllo su tutto il Donbas. Al tempo stesso, le speranze di Kyiv di recuperare buona parte dei territori perduti appaiono ormai remote. Più del 70% del Donetsk e quasi la totalità di Luhansk risultano sotto amministrazione russa, mentre il resto è difeso dalle cosiddette “cinture fortificate” ucraine: una serie di città industriali, snodi ferroviari e autostrade che costituiscono l’ultimo baluardo prima delle vaste pianure centrali dell’Ucraina.edition.cnn

Nel tessuto di questa resistenza si distinguono Sloviansk, Kramatorsk e Kostiantynivka, città che hanno pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane e distruzioni. Cedere quest’ultima porzione di Donbas non rappresenterebbe solo una sconfitta strategica, ma anche un suicidio politico per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Secondo sondaggi del Kyiv International Institute of Sociology, circa tre quarti della popolazione ucraina rifiuta la prospettiva di concedere territori a Mosca, rafforzando la posizione del governo contro qualsiasi ipotesi di scambio territoriale che possa sfavorire Kyiv.ilmanifesto+2

La posta in gioco però supera i confini nazionali. Il presidente Zelensky lo ripete da mesi agli alleati europei: cedere il Donbas aprirebbe i vasti territori centrali a nuove future offensive russe, creando una situazione di vulnerabilità permanente. Per l’Europa, rinunciare al principio che “l’aggressione non deve essere premiata con la concessione di terre” metterebbe a rischio l’intero ordine internazionale basato sulle regole e sulla difesa della sovranità nazionale.edition.cnn

Le trattative diplomatiche più recenti, come il vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska, hanno rimesso al centro la questione del Donbas. Putin avrebbe posto la condizione del controllo totale della regione come punto imprescindibile per avviare la fine delle ostilità, secondo quanto riportato dai media internazionali e dagli ufficiali statunitensi. In cambio, Mosca si impegnerebbe a congelare i fronti di Kherson e Zaporizhzhia e prometterebbe di non minacciare ulteriormente l’Ucraina o altri paesi europei. Ma le richieste russe vanno ben oltre: tra le condizioni figurano una drastica riduzione dell’apparato militare di Kyiv, la garanzia che l’Ucraina non entri nella NATO e, a lungo termine, la neutralità iuridica del Paese.adnkronos

Anche se durante l’ultimo vertice sono state raggiunte intese di principio, la realtà del campo di battaglia è implacabile: le forze russe continuano a bombardare le città del Donbas, causando morti e feriti tra la popolazione civile. Nella sola notte fra sabato e domenica, attacchi con missili balistici e droni Shahed di fabbricazione iraniana hanno colpito numerose zone, con cinque vittime civili a Raihorodok, Sviatohorivka e Kostiantynivka; altri quattro sono rimasti feriti. Questo scenario pone dubbi sulla reale possibilità di una pace, quando la macchina bellica di Mosca non accenna a rallentare e il prezzo pagato dalla gente aumenta di giorno in giorno.euronews

Da gennaio 2025 si registra un’intensificazione delle operazioni russe, con l’occupazione di circa 2.870km² nel Donbas, solo nel mese di luglio l’incremento è stato di 643km², segnale della pressione costante che Kiev subisce su questi territori. L’Avanzata costante di Mosca, nonostante il costo umano elevatissimo, dimostra quanto il controllo del Donbas abbia assunto una valenza strategica e simbolica per il Cremlino. Il destino di cittadine come Chasiv Yar genera attriti tra i due governi circa la reale situazione sul terreno, alimentando la confusione e l’incertezza tra soldati e civili intrappolati nella zona di guerra.ilmanifesto

Sul piano internazionale la lotta per il Donbas condiziona anche la narrazione e i rapporti di forza ai tavoli negoziali. La Russia scommette sulla conquista di territori come carta per ottenere vantaggi diplomatici e presentarsi alle trattative con un peso militare concreto, mentre l’Ucraina punta a dimostrare capacità di recupero e a limitare le perdite per evitare pressioni verso una pace “al ribasso”.notiziegeopolitiche

La questione del Donbas è ormai molto più di una disputa locale: rappresenta il crocevia fra ambizioni imperiali russe, identità nazionale ucraina, interessi strategici europei e il futuro dell’ordine globale. Ogni giorno perso o guadagnato nelle città e campagne del Donetsk e di Luhansk si ripercuote in modo diretto sulle possibilità di una soluzione condivisa e sulla stabilità di tutta l’Europa.

La resistenza ucraina, fatta di città assediate, scambi di colpi e insicurezza costante, testimonia la forza di un popolo che non sembra disposto a rinunciare alla propria terra e identità. Il mondo osserva, consapevole che il destino del Donbas potrebbe segnare il confine tra guerra e pace per anni a venire, e che il fallimento di una soluzione equa comporterebbe lo stravolgimento dei principi fondamentali su cui si basa la convivenza tra nazioni.

Manovra 2025: il governo lavora all’Irpef più leggera

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La manovra economica 2025, al centro dell’agenda del governo italiano, si configura come uno degli interventi più notevoli degli ultimi anni per la sua portata e l’impatto diretto sui cittadini, sulle imprese e sull’intero tessuto socio-economico del Paese. Il dibattito politico che accompagna questa fase è serrato, con attori istituzionali e partitici che si confrontano sulle priorità e sulla fattibilità delle proposte in campo, tra cui spicca la tanto discussa revisione dell’Irpef, una misura fiscale che tocca le tasche di milioni di lavoratori e famiglie.

A partire dal 2025, la riforma dell’Irpef introduce una semplificazione storica nella struttura delle aliquote fiscali, che passano da quattro a tre scaglioni, allo scopo di rendere il sistema più equo e gestibile. Le nuove aliquote prevedono il 23% per i redditi fino a 28.000 euro, il 35% per quelli tra 28.001 e 50.000 euro e il 43% per redditi superiori a 50.000 euro. Questa modulazione punta a favorire in modo particolare la fascia medio-bassa, alleggerendo il carico fiscale su una platea che tradizionalmente ha sostenuto il maggior peso della tassazione diretta italiana.

