L’esercito pakistano conclude l’Operazione Radd-ul-Fitna-1 dopo gli attacchi coordinati del Baloch Liberation Army. Bilancio: oltre 270 morti tra militanti, civili e forze di sicurezza. La provincia più grande del Pakistan resta un campo di battaglia tra insurrezione separatista, interessi geopolitici cinesi e accuse incrociate tra Islamabad e Nuova Delhi.
L’esercito pakistano ha annunciato giovedì la conclusione dell’Operazione Radd-ul-Fitna-1, la più vasta offensiva antinsurrezionale degli ultimi anni nel Balochistan. Secondo il comunicato ufficiale delle forze armate, sono stati uccisi 216 militanti in una settimana di combattimenti che hanno attraversato l’intera provincia sudoccidentale del Paese.
L’operazione è scattata il 29 gennaio, ma il suo vero innesco è arrivato due giorni dopo. Nelle prime ore del 31 gennaio, il Baloch Liberation Army ha lanciato quella che ha definito «Operazione Herof 2.0», una serie di attacchi simultanei in almeno dodici località della regione. È stata una delle offensive più audaci nella storia del movimento separatista.
I miliziani hanno preso d’assalto stazioni di polizia, installazioni militari, banche e uffici governativi. A Quetta, il capoluogo provinciale, le esplosioni hanno risuonato nelle zone ad alta sicurezza. A Mastung almeno trenta detenuti sono evasi da un carcere. A Nushki, cittadina desertica di circa cinquantamila abitanti, i ribelli hanno occupato il commissariato e altre strutture di sicurezza, dando inizio a un assedio durato tre giorni.
Civili e forze di sicurezza dopo attacco in stazione in Pakistan
L’assedio di Nushki e la risposta militare
La riconquista di Nushki ha richiesto l’impiego di elicotteri e droni. Le forze pakistane hanno schierato rinforzi consistenti prima di riuscire a riprendere il controllo della cittadina nella tarda serata di lunedì. Sette agenti di polizia sono morti negli scontri.
Il bilancio complessivo degli attacchi è pesante. Secondo fonti governative, 36 civili e 22 membri delle forze di sicurezza hanno perso la vita. Tra le vittime civili figurano anche cinque donne e tre bambini, uccisi nella loro abitazione a Gwadar durante un’incursione dei miliziani. Il BLA ha rivendicato gli attacchi attraverso il suo portavoce Jeeyand Baloch, affermando di aver colpito quattordici obiettivi e di aver ucciso 280 soldati pakistani. L’esercito ha respinto queste cifre come infondate.
L’operazione «Radd-ul-Fitna», che in urdu significa «contrastare il caos», rappresenta la risposta più massiccia di Islamabad all’insurrezione baluca degli ultimi anni. Il comunicato militare ha parlato di «pianificazione meticolosa, intelligence operativa e coordinamento impeccabile tra forze armate, agenzie di sicurezza e servizi segreti».
Elicottero esercito pakistano in operazione di ricognizione
Una provincia ricca e dimenticata
Il Balochistan occupa quasi il 44 per cento del territorio pakistano, ma ospita appena quindici milioni di abitanti. È la provincia più grande e più povera del Paese. Ricca di gas naturale, carbone, oro e rame, ha visto le sue risorse estratte per decenni senza che la popolazione locale ne beneficiasse in modo significativo.
Secondo stime recenti, circa il 70 per cento dei baluci vive sotto la soglia di povertà. L’elettricità manca in vaste aree rurali. Le infrastrutture sanitarie e scolastiche sono carenti. L’accesso a internet e alle reti telefoniche resta limitato, e viene regolarmente interrotto durante le operazioni militari.
È su questo terreno di risentimento che il BLA ha costruito la sua base di reclutamento. Il movimento, fondato nel 2000, è considerato un’organizzazione terroristica da Pakistan, Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea. Ma nella provincia continua a trovare sostegno, soprattutto tra i giovani. Circa il 65 per cento della popolazione baluca ha meno di trent’anni.
Civili residenti in Balochistan, Pakistan
La Cina nel mirino
Il Balochistan è al centro del Corridoio economico sino-pakistano, il progetto infrastrutturale da 65 miliardi di dollari che collega la Cina occidentale al Mar Arabico attraverso il porto di Gwadar. Per Pechino è un accesso strategico all’Oceano Indiano. Per i separatisti baluci è il simbolo dello sfruttamento delle loro terre da parte di potenze straniere.
Negli ultimi anni il BLA ha intensificato gli attacchi contro obiettivi cinesi. Nel 2018 ha colpito il consolato cinese a Karachi. Nel 2019 ha assaltato il Pearl Continental Hotel di Gwadar. Nel 2022 una donna baluca si è fatta esplodere a Karachi uccidendo tre insegnanti cinesi. Il movimento ha anche attaccato convogli di ingegneri e cantieri del CPEC, chiedendo pubblicamente a Pechino di abbandonare la provincia.
Gli attacchi di fine gennaio sono arrivati pochi giorni dopo un vertice pakistano dedicato agli investimenti minerari, dove Islamabad cercava di attrarre nuovi partnerinternazionali. A settembre una compagnia mineraria statunitense aveva firmato un memorandum d’intesa da 500 milioni di dollari. Il messaggio del BLA è stato chiaro: nessun investitore straniero può considerarsi al sicuro in Balochistan.
La guerra delle accuse tra Islamabad e Nuova Delhi
Il governo pakistano ha immediatamente puntato il dito contro l’India. Il ministro della Difesa Khawaja Asif ha dichiarato che «tutti gli indizi portano verso l’India». Il ministro dell’Interno Mohsin Naqvi ha usato l’espressione «Fitna al-Hindustan», letteralmente «la sedizione dell’India», per definire i responsabili degli attacchi.
Nuova Delhi ha respinto le accuse come «prive di fondamento». Il portavoce del Ministero degli Esteri indiano Randhir Jaiswal ha invitato il Pakistan a «concentrarsi sui problemi interni invece di ripetere affermazioni infondate ogni volta che si verifica un episodio violento».
La narrativa dell’ingerenza straniera è una costante nella risposta pakistana all’insurrezione baluca. Funziona come strumento di mobilitazione interna e serve a presentare l’esercito non come parte di un conflitto civile, ma come difensore della sovranità nazionale. Secondo gli analisti, però, questa cornice narrativa oscura le radici locali del malcontento, che affondano in decenni di marginalizzazione economica e repressione politica.
Checkpoint al confine tra Pakistan e India
Le sparizioni forzate e la spirale della violenza
Nel contesto degli ultimi attacchi si è riacceso il dibattito sulle violazioni dei diritti umani in Balochistan. Per oltre seimila giorni, attivisti hanno mantenuto un presidio permanente davanti al Press Club di Quetta chiedendo risposte sulla sorte di centinaia di cittadini baluci scomparsi.
Secondo il Baloch Yakjehti Committee, nella prima metà del 2025 sono stati documentati 752 casi di sparizione forzata nella provincia, con quasi 550 persone ancora disperse. Nello stesso periodo sono state registrate 117 uccisioni extragiudiziali. I rapporti delle organizzazioni per i diritti umani documentano un aumento delle sparizioni di donne, studenti e attivisti politici.
Ad aprile 2025 un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha chiesto al Pakistan di affrontare le violazioni dei diritti umani in Balochistan, esprimendo allarme per «l’uso incessante delle sparizioni forzate». Gli esperti hanno anche messo in guardia contro nuovi centri di detenzione per sospetti terroristi, che «potrebbero portare a gravi violazioni dei diritti umani, incluse detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e tortura».
È una spirale che si autoalimenta. Come ha osservato una fonte della sicurezza pakistana ad Al Jazeera: «Un esercito può neutralizzare un militante, ma non può neutralizzare un risentimento. Lo Stato li vede come una rete terroristica; molti qui vedono figli e fratelli che hanno preso le armi».
Militare esercito pakistano durante operazione al confine
Un’insurrezione che cambia volto
Il BLA degli ultimi anni non è più lo stesso gruppo di un decennio fa. Ha acquisito capacità operative sofisticate, adottando tattiche fino a poco tempo fa associate ai gruppi jihadisti, come attentati suicidi, ordigni esplosivi improvvisati e attacchi complessi con più assalitori.
Particolarmente significativo è l’impiego di donne kamikaze. Durante l’Operazione Herof 2.0, il BLA ha diffuso video che mostravano combattenti donne in azione. Una di loro, identificata come Asifa Mengal della Brigata Majeed, avrebbe condotto un attacco con autobomba contro un quartier generale dell’intelligence a Nushki.
Secondo il Pakistan Institute for Peace Studies, nel 2025 il Balochistan ha registrato almeno 254 attacchi, con un aumento del 26 per cento rispetto all’anno precedente e oltre 400 morti. È stato l’anno più sanguinoso dall’inizio dell’insurrezione.
Conseguenze post attacchi multipli tra Pakistan e Balochistan
Il futuro incerto di una terra contesa
Il capo ministro del Balochistan Sarfraz Bugti ha escluso negoziati con il BLA. «Vogliono imporre la loro ideologia con la canna del fucile e cercano di trascinare il popolo baluco in una guerra inutile», ha dichiarato. Ha anche avvertito che le famiglie dei militanti subiranno «punizioni collettive» se non denunceranno i parenti coinvolti nei gruppi separatisti.
Le Nazioni Unite hanno condannato gli attacchi del fine settimana definendoli «atroci». Gli Stati Uniti hanno espresso solidarietà al Pakistan. Ma la comunità internazionale resta in gran parte silenziosa sulla crisi umanitaria che si consuma nella provincia, divisa tra la necessità di mantenere buoni rapporti con Islamabad e l’imbarazzo per le violazioni documentate.
Milizie separatiste BLA in Balochistan
Tra le catene montuose del Sulaiman e del Kirthar, il Balochistan rimane una terra di dualità. Ospita Gwadar, il porto scintillante che dovrebbe collegare la Cina al mondo, e valli remote dove le linee di comunicazione sono le prime vittime di ogni escalation. I suoi confini con Iran e Afghanistan offrono ai combattenti profondità strategica e possibilità di movimento.
Per il Pakistan la provincia è fonte di ansia strategica. Per i suoi abitanti è una ferita aperta che nessuna operazione militare, per quanto massiccia, sembra in grado di rimarginare.
Analisi completa delle capacità operative e del ruolo geopolitico della superportaerei USS Abraham Lincoln nella crisi del 2026: dalla tecnologia stealth degli F-35C alla deterrenza nel Mar Arabico, tra ingaggi aeronavali e i nuovi scenari negoziali.
Contesto operativo
Nel panorama della sicurezza globale e della proiezione di potenza marittima, poche piattaforme eguagliano la rilevanza strategica e simbolica della USS Abraham Lincoln (CVN-72). Quinta unità della classe Nimitz, questa superportaerei a propulsione nucleare non rappresenta semplicemente un asset militare degli Stati Uniti, ma un vero e proprio strumento di diplomazia coercitiva, capace di alterare gli equilibri regionali con la sua sola presenza. Il presente dossier, aggiornato alle ultime evoluzioni operative del gennaio 2026, è stato redatto per fornire un quadro esaustivo e dettagliato dell’unità.
L’analisi si muove su molteplici livelli: dall’ingegneria navale che permette a oltre 100.000 tonnellate di acciaio di muoversi a velocità sostenute per decenni senza rifornimento, alla complessa sociologia di un equipaggio di 5.000 anime; dalla storia operativa che attraversa la fine della Guerra Fredda e la Guerra al Terrore, fino all’attuale ruolo di punta nella crisi mediorientale contro l’Iran.
Particolare attenzione è stata dedicata all’integrazione delle fonti in lingua araba e inglese, permettendo di ricostruire non solo la prospettiva tecnica e operativa occidentale, ma anche la percezione della minaccia e le reazioni strategiche degli avversari regionali nel Golfo Persico e nel Mar Rosso.
In un momento in cui la Lincoln è divenuta la prima portaerei della sua classe a integrare pienamente i caccia stealth di quinta generazione F-35C, la sua presenza nelle acque del Comando Centrale (CENTCOM) segna un punto di svolta nella dottrina della guerra aeronavale moderna.
USS Abraham Lincoln in navigazione
Genesi di un titano e il contesto della classe Nimitz
La storia della USS Abraham Lincoln inizia ben prima del suo varo, radicandosi nella strategia navale americana degli anni ’80, volta a costruire una “Marina di 600 navi” per contrastare l’espansionismo sovietico.
La classe Nimitz, di cui la Lincoln è il quinto esemplare, rappresenta l’evoluzione definitiva della portaerei nucleare, un concetto introdotto con la USS Enterprise. L’obiettivo progettuale era creare piattaforme capaci di operare indefinitamente in scenari di guerra totale, protette da blindature massicce e capaci di sostenere un ritmo di operazioni di volo (sortite) ineguagliabile.
La Lincoln fu ordinata il 27 dicembre 1982, in un’epoca in cui la tecnologia navale stava iniziando a integrare i primi sistemi digitali complessi.
Costruzione, varo e entrata in servizio
La costruzione fu affidata alla Newport News Shipbuilding in Virginia, l’unico cantiere navale al mondo con le infrastrutture e le certificazioni nucleari necessarie per assemblare tali giganti. La chiglia della nave (identificata con lo scafo numero 639 durante la costruzione) fu impostata il 3 novembre 1984. Per quasi quattro anni, migliaia di ingegneri, saldatori e tecnici assemblarono le migliaia di moduli d’acciaio che avrebbero composto lo scafo. Il varo avvenne il 13 febbraio 1988, una data scelta per coincidere con la celebrazione della nascita del presidente Abraham Lincoln.