La svolta non è solamente quantitativa, ma anche qualitativa. Con la manovra 2025 diventa strutturale il taglio del cuneo fiscale, un provvedimento che riduce la differenza tra quanto versato dal datore di lavoro e quanto effettivamente ricevuto in busta paga dal dipendente. Questa misura, che nelle intenzioni del governo dovrebbe estendersi stabilmente ai redditi fino a 40.000 euro, rappresenta una risposta concreta alle pressioni del mercato del lavoro e all’urgenza di rafforzare il potere d’acquisto delle famiglie italiane. Si prevede inoltre l’innalzamento della soglia per l’applicazione della flat tax al 15% sulle attività di lavoro autonomo, che sale da 30.000 a 35.000 euro, ampliando così la platea dei professionisti beneficiari della tassazione agevolata.

Non meno rilevante l’attenzione alle detrazioni e ai fringe benefit: il testo della legge di bilancio conferma la soglia di esenzione fiscale per i benefit aziendali a 1.000 euro per i lavoratori senza figli e 2.000 euro per quelli con figli, garanzia estesa per tutto il triennio 2025-2027. Questo dato sottolinea un intento molto chiaro di sostenere le famiglie, soprattutto quelle numerose o con figli a carico, alleviando il peso delle imposte sul reddito complessivo.

Il governo ha stanziato circa 30 miliardi di euro per l’attuazione della manovra, una cifra imponente che testimonia la volontà politica di investire in settori cruciali come il lavoro, la sanità, la natalità e la digitalizzazione. Il taglio dell’Irpef e la riduzione del cuneo fiscale rappresentano la quota più significativa delle risorse, mentre analoghi investimenti vengono destinati al rinnovo contrattuale del personale sanitario e agli incentivi per i nuovi nati o adottati. Il potenziamento dei servizi sanitari e il sostegno all’innovazione digitale, con interventi mirati sulle infrastrutture e sulle competenze, sono altri capisaldi di questa manovra che guarda al futuro.

La discussione sulle coperture, tuttavia, resta centrale. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze si muove con cautela, vincolando ogni modifica alla verifica delle risorse disponibili, anche in virtù dei limiti posti dalle regole europee sul deficit e sul debito pubblico. Particolare attenzione è rivolta alle entrate provenienti dal concordato preventivo biennale, un patto tra contribuenti e Fisco che potrebbe offrire margini di manovra addizionali. Tuttavia, le risorse extra disponibili per eventuali ulteriori modifiche si fermano a soli 120 milioni di euro, evidenziando la difficoltà di introdurre cambiamenti non strettamente necessari.

La riduzione dell’aliquota del secondo scaglione (dal 35% al 33%) è la misura chiave sulla quale punta Forza Italia, con l’obiettivo dichiarato di restituire ossigeno al ceto medio. Questa proposta, dal costo complessivo stimato di 2,5 miliardi di euro, è oggetto di dibattito anche all’interno della maggioranza di governo: mentre la Lega insiste sulla riduzione del canone Rai, Forza Italia difende a spada tratta lo sconticino Irpef come leva per stimolare la crescita e il consumo. Per i leader centristi, si tratta di un intervento che può portare fino a 627 euro all’anno in più a favore delle famiglie interessate, garantendo un concreto sollievo fiscale.

Il coordinamento tra i partiti della coalizione di maggioranza è fondamentale. Durante gli incontri istituzionali, emerge una visione condivisa sull’opportunità di procedere con poche modifiche ben concordate, riducendo i rischi di tensioni interne e di proposte irrealizzabili senza copertura finanziaria. Il governo invita tutti a puntare sulle priorità individuate dal Tesoro, lasciando da parte idee di difficile attuazione come l’ulteriore riduzione del canone Rai o provvedimenti non allineati con le posizioni dell’intera compagine governativa.

Dal Festival dell’Economia di Trento, il viceministro del Tesoro Maurizio Leo ha rimarcato che la situazione del ceto medio è al centro delle politiche fiscali, riconoscendo pubblicamente come questa fascia stia vivendo una fase di progressivo impoverimento. Il taglio delle aliquote appare dunque non solo una scelta di giustizia sociale, ma anche un atto strategico per rilanciare i consumi interni e sostenere la crescita economica nazionale dopo anni di andamenti altalenanti.

Accanto alle misure per il lavoro e la riduzione delle imposte, la manovra introduce anche innovazioni significative sul fronte della natalità e della digitalizzazione. Nuovi contributi una tantum per i figli nati o adottati, il sostegno alle famiglie numerose e investimenti consistenti nel settore digitale testimoniano una visione che non si limita all’immediato, ma pone le basi per un Paese più efficiente e competitivo nel lungo periodo.

La dimensione parlamentare della legge di bilancio resta incerta. Ogni anno il provvedimento deve essere approvato entro la fine di dicembre: eventuali ritardi pongono il rischio di esercizio provvisorio, limitando le possibilità di manovra alle mere spese ordinarie. Nel 2025, il Senato ha approvato la legge con 108 voti favorevoli, 63 contrari e un solo astenuto, dimostrando una larga convergenza sulle linee guida tracciate dal governo. L’Articolo 81 della Costituzione garantisce che non possano essere introdotte nuove spese e tributi senza adeguate coperture, rafforzando la responsabilità istituzionale nella gestione delle risorse pubbliche.

Un ulteriore punto di attenzione riguarda la rimodulazione dell’Iva nelle compravendite di opere d’arte, che rimane a quota 22% rispetto al 5% degli altri Paesi europei, ponendo ancora una sfida competitiva per il settore culturale italiano. Sul fronte delle imposte dirette, la norma sugli acconti Irpef è stata corretta, nell’ottica di una maggiore tutela dei contribuenti e di una programmazione più attenta delle entrate fiscali.

Anche la riforma sul Trattamento di fine rapporto (Tfr) assume un ruolo rilevante, con la riapertura del semestre di silenzio-assenso per il conferimento alla previdenza complementare. Tuttavia, la questione delle coperture crea ancora qualche difficoltà, in quanto toglierebbe risorse al fondo Inps, fondamentale per la gestione delle pensioni future. La tematica delle risorse è trasversale: il tesoretto disponibile per le modifiche parlamentari rimane esiguo, e le richieste dei partiti sono destinate a essere sottoposte a una rigorosa selezione.

Tutti questi elementi concorrono a delineare una stagione di riforme che, pur tra compromessi e trattative serrate, segna un passo avanti verso una maggiore semplicità e trasparenza del sistema fiscale italiano. La riduzione delle aliquote, la strutturalità degli interventi sul lavoro e l’attenzione alla digitalizzazione e alle politiche per la natalità rivelano un quadro strategico volto a dare risposte ai cittadini e alle imprese.

La manovra 2025 si interroga e agisce sulle leve fondamentali della ripresa nazionale, scegliendo la chiarezza, la responsabilità e il coraggio riformatore come strumenti per affrontare le sfide di una stagione complessa e per restituire fiducia nell’opera delle istituzioni. In una fase storica segnata da incertezze economiche e tensioni geopolitiche, l’Italia mostra la volontà di puntare su inclusione, innovazione e buon governo, rinnovando il patto sociale tra Stato e cittadini.

Il Vertice di Anchorage 2025: e adesso?

Il 15 agosto 2025, il mondo ha assistito a uno degli eventi diplomatici più significativi degli ultimi anni: l’incontro tra il Presidente americano Donald Trump e quello russo Vladimir Putin ad Anchorage, in Alaska. Questo vertice, il primo tra i due leader dal 2019 e il primo faccia a faccia dalla ripresa della guerra in Ucraina nel 2022, si è concluso senza accordi concreti ma ha segnato un momento di svolta nelle dinamiche geopolitiche internazionali.

L’isolamento di Putin

L’incontro di Anchorage ha rappresentato una rottura drammatica con l’isolamento diplomatico di Putin seguito all’invasione su larga scala dell’Ucraina. Per la prima volta dal febbraio 2022, Putin ha ricevuto un’accoglienza formale su territorio occidentale, con tanto di tappeto rosso e sorvolo di caccia F-22 e bombardieri B-2 stealth americani. La scelta dell’Alaska come sede dell’incontro non è stata casuale: questo territorio, venduto dalla Russia agli Stati Uniti nel 1867, offriva diversi vantaggi strategici tra cui la posizione geografica intermedia tra le due capitali, il fatto che gli Stati Uniti non fanno parte della Corte Penale Internazionale evitando così l’esecuzione del mandato d’arresto contro Putin, e il significato storico delle relazioni russo-americane.

Il vertice è stato il culmine di mesi di intense negoziazioni diplomatiche iniziate dopo la rielezione di Trump nel 2024, quando aveva promesso di porre fine alla guerra ucraina entro il primo giorno di mandato. Una sorprendente telefonata tra Trump e Putin a febbraio 2025 aveva avviato le prime negoziazioni dirette tra Russia e Stati Uniti dall’inizio dell’invasione, seguita dall’incontro tra il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov in Arabia Saudita. Tuttavia, i tentativi di organizzare colloqui diretti tra Putin e Zelensky a Istanbul erano falliti quando il leader russo non si era presentato.

Lo svolgimento del vertice e i risultati

L’incontro è iniziato alle 11:32 ora locale dell’Alaska e si è concluso alle 14:18, durando quindi quasi tre ore. Contrariamente alle aspettative iniziali di un incontro uno-contro-uno, entrambi i leader erano accompagnati dalle loro delegazioni: Trump da Marco Rubio e Steve Witkoff, Putin da Yuri Ushakov e Sergey Lavrov. L’atmosfera cordiale è stata evidente fin dall’arrivo: Putin e Trump sono scesi dai loro aerei quasi contemporaneamente alle 11:08, si sono stretti la mano sul tappeto rosso davanti al cartello “ALASKA 2025” e hanno posato per le foto mentre i caccia americani sorvolavano la base. Un gesto simbolicamente significativo è stato quello di Putin che ha accettato l’invito di Trump a viaggiare insieme nella limousine presidenziale blindata, rinunciando alla sua Aurus di servizio.

Durante la conferenza stampa conclusiva, iniziata alle 14:58, Putin ha parlato per primo per circa otto minuti, descrivendo i negoziati come tenuti in “un’atmosfera costruttiva di rispetto reciproco”. Ha sottolineato la vicinanza geografica tra i due paesi e ha riconosciuto la necessità di garantire la sicurezza dell’Ucraina, pur insistendo sulla necessità di affrontare le “cause profonde” del conflitto. Trump, apparso insolitamente contenuto, ha parlato per soli due minuti, affermando che erano stati raggiunti accordi su “molti punti” ma riconoscendo che rimanevano alcune questioni irrisolte, inclusa una “significativa”. La sua dichiarazione “non c’è accordo finché non c’è un accordo” ha sintetizzato l’esito inconcludente del vertice.

Un elemento cruciale emerso dopo l’incontro è stato il cambio di posizione di Trump riguardo alla strategia per porre fine al conflitto. Mentre prima del vertice aveva sostenuto la necessità di un cessate il fuoco immediato, dopo aver parlato con Putin ha dichiarato su Truth Social che “il modo migliore per porre fine alla guerra orribile tra Russia e Ucraina è andare direttamente a un Accordo di Pace, che porrebbe fine alla guerra, e non a un mero Accordo di Cessate il Fuoco, che spesso non regge”. Secondo la Premier italiana Giorgia Meloni, Trump aveva evidenziato una proposta italiana ispirata all’Articolo 5 della NATO per fornire garanzie di sicurezza collettiva all’Ucraina, un meccanismo che permetterebbe all’Ucraina di beneficiare del supporto di tutti i suoi partner pronti ad agire in caso di nuovo attacco.

In un’intervista post-vertice con Fox News, Trump ha rivelato che lui e Putin avevano “largamente concordato” su scambi territoriali e garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Tuttavia, ha enfatizzato che “l’Ucraina deve essere d’accordo” e ha consigliato al Presidente Zelensky di “fare un accordo”, sottolineando che “la Russia è una grande potenza, e loro non lo sono”.