La madrina della nave, JoAnn K. Webb, infranse la tradizionale bottiglia di spumante sulla prua, battezzando ufficialmente l’unità. Il varo è solo l’inizio: seguirono quasi due anni di allestimento (fitting out), durante i quali furono installati i sistemi di combattimento, i reattori nucleari furono caricati e testati, e gli interni furono resi abitabili
L’11 novembre 1989, la USS Abraham Lincoln fu ufficialmente commissionata (entrata in servizio attivo) nella Marina degli Stati Uniti. Il suo primo porto di assegnazione fu la Naval Air Station di Alameda, in California, segnando il suo destino come unità prevalentemente orientata al teatro del Pacifico. Il motto scelto, “Shall Not Perish” (“Non perirà“), tratto dal celebre Discorso di Gettysburg del Presidente Lincoln, divenne immediatamente il ethos dell’equipaggio, simboleggiando la resilienza e la determinazione della democrazia americana.
Ponte di volo e personale della USS Abraham Lincoln
Anatomia del leviatano, specifiche tecniche e ingegneria
Per comprendere la capacità operativa della Lincoln, è necessario dissezionare le sue caratteristiche tecniche. Non si tratta solo di dimensioni, ma di una sinergia tra propulsione nucleare, idrodinamica e avionica avanzata.
Dimensioni e struttura fisica
La Lincoln è una delle più grandi navi da guerra mai costruite. Le sue dimensioni sono state dettate dalla necessità di operare i più pesanti e veloci aerei a reazione in qualsiasi condizione meteorologica.
La USS Abraham Lincoln ha una lunghezza fuori tutto di 332,85 metri (1.092 piedi) e una lunghezza al galleggiamento di 317 metri. La sua stabilità e capacità operativa sono garantite da uno scafo largo 40,8 metri, che si espande in un ponte di volo monumentale dalla larghezza di 76,8 metri, offrendo una superficie operativa di circa 1,8 ettari (4,5 acri). Con un dislocamento che oscilla tra le 100.000 e le 104.000 tonnellate a pieno carico, la nave mantiene un pescaggio variabile tra gli 11,3 e i 12,5 metri a seconda della configurazione tattica, permettendo a questa massa d’acciaio di navigare con precisione millimetrica.
La struttura dello scafo è realizzata in acciaio ad alta resistenza, con aree critiche (come i depositi munizioni e i reattori) protette da blindature in Kevlar e leghe classificate per resistere a impatti di missili e siluri.
Velivoli imbarcati sul ponte di volo della USS Abraham Lincoln (CVN-72) durante le operazioni navali.
Il cuore nucleare: i reattori A4W
Il vero vantaggio strategico della CVN-72 risiede nella sua autonomia illimitata, garantita da due reattori nucleari ad acqua pressurizzata Westinghouse A4W. Nello specifico i suoi reattori generano calore attraverso la fissione nucleare, che viene utilizzato per trasformare l’acqua in vapore ad alta pressione. Questo vapore aziona quattro enormi turbine principali.
Il sistema genera un’enorme potenza che raggiunge oltre 260.000 cavalli vapore all’asse (shp), trasferiti a quattro alberi motore. Attenzione particolare è stata dedicata alle eliche, ogni albero termina con un’elica a cinque pale in bronzo, alta circa 6,4 metri e pesante 30 tonnellate. Durante il ciclo di manutenzione RCOH (2013-2017), tutte e quattro le eliche sono state sostituite per migliorare l’efficienza idrodinamica.
Il vantaggio tattico è sicuramente la propulsione nucleare permette alla Lincoln di navigare a velocità superiori ai 30 nodi (oltre 56 km/h) per periodi indefiniti. Questo le consente di spostarsi rapidamente tra teatri operativi distanti (es. dal Mar Cinese Meridionale al Golfo Persico) senza la vulnerabilità logistica del rifornimento di carburante in mare. Il combustibile nucleare ha una durata operativa di circa 20-25 anni.
USS Abraham Lincoln in mare aperto
Il ponte di volo e i sistemi di lancio
Il ponte di volo è un aeroporto in miniatura che opera in condizioni estreme. La nave è dotata di quattro catapulte a vapore (C-13 Mod 2). Utilizzando il vapore prelevato dai reattori, queste macchine possono accelerare un caccia da 0 a 270 km/h in meno di due secondi e in soli 90 metri. Mentre per il recupero degli aerei, la Lincoln utilizza il sistema di cavi d’arresto MK-7 Mod 3. I piloti devono agganciare uno dei tre (o quattro, a seconda della configurazione) cavi d’acciaio stesi sul ponte, passando da 240 km/h a fermo in circa 100 metri.
Sensoristica, sistemi radar e armamento difensivo
Dopo il completo ammodernamento terminato nel 2017, la Lincoln possiede una suite di sensori all’avanguardia che le conferisce una “consapevolezza situazionale” superiore.
AN/SPS-48E: è il radar primario di ricerca aerea tridimensionale (3D). Opera su frequenze lunghe per scansionare volumi enormi di spazio aereo, determinando distanza, azimut e altitudine dei bersagli fino a oltre 400 km.
AN/SPQ-9B: un radar cruciale per la sopravvivenza della nave. È progettato specificamente per rilevare e tracciare missili anti-nave che volano a pelo d’acqua (“sea-skimmers”) in ambienti con forte disturbo (clutter) marino ed elettronico.
AN/SLQ-32A(V)4: il sistema primario di guerra elettronica (EW). Non solo rileva le emissioni radar nemiche (fornendo allerta precoce), ma possiede capacità di disturbo attivo (jamming) per ingannare i sistemi di guida dei missili in arrivo.
Manovre di volo sul ponte della portaerei statunitense USS Abraham Lincoln CVN-72
Sebbene la difesa principale della portaerei sia il suo stormo aereo e le navi di scorta, la Lincoln dispone di una formidabile cintura difensiva ravvicinata (“Hard Kill“):
RIM-116 Rolling Airframe Missile (RAM): due lanciatori da 21 celle ciascuno. Questi missili supersonici a corto raggio sono progettati per intercettare missili da crociera, guidandosi sulle emissioni radar del bersaglio o tramite infrarossi.
RIM-162 Evolved SeaSparrow Missile (ESSM): due lanciatori MK-29 ottupli. L’ESSM offre una difesa a medio raggio contro aerei e missili manovrabili supersonici.
Phalanx CIWS (MK-15): il sistema di “ultima spiaggia”. Si tratta di cannoni rotanti a 6 canne da 20mm(Vulcan), guidati da un radar autonomo, capaci di sparare 4.500 colpi al minuto per distruggere fisicamente proiettili o missili in arrivo a brevissima distanza. Nel gennaio 2026, la nave ha condotto test a fuoco vivo con questi sistemi nel Mar Cinese Meridionale.
MK-38 Mod 2 25mm: cannoni automatici installati per difendere la nave da minacce di superficie asimmetriche, come barchini esplosivi veloci o droni di superficie, una minaccia tipica delle acque ristrette del Medio Oriente.
Formazione Carrier Air Wing Nine, USS Abraham Lincoln
Il pugno di ferro: Carrier Air Wing Nine (CVW-9)
La raison d’être della USS Abraham Lincoln è il suo stormo aereo imbarcato. Nel ciclo operativo 2025-2026, la nave ospita il Carrier Air Wing Nine (CVW-9), una formazione che rappresenta l’apice della letalità aeronavale grazie all’integrazione di velivoli di quinta generazione.
La rivoluzione F-35C: i “Black Knights”
La caratteristica distintiva dell’attuale dispiegamento è la presenza dello squadrone VMFA-314 “Black Knights“ del Corpo dei Marines. Questo è stato il primo squadrone operativo a schierare l’F-35C Lightning II su una portaerei. L’F-35C conferisce alla Lincoln la capacità di penetrare spazi aerei densamente difesi da moderni sistemi missilistici terra-aria (come i sistemi S-300/S-400 potenzialmente in uso in Iran).
Oltre all’attacco, l’F-35C funge da nodosensorialeavanzato, raccogliendo intelligence elettronica e visiva e ridistribuendola in tempo reale al resto della flotta e agli altri aerei (Super Hornet), aumentandone l’efficacia.
La spina dorsale: F/A-18E/F Super Hornet
Nonostante l’arrivo dell’F-35, il grosso della forza d’attacco è ancora composto dai collaudati Super Hornet, suddivisi in tre squadroni:
Un F/A-18F Super Hornet, assegnato allo Strike Fighter Squadron (VFA) 41, decolla dal ponte di volo della portaerei classe Nimitz USS Abraham Lincoln (CVN 72)
VFA-14 “Tophatters” (F/A-18E, monoposto): il più antico squadrone della Marina, specializzato in superiorità aerea e attacco al suolo.
VFA-41 “Black Aces” (F/A-18F, biposto): l’equipaggio doppio permette missioni complesse di controllo aereo avanzato (FAC-A) e ricognizione.
VFA-151 “Vigilantes” (F/A-18E).
Guerra elettronica, sorveglianza e logistica
VAQ-133 “Wizards” (EA-18G Growler): questi aerei sono essenziali per la sopravvivenza dello stormo. Il loro compito è “accecare” i radar nemici con potenti disturbi elettronici (jamming) e distruggerli fisicamente con missili antiradiazione (HARM), aprendo corridoi sicuri per gli aerei d’attacco.
VAW-117 “Wallbangers” (E-2D Advanced Hawkeye): riconoscibili per il grande disco rotante sul dorso, questi aerei turboelica sono gli “occhi” della flotta. Il radar dell’E-2D può rilevare aerei, missili e navi a centinaia di chilometri, coordinando l’intera battaglia aerea.
Elicotterie logistica pesante: gli squadroni HSC-14 “Chargers” (MH-60S) e HSM-71 “Raptors” (MH-60R) forniscono difesa antisommergibile, guerra di superficie, ricerca e soccorso (SAR) e logistica tra le navi del gruppo. il distaccamento VRM-30 Det. 2 opera con i convertiplani CMV-22B Osprey. Questi velivoli hanno sostituito i vecchi C-2 Greyhound per il trasporto di merci a bordo (Carrier Onboard Delivery – COD), essendo gli unici capaci di trasportare internamente il modulo motore dell’F-35C.
USS Abraham Lincoln veduta laterale
Odissea operativa, prima era e battesimo di fuoco
La storia operativa della Lincoln è uno specchio delle priorità geopolitiche americane degli ultimi tre decenni.
Appena commissionata, la Lincoln fu immediatamente proiettata negli scenari caldi. Nel 1991, durante il suo viaggio inaugurale verso il Pacifico, fu deviata per l’operazione umanitaria Fiery Vigil nelle Filippine, evacuando migliaia di persone dopo l’eruzione del vulcano Pinatubo. Giunta nel Golfo Persico, divenne una protagonista dell’Operazione Southern Watch, la missione decennale per imporre la no-fly zone sull’Iraq meridionale e proteggere la popolazione sciita dalle rappresaglie di Saddam Hussein.
Durante gli anni ’90, i suoi aerei ingaggiarono regolarmente le difese aeree irachene. Nel 1998, in risposta agli attentati alle ambasciate USA in Africa, la Lincoln partecipò all’Operazione Infinite Reach, lanciando missili Tomahawk contro obiettivi in Sudan (una fabbrica farmaceutica sospettata di legami con il terrorismo) e campi di addestramento in Afghanistan.
Personale in osservazione sulla USS Abraham Lincoln CVN-72
Mission Accomplishment e lo tsunami del 2004
Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, la Lincoln fu schierata per l’Operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Ma è nel 2003 che la nave entrò nella storia (e nella controversia) politica. Al termine di un dispiegamento record di quasi 10 mesi a supporto dell’invasione dell’Iraq (Operation Iraqi Freedom), la nave ospitò il Presidente George W. Bush.
Il 1° maggio 2003, sotto uno striscione con la scritta “Mission Accomplished” (Missione Compiuta), Bush annunciò la fine delle “maggiori operazioni di combattimento“. Sebbene l’evento fosse inteso per celebrare l’equipaggio, divenne simbolo di una guerra che in realtà era tutt’altro che finita. In quel dispiegamento, l’Air Wing della Lincoln sganciò circa 1,2 milioni di libbre di ordigni.
La versatilità della nave fu dimostrata nel dicembre 2004. Mentre si trovava a Hong Kong, fu richiamata d’urgenza nell’Oceano Indiano a seguito del devastante tsunami che colpì il sud-est asiatico. Stazionando al largo di Sumatra (Indonesia), la Lincoln operò come hub logistico per l’Operazione Unified Assistance.
I suoi elicotteri volarono centinaia di missioni per consegnare cibo, acqua e medicinali in aree inaccessibili via terra, un’operazione che migliorò significativamente l’immagine degli Stati Uniti nella regione.
L’equipaggio della USS Abraham Lincoln (CVN-72) schierato sul ponte della portaerei al termine di una missione.
Metamorfosi, refueling and complex overhaul (2013-2017)
A metà della sua vita operativa prevista di 50 anni, una portaerei nucleare deve subire un processo di rigenerazione totale noto come RCOH (Refueling and Complex Overhaul). Per la Lincoln, questo periodo critico si è svolto tra il marzo 2013 e il maggio 2017 presso i cantieri di Newport News.
Il RCOH della CVN-72 è stato un’impresa ingegneristica colossale, costata oltre 4 miliardi di dollari e richiedendo più di 2,5 milioni di ore di lavoro. Il cuore dell’operazione è stato l’apertura dello scafo per accedere ai reattori, rimuovere il combustibile nucleare esaurito e inserirne di nuovo, garantendo energia per altri 25 anni.
Importante anche l’aggiornamento strutturale, l’isola (la torre di controllo) è stata modernizzata, il ponte di volo rifatto, e sono stati sostituiti sistemi idraulici ed elettrici ormai obsoleti.
Preparazione al futuro
Durante il RCOH, la Lincoln è stata specificamente modificata per diventare la prima portaerei “F-35C compatibile“. Questo ha comportato l’installazione di nuovi deflettori del getto (Jet Blast Deflectors) capaci di resistere al calore molto più intenso del motore F135 rispetto ai precedenti aerei, e la creazione di spazi classificati (SCIF) ampliati e reti dati avanzate per gestire la mole di informazioni top-secret gestite dai caccia di quinta generazione. Al termine, nel 2017, la Lincoln è riemersa come la nave tecnologicamente più avanzata della flotta.