Le reazioni Internazionali e le implicazioni geopolitiche

La reazione europea al vertice è stata largamente negativa. Il diplomatico tedesco Wolfgang Ischinger ha scritto su X: “Putin ha ottenuto il suo trattamento da tappeto rosso con Trump, Trump non ha ottenuto nulla… nessun cessate il fuoco, nessuna pace. Nessun vero progresso – chiaramente 1:0 per Putin”. I leader europei hanno rilasciato una dichiarazione congiunta dopo essere stati informati da Trump sui suoi colloqui con Putin, ribadendo il loro impegno a continuare il sostegno all’Ucraina e mantenere la pressione sulla Russia. La dichiarazione, firmata da Merz, Macron, Starmer, Meloni e altri, ha enfatizzato che “sarà l’Ucraina a decidere del destino del suo territorio” e che “i confini non dovrebbero essere alterati attraverso la forza”.

Il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky, escluso dal vertice di Anchorage, ha annunciato che si recherà a Washington lunedì 18 agosto per incontrare Trump e “discutere tutti i dettagli riguardo al porre fine alle uccisioni e alla guerra”. Zelensky ha sottolineato l’importanza che “gli europei siano coinvolti in ogni fase per garantire garanzie di sicurezza affidabili insieme all’America”. La reazione ucraina all’accoglienza riservata a Putin è stata particolarmente critica, con l’analista politico ucraino Volodymyr Fesenko che ha descritto l’evento come “la legittimazione di un criminale di guerra al più alto livello”, criticando l’eccessiva pompa riservata a Putin.

Il vertice di Anchorage ha segnato il ritorno clamoroso di Putin nell’arena diplomatica internazionale dopo anni di isolamento. L’accoglienza formale ricevuta dagli Stati Uniti ha inviato un segnale potente alla comunità internazionale, minando gli sforzi per mantenere l’isolamento diplomatico della Russia. Il gesto simbolico più significativo è stato quando Putin è entrato nella limousine presidenziale di Trump, un evento celebrato dalla televisione di stato russa come una “stretta di mano storica”. Questo momento ha rappresentato visivamente il ritorno della Russia al tavolo delle grandi potenze.

Durante il vertice, i combattimenti in Ucraina sono continuati senza sosta, con le forze russe che hanno intensificato gli attacchi nella regione di Donetsk, mirando alla città strategica di Pokrovsk. La Russia ha condotto attacchi con droni e missili proprio nelle ore precedenti e durante il vertice, con il Presidente Zelensky che ha condannato Mosca per aver continuato gli attacchi proprio nel giorno dei negoziati: “Il giorno dei negoziati hanno anche ucciso persone. E questo la dice lunga”. Questa continuazione delle ostilità ha sottolineato la determinazione russa a mantenere la pressione militare anche durante i tentativi diplomatici.

Il vertice ha evidenziato le crescenti divergenze tra gli approcci americano ed europeo al conflitto ucraino. Mentre gli europei continuano a insistere su un cessate il fuoco come prerequisito per i negoziati di pace, Trump sembra aver adottato la posizione russa di procedere direttamente verso un accordo di pace comprensivo. Questa divergenza ha creato preoccupazioni in Europa sulla solidità dell’alleanza transatlantica e sulla determinazione americana a sostenere l’Ucraina nel lungo termine, con gli analisti europei che temono che Trump possa essere stato influenzato dalla narrativa di Putin durante i loro colloqui privati.

Trump ha indicato la possibilità di un futuro incontro trilaterale che includerebbe anche Zelensky, affermando che “entrambi mi vogliono lì”. Tuttavia, Putin ha suggerito scherzosamente “la prossima volta a Mosca”, una proposta che escluderebbe de facto la partecipazione ucraina. Il Cremlino ha rapidamente gettato acqua fredda sulla possibilità di un incontro Putin-Zelensky, con l’advisor per la politica estera Yuri Ushakov che ha dichiarato che l’argomento “non è stato ancora toccato”.

Il vertice di Anchorage del 15 agosto 2025 rimarrà nella storia come un momento di svolta nelle relazioni internazionali, anche se non per i risultati concreti raggiunti. L’incontro ha rappresentato una vittoria diplomatica significativa per Putin, che è riuscito a rompere il suo isolamento internazionale e a ottenere una piattaforma di prestigio per presentare le sue posizioni. Per Trump, il vertice ha rappresentato sia un’opportunità che un rischio: pur dimostrando la sua volontà di impegnarsi personalmente nella risoluzione del conflitto ucraino, il Presidente americano non è riuscito a ottenere concessioni significative da Putin e ha dovuto affrontare critiche per aver accordato eccessiva legittimità al leader russo.

Il fallimento del vertice nel produrre accordi concreti solleva interrogativi sulla fattibilità del processo di pace immaginato da Trump. Putin continua a mantenere le sue posizioni massimaliste, richiedendo il riconoscimento dell’annessione dei territori ucraini e la neutralità permanente dell’Ucraina, mentre l’Ucraina e i suoi alleati europei insistono su garanzie di sicurezza robuste e sul rifiuto di riconoscere qualsiasi annessione territoriale. L’Europa e l’Ucraina si trovano ora di fronte alla sfida di mantenere la coesione occidentale mentre Trump sembra sempre più incline ad adottare un approccio che privilegi i rapporti bilaterali con la Russia rispetto alla solidarietà atlantica. Il prossimo incontro tra Trump e Zelensky a Washington sarà cruciale per determinare se sarà possibile riconciliare le visioni divergenti su come porre fine al conflitto più devastante in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale, in un contesto dove le posizioni fondamentali delle parti rimangono sostanzialmente immutate nonostante tre anni e mezzo di guerra.

Le verità nascoste del summit tra Trump e Putin sull’Ucraina

Nel contesto globale attuale, dove le sorti dell’Ucraina continuano a essere al centro di tensioni internazionali, emergono nuovi dettagli sulla strategia degli Stati Uniti e sulle mosse di Mosca che rivelano fragilità, ambizioni e giochi di potere che vanno ben oltre le dichiarazioni ufficiali. Mentre Donald Trump prepara il vertice con Vladimir Putin, circolano indiscrezioni sulle condizioni che la Russia intende porre per uno scenario di pace, con il Donetsk come punto centrale delle trattative. Secondo alcuni analisti, Putin avrebbe rilassato le sue pretese territoriali rispetto ai mesi precedenti, passando dalla richiesta di quattro regioni ucraine alla concentrazione su una sola area, segnalando possibili spiragli di dialogo ma anche l’assenza di vere concessioni.