Personale della USS Abraham Lincoln in osservazione
L’era moderna e il dispiegamento dei record (2018-2024)
Dopo il ritorno in servizio, la Lincoln ha ripreso il suo posto in prima linea, segnando nuovi primati.
Il dispiegamento di 295 giorni: tra l’aprile 2019 e il gennaio 2020, la nave ha completato il più lungo dispiegamento per una portaerei basata negli USA dai tempi della guerra del Vietnam: 295 giorni consecutivi. Inviata d’urgenza in Medio Oriente per contrastare le tensioni con l’Iran (un preludio alla crisi attuale), la nave è rimasta in mare per mesi senza scali portuali a causa della volatilità della situazione e di problemi logistici globali. Questo periodo ha messo a dura prova la resilienza dell’equipaggio e delle attrezzature, dimostrando però la capacità della nave di operare “senza sosta“.
Leadership femminile: nel 2021, la storia della Lincoln si è arricchita di un capitolo sociale importante: il Capitano Amy Bauernschmidt ha assunto il comando, diventando la prima donna nella storia della Marina USA a comandare una portaerei nucleare. Sotto la sua guida, la nave ha condotto con successo il primo dispiegamento operativo con gli F-35C nel 2022.
Personale al lavoro nella zona di stoccaggio sulla USS Abraham Lincoln
La crisi del 2026 e l’occhio del ciclone
Al 29 gennaio 2026, la USS Abraham Lincoln si trova al centro di una delle crisi internazionali più gravi del decennio. Le informazioni raccolte delineano un quadro di massima tensione operativa.
Il contesto strategico: l’escalation del 2025 a corsa dal pacifico
Le tensioni nel Golfo Persico sono esplose nel giugno 2025, a seguito di attacchi aerei contro impianti nucleari iraniani e la conseguente risposta di Teheran e dei suoi proxy. Gli Stati Uniti hanno risposto con quello che viene descritto come “il più grande rafforzamento militare nella regione“ da quella data.
All’inizio del gennaio 2026, si è verificato un pericoloso “vuoto di potere“: per circa 20 giorni, non vi era alcuna portaerei americana nell’area di responsabilità del CENTCOM, lasciando le forze USA vulnerabili.
Per colmare questo vuoto, la Lincoln, che stava operando nel Pacifico Occidentale, ha ricevuto l’ordine di ridispiegarsi urgentemente.
Esercitazioni nel Mar Cinese Meridionale: tra il 5 e l’11 gennaio 2026, la nave ha condotto esercitazioni a fuoco vivo, testando i sistemi CIWS Phalanx contro droni bersaglio e conducendo operazioni di volo intensive per certificare la prontezza al combattimento.
Il 19 gennaio 2026, il gruppo d’attacco ha attraversato lo Stretto di Malacca, uno dei “colli di bottiglia” marittimi più strategici al mondo. Durante questo passaggio, è stato riportato un episodio significativo di “guerra delle ombre”: la portaerei è stata monitorata e affiancata dalla nave mercantile iraniana Arvin, sospettata di essere una nave spia che raccoglieva dati sui movimenti americani. La Lincoln, sfruttando la sua velocità superiore, ha seminato l’osservatore iraniano entrando nell’Oceano Indiano il 20 gennaio.
Addetto alle manovre di volo sulla USS Abraham Lincoln CVN-72
Arrivo nel CENTCOM e postura attuale
Il 26 gennaio 2026, fonti della difesa hanno confermato l’arrivo della USS Abraham Lincoln e delle sue scorte (i cacciatorpediniere USS Frank E. Petersen Jr., USS Spruance e USS Michael Murphy) nel teatro mediorientale (5ª Flotta). La missione attuale è duplice, in primis come deterrenza attiva, la presenza degli F-35C e dei missili Tomahawk delle scorte serve a scoraggiare l’Iran e i ribelli Houthi in Yemen dal lanciare ulteriori attacchi contro Israele o le basi USA.
Poi emerge la presenza del gruppo il gruppo “Speed and Violence” che, come riportato da fonti di intelligence, è posizionato per condurre raid aerei immediati e massicci se ordinato dalla Casa Bianca, con una capacità di risposta definita “rapida e violenta”.
Analisi geopolitica e prospettive a confronto
L’arrivo della Lincoln nel Golfo non è solo un movimento di truppe, ma un messaggio politico che viene letto in modi diametralmente opposti dalle parti in causa.
Prospettiva americana e occidentale: Washington, la Lincoln è lo strumento cardine della strategia “Agile Spartan”: dimostrare la capacità di spostare un assetto militare decisivo da un oceano all’altro in meno di due settimane. L’integrazione degli F-35C è vista come un fattore di superiorità tecnologica insormontabile per le difese iraniane, permettendo agli USA di minacciare obiettivi strategici (centri di comando, siti missilistici) con un rischio ridotto per i piloti.
Prospettiva araba e iraniana: le fonti in lingua araba offrono uno spaccato fondamentale sulla percezione regionale.
Un marinaio della US Navy presidia un’arma di difesa ravvicinata sul ponte della USS Abraham Lincoln (CVN-72).
Allarme e retorica: media panarabi come Sky News Arabia e Al Arabiya descrivono la Lincoln come una “forza d’attacco” (Strike Force) inviata per fornire opzioni offensive al Presidente, sottolineando la potenza di fuoco dei missili da crociera delle navi di scorta.
La minaccia asimmetrica: analisti militari su testate vicine all’Asse della Resistenza e dichiarazioni dei ribelli Houthi in Yemen evidenziano come la portaerei, nonostante la sua potenza, sia vista come un “bersaglio pagante”. Si discute apertamente di strategie per saturare le difese della nave (i sistemi RAM e Phalanx) utilizzando sciami di droni kamikaze e missili balistici antinave. Video di propaganda diffusi dagli Houthi simulano attacchi proprio contro la CVN-72, cercando di minare l’aura di invincibilità americana.
Guerra psicologica: in Iran, l’arrivo della nave è utilizzato dalla propaganda per consolidare il fronte interno contro “l’aggressione imperiale”, mentre diplomaticamente viene denunciato come un fattore di destabilizzazione.
Città galleggiante, la vita a bordo
Al di là dell’acciaio e dei radar, la Lincoln è una comunità umana complessa. La vita a bordo è un mix di disciplina militare ferrea e tentativi di mantenere una parvenza di normalità.
Personale sul ponte di volo della USS Abraham Lincoln
Demografia, routine e cultura
L’equipaggio medio ha un’età di circa 20 anni. La giornata tipo durante le operazioni di volo può durare 14-16 ore. Per nutrire 5.000 persone, le cucine servono oltre 20.000 pasti al giorno. La nave dispone di servizi essenziali come dentisti, chirurghi, uffici postali e persino una tipografia.
La coesione dell’equipaggio è mantenuta attraverso organi di informazione interni come il “Penny Press”, il giornale di bordo. Questo non serve solo per le notizie ufficiali, ma è un collante sociale che celebra promozioni, racconta storie di vita dei marinai e mantiene alto il morale.
Il nome è un chiaro riferimento all’effigie di Abraham Lincoln sul centesimo di dollaro (penny), un tema ricorrente a bordo (il ponte di volo è spesso chiamato “The Penny“).
Riti di passaggio: “Crossing the Line“, resilienza e salute mentale
Una delle tradizioni più sentite è la cerimonia del passaggio dell’Equatore. I marinai che non l’hanno mai attraversato (“Pollywogs”) vengono sottoposti a prove goliardiche e fisiche da parte dei veterani (“Shellbacks”). Durante il recente transito verso l’Oceano Indiano, centinaia di membri dell’equipaggio hanno partecipato a questo rito, descritto come fondamentale per scaricare la tensione operativa e cementare lo spirito di corpo.
Riconoscendo lo stress estremo dei lunghi dispiegamenti (aggravato dalla mancanza di scali portuali durante le crisi), il comando ha istituito programmi avanzati di supporto. Workshop sulla gestione dell’ansia e dello stress sono tenuti regolarmente da specialisti civili (“Deployed Resiliency Counselors“) e cappellani. Programmi come “United Through Reading” permettono ai marinai di registrarsi mentre leggono favole per i propri figli a casa, mantenendo un legame vitale con le famiglie.
Il sistema CIWS Phalanx, utilizzato per la difesa ravvicinata della USS Abraham Lincoln (CVN-72).
Il divario digitale
La Lincoln ha sperimentato l’installazione di sistemi satellitari commerciali (Kymeta) per fornire Wi-Fi all’equipaggio, un fattore cruciale per il morale dei giovani marinai (“nativi digitali”). Quando la nave entra in zona di combattimento o transita in aree a rischio come lo Stretto di Hormuz, viene imposta la condizione “River City“: un blackout totale delle comunicazioni personali per evitare che le emissioni dei cellulari rivelino la posizione della nave al nemico.
La USS Abraham Lincoln (CVN-72) rappresenta oggi la punta di diamante della risposta americana all’instabilità globale. La sua evoluzione da strumento della Guerra Fredda a piattaforma integrata per la guerra in rete del XXI secolo dimostra la capacità di adattamento della Marina USA.
Nonostante ciò l’analisi del contesto 2026 rivela che la pura potenza tecnologica non garantisce l’immunità. La Lincoln opera in un ambiente sempre più letale, dove droni low-cost e missili ipersonici sfidano il primato della portaerei.
La sua missione nel Golfo Persico è un test definitivo: riuscirà la sua sola presenza a fungere da deterrente, o il “Gigante d’Acciaio” sarà costretto a scatenare la sua forza, rischiando un’escalation imprevedibile?
La risposta a questa domanda risiede non solo nei corridoi del Pentagono, ma nella prontezza dei suoi 5.000 marinai e aviatori che, fedeli al motto della nave, lavorano affinché la stabilità internazionale “non perisca”.
Tabelle dati e specifiche
Composizione Carrier Air Wing Nine (2026)
Squadrone
Nome
Aeromobile
Ruolo primario
VMFA-314
Black Knights
F-35C Lightning II
Attacco stealth, ISTAR, superiorità aerea
VFA-14
Tophatters
F/A-18E Super Hornet
Interdizione, supporto aereo ravvicinato
VFA-41
Black Aces
F/A-18F Super Hornet
Attacco, controllo aereo avanzato
VAQ-139
Cougars
EA-18G Growler
Guerra elettronica, soppressione delle difese nemiche
VAW-115
Liberty Bells
E-2D Advanced Hawkeye
Allerta precoce e comando e controllo
Cronologia della crisi 2026
Data
Evento
Implicazione strategica
5–11 gennaio 2026
Esercitazioni a fuoco vivo nel Mar Cinese Meridionale
Dimostrazione di forza nel Pacifico e verifica operativa dei sistemi di difesa e comando
15 gennaio 2026
Dispiegamento del Carrier Strike Group della USS Abraham Lincoln
Rafforzamento della deterrenza regionale e segnale politico-militare verso Pechino
22 gennaio 2026
Operazioni di pattugliamento congiunto con alleati regionali
Incremento dell’interoperabilità e contenimento dell’espansione navale cinese
1 febbraio 2026
Test avanzati di difesa antimissile e guerra elettronica
Validazione delle capacità di risposta integrata contro minacce A2/AD
10 febbraio 2026
Rientro programmato del gruppo navale verso area di rotazione operativa
Chiusura della fase di massima pressione militare mantenendo prontezza operativa
Il presidente Donald Trump ha annunciato lunedì scorso dalla Casa Bianca la creazione della Riserva Strategica di Minerali Critici degli Stati Uniti, un progetto da 12 miliardi di dollari battezzato Project Vault. L’iniziativa segna una svolta radicale nella politica industriale americana. Per la prima volta, Washington adotta apertamente un modello di intervento statale che ricorda quello messo a punto dalla Cina negli ultimi tre decenni.
La somiglianza non è casuale. Gli Stati Uniti stanno cercando di combattere Pechino sul suo stesso terreno, quello del controllo strategico sui minerali delle terre rare. Questi 17 elementi chimici sono indispensabili per produrre smartphone, batterie per veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi d’arma avanzati. E la Cina ne domina l’intera filiera produttiva con una supremazia schiacciante.
I numeri parlano chiaro. Pechino controlla tra il 60 e il 70 per cento dell’estrazione mineraria globale di terre rare. Ma è nella raffinazione e nella lavorazione che il dominio cinese diventa quasi totale: circa il 90 per cento della capacità mondiale. Quando si arriva ai magneti permanenti, componenti essenziali per motori elettrici e tecnologie avanzate, la quota cinese raggiunge il 93 per cento della produzione globale.
“Si è trattato di un cambiamento radicale nel modo in cui gli Stati Uniti guardano a queste cose”, ha dichiarato Morgan Bazilian, direttore del Payne Institute presso la Colorado School of Mines. L’affermazione coglie il senso di una trasformazione profonda. Per decenni, l’America ha lasciato al mercato il compito di gestire l’approvvigionamento di materie prime strategiche. Oggi quella fiducia è svanita.
Una lezione imparata a caro prezzo
La primavera del 2025 ha rappresentato un momento di crisi per l’industria americana. La Cina ha deciso di ridurre drasticamente le esportazioni di magneti in terre rare, una mossa calibrata per esercitare pressione commerciale su Trump. Le conseguenze sono state immediate e dolorose. La Ford ha dovuto chiudere temporaneamente alcuni stabilimenti per carenza di componenti. Altri produttori di automobili hanno subito interruzioni simili.
Un sondaggio condotto dalla Camera di Commercio Americana in Cina ha rilevato che il 75 per cento delle aziende statunitensi operanti nel paese asiatico ha sofferto per le restrizioni alle forniture. “Non vogliamo più passare attraverso quello che abbiamo passato un anno fa”, ha detto Trump presentando Project Vault. La frase riassume l’urgenza che ha spinto l’amministrazione ad agire.
Il progetto prevede un finanziamento complessivo di 12 miliardi di dollari. L’Export-Import Bank degli Stati Uniti erogherà prestiti fino a 10 miliardi, mentre il capitale privato dovrebbe contribuire con circa 1,67-2 miliardi. Si tratta di una struttura ibrida pubblico-privata che mira a stabilizzare i prezzi e garantire forniture sicure ai produttori americani.
John Jovanovic, presidente dell’Export-Import Bank, ha spiegato che la riserva sosterrà la lavorazione nazionale di materie prime essenziali e proteggerà i produttori statunitensi dagli shock dell’offerta. Il meccanismo dovrebbe funzionare come un acquirente stabile, capace di sostenere i produttori americani e alleati durante i cicli di espansione e contrazione tipici del settore minerario.
Il nome stesso del progetto evoca la Strategic Petroleum Reserve, la riserva petrolifera strategica creata negli anni Settanta dopo l’embargo arabo. Quella riserva, con una capacità di 714 milioni di barili stoccati in caverne di sale sotterranee in Louisiana e Texas, fu concepita per scoraggiare minacce di interruzione delle forniture da parte di nazioni ostili. Project Vault ambisce a svolgere una funzione analoga per i minerali critici.
Il modello cinese che Washington imita
La strategia cinese sulle terre rare non è frutto del caso. È il risultato di una pianificazione deliberata iniziata negli anni Ottanta. Deng Xiaoping, allora leader della Repubblica Popolare, pronunciò una frase diventata celebre: “Il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha gli elementi rari”. Da quel momento, Pechino ha costruito sistematicamente la propria supremazia.
Il Piano Quinquennale 1981-1985 ordinava alla Cina di “aumentare la produzione di metalli delle terre rare”. Negli anni Ottanta, oltre cento città e villaggi costruirono raffinerie, molte di proprietà statale e prive di efficaci controlli sull’inquinamento. Nel 1986 la Cina era già il primo produttore mondiale. Ma l’aspetto più rilevante della strategia cinese non fu solo l’estrazione. Fu il controllo dell’intera catena del valore.
Pechino ha investito massicciamente nella raffinazione e nella lavorazione, le fasi più complesse e inquinanti della filiera. Ha accettato costi ambientali e umani che altri paesi hanno rifiutato. Ha sostenuto finanziariamente le proprie aziende, permettendo loro di operare in perdita per mantenere i prezzi bassi ed eliminare i concorrenti internazionali. Tra gennaio e luglio 2024, il costo del neodimio-praseodimio è sceso del 20 per cento. Un prezzo che la Cina può permettersi di pagare per conservare il controllo del mercato.
Il caso della Magnequench è emblematico. L’azienda americana, controllata da General Motors, produceva magneti avanzati in terre rare nello stabilimento di Kennett Square, in Pennsylvania. Nel 1995 fu acquisita da un consorzio che includeva investitori cinesi. Nel giro di pochi anni, la produzione fu trasferita in Cina, a Tianjin e Ningbo. Quel trasferimento insegnò alla Cina come fabbricare magneti di alta qualità. E gli Stati Uniti persero una capacità industriale strategica.
John Ormerod, esperto del settore dei magneti, ha raccontato la dinamica di quegli anni: “I clienti andavano in Cina per ottenere un’offerta di prezzo, poi ti chiedevano di pareggiarlo. Era semplicemente impossibile”. Entro il 2010, le ultime due aziende americane di produzione di magneti avevano chiuso i battenti. La Cina aveva vinto quella guerra industriale silenziosa.
Capitalismo di stato all’americana
Project Vault rappresenta un’inversione di rotta ideologica. Il governo degli Stati Uniti sta adottando un approccio che ricorda il capitalismo di stato cinese. Non si tratta più solo di incentivi fiscali o sussidi indiretti. Lo stato americano diventa investitore diretto, assume partecipazioni azionarie nelle aziende minerarie, presta denaro a condizioni favorevoli.
A gennaio, USA Rare Earth, un produttore emergente di terre rare e magneti, ha annunciato di aver ricevuto un’offerta di finanziamenti governativi fino a 1,6 miliardi di dollari. In cambio, il governo federale riceverà 16,1 milioni di azioni e circa 17,6 milioni di warrant della società, per una partecipazione del 10 per cento. È un modello che replica le pratiche cinesi: lo stato entra nel capitale delle aziende strategiche per garantirne la sopravvivenza e lo sviluppo.
Altri investimenti simili sono stati già effettuati. Il governo ha acquisito una quota del 10 per cento in Intel, il produttore di chip. Ha ottenuto una “golden share” in US Steel quando l’azienda è stata acquisita dalla giapponese Nippon Steel. Ha fornito 620 milioni di dollari al produttore di magneti Vulcan Elements e 50 milioni dalla difesa. Ha preso partecipazioni in MP Materials, che gestisce la miniera di Mountain Pass in California, l’unico sito di estrazione di terre rare attivo negli Stati Uniti.
Le aziende coinvolte in Project Vault rappresentano il cuore dell’industria americana. Boeing, General Motors, Stellantis, Corning, GE Vernova e Google hanno aderito all’iniziativa. Tre società di trading di materie prime, Hartree Partners, Axys America e Mercuria Energy Group, si occuperanno dell’approvvigionamento dei materiali. È un ecosistema industriale che Washington sta cercando di costruire con il sostegno diretto dello stato.
Allo stesso tempo, il coinvolgimento statale non implica controllo totale. Anche in Cina, molti produttori di terre rare operano come aziende private, alcune quotate in borsa, e competono per profitti e quote di mercato. Il modello non è quello della pianificazione centralizzata sovietica. È un ibrido dove lo stato fornisce risorse, garanzie e direzione strategica, mentre le imprese mantengono autonomia operativa.
Le sfide tecniche di una riserva mineraria
Accumulare minerali strategici è molto più complesso che stoccare petrolio. La Strategic Petroleum Reserve deve gestire due tipi di greggio, dolce e aspro. Project Vault deve invece confrontarsi con 17 elementi delle terre rare e decine di altri minerali critici. Le quantità necessarie variano nel tempo a seconda dell’evoluzione dei processi produttivi per automobili, aerei e altri beni industriali.
Se gli impianti fossero riforniti di materie prime poco lavorate, queste non potrebbero essere utilizzate immediatamente dalle fabbriche in caso di emergenza. Ma stoccare prodotti finiti, come i magneti in terre rare, presenta problemi diversi: le specifiche tecniche evolvono rapidamente. Thomas Kruemmer, analista di terre rare con sede a Singapore, ha sintetizzato il dilemma: “Non esiste una soluzione universale”.
Jovanovic dell’Export-Import Bank ha dichiarato che la riserva si concentrerà sulle “materie prime essenziali”. L’annuncio della banca precisava che le scorte sarebbero gestite in modo indipendente, ma non ha descritto quale entità le controllerà. I dettagli operativi rimangono vaghi. Non è chiaro dove saranno localizzati i depositi, come saranno protetti, quali procedure governeranno il rilascio dei materiali in caso di crisi.
Un altro ostacolo riguarda i tempi. Assumendo che la riserva non acquisti materiali dalla Cina, potrebbero volerci anni per costituire scorte sufficienti a proteggere gli Stati Uniti in caso di emergenza. Per i minerali delle terre rare pesanti, come il disprosio e il terbio, la capacità di lavorazione al di fuori della Cina è estremamente limitata. Gli impianti attualmente in costruzione probabilmente soddisferanno solo una parte della domanda americana e degli alleati nei prossimi due anni.
L’Australia sta cercando di colmare parte di questo vuoto. Si prevede che alla fine del 2026 verrà avviato un nuovo impianto di lavorazione del gallio, un materiale semiconduttore critico dominato dalla Cina, con il sostegno dei governi giapponese, americano e australiano. Ma anche questi progressi restano marginali rispetto alle dimensioni del problema.
L’accerchiamento strategico della Cina
Pechino ha riconosciuto da tempo che sostenere le proprie aziende minerarie garantiva un approvvigionamento stabile per i suoi produttori. E le forniva uno strumento di coercizione internazionale. Le restrizioni alle esportazioni imposte nella primavera del 2025 non sono state le prime. Nel 2010, durante una disputa territoriale con il Giappone, la Cina ridusse drasticamente le esportazioni di terre rare verso Tokyo. Quell’episodio segnò un punto di svolta, dimostrando a Pechino che poteva usare il proprio controllo sui minerali per influenzare relazioni geopolitiche e commerciali.
Nel 2019, sette anni dopo essere diventato leader della Cina, Xi Jinping definì le terre rare “una risorsa strategica importante”. Quest’anno ha dimostrato la volontà di utilizzarle come leva contro le politiche commerciali di Trump. In aprile e ottobre 2025, la Cina ha implementato nuove restrizioni alle esportazioni, permettendole di trattenere forniture di terre rare e magneti per costringere Washington a negoziare sulle tariffe doganali.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha commentato che la decisione di ottobre “ha scosso l’offerta e la base industriale dell’intero mondo libero”. L’espressione non è retorica. Jost Wübbeke, partner di Sinolytics, una società di ricerca con sede a Berlino, ha spiegato che “l’intera economia mondiale dipende da questi magneti provenienti dalla Cina. Se smetti di esportarli, si sentirà in tutto il mondo”.
Michael Dunne, consulente specializzato nel settore automobilistico cinese, ha avvertito sul New York Times che le restrizioni cinesi “potrebbero portare gli impianti di assemblaggio automobilistico americani a un punto morto”. La minaccia non è teorica. È già accaduta con la Ford. E potrebbe ripetersi con intensità maggiore.
La risposta americana cerca di costruire una rete di alleanze minerarie. Gli Stati Uniti hanno firmato accordi con Australia, Giappone e Malaysia per sviluppare capacità produttive alternative. Washington e Canberra hanno investito congiuntamente 8,5 miliardi di dollari in progetti minerari australiani per estrarre e lavorare elementi come terbio, erbio e ittrio. L’obiettivo è garantire sicurezza nelle catene di approvvigionamento senza dipendere dalla Cina.
I primi germogli di un’industria alternativa
Costruire capacità produttive fuori dalla Cina richiede tempo, capitali enormi e competenze tecniche che si sono disperse negli ultimi decenni. Ma qualcosa si sta muovendo. L’Australia sta emergendo come il secondo hub mondiale per la raffinazione di terre rare. Lynas Rare Earths, l’unico produttore significativo di ossidi di terre rare leggere e pesanti fuori dalla Cina, opera la miniera di Mount Weld e un impianto di separazione in Malaysia. Lynas produce tra 5.000 e 6.000 tonnellate all’anno di ossido di neodimio-praseodimio e sta espandendo la propria capacità.
MP Materials ha riavviato le operazioni a Mountain Pass, in California, e ha prodotto 1.300 tonnellate di ossido di neodimio-praseodimio nel 2024. Il suo stabilimento per magneti a Fort Worth, in Texas, dovrebbe presto raggiungere una produzione di 1.000 tonnellate all’anno di magneti in neodimio-ferro-boro utilizzando terre rare di provenienza americana. Tuttavia, MP Materials non dispone di terre rare pesanti, un limite significativo.
Iluka Resources sta costruendo la prima raffineria integrata dell’Australia a Eneabba, con una capacità di 17.500 tonnellate annue. Il progetto Nolans di Arafura mira a produrre 4.440 tonnellate all’anno di ossido di neodimio-praseodimio entro il 2025. In Europa, la Francia sta sviluppando capacità di lavorazione. Solvay ha inaugurato una linea di produzione di terre rare a La Rochelle nell’aprile 2025 e ha firmato contratti per fornire ossidi a produttori di magneti americani.
L’Australian Nuclear Science and Technology Organisation (ANSTO) ha aperto all’inizio del 2026 il primo impianto di lavorazione di terre rare ad accesso pubblico del paese, a Lucas Heights. Finanziata dai contribuenti e gestita come infrastruttura nazionale condivisa, l’iniziativa riflette un cambio di politica: il riconoscimento che la raffinazione di terre rare, a differenza dell’estrazione, richiede tipicamente sostegno statale continuativo.
Nonostante questi progressi, i numeri restano scoraggianti. La Cina produce oltre 300.000 tonnellate di magneti in neodimio-ferro-boro all’anno, contro l’obiettivo americano di 1.000 tonnellate. Secondo stime ottimistiche, la quota di mercato cinese potrebbe scendere dal 90 al 75 per cento entro il 2028, se i progetti attualmente in cantiere avranno successo. Ma rimane una distanza enorme.
Il vero collo di bottiglia riguarda le terre rare pesanti. Fino al 2023, la Cina produceva il 99 per cento dell’offerta mondiale di questi elementi. Una piccola raffineria in Vietnam contribuiva con una quota marginale, ma è stata chiusa nel 2024 per una disputa fiscale, lasciando la Cina in condizione di monopolio assoluto. Dysprosium e terbium, essenziali per applicazioni militari e robotiche avanzate, restano quasi interamente sotto controllo cinese.
Il prezzo della sovranità industriale
La strategia americana per recuperare indipendenza nei minerali critici comporta costi elevati. Non solo finanziari, ma anche politici e sociali. Costruire miniere e raffinerie negli Stati Uniti significa affrontare opposizione ambientalista, lunghi processi di autorizzazione, costi del lavoro superiori. La Cina ha potuto sviluppare la propria industria delle terre rare anche perché ha accettato livelli di inquinamento che sarebbero inaccettabili in Occidente.
Graycelin Pascaran, del Center for Strategic and International Studies, ha posto una domanda scomoda: “Perché dovrebbero comprare da un produttore ad alto costo se alternative più economiche sono disponibili?”. È il dilemma fondamentale di ogni politica industriale. Senza protezione tariffaria o sussidi permanenti, le aziende americane ed europee faticheranno a competere con i prezzi cinesi. Ma protezionismo e sussidi distorcono i mercati e generano inefficienze.
Washington sta cercando di bilanciare questi obiettivi contrastanti. Da un lato, vuole utilizzare le tariffe doganali per stimolare la produzione domestica. Dall’altro, deve evitare di limitare ulteriormente forniture già scarse. Ogni minerale sulla lista dei 54 elementi critici identificati dalla US Geological Survey presenta dinamiche uniche: dipendenza dalle importazioni, disponibilità di fornitori alternativi, potenziale di produzione interna.