L’assenza di Volodymyr Zelensky al summit di Alaska si profila come uno degli elementi più controversi. Pur non essendo ufficialmente escluso, la Casa Bianca ha precisato che il vertice nasce come bilaterale tra Stati Uniti e Russia, lasciando la decisione sull’eventuale coinvolgimento ucraino a una fase successiva. Zelensky, tuttavia, ha dichiarato che qualsiasi accordo siglato senza la presenza dell’Ucraina sarebbe «privo di significato» e che il suo governo non accetterà in nessun caso cessioni territoriali imposte dall’esterno. Nel frattempo, europarlamentari e ministri europei hanno ribadito che “la strada verso la pace non può passare sopra la testa dell’Ucraina”, evidenziando il rischio che le trattative possano favorire le ambizioni di Mosca invece di una pace equa.

La posizione degli Stati Uniti appare sempre più ambivalente. Da un lato, Trump insiste sulla necessità di «recuperare territorio per l’Ucraina» e promette di condividere eventuali proposte “fair” di Putin con i leader europei e con lo stesso Zelensky. Dall’altro, la recente decisione di Washington di opporsi a una risoluzione ONU che condanna l’aggressione russa, scegliendo piuttosto di promuovere un testo più neutro, ha generato un solco profondo con le posizioni europee. Esperti di geopolitica sottolineano come questa svolta sia “senza precedenti” e indichi un riposizionamento strategico statunitense che, sebbene motivato dal desiderio di chiudere rapidamente il conflitto, potrebbe minare la coesione del blocco euro-atlantico.

Ad aumentare la pressione sulla diplomazia internazionale intervengono anche questioni di sicurezza energetica e militare: la Russia, grazie ai propri successi sul campo e alla resistenza ucraina messa a dura prova dalle offensive missilistiche e droni, punta a consolidare un “buffer zone” in alcune aree chiave e a mantenere la propria influenza impedendo all’Ucraina di entrare stabilmente nella NATO. Putin sa che il tempo gioca a suo favore: la stanchezza europea, le divisioni interne e il timore di una escalation nucleare rendono difficile individuare misure efficaci che non siano solo sanzioni economiche o sostegno militare indiretto.

Cresce anche il timore, in Europa, che Trump possa essere tentato da un “grande accordo” con Putin, capace di chiudere le ostilità ma sacrificando la sovranità ucraina e la sicurezza europea. Le capitali del vecchio continente hanno intensificato i contatti tra loro e con la Casa Bianca per influenzare la posizione americana prima del summit: solo la Polonia, paese notoriamente vicino a Kiev, ha ottenuto rassicurazioni sulla consultazione con gli alleati europei. Ma la voce ufficiale dell’UE (ad eccezione dell’Ungheria) resta netta: «le frontiere internazionali non devono essere cambiate dalla forza».

Un altro elemento cruciale riguarda l’efficacia della strategia americana degli ultimi anni. Diversi analisti ritengono che, pur evitando un conflitto diretto con Mosca, gli Stati Uniti non siano riusciti a impedire il consolidamento delle posizioni russe né a offrire adeguate garanzie di sicurezza a Kiev. Il rischio di una pace “compromessa”, che possa essere imposta anziché negoziata, pesa come una minaccia sulle future relazioni tra Occidente e Russia.

Sul fronte ucraino, la società civile e la classe dirigente guardano con realismo e molta cautela agli sviluppi. La memoria storica di accordi come quello di Monaco del 1938, che portò a sacrificare i territori di una piccola democrazia europea per la pace con una grande potenza autoritaria, accompagna le paure di oggi. Non manca il sospetto che la diplomazia russa possa “ingannare” Trump, sfruttando le divisioni occidentali e la pressione per una soluzione rapida per ottenere il massimo vantaggio strategico in Crimea e Donbass.

Di fronte a queste manovre, gli osservatori sottolineano la necessità di un coinvolgimento costante di tutte le parti interessate, in primis Ucraina e Unione Europea, per evitare accordi imposti e per ristabilire la centralità del diritto internazionale. Le istituzioni europee ribadiscono la volontà di sostenere Kiev politicamente, militarmente e finanziariamente, anche paventando nuove aperture sul percorso di adesione all’UE per l’Ucraina. Ma, al tempo stesso, cresce la consapevolezza che senza una vera unità e senza pressioni efficaci su Mosca, la pace rischia di restare un obiettivo lontano.

Il summit tra Trump e Putin in Alaska segna quindi una fase cruciale: rappresenta una mossa diplomatica che può ridisegnare gli equilibri globali, ma porta con sé l’ombra di concessioni che potrebbero minare le fondamenta dell’ordine europeo e le speranze di autonomia dell’Ucraina. La posta in gioco è altissima: il futuro dei confini, delle alleanze e della stessa idea di una Europa unita nella difesa dei propri valori e della legalità.

Salis felice dell’accordo con Salvini: non dobbiamo ridare i 25 milioni. Cancellato il finanziamento di 398 milioni

Le ultime evoluzioni sullo Skymetro di Genova segnano una svolta decisiva nell’annosa vicenda della mobilità in Val Bisagno. Il 6 agosto 2025, nella sede del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a Roma, la sindaca Silvia Salis ha incontrato il ministro Matteo Salvini per discutere il destino del tanto dibattuto progetto dello Skymetro. Al centro del confronto si è trovato soprattutto il nodo economico: la sorte dei 398 milioni di euro destinati al progetto originario e dei 19 milioni già spesi negli anni passati tra progettazioni, revisioni e studi tecnici. Negli ultimi mesi, le tensioni tra il Comune ora guidato dal centrosinistra, e il MIT si sono polarizzate sul futuro stesso dell’intervento, con la sindaca e la sua squadra apertamente contrari alla realizzazione dell’opera così come concepita dalla precedente amministrazione.

L’incontro di Roma ha avuto il pregio di chiarire in maniera definitiva la questione dei fondi spesi. Secondo quanto riportato dalle principali testate locali a margine dell’incontro, è stato stabilito che “le risorse già utilizzate per lo Skymetro non dovranno essere restituite”. Si tratta di circa 19 milioni impiegati in tre anni di lavoro e quattro diversi progetti, tutti necessari per rispondere alle richieste del Consiglio superiore dei lavori pubblici e del MIT stesso. Per un Comune alle prese con la difficile gestione del bilancio, questa notizia ha peso strategico: le casse di Palazzo Tursi potranno contare almeno su questo “tesoretto risparmiato”, fondamentale nei delicati equilibri economici delle società partecipate e dei futuri interventi pubblici.