Il rame, ad esempio, è stato inizialmente incluso nei piani di Trump per tariffe su minerali critici, poi escluso, poi nuovamente considerato. Gli Stati Uniti sono esportatori netti di concentrati di rame, ma dipendono dall’importazione di rame raffinato. Applicare tariffe al metallo raffinato potrebbe stimolare investimenti in capacità di raffinazione domestica. Oppure potrebbe semplicemente aumentare i costi per i produttori americani senza creare nuova capacità.
Il modello economico cinese presenta vantaggi strutturali difficili da replicare. Lo stato può assorbire perdite temporanee in cambio di controllo a lungo termine su mercati strategici. Le aziende private occidentali, sottoposte alla pressione dei mercati finanziari per produrre profitti trimestrali, faticano a competere con concorrenti sostenuti da governi disposti a perdere denaro per anni.
La Financial Times ha definito il tentativo di disimpegno dalla Cina “costoso e forse impossibile nel breve termine”. L’osservazione cattura la complessità del problema. Non si tratta solo di costruire miniere o fabbriche. Si tratta di ricostruire competenze industriali, reti di fornitori, know-how tecnico che sono stati trasferiti in Cina nell’arco di tre decenni.
Eppure Washington non ha alternative credibili. La dipendenza strategica dai minerali cinesi rappresenta una vulnerabilità inaccettabile per un paese che considera la Cina il principale rivale geopolitico del XXI secolo. Project Vault è un tentativo di ridurre quella vulnerabilità. Non eliminerà la dipendenza nel breve periodo. Ma potrebbe, nel tempo, creare le condizioni per un sistema di approvvigionamento più resiliente e diversificato.
Trump ha chiuso il suo annuncio con una promessa: “Garantiremo che le imprese e i lavoratori americani non vengano mai più danneggiati da alcuna carenza”. È un’ambizione che richiederà anni per realizzarsi. E che potrebbe non riuscire del tutto. Ma il fatto stesso che Washington abbia deciso di provare segna un cambiamento storico. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto che in alcune aree strategiche il mercato non basta. Serve lo stato. Serve una strategia industriale. Serve imitare il modello che la Cina ha perfezionato per conquistare il dominio sulle terre rare, le materie prime invisibili che alimentano il mondo moderno.
La vasta epurazione militare lanciata da Xi Jinping ai vertici dell’Esercito Popolare di Liberazione non è un semplice regolamento di conti interno, ma un passaggio che potrebbe ridisegnare gli equilibri di potere in Asia e ridefinire i tempi e le modalità della pressione cinese su Taiwan.
La rimozione in serie di generali e alti ufficiali, molti dei quali legati alla Rocket Force responsabile dei missili convenzionali e nucleari, apre una fase di apparente vulnerabilità militare per Pechino ma, nel medio periodo, mira a costruire uno strumento più leale, centralizzato e potenzialmente aggressivo verso l’isola che Pechino considera una “provincia ribelle”.
Xi, il partito e il controllo della pistola
Fin dal suo arrivo al potere, Xi Jinping ha ripetuto che il Partito deve mantenere il controllo assoluto sulle forze armate, trasformando questa formula in una vera ossessione politica e in un programma sistematico di epurazioni e ristrutturazioni nel mondo militare.
Negli ultimi anni la campagna anticorruzione nell’Esercito Popolare di Liberazione ha colpito decine di ufficiali di grado elevato in ogni forza armata e in ogni comando teatrale, oltre a numerosi dirigenti dell’industria della difesa. Si tratta di una campagna continua che ha già demolito intere reti di potere, presentate alla pubblica opinione come esempi di “grave violazione della disciplina e della legge”.
La logica di Xi è duplice: eliminare le reti di lealtà legate ai suoi predecessori e prevenire qualsiasi forma di potere autonomo capace di sfidare il centro politico, mentre si porta avanti una modernizzazione accelerata delle forze armate.
Le epurazioni non sono dunque un fenomeno episodico, ma l’ultima ondata di una lunga serie che ha già visto cadere ex capi di stato maggiore, responsabili politici del PLA e figure considerate fino a poco tempo fa intoccabili. In questo quadro il controllo di Xi sulla Commissione Militare Centrale diventa sempre più personalistico, con la progressiva rimozione di figure che rappresentavano, almeno formalmente, un contrappeso collegiale alla sua leadership.
La caduta di Zhang Youxia e il terremoto nella Rocket Force
Il segnale più clamoroso della nuova ondata è l’apertura di un’inchiesta contro Zhang Youxia, vice presidente della Commissione Militare Centrale e per anni considerato uno dei più stretti alleati di Xi, insieme al comandante operativo Liu Zhenli.
I due sono accusati di “gravi violazioni della disciplina e della legge”, formula che nel gergo politico cinese rimanda a una combinazione di corruzione, infedeltà politica e gestione opaca dei programmi militari più sensibili. L’indagine su Zhang Youxia è particolarmente significativa perché, prima di diventare il numero due della gerarchia militare, aveva guidato il dipartimento responsabile per lo sviluppo degli armamenti, lo stesso settore in cui il suo successore è stato travolto da accuse di corruzione legate ai programmi missilistici e aerospaziali.
Il cuore della crisi resta però la Rocket Force, la forza che gestisce sia i missili nucleari sia gran parte dell’arsenale convenzionale a lungo raggio, elemento chiave di qualsiasi operazione contro Taiwan. A partire dalla metà degli anni recenti, il comandante della Rocket Force e altri alti ufficiali sono stati rimossi in modo improvviso, con successive conferme di indagini per corruzione e presunte irregolarità nei programmi d’armamento.
Le inchieste hanno colpito due comandanti consecutivi della Rocket Force, un evento senza precedenti che suggerisce problemi strutturali nel ramo più strategico delle forze armate cinesi, sia sul fronte della lealtà politica sia su quello della reale efficacia operativa dei sistemi d’arma.
Alcune analisi internazionali riportano che almeno cinque alti ufficiali epurati avevano legami diretti con la Rocket Force e che pezzi importanti della catena di comando missilistica sono stati sostituiti in rapida successione, alimentando sospetti di diffusa malversazione, falsificazione di dati sull’affidabilità dei mezzi e possibili falle di sicurezza.
In questo contesto, Xi avrebbe ritenuto preferibile correre il rischio di un temporaneo indebolimento delle capacità missilistiche pur di avere un sistema più affidabile, controllabile e politicamente allineato nel medio periodo. La scelta di colpire Rocket Force indica quanto Pechino tema non solo le capacità militari avversarie, ma anche la possibilità che corruzione e incompetenza compromettano una delle campagne più delicate della sua storia moderna, l’eventuale operazione contro Taiwan.
Taiwan tra sollievo temporaneo e timori per il futuro
A Taipei, la lettura della purga è inevitabilmente ambivalente. Da un lato, diversi analisti sottolineano che la rimozione di così tanti ufficiali di vertice, in particolare nella Rocket Force e nei comandi responsabili delle operazioni nello Stretto, comporta una degradazione immediata dell’efficacia operativa del PLA.
Ricercatori e think tank locali parlano di un beneficio di breve periodo per Taiwan, perché le epurazioni creano colli di bottiglia nello sviluppo delle capacità combattive cinesi, rallentano processi decisionali complessi e generano incertezza tra gli ufficiali di medio livello. Questo “dividendo di instabilità” viene percepito come una finestra di tempo in cui la minaccia di un attacco convenzionale su larga scala appare meno plausibile.
Il ministro della Difesa di Taiwan ha definito “anomali” i cambiamenti in corso ai vertici militari cinesi e ha precisato che Taipei sta monitorando attentamente la situazione per decifrare le intenzioni di Pechino attraverso una combinazione di intelligence, osservazione delle esercitazioni e analisi del linguaggio politico.
Taiwan teme in particolare che la fase di ristrutturazione possa tradursi in una maggiore propensione di Xi a usare la forza in caso di crisi politica interna, per riaffermare la propria immagine di leader forte e incontestato.
Un’assenza di contrappesi reali nella catena di comando aumenta la probabilità che decisioni rischiose, come un’azione militare contro l’isola, vengano prese sulla base di calcoli politici più che strategici, senza un dibattito interno in grado di frenare gli impulsi più azzardati.
Questo rischio convive con un altro dato: la Cina ha intensificato negli ultimi anni le esercitazioni intorno all’isola, includendo manovre congiunte di esercito, marina, aviazione e Rocket Force nello Stretto, a nord e a sud di Taiwan, con droni e aerei che simulano accerchiamenti e interdizione delle linee di comunicazione. Anche se tali manovre, spesso descritte dalla stampa cinese come “avvertimenti ai separatisti” e alle interferenze esterne, non equivalgono a un piano di invasione imminente, rappresentano un laboratorio tattico e psicologico che abitua l’opinione pubblica cinese all’idea di una pressione militare costante sull’isola. Il paradosso per Taiwan è che una Cina temporaneamente meno pronta dal punto di vista tecnico potrebbe rivelarsi più imprevedibile sul piano politico, se Xi dovesse decidere di compensare le vulnerabilità interne con gesti di forza all’esterno.
La dimensione internazionale e le finestre di opportunità
Un altro elemento decisivo nel calcolo strategico di Xi è il contesto internazionale, a partire dagli Stati Uniti, dove la presidenza di Donald Trump appare concentrata su altre priorità, dal confronto con l’Iran al dossier economico interno. Alcune analisi sottolineano che, con Washington impegnata su più fronti e con la politica interna al centro del dibattito, Pechino ritiene di avere una relativa libertà di manovra per “fare pulizia” nei vertici militari senza temere immediate escalation di crisi su Taiwan. La purga avviene quindi in un momento in cui la deterrenza americana è percepita come meno focalizzata sul teatro indo‑pacifico, almeno sul piano della percezione pubblica.
Non va dimenticato però che documenti strategici statunitensi indicano un orizzonte temporale entro cui la Cina punta a completare la modernizzazione dei propri strumenti militari necessari a un’eventuale azione contro Taiwan. Questo scenario coincide con il tentativo di Xi di consolidare un mandato prolungato alla guida del Partito e del Paese, trasformando il suo potere in una leadership quasi a vita subordinata solo alla tenuta del sistema. La purga attuale può quindi essere letta come una tappa intermedia di una corsa a tappe forzate: sacrificare l’efficienza del presente per costruire, entro pochi anni, un apparato più coeso, meno permeabile alla corruzione e più disposto a seguire ordini rischiosi senza obiezioni. Se si considera il calendario politico a Taipei e a Pechino, la finestra tra i prossimi appuntamenti chiave potrebbe diventare il banco di prova decisivo per capire se la pressione su Taiwan resterà sotto la soglia della guerra o verrà spinta più vicino al punto di rottura.
Nel frattempo, le capitali asiatiche ed europee osservano con crescente preoccupazione la combinazione tra crescente assertività cinese e fragilità interne del sistema militare di Pechino. Alcuni commentatori nel mondo arabo sottolineano come il modello cinese di “stabilità autoritaria” non sia immune dalle stesse patologie che Pechino critica in Occidente, a partire dalla corruzione, e notano che un esercito impegnato in continue epurazioni rischia di diventare imprevedibile proprio nei momenti di crisi. In Israele e nei circoli strategici che guardano alla triangolazione tra Washington, Pechino e Teheran, la purga è letta come il segnale di una volontà cinese di blindare il proprio sistema di comando, pur a costo di generare incertezze nel breve periodo sulle reali capacità di deterrenza della sua forza missilistica.
Il costo militare e psicologico di una purga continua
Oltre ai numeri e ai nomi degli epurati, la purga ha un effetto meno visibile ma forse ancora più rilevante: la trasformazione del clima interno all’Esercito Popolare di Liberazione. La caduta di figure di primo piano, spesso senza spiegazioni pubbliche dettagliate, alimenta un senso di precarietà tra i quadri, consapevoli che l’accusa di corruzione può diventare anche uno strumento per regolare conti politici o per eliminare potenziali rivali.
L’idea che “nessuno è al sicuro” finisce per spingere gli ufficiali a concentrarsi più sulla sopravvivenza politica che sull’innovazione militare, con possibili ripercussioni sulla capacità del PLA di condurre operazioni complesse e coordinate.
La Rocket Force, che dovrebbe garantire la prontezza e l’affidabilità dell’arsenale missilistico, è particolarmente esposta a questo clima di sospetto. Le indiscrezioni su problemi di qualità in alcune famiglie di missili, sugli scandali nei programmi di procurement e sulle presunte manipolazioni dei test alimentano interrogativi sulla reale capacità cinese di sostenere un conflitto ad alta intensità nello Stretto di Taiwan o contro altre potenze regionali.
In parallelo, la necessità di collocare rapidamente nuovi comandanti fedeli può portare alla promozione accelerata di ufficiali con meno esperienza, selezionati più per affidabilità politica che per merito professionale. In un settore tecnologico delicato come quello missilistico, il rischio che errori di calcolo, malfunzionamenti o fraintendimenti alimentino escalation indesiderate non può essere sottovalutato.
C’è anche un costo psicologico esterno: la percezione di un esercito sotto pressione e di un leader costretto a rimuovere i suoi più fidati collaboratori alimenta una narrazione di fragilità del sistema cinese che potrebbe, a sua volta, influenzare i calcoli di altri attori. Alcuni analisti occidentali e mediorientali osservano che un PLA attraversato da purghe potrebbe scoraggiare avversari e alleati dal prendere sul serio le sue minacce oppure, al contrario, spingere potenze rivali a testare i limiti della deterrenza cinese.
Nel caso di Taiwan ogni esercitazione ogni sorvolo e ogni manovra navale possono trasformarsi in momenti di tensione acuta, in cui il rischio di un incidente non voluto si somma alla possibilità che, in un contesto di comando stressato, una scintilla sia interpretata come un casus belli.
Taiwan al centro di un gioco lungo
L’elemento che unisce le diverse letture della purga, da Taipei a Washington, passando per media europei, arabi ed ebraici, è l’idea che Xi Jinping stia giocando una partita di lungo periodo in cui la questione di Taiwan rimane il banco di prova decisivo della sua leadership.
Nella visione del leader cinese, la “riunificazione” con l’isola non è soltanto un obiettivo strategico, ma anche un tassello centrale della propria eredità politica e del progetto di “rinascita nazionale” proiettato verso la metà del secolo. La purga dell’apparato militare e in particolare della Rocket Force va letta come il tentativo di assicurarsi che, quando questo confronto entrerà nella fase più acuta, Xi possa fare affidamento su una catena di comando assolutamente leale, su sistemi d’arma realmente funzionanti e su un ambiente politico dove nessuna figura militare possa trasformarsi in fattore di instabilità interna.
Per Taiwan, questa prospettiva impone una strategia di resilienza multilivello, che combina il rafforzamento delle proprie capacità difensive, l’approfondimento dei legami con Stati Uniti, Giappone ed Europa e la costruzione di una narrativa internazionale che presenti l’isola non come il detonatore di una crisi, ma come il fronte avanzato della difesa dello status quo e del diritto di una comunità democratica a decidere il proprio futuro.
Nel breve periodo, la purga cinese può offrire un margine di respiro, con un PLA impegnato a ricucire le proprie gerarchie e a risolvere problemi interni, ma questo spazio non dovrebbe essere scambiato per una garanzia di sicurezza duratura. Più la leadership di Xi investe nel ripulire e ricompattare il proprio strumento militare, più diventa credibile l’ipotesi che, una volta superata la fase di instabilità attuale, il confronto intorno a Taiwan entri in una fase in cui la minaccia dell’uso della forza sarà sempre meno retorica e sempre più parte integrante del calcolo politico di Pechino.
La decisione di Pechino di dimezzare i dazi sul whisky britannico rappresenta molto più di un semplice ritocco fiscale: è un segnale politico, un tassello nella ridefinizione dei rapporti tra Cina, Regno Unito e Unione Europea nel campo del commercio e della diplomazia economica. Per l’industria scozzese si apre una finestra di opportunità in un mercato sempre più sofisticato, mentre sullo sfondo si ridisegna la mappa dei conflitti e delle convergenze commerciali tra grandi potenze.
Un accordo da 250 milioni
Il cuore della notizia è semplice ma strategicamente rilevante: la Cina ha accettato di ridurre i dazi sul whisky britannico dal 10 per cento al 5 per cento, con un taglio del prelievo alla frontiera esattamente della metà.
La misura, formalizzata durante la visita a Pechino del primo ministro britannico Keir Starmer, viene presentata da Downing Street come un successo tangibile della nuova linea di ingaggio pragmatico con la Cina. Secondo le stime del governo britannico, l’accordo potrebbe valere circa 250 milioni di sterline per l’economia del Regno Unito nei prossimi cinque anni, grazie all’aumento dei volumi e del valore delle esportazioni di Scotch verso il mercato cinese.
La Cina è già oggi il decimo mercato al mondo per lo Scotch in termini di valore, con importazioni stimate in circa 161 milioni di sterline nel 2024 secondo i dati della Scotch Whisky Association. Portare il dazio al 5 per cento significa rendere più competitivo un prodotto che, per definizione, gioca nella fascia premium e super premium, dove anche pochi punti percentuali di differenza possono orientare la scelta di distributori e consumatori.
Dal punto di vista tecnico, la modifica entrerà in vigore a inizio febbraio, con il via libera annunciato dalla Commissione tariffaria del Consiglio di Stato a Pechino che ha confermato l’abbassamento delle tariffe su tutte le importazioni di whisky al 5 per cento, rispetto al 10 per cento precedente.
Questo rende la Cina, almeno sul piano dei dazi, un mercato più accessibile rispetto ad altri grandi sbocchi dove lo Scotch continua a scontare barriere significative, come gli Stati Uniti, dove è ancora in vigore un prelievo del 10 per cento che secondo l’associazione di categoria costa al settore circa 20 milioni di sterline al mese in esportazioni mancate. Nel gioco globale dei dazi sugli alcolici, la mossa di Pechino sul whisky britannico appare dunque come un gesto mirato e selettivo.
Diplomazia del whisky
L’intesa sui dazi non nasce nel vuoto, ma si inserisce in una visita studiata al millimetro dal governo Starmer per dimostrare che Londra può difendere i propri interessi economici pur mantenendo una postura critica su dossier sensibili come i diritti umani e la sicurezza.
Durante i colloqui con il presidente cinese Xi Jinping, il premier britannico ha esplicitamente posto il tema del whisky come uno degli obiettivi negoziali prioritari, facendone un caso di scuola della volontà di produrre risultati concreti per lavoratori e imprese nel Regno Unito.
Starmer ha definito le distillerie scozzesi il “gioiello nella corona della Scozia”, una formula che ribadisce la centralità simbolica e materiale del whisky nella narrazione economica e identitaria del Paese. Mettere il whisky al centro della visita significa trasformare un prodotto culturale in strumento di diplomazia economica, in un momento in cui Londra cerca nuovi spazi di manovra fuori dal perimetro dell’Unione Europea.
Non a caso, il governo ha accostato il risultato ottenuto a Pechino a un’altra vittoria rivendicata negli ultimi mesi: l’accordo di libero scambio con l’India che ha ridotto i dazi sullo Scotch dal 150 per cento al 75 per cento, con un ulteriore percorso di discesa fino al 40 per cento nel prossimo decennio.
La visita in Cina non si è limitata al dossier whisky: Pechino e Londra hanno annunciato anche la designazione di una seconda banca di clearing in renminbi nel Regno Unito e nuovi partenariati industriali, oltre a un’intesa di principio per la liberalizzazione dei visti in entrata per i cittadini britannici per soggiorni fino a 30 giorni.
Questi elementi compongono il quadro di una normalizzazione prudente ma significativa nei rapporti tra i due Paesi, dopo anni segnati da tensioni su Hong Kong, tecnologia e sicurezza. In questo contesto l’abbattimento dei dazi sul whisky funziona come un simbolo concreto di disgelo, meno sensibile sul piano strategico rispetto a chip o 5G ma molto visibile sul terreno dell’opinione pubblica e del consenso interno.
Un mercato cinese che cambia
Se Londra esulta, è perché il mercato cinese degli alcolici è in rapida trasformazione. Negli ultimi anni, la fascia urbana medio alta si è spostata progressivamente dai distillati tradizionali locali e dai prodotti di fascia bassa verso bevande internazionali percepite come sinonimo di status e gusto sofisticato.
Il whisky, e in particolare lo Scotch, si è progressivamente ritagliato uno spazio tra hotel di lusso, cocktail bar metropolitani e regali d’affari, diventando un marcatore di prestigio in segmenti ben precisi della società cinese.
Mark Kent, amministratore delegato della Scotch Whisky Association, ha definito la Cina un mercato di crescita prioritario per molte distillerie, sottolineando come il consumatore cinese stia sviluppando un gusto sempre più orientato verso prodotti premium, con attenzione all’origine geografica, all’invecchiamento e alla narrazione di marca.
In un contesto simile ridurre il dazio di cinque punti percentuali non significa tanto scatenare una guerra dei prezzi, quanto rafforzare la percezione di valore del prodotto e ampliare il margine di manovra per importatori e distributori nelle città di seconda e terza fascia.
La decisione cinese va letta anche alla luce di un quadro più ampio: Pechino negli ultimi anni non ha esitato a usare gli alcolici europei come leva di pressione nelle dispute commerciali, colpendo in particolare il brandy francese con dazi antidumping molto elevati e poi con misure definitive sulle bevande spiritose a base di vino e brandy provenienti dall’Unione Europea.
Colpire il brandy, dove la Francia è dominante, e alleggerire invece il carico sul whisky scozzese significa differenziare il trattamento all’interno dello stesso segmento di mercato, premiando un partner ritenuto più flessibile in chiave politica e commerciale. Il messaggio implicito per gli europei è che lo spazio nel mercato cinese non è garantito, ma negoziabile caso per caso in funzione del contesto geopolitico.
Tra Pechino, Londra e Bruxelles
La scelta di Pechino interviene in un momento di tensione commerciale strutturale con l’Unione Europea, soprattutto sul dossier delle auto elettriche, dove Bruxelles ha imposto dazi fino al 45 per cento sui veicoli cinesi accusando la Cina di sovvenzioni eccessive e concorrenza sleale.
In risposta, Pechino ha aperto indagini antidumping su vari prodotti europei, colpendo in particolare i distillati francesi e più in generale gli spirits a base di vino, con l’obiettivo evidente di fare pressione su governi chiave all’interno dell’Unione.
In questo quadro, il Regno Unito, fuori dall’UE dopo la Brexit, appare a Pechino come un interlocutore separato, meno vincolato alla linea comune europea e quindi potenzialmente più disponibile a transazioni mirate.
Dimezzare i dazi sul whisky britannico proprio mentre il brandy europeo viene colpito da misure severe significa usare il commercio degli alcolici come strumento per differenziare e forse dividere il fronte occidentale. Per Londra, al contrario, il successo viene presentato come prova che una politica di engagement selettivo con la Cina può produrre vantaggi concreti, senza rinunciare a criticare Pechino su diritti umani o sicurezza.
La dimensione geopolitica si intreccia anche con la relazione con Washington. La stessa industria del whisky scozzese continua a subire gli effetti dei dazi statunitensi, fissati al 10 per cento su alcune categorie di spirits, un’imposta che secondo la Scotch Whisky Association erode ogni mese decine di milioni di sterline in esportazioni perse verso gli Stati Uniti. In altre parole, un settore abituato a guardare agli Usa come sbocco naturale si trova oggi a fare i conti con una geografia dei dazi rovesciata, nella quale la Cina appare sul piano fiscale più accogliente di alcuni partner storici.
L’impatto in Scozia
Per la Scozia, il whisky non è soltanto un prodotto bandiera, ma una colonna dell’economia locale, in grado di generare posti di lavoro diretti nelle distillerie e nella filiera agricola, oltre che occupazione indiretta nella logistica, nel turismo e nei servizi collegati.
Le distillerie, spesso situate in aree rurali o periferiche, incarnano una combinazione di tradizione artigianale e innovazione industriale che i governi britannici hanno costantemente utilizzato come esempio di soft power economico.
Il taglio dei dazi in Cina, se tradotto in un aumento degli ordini, potrà spingere molte distillerie a potenziare le proprie capacità di esportazione, investendo in marketing, packaging dedicati al mercato asiatico e linee di prodotto pensate per il consumatore cinese, sensibile a elementi quali il design della bottiglia, la storia del marchio e l’associazione con la Scozia come luogo di origine.
Una crescita delle vendite in Cina potrebbe inoltre contribuire a diversificare il portafoglio geografico delle esportazioni, riducendo la dipendenza da mercati come gli Stati Uniti e l’Unione Europea, dove le tensioni tariffarie restano una variabile di rischio.
Le autorità britanniche insistono su un altro punto: gli accordi commerciali in India e ora in Cina vengono raccontati come strumenti per rimettere soldi nelle tasche dei lavoratori scozzesi, come ha sottolineato il segretario di Stato per la Scozia Douglas Alexander, rivendicando che da Delhi a Pechino il governo sta creando opportunità per esportatori e impiegati nel settore.
È un messaggio che parla direttamente alle comunità locali, dove il whisky non è solo un brand globale, ma un datore di lavoro e un elemento dell’identità territoriale.
Lo spettro del protezionismo
La storia degli ultimi anni dimostra tuttavia che il favore di Pechino può essere tanto rapido quanto reversibile. L’esempio delle misure imposte contro il brandy europeo è illuminante: dopo un’indagine durata mesi, la Cina ha introdotto dazi definitivi molto elevati sulle importazioni di spirits dall’Unione Europea, con una durata prevista di cinque anni.
La giustificazione ufficiale è l’esistenza di dumping, ovvero la vendita di prodotti a prezzi inferiori al valore normale, con danni sostanziali ai produttori cinesi.
Le associazioni europee di settore hanno contestato duramente questa analisi, sostenendo di aver fornito prove dettagliate dell’assenza di pratiche di dumping e definendo le nuove misure un serio ostacolo al commercio legittimo. Dietro il linguaggio tecnico delle indagini antidumping, molti analisti leggono in realtà la volontà di Pechino di usare le barriere tariffarie come risposta alle mosse europee su altri fronti, in particolare quello delle auto elettriche.
Se questo schema dovesse ripetersi, nessun settore può considerarsi al riparo, compreso il whisky scozzese. Oggi lo Scotch beneficia di un dazio più basso, ma resta esposto a un contesto nel quale i prodotti europei e occidentali sono già nel mirino di misure punitive selettive.
Per i produttori britannici, l’unico antidoto possibile è consolidare la propria posizione nel mercato cinese non solo come ospiti graditi sul piano politico, ma come marchi radicati nelle preferenze dei consumatori, difficili da sostituire senza costi reputazionali per le stesse autorità cinesi.
Economia reale e calcoli politici
L’operazione sui dazi si inserisce anche in una fase in cui la Cina, nonostante un surplus commerciale record, cerca di gestire le ricadute delle tensioni tariffarie globali e di rassicurare almeno alcuni partner sulla propria affidabilità come mercato.
Per Pechino, aprire un varco sul whisky britannico permette di inviare un segnale di flessibilità selettiva, mostrando che la Cina può essere un partner economico conveniente per chi accetta di praticare una diplomazia più prudente e meno conflittuale. Nel linguaggio dei segnali politici un taglio di dazi su un prodotto molto visibile ma non strategico come il whisky vale come un gesto di buona volontà, con un costo limitato in termini di sicurezza economica interna.
Per il Regno Unito, al contrario, l’accordo rappresenta un argomento politico interno da spendere per rafforzare la credibilità del governo Starmer in materia di politica estera ed economica.