CANCELLATO IL FINANZIAMENTO
DI 398 MILIONi?

Tuttavia, la partita più grande resta aperta: Genova rischia ancora di perdere i 398 milioni di euro che lo Stato aveva stanziato per il progetto dello Skymetro, soldi ora vincolati esclusivamente a questa infrastruttura e che non potranno essere, se confermata la rinuncia, riallocati su proposte diverse. Il MIT lo ha ribadito con fermezza già alla vigilia del vertice: se il nuovo esecutivo comunale non cambierà posizione, i fondi saranno revocati e destinati ad altri progetti in attesa di finanziamenti in tutta Italia. Dal governo centrale, la linea resta dura: “Dopo più di tre anni di lavoro e soldi messi a disposizione, si legge nella nota ministeriale, il Comune ha espresso la volontà di non realizzare lo Skymetro, fermo restando che ha tempo fino al 31 dicembre 2025 per sottoscrivere il contratto di appalto. Se la scelta sarà confermata, i fondi saranno revocati anche per soddisfare altre richieste”.

La sindaca Salis, da parte sua, ha espresso soddisfazione solo parziale: rassicurata dal non dover restituire le somme già investite, ha però posto l’accento sulla necessità “di partecipare al prossimo avviso pubblico per presentare un progetto alternativo per la Val Bisagno”. L’obiettivo del Comune è proporre al MIT un sistema di mobilità moderno e rapido, ma meno impattante dell’ormai contestato Skymetro. Tra le ipotesi sul tavolo, si parla del prolungamento della metropolitana cittadina in sotterranea fino a piazzale Parenzo, con stazioni intermedie in quartieri strategici come Terralba e Marassi. Le difficoltà tecniche non mancano, sia per le complessità di scavo sia per le necessità di soddisfare allo stesso tempo esigenze di rapidità e non invasività178.

Il confronto Salvini-Salis si inserisce in un più ampio ripensamento delle politiche infrastrutturali della città, in una fase in cui l’amministrazione vuole ridefinire le priorità anche rispetto ad altri dossier cruciali come la nuova diga del porto e il tunnel subportuale, fondamentale per la logistica urbana. Il ministro Salvini ha ribadito l’impegno a seguire con attenzione questi capitoli, annunciando l’apertura di tavoli tecnici condivisi tra tutti i soggetti coinvolti, allo scopo di rafforzare il dialogo istituzionale e non lasciare indietro nessuna delle opere considerate strategiche per Genova e la Liguria24.

Il dibattito sulla metro leggera sopraelevata che avrebbe collegato Brignole alla Val Bisagno prosegue con toni accesi anche sul versante politico. La Lega accusa il centrosinistra di voler “cancellare un’opera attesa da anni, progettata e già finanziata”, mentre il Partito Democratico ribatte sulle modalità di gestione del dossier da parte del MIT, parlando di un’impostazione “ricattatoria e poco collaborativa”, che non favorirebbe la costruzione di infrastrutture realmente utili e condivise dalla città. L’aspetto più concreto resta comunque il vincolo giuridico delle risorse statali: solo proposte specificamente mirate all’obiettivo di trasporto rapido di massa in Val Bisagno potranno godere di continuità nella copertura finanziaria. Per il Comune, la sfida ora sarà presentare entro il 2026 un progetto definitivo e convincente che rispetti le regole di ammissibilità imposte dal ministero63.

L’appuntamento romano tra Salvini e Salis, quindi, non scioglie tutti i nodi, ma fissa un punto fermo nella controversia: i 19 milioni già spesi non vanno restituiti; per il futuro della mobilità genovese, invece, si apre una nuova fase progettuale che si giocherà sia sui tavoli istituzionali che nel consenso cittadino. In questo clima di attesa, resta chiara la volontà della nuova amministrazione di non sprecare le opportunità offerte dagli ingenti finanziamenti statali, ma di volerne ridefinire le modalità di spesa per garantire opere più sostenibili e meno impattanti sul territorio.

Le prossime settimane saranno cruciali per definire la rotta strategica della città, tra la necessità di non perdere finanziamenti preziosi e l’intenzione politica di proporre un modello di trasporto urbano più innovativo, sostenibile e integrato con la realtà locale. L’attenzione resta quindi tutta puntata su Palazzo Tursi e sul Ministero delle Infrastrutture, a cui spetta il compito non solo di vigilare sulla regolarità delle procedure, ma anche di promuovere un vero dialogo istituzionale che metta al centro l’interesse della comunità genovese.

Data Breach 2025: perché la sicurezza digitale è la nuova sfida di sopravvivenza per le imprese

Nel 2025 il panorama della sicurezza informatica si presenta ancora denso di minacce e complessità crescenti, in grado di impattare profondamente sia sulle grandi aziende sia sulle piccole imprese. L’evoluzione degli attacchi e il costante perfezionamento delle tecniche di cybercrime impongono nuovi standard di resilienza e innovazione nei processi di difesa. Tuttavia, la capacità di reazione e adattamento delle organizzazioni non è omogenea. Se da un lato molte grandi aziende sono riuscite a sfruttare i progressi dell’automazione e dell’intelligenza artificiale per contenere, almeno in parte, i danni derivanti da un data breach, le piccole imprese devono ancora fronteggiare pesanti difficoltà, sia economiche che reputazionali.

Il costo medio globale di una violazione di dati nel 2025 è sceso a 4,44 milioni di dollari, registrando un calo del 9% rispetto all’anno precedente. Questo risultato è in larga parte dovuto all’adozione sempre più capillare di tecnologie avanzate, come i sistemi di rilevamento automatizzati e le piattaforme di intelligenza artificiale. Gli algoritmi AI favoriscono una riduzione drastica dei tempi necessari a individuare e contenere una minaccia, permettendo alle aziende di arginare in modo tempestivo il rischio di dispersione dei dati e di conseguenti danni finanziari. Eppure, dietro questa apparente inversione di tendenza, si cela un dato che alimenta preoccupazione: negli Stati Uniti, uno degli epicentri delle attività criminali online, il costo medio per violazione è salito a 10,2 milioni di dollari. Tale dato evidenzia la complessità normativa del contesto USA e l’elevata sensibilità in tema di dati personali, che contribuiscono a gonfiare la spesa legata a sanzioni, controversie legali e recupero reputazionale.