Dopo anni di incertezza post Brexit e di tensioni interne, ogni successo misurabile in termini di export e posti di lavoro diventa un tassello importante nel racconto di un nuovo corso più pragmatico e orientato ai risultati. Il fatto che l’intesa sul whisky si accompagni alla prospettiva di viaggi senza visto per i cittadini britannici in Cina per soggiorni inferiori a 30 giorni accentua l’idea di una riapertura, almeno parziale, di canali di scambio economico, turistico e culturale.
Resta però aperta la domanda su quanto spazio di manovra reale abbia Londra nel medio periodo. Collocata tra una Washington sempre più protezionista e una Bruxelles impegnata in un braccio di ferro permanente con Pechino sui sussidi industriali, la Gran Bretagna prova a ritagliarsi un proprio percorso fatto di accordi mirati, ma ogni accordo comporta una dose di vulnerabilità rispetto ai cambiamenti di umore delle grandi potenze.
In questo senso, il dossier whisky è un caso esemplare: un successo concreto oggi, ma costruito su un terreno geopolitico tutt’altro che stabile.
Dal 2 febbraio 2026 la Fontana di Trevi cambia volto: per scendere sul sagrato e avvicinarsi al monumento i turisti dovranno pagare un ticket di 2 euro, mentre i residenti romani continueranno a entrare gratis, all’interno di un sistema di accessi contingentati pensato per contrastare sovraffollamento e degrado.
Un simbolo mondiale al centro della “svolta epocale”
La Fontana di Trevi è da anni il cuore pulsante del turismo romano, un luogo in cui la suggestione del barocco settecentesco si mescola al rito contemporaneo del selfie e del lancio della moneta. Nel solo primo semestre del 2025 l’area ha registrato oltre 5,3 milioni di visitatori, con una media giornaliera di circa 30.000 persone e punte di 70.000 nei periodi di alta stagione. Questa pressione costante ha trasformato la piazza in un imbuto di folla dove la circolazione è difficile, la permanenza è spesso scomoda e il rischio di danni accidentali al monumento aumenta di giorno in giorno.
L’amministrazione capitolina definisce l’introduzione del ticket una “svolta epocale” nella gestione del patrimonio monumentale, legandola a una strategia più ampia di tutela del decoro urbano e di contrasto all’overtourism. Da tempo l’area della fontana è sottoposta a misure di contingentamento, con un tetto indicativo di persone nel perimetro immediatamente a ridosso della vasca, ma senza un vero strumento di regolazione economica dei flussi.
Ticket da 2 euro: come funziona il nuovo sistema
Il provvedimento prevede un contributo di accesso di 2 euro per tutti i non residenti che vogliano scendere sulla scalinata e sostare nell’area interna, a pochi passi dall’acqua e dai marmi progettati da Nicola Salvi. La cifra è stata definita “simbolica ma strategica” dall’amministrazione, che ha scelto di mantenerla in vigore anche durante le prime domeniche del mese, quando molti musei statali restano gratuitamente accessibili. L’intento dichiarato non è quello di trasformare la Fontana di Trevi in un sito di lusso per pochi, ma di introdurre una soglia minima che permetta di governare afflussi giudicati ormai insostenibili.
Gli orari di accesso al perimetro interno saranno scanditi con precisione: il lunedì e il venerdì il varco sarà attivo dalle 11.30 alle 22.00, mentre dal martedì alla domenica i visitatori potranno entrare già dalle 9.00 fino alle 22.00. Fa eccezione il giorno del debutto, lunedì 2 febbraio, quando l’ingresso con ticket sarà possibile fin dal mattino, a partire dalle 9.00, come gesto simbolico per l’avvio del nuovo sistema. Dopo le 22.00, la piazza resterà comunque accessibile gratuitamente per tutti, ma solo dal perimetro esterno, senza possibilità di scendere sul sagrato e sostare a ridosso della vasca.
La misura introduce di fatto una distinzione tra lo “spazio dell’icona”, cioè la vista ravvicinata dal basso, divenuta oggetto del ticket, e la fruizione più distaccata dalla piazza, che resterà libera, un compromesso che consente di non chiudere il monumento alla città pur intervenendo sulla zona più critica per densità di persone e rischi di degrado.
Chi paga, chi è esentato e come si prenota
Il regolamento definisce fasce di esenzione mirate, pensate per tutelare il diritto alla città dei residenti e l’accessibilità per le categorie più fragili. I residenti a Roma e nella Città Metropolitana continueranno ad accedere gratuitamente al perimetro interno, esibendo un documento di identità che attesti domicilio o residenza. Saranno esentate anche le persone con disabilità e i loro accompagnatori, i minori di 6 anni e le guide turistiche nell’esercizio della professione, che potranno condurre i gruppi senza costi aggiuntivi per sé.
Per tutti gli altri visitatori la caccia al biglietto inizia il 29 gennaio, data di apertura della prevendita. I ticket saranno acquistabili online sul portale ufficiale “fontanaditrevi.roma.it”, che fungerà sia da biglietteria virtuale sia da strumento di gestione dei flussi in entrata dall’accesso di via della Stamperia. La piattaforma consentirà sia la prenotazione anticipata, utile a evitare file interminabili nel rione Trevi, sia il pagamento elettronico, con la possibilità di usare carte di credito e strumenti digitali.
L’organizzazione degli accessi in due percorsi distinti, uno gratuito per residenti e aventi diritto e uno a pagamento per turisti e non residenti, punta a separare fisicamente e simbolicamente le esigenze di chi la fontana la vive ogni giorno da quelle di chi la raggiunge per un breve soggiorno. In questo modo si cerca anche di alleggerire la pressione sui residenti del quartiere, spesso ostaggi dei flussi turistici e delle code che invadevano le strette strade del rione.
Contro l’overtourism: tra tutela e marketing della città
Dietro i 2 euro di ticket c’è una scelta di politica urbana che guarda al fenomeno dell’overtourism, sempre più centrale nel dibattito sulle grandi città d’arte. Roma segue una strada già imboccata da altre destinazioni europee che hanno introdotto contributi per l’accesso a siti particolarmente delicati, presentandoli come strumenti di regolazione dei flussi e di finanziamento per la manutenzione. Nel caso di Fontana di Trevi, il Comune ha legato esplicitamente il nuovo introito a un duplice obiettivo: limitare gli affollamenti incontrollati e generare risorse da reinvestire nel miglioramento dell’offerta turistica e dei servizi legati alla visita.
Le stime parlano di un potenziale incasso nell’ordine di circa 20 milioni di euro annui, a seconda dell’andamento dei flussi turistici, una cifra che, se confermata, trasformerebbe la fontana in uno dei principali polmoni finanziari per la cura del patrimonio civico. L’amministrazione guidata dal sindaco Roberto Gualtieri ha sottolineato che il provvedimento è pensato per favorire la tutela, sostenere la valorizzazione e promuovere l’accessibilità ai Musei Civici e ad alcuni dei luoghi monumentali più iconici della città, inserendo Fontana di Trevi in una rete di interventi che tocca più siti.
Nella narrazione del Campidoglio, il ticket da 2 euro viene presentato come una soglia minima razionale: l’assessore al Turismo Alessandro Onorato ha osservato che, se la Fontana di Trevi si trovasse in America o in molti altri contesti europei, il biglietto potrebbe facilmente raggiungere cifre ben più alte, sostenendo che la tariffa scelta è “il minimo che si possa fare” per un luogo che attrae milioni di persone ogni anno. È un modo per posizionare Roma in una cornice internazionale, rivendicando la scelta di una cifra contenuta, ma comunque sufficiente a introdurre una responsabilizzazione economica del visitatore.
Decoro, regole e sanzioni: cosa cambia attorno alla fontana
L’introduzione del ticket si inserisce in un contesto normativo in cui Roma ha già irrigidito da tempo le regole a tutela del decoro urbano, soprattutto per quanto riguarda fontane e monumenti storici. Il Regolamento di Polizia Urbana prevede sanzioni che, se pagate subito, possono oscillare tra i 160 e i 450 euro per chi si bagna nelle fontane storiche o ne fa un uso scorretto, con importi più elevati per chi imbratta o danneggia beni storico-artistici. Il divieto di tuffarsi, lavarsi, sedersi sui bordi in modo improprio o consumare cibo e bevande a ridosso delle vasche è da tempo parte delle campagne del Comune, che ha spesso utilizzato casi eclatanti di bagni improvvisati e atti vandalici per sensibilizzare l’opinione pubblica.
Con il contingentamento degli ingressi e il controllo dei flussi, l’amministrazione punta a rendere più efficace anche l’applicazione di queste norme, perché un’area meno caotica è più facilmente sorvegliabile e meno esposta a comportamenti incivili. L’idea è che un numero limitato di persone, distribuite nel corso della giornata, non solo protegga il bene artistico, ma migliori la qualità stessa della visita, permettendo di vivere il luogo in modo meno frenetico, con più spazio per osservare i dettagli scultorei, ascoltare il rumore dell’acqua, scattare foto senza calche.
In questo senso il ticket non è presentato soltanto come uno strumento economico, ma come parte di un “patto” tra città e visitatori: chi paga una piccola somma per accedere a un luogo simbolico viene anche invitato a riconoscerne il valore, ad adottare un comportamento più rispettoso e a percepire la Fontana di Trevi non come un set effimero, ma come un bene comune da preservare.
Le critiche: monetizzazione dello spazio pubblico e diritto alla città
Se la linea del Comune è chiara, non mancano le voci critiche. Associazioni di consumatori e comitati civici hanno definito il ticket un “danno”, sostenendo che piazze e fontane debbano restare liberamente accessibili a tutti e che la monetizzazione dello spazio pubblico rischi di aprire una pericolosa breccia: oggi si paga per scendere al cospetto della Fontana di Trevi, domani, temono i critici, potrebbero sorgere barriere economiche attorno ad altri luoghi simbolo. A questa obiezione si somma il dubbio ricorrente sulla reale destinazione delle entrate: i detrattori ricordano che già esistono tasse di soggiorno e tributi turistici, che però non sempre si traducono in servizi visibilmente migliori per residenti e visitatori.
Chi contesta il provvedimento sottolinea il rischio di una città a due velocità, dove chi può permetterselo accede ai punti di vista privilegiati mentre chi ha meno risorse resta confinato alle zone gratuite, alimentando una percezione di privatizzazione strisciante del patrimonio comune. Si tratta di un tema particolarmente sensibile per Roma, città che ha costruito una parte del proprio fascino proprio sull’idea di un museo a cielo aperto, dove la bellezza si offre spontaneamente a chi la attraversa.
Dal fronte opposto, amministratori e parte del mondo culturale ribattono che una gestione completamente gratuita in un’epoca di turismo di massa rischia di essere, di fatto, una forma di abbandono, perché impedisce di reperire risorse adeguate e di mettere in campo strumenti di controllo efficaci. In questa visione, il ticket è visto come il prezzo minimo per evitare che l’icona della “dolce vita” venga lentamente logorata proprio dall’amore eccessivo di chi la visita.
Un laboratorio per il futuro del turismo a Roma
L’esperimento Fontana di Trevi viene guardato con interesse anche fuori dai confini della Capitale, come possibile modello per altri siti ad altissima concentrazione turistica. Se il sistema di prenotazioni, corsie separate, ticket contenuto ed esenzioni mirate dovesse funzionare, Roma potrebbe estendere logiche analoghe ad altri luoghi fragili della città, rafforzando una gestione più attiva dei flussi e riducendo l’impatto del turismo di massa sui quartieri storici.
Già ora il Comune ha accennato alla possibilità di destinare parte degli introiti al sostegno dei Musei Civici e di alcuni percorsi monumentali, costruendo un circuito virtuoso in cui il visitatore della fontana contribuisce indirettamente alla tutela di un patrimonio più ampio.
Per i turisti la sfida sarà accettare l’idea che l’accesso a un simbolo globale come la Fontana di Trevi non sia più totalmente spontaneo e gratuito, ma mediato da una prenotazione, da un orario e da un piccolo esborso economico, in cambio però di un’esperienza meno caotica e più rispettosa. Per i romani, invece, il ticket diventa una cartina di tornasole del rapporto tra città e turismo: un banco di prova per capire se sia possibile conciliare accoglienza, vivibilità e tutela, senza snaturare l’anima di una piazza che è insieme set cinematografico, spazio di vita quotidiana e icona planetaria.
In gioco non c’è soltanto il futuro di una fontana, ma l’idea stessa di come una grande capitale europea decide di raccontarsi e di proteggersi di fronte alle ondate globali del turismo. Se i 2 euro di oggi sapranno tradursi in manutenzione visibile, servizi migliori, meno affollamenti e più qualità della visita, la misura potrà essere letta come un passo avanti nella cura del patrimonio; se invece il ticket si limiterà a riempire le casse senza migliorare la vita dei residentie l’esperienza dei visitatori, allora le critiche sulla monetizzazione dello spazio pubblico troveranno terreno fertile.
La decisione del governo di sospendere il pagamento delle rate dei mutui per i residenti di Niscemi colpiti dalla frana rappresenta uno dei primi interventi concreti a sostegno di una comunità travolta da un disastro di dimensioni eccezionali. La misura, annunciata dal ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, si inserisce in un quadro di emergenza che va ben oltre la cronaca locale, toccando il tema strutturale della fragilità del territorio e della capacità dello Stato di rispondere rapidamente alle calamità naturali.
Niscemi, una città sul crinale dell’emergenza
A Niscemi, nel cuore della provincia di Caltanissetta, da metà gennaio è in corso un movimento franoso che le autorità definiscono di proporzioni eccezionali. Il fronte della frana si estende per circa 4 chilometri e interessa un’area potenzialmente a rischio che, secondo le stime, arriva fino a 25 chilometri quadrati, avvicinandosi pericolosamente al centro abitato. L’intera collina su cui si sviluppa una parte della città sta lentamente scivolando verso la piana di Gela, trascinando con sé terreni, infrastrutture, tratti stradali e mettendo in ginocchio interi quartieri residenziali.
Le immagini diffuse in questi giorni mostrano crepe profonde nell’asfalto, edifici inclinati, appezzamenti di terreno sbriciolati come fossero sabbia. Più di 1.500 persone sono state costrette a lasciare le loro case, evacuate in via precauzionale per il rischio di crolli, mentre solo una parte ha trovato sistemazione nei punti di accoglienza allestiti dal Comune, come il Palazzetto dello Sport “Pio La Torre”. La maggioranza degli sfollati ha scelto di appoggiarsi a parenti e amici, in un tessuto sociale che, come spesso accade nelle realtà di provincia, diventa il primo baluardo di protezione in momenti di crisi.
Le scuole delle aree interessate sono state chiuse per consentire le verifiche di agibilità degli edifici, mentre le autorità locali stanno cercando soluzioni alternative per garantire la continuità dell’anno scolastico. Il maltempo che ha colpito la Sicilia nei giorni scorsi, legato al ciclone “Harry”, ha agito come detonatore di una fragilità geologica che era già nota, ma che forse non era stata affrontata in modo strutturale. La frana di Niscemi, infatti, non è soltanto il prodotto di un evento meteorologico estremo, ma il risultato di un equilibrio precario fra urbanizzazione, conformazione del terreno e gestione del territorio.
Lo stop alle rate dei mutui: misura simbolica e concreta
In questo contesto, l’annuncio di Nello Musumeci assume un valore doppio, insieme pratico e politico. Intervistato da Rtl, il ministro per la Protezione civile ha spiegato che per i residenti di Niscemi colpiti dalla calamità è prevista la sospensione del pagamento delle rate dei mutui e di ogni altra obbligazione, in linea con quanto avviene per gli altri territori interessati da eventi catastrofici. Si tratta di una sospensione e non di un condono: le somme non vengono cancellate, ma il loro pagamento viene rinviato a data da destinarsi, in attesa di definire tempi e modalità precise.
Questa misura si rivolge a famiglie che da un giorno all’altro si sono ritrovate senza un tetto, senza certezze e spesso senza la possibilità materiale di continuare a lavorare. La sospensione dei mutui e di altre obbligazioni finanziarie diventa quindi un cuscinetto di emergenza per evitare che la tragedia ambientale si trasformi immediatamente in una tragedia sociale ed economica, con pignoramenti, insolvenze e un ulteriore crollo del tessuto produttivo locale. Il provvedimento è uno dei primi passaggi che il governo intende portare in Consiglio dei ministri, anche attraverso un decreto legge dedicato alle regioni colpite dal maltempo.
Accanto allo stop dei mutui, sono previste ulteriori misure di carattere fiscale e contributivo. Il governo lavora a un pacchetto che includa la sospensione dei tributi e la definizione di ammortizzatori sociali specifici per aziende che, a causa della frana, si trovano nell’impossibilità di operare. L’obiettivo dichiarato è evitare che le imprese già danneggiate debbano comunque far fronte al pagamento dei contributi per i lavoratori, pur essendo di fatto ferme. Il dialogo avviato con la ministra del Lavoro Marina Calderone è orientato a mappare il numero di aziende coinvolte, la quantità di lavoratori sospesi e la tipologia di strumenti più adeguati per sostenerli, dalla cassa integrazione in deroga ad altri schemi emergenziali.
Ammortizzatori sociali e imprese in ginocchio
Niscemi non è soltanto una città di case danneggiate e strade interrotte, ma anche un sistema economico locale improvvisamente paralizzato. Il governo è consapevole che senza una rete robusta di ammortizzatori sociali il rischio è quello di passare dall’emergenza geologica a una vera e propria desertificazione produttiva, con famiglie che perdono insieme la casa e il reddito. Le aziende inattive non possono farsi carico del costo dei contributi dei dipendenti se l’attività è bloccata da provvedimenti di sicurezza o dalla perdita delle strutture aziendali.
Il governo sta quindi predisponendo un quadro di interventi che, nel linguaggio tecnico, si traduce in sussidi, proroghe, sospensioni, ma che nella vita quotidiana significano la possibilità di mantenere un minimo di continuità economica. Alcune misure sarebbero già in via di firma da parte del Dipartimento di Protezione civile, mentre altre richiederanno un vero e proprio passaggio legislativo in Consiglio dei ministri. Il pacchetto complessivo dovrà poi essere alimentato da risorse adeguate, anche attraverso l’utilizzo dei fondi già stanziati a livello nazionale per le prime emergenze in Calabria, Sardegna e Sicilia, che rappresentano soltanto un primo passo rispetto a una stima dei danni destinata a crescere.
In parallelo, si apre il fronte europeo. Il ministro per gli Affari europei Raffaele Fitto ha assicurato il massimo impegno per attivare i canali di sostegno dell’Unione europea, dai fondi per la coesione agli strumenti specifici per le catastrofi naturali. L’ipotesi di ricorrere a risorse già allocate per altre infrastrutture, come evidenziato dal dibattito nazionale sui fondi destinati al Ponte sullo Stretto, dimostra come la frana di Niscemi stia diventando anche un caso politico su come e dove investire il denaro pubblico.
Protezione civile, area rossa e rischio in evoluzione
Sul terreno, il volto dello Stato è quello degli uomini e delle donne della Protezione civile, dei Vigili del fuoco, delle forze dell’ordine e dei volontari. Oltre 60 volontari di diverse organizzazioni locali, insieme alle squadre dei Vigili del fuoco, presidiano l’area, supportano le operazioni di evacuazione e assistenza, monitorano il rispetto del divieto d’accesso alla cosiddetta “zona rossa”. Le autorità sottolineano che l’area di rischio è destinata ad ampliarsi finché il movimento franoso non si arresterà, motivo per cui i confini della zona interdetta al passaggio vengono costantemente aggiornati.
Il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano ha spiegato che il volume del materiale in movimento è di circa 350 milioni di metri cubi, una cifra impressionante se paragonata ad altri disastri franosi della storia recente italiana, e che l’intera collina su cui si sviluppa parte di Niscemi sta di fatto collassando verso valle. Questo dato non è soltanto un numero, ma la misura di una dinamica geologica che potrebbe richiedere anni per essere stabilizzata e messa in sicurezza.
La dichiarazione dello stato di emergenza per le regioni colpite dal maltempo, comprese Calabria, Sardegna e Sicilia, ha consentito di attivare procedure straordinarie, fondi rapidi e una catena di comando più snella. Nel caso di Niscemi, lo stato di emergenza è il quadro giuridico che permette allo Stato di intervenire con rapidità, sospendendo vincoli burocratici ordinari a favore della tutela immediata dell’incolumità pubblica. Nel frattempo, gli esperti valutano non solo la stabilità dell’area, ma anche la possibilità che la frana si allarghi a nuovi settori del territorio comunale, imponendo ulteriori evacuazioni.
Musumeci tra gestione dell’emergenza e richiesta di verità
L’intervento di Nello Musumeci non si limita al capitolo economico. Il ministro ha annunciato l’intenzione di proporre in Consiglio dei ministri l’avvio di una indagine amministrativa per chiarire perché, nonostante una frana importante già registrata nel 1997 a Niscemi, non siano stati adottati tutti gli interventi necessari a prevenire il ripetersi di un fenomeno di tale portata. La richiesta di un’indagine amministrativa apre un fronte delicato: quello delle responsabilità accumulate nel tempo, tra ritardi nella messa in sicurezza, interventi parziali e possibili errori di pianificazione urbanistica.
In questa prospettiva, Niscemi diventa un caso emblematico di come in Italia si gestisce la memoria delle catastrofi. Dopo il primo disastro, si interviene per tamponare, ma spesso manca una strategia di lungo periodo in grado di trasformare l’emergenza in occasione di prevenzione strutturale. Il fatto che, a distanza di quasi trent’anni dalla frana degli anni Novanta, si registri un nuovo collasso di dimensioni perfino maggiori segnala una continuità di vulnerabilità su cui l’indagine annunciata intende fare luce.
Musumeci ha anche respinto le polemiche politiche che legano il caso Niscemi al dibattito sulle grandi opere, in particolare il Ponte sullo Stretto. In alcune dichiarazioni, ha definito “pretestuose” le critiche di chi contrappone gli investimenti sulle infrastrutture strategiche agli interventi per la messa in sicurezza del territorio, sostenendo che l’obiettivo del governo è costruire un Sud infrastrutturato, capace di coniugare collegamenti efficienti e interventi di difesa del suolo. Da qui la promessa che, se le risorse già a bilancio per la ricostruzione non dovessero bastare, se ne troveranno altre, attingendo a fondi nazionali e, se necessario, europei.
Il ruolo della politica nazionale e regionale
La visita della presidente del Consiglio a Niscemi è stata letta dal presidente della Regione siciliana Renato Schifani come un segnale forte e incoraggiante per le popolazioni colpite. Schifani ha parlato di grande attenzione da parte della premier, sottolineando la volontà di intervenire con rapidità e concretezza e ricordando che la Regione ha immediatamente messo a disposizione 90 milioni di euro per fronteggiare i primi interventi. A questa cifra si aggiungono i fondi nazionali già deliberati e la disponibilità del governo centrale a integrare ulteriormente le risorse, se le ricognizioni dei danni dovessero richiederlo.
La gestione di una frana di tali dimensioni richiede un coordinamento stretto tra tutti i livelli istituzionali, dai Comuni alle Regioni, fino allo Stato e, in prospettiva, all’Unione europea. Il richiamo al “fare squadra”, espresso dalle autorità regionali, non è un semplice slogan, ma la condizione necessaria perché ai cittadini non arrivi il messaggio di una frammentazione di responsabilità e competenze, spesso percepita come scaricabarile politico. Al contrario, la complessità del quadro impone una regia unitaria capace di tenere insieme soccorsi, messa in sicurezza, sostegno economico, ricostruzione e, non da ultimo, trasparenza sulle cause del disastro.
All’orizzonte si profila inoltre l’esigenza di una riflessione più ampia sulle politiche di adattamento climatico e di gestione del rischio idrogeologico. Eventi meteorologici estremi come il ciclone “Harry”, che ha colpito la Sicilia e altre regioni del Sud, sono sempre più frequenti e intensi, e amplificano gli effetti di decenni di scarse manutenzioni, cementificazione e occupazione di aree a rischio. Niscemi, in questo senso, non è che l’ultimo tassello di una lunga catena di territori fragili che chiedono non solo fondi emergenziali, ma piani pluriennali di prevenzione.
Tra paura, attesa e ricostruzione: il futuro di Niscemi
Nel frattempo, la vita degli abitanti di Niscemi si svolge dentro una sospensione che è al tempo stesso fisica, psicologica ed economica. Ci sono famiglie che non sanno se rivedranno le proprie case, imprenditori che non sanno se riusciranno a riaprire, studenti che aspettano di capire dove e come potranno tornare in aula. La promessa di sospendere le rate dei mutui e di ogni altra obbligazione è un gesto di sollievo immediato, ma non basta da solo a restituire un orizzonte di stabilità a una comunità ferita.
La vera sfida sarà trasformare le misure di emergenza in un percorso credibile di ricostruzione. Questo significa individuare nuove aree edificabili sicure, pianificare il trasferimento di interi quartieri, pensare a una riconversione urbanistica che non tradisca l’identità del territorio ma ne riduca la vulnerabilità. Il governo ha già invitato il Comune a individuare zone alternative dove far sorgere nuove abitazioni, offrendo il proprio impegno a finanziare questi interventi come parte integrante della risposta alla frana. In altre parole, l’uscita dall’emergenza non potrà limitarsi a ricostruire dove il terreno ha dimostrato di non reggere, ma dovrà immaginare una geografia diversa per la Niscemi di domani.
Se le misure annunciate da Musumeci e dal governo troveranno rapida traduzione in atti concreti, la sospensione delle rate dei mutui, dei tributi e dei contributi potrà rappresentare il primo mattone di un patto di fiducia tra lo Stato e una comunità che oggi vive nel segno della paura. Il vero banco di prova sarà la capacità di passare da provvedimenti emergenziali a un progetto di lungo periodo, che tenga insieme sicurezza, giustizia sociale e sviluppo, perché solo così la frana di Niscemi non resterà l’ennesimo simbolo di un Paese che interviene tardi e dimentica in fretta.
L’Europa si risveglia in un clima di allerta crescente mentre le minacce incrociate tra Washington e Teheran riportano il rischio di una guerra su larga scala al centro dell’agenda internazionale. Le nuove dichiarazioni del presidente Donald Trump, che torna a ventilare l’ipotesi di un attacco militare “molto peggiore” del precedente contro l’Iran, mettono sotto pressione governi europei già divisi e costretti a reagire a una crisi che non controllano ma che li riguarda direttamente.
Sullo sfondo, un Medio Oriente segnato dalle cicatrici della guerra di dodici giorni dell’estate scorsa e dalla durissima repressione delle proteste in Iran, con migliaia di morti e decine di migliaia di arresti.
Trump rilancia la minaccia militare
Le ultime mosse della Casa Bianca hanno una cifra chiara: mostrare i muscoli e usare la forza militare come leva negoziale sulla questione nucleare iraniana. Trump ha ribadito che il tempo per Teheran “sta per scadere” e che l’unica via accettabile è un accordo che preveda “NO NUCLEAR WEAPONS”, la cessazione dell’arricchimento di uranio, la rimozione delle scorte esistenti e limiti stringenti sul programma di missili balistici.
In parallelo, il dispiegamento di una “massive armada” guidata dalla portaerei USS Abraham Lincoln nel Golfo manda un messaggio inequivocabile: gli Stati Uniti vogliono che la minaccia di una seconda ondata di bombardamenti su siti nucleari iraniani sia percepita come credibile.
Secondo ricostruzioni di stampa e fonti diplomatiche, il presidente viene regolarmente informato da consiglieri militari che gli hanno presentato un ventaglio di opzioni, dai raid limitati fino a operazioni più estese contro infrastrutture strategiche e basi dei Pasdaran. Trump, però, continua a oscillare tra l’esibizione di forza e l’invito negoziale