Le grandi aziende vivono sulla propria pelle il prezzo altissimo delle interruzioni di servizio, delle sanzioni imposte dagli enti regolatori e della perdita di fiducia da parte dei clienti. Il caso emblematico di Marks & Spencer, colpita da un massiccio data breach quest’anno, offre uno spaccato eloquente di come una violazione possa paralizzare l’operatività per oltre 72 ore, generando danni stimati oltre 300 milioni di sterline tra rallentamento delle attività, costi derivanti dal ripristino dei sistemi e oneri derivanti dal risarcimento alle vittime. La pressione è tale da spingere molte realtà aziendali a innalzare ulteriormente il livello degli investimenti in prevenzione e formazione.

Sul versante delle piccole imprese la fotografia è ancora più impietosa. Il 43% degli attacchi informatici registrati a livello globale prende di mira proprio le PMI, in quanto percepite come un bersaglio facile a causa di sistemi di protezione meno sofisticati. Nel 2025, il costo medio di una violazione per una piccola impresa oscilla tra 120.000 e 1,24 milioni di dollari. All’interno di questa fascia si celano spese legali, interruzione di fatturato, recupero delle infrastrutture digitali, incremento dei premi assicurativi e penali dovute alla mancata conformità a regolamenti stringenti. Ma ciò che lascia il segno più profondo è la difficoltà a rialzarsi dopo un cyberattacco: il 60% delle piccole imprese che subisce un data breach chiude i battenti entro sei mesi dall’incidente, non riuscendo a far fronte alle perdite e alla fuga della clientela. Il tema della sfiducia è centrale: quasi il 29% delle PMI colpite subisce la perdita permanente di clienti, incapaci di ripristinare la credibilità e la sicurezza percepita.

A rendere ancora più complesso il quadro interviene l’impennata dei ransomware, veri protagonisti dell’anno: nel 2025 il riscatto medio richiesto tramite ransomware si è attestato sui 35.000 dollari per singolo caso, una cifra che può aumentare enormemente nei casi di PMI operate in settori strategici o con scarsa cultura della protezione digitale. Non sono da meno le frodi e le truffe da phishing, che superano i 70.000 dollari di danni medi per evento e minacciano in modo particolare i comparti meno digitalizzati.

Il cybercrime nel suo complesso viene valutato in oltre 10.500 miliardi di dollari di danni annuali entro la fine dell’anno, segnando un nuovo record negativo e alimentando timori di “pandemia digitale”. Eppure, le stesse tecnologie avanzate che favoriscono la velocizzazione dei processi aziendali si stanno rivelando la chiave per arginare le minacce: l’adozione diffusa di piattaforme di intelligenza artificiale, in particolare da parte delle grandi aziende, permette una riduzione media di 1,9 milioni di dollari per ogni violazione, grazie alla rapidità nella risposta e nella gestione proattiva degli incidenti.

Questa curva di apprendimento dichiara però un divario crescente tra le grandi aziende, in grado di puntare su investimenti continui nell’automazione, e il mondo delle piccole imprese, costretto a compiere scelte spesso dettate dalla scarsità di budget e dall’assenza di risorse umane specializzate. Ne deriva una sorta di “digital divide” della sicurezza: le big corporate iniziano a mostrare segnali di resilienza e di ritorno verso la normalità dopo un incidente, mentre le piccole fanno i conti con la fragilità dei processi e dei bilanci.

Ma anche in un contesto così polarizzato, non mancano segnali incoraggianti. Gli investimenti in soluzioni di cybersecurity “as-a-service” risultano essere una valida alternativa per le PMI, che possono così accedere a sistemi di protezione avanzati senza dover sostenere oneri insostenibili. La collaborazione fra imprese, la formazione obbligatoria del personale e la crescita delle startup specializzate nella cyber difesa stanno generando nuove opportunità di resilienza per l’intero tessuto economico.

Il 2025 si configura dunque come un anno di svolta: se da un lato l’emergenza cyber aumenta in sofisticazione e volume di attacchi, dall’altro si affina la strategia di protezione, rendendo più accessibili tecnologie e servizi in grado di mitigare i rischi. La prevenzione resta la parola d’ordine assoluta per tutti: non esistono organizzazioni davvero immuni, ma la capacità di prevedere, rilevare e rispondere in tempi rapidi può fare la differenza fra crescita e fallimento. L’impatto dei data breach non è solo una questione di numeri, sanzioni e costi diretti, ma determina un valore immateriale – la fiducia – ormai fondamentale quanto i capitali finanziari e le tecnologie di punta.

Guerra Silenziosa: Stati Uniti e Cina si sfidano ogni giorno nella cyberwar globale

La cyberwar tra Stati Uniti e Cina è ormai divenuta la nuova frontiera della tensione geopolitica globale. Oggi, lo scontro digitale tra queste due superpotenze non conosce pause né tregue, manifestandosi attraverso una serie di attacchi mirati, sofisticati e in larga parte invisibili agli occhi dell’opinione pubblica. La relazione tra Washington e Pechino, già marcata da sfiducia e sospetto sul piano economico e militare, si declina in modo ancor più insidioso nel cyberspazio, dove armi, confini e regole appaiono sempre più sfumati.

Nel corso del 2025 lo scenario si è ulteriormente aggravato: gli Stati Uniti hanno subito una delle offensive informatiche più complesse di sempre, con attacchi che hanno colpito agenzie federali, aziende strategiche e infrastrutture critiche. Il crescendo di sofisticazione di tali operazioni, attribuite a gruppi legati al Ministero della Sicurezza di Stato cinese, ha costretto società come Microsoft a rilasciare patch d’emergenza, mentre il governo statunitense ha elevato il livello di allerta ai massimi storici. Ciò che emerge è un quadro di guerra non dichiarata, ma combattuta ogni giorno dietro le quinte della trasformazione digitale, così come evidenziato dalle analisi di settore.

I cyberattacchi cinesi non si limitano più a finalità di spionaggio industriale, ma hanno assunto una dimensione strategica e apertamente ostile. Gli hacker operano non solo per raccogliere informazioni preziose sulle tecnologie, ma anche per preparare il sabotaggio delle reti elettriche, idriche, dei trasporti e delle comunicazioni, ovvero di quei nodi vitali che in caso di escalation potrebbero essere paralizzati con conseguenze drammatiche per la sicurezza nazionale statunitense. Negli ultimi mesi, specificamente i gruppi identificati con i nomi Apt31, RedBravo e Gallium sono stati protagonisti di campagne di infiltrazione che hanno preso di mira asset strategici, utilizzando malware progettati per restare nascosti a lungo all’interno delle reti colpite.

Il governo cinese, dal canto suo, adotta una posizione ufficiale di smentita, bollando le accuse americane come propaganda e negando qualsiasi coinvolgimento diretto nelle operazioni ostili. Eppure, documenti riservati e rapporti di intelligence pubblicati dai media dimostrano una crescita esponenziale nelle capacità di penetrazione e nei livelli di sofisticazione degli attacchi cibernetici collegati a gruppi che agiscono nell’orbita di Pechino. L’obiettivo di fondo sarebbe il cosiddetto “preposizionamento”: ovvero agire con largo anticipo, occupando silenziosamente spazi digitali strategici e lasciando “porte aperte” nelle infrastrutture critiche degli avversari. In tale ottica, la minaccia non è solo immediata ma latente, pronta a tradursi in sabotaggio o blackout nel momento in cui la tensione internazionale lo rendesse opportuno.

Anche il versante americano non resta a guardare. Sebbene la narrazione dominante sia quella della difesa e della risposta agli attacchi nemici, gli Stati Uniti sono storicamente tra i protagonisti delle offensive digitali a livello mondiale, disponendo a loro volta di capacità di cyberwar tra le più avanzate che il pianeta conosca. Eppure, di fronte alla crescente pressione degli attori cinesi, Washington si trova costretta a una corsa affannosa per colmare le proprie vulnerabilità: le recenti riforme della Casa Bianca, gli investimenti sulle difese critiche e le direttive ai principali colossi tecnologici dimostrano che la sicurezza nel cyberspazio è ormai considerata una delle priorità della strategia nazionale.

Uno degli aspetti più allarmanti è la cosiddetta “normalizzazione del cyberattacco”. La guerra digitale tra Stati Uniti e Cina, infatti, non appare più come un’eccezione, ma come uno stato permanente di conflitto a bassa intensità. Gli attacchi si susseguono a cadenza settimanale: database di agenzie federali statunitensi violati, software compromessi e reti di aziende leader nel settore della difesa costrette a continui aggiornamenti di emergenza. Se fino a pochi anni fa si parlava genericamente di cyber spionaggio, oggi la posta in gioco è il controllo delle infrastrutture essenziali – ma anche della narrazione pubblica e delle percezioni dell’opinione pubblica, dato che la disinformazione orchestrata tramite campagne digitali sta diventando parte integrante della strategia di guerra informatica.

Le principali tecniche di attacco comprendono l’exploitation di vulnerabilità zero-day, phishing altamente mirato verso personale strategico, creazione di backdoor difficilmente individuabili e malware personalizzati capaci di eludere i sistemi di difesa tradizionali. L’obiettivo è sempre più spesso quello di ottenere accesso prolungato ai sistemi compromessi, per potervi rimanere all’interno anche per anni, aspettando il momento più opportuno per colpire con la massima efficacia. Gli esperti sottolineano come la componente principale della dottrina cinese sia la pazienza: non agire solo per causare danno nell’immediato, ma per costruire le condizioni di un intervento potenzialmente devastante su scala ampia.

La minaccia si estende inoltre a nuove frontiere, quali i cavi sottomarini per le comunicazioni, le reti 5G e l’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti sospettano che la penetrazione della tecnologia cinese nei network di nuova generazione possa rappresentare il “cavallo di Troia” per l’infiltrazione di massa o per la raccolta di informazioni su larga scala. Il tema del controllo delle infrastrutture digitali di nuova generazione, così come la difesa dei segreti industriali dei colossi tecnologici, e la salvaguardia delle reti di comando e controllo militare, rappresentano oggi il principale campo di battaglia nel cyberspazio.

Ma la cyberwar non produce solo danni digitali. La sua conseguenza più temibile è il rischio di escalation e di “aggancio” con crisi geopolitiche concrete: il caso di Taiwan è emblematico. Uno dei principali punti di frizione tra Washington e Pechino rimane il futuro della regione, con la minaccia cinese di colpire infrastrutture statunitensi nel caso di un intervento americano a difesa di Taipei. All’interno di questo quadro, gli attacchi informatici si configurano come strumenti di deterrenza e di pressione, veri e propri avvertimenti lanciati all’avversario per condizionare le sue scelte strategiche.

L’imprevedibilità futura di questa guerra senza regole resta uno degli aspetti più critici. Nel cyberspazio le linee rosse sono vaghe, la possibilità di negare il coinvolgimento diretto è elevatissima, e la rapidità con cui una crisi digitale potrebbe tradursi in conseguenze concrete sulla vita delle persone è sempre più elevata. Gli esperti chiedono una decisa accelerazione degli sforzi multilaterali per creare un minimo di governance internazionale su questi temi, ma l’attuale clima di sospetto reciproco rende la cooperazione un obiettivo ancora troppo distante, almeno nel breve termine.

L’impressione più forte che emerge è che la cyberwar tra Stati Uniti e Cina rappresenti oggi il vero termometro della competizione globale, una battaglia sotterranea combattuta da legioni di analisti, tecnici e responsabili della sicurezza informatica, in cui ogni vulnerabilità rappresenta una possibile falla del sistema, e ogni giorno può diventare il teatro di un nuovo, invisibile scontro. Gli equilibri mondiali di domani si giocano, sempre di più, all’interno dei data center, delle reti digitali e nei laboratori di intelligenza artificiale, dove la posta in gioco non sono più solo i dati, ma la stessa sicurezza – e la sovranità – delle nazioni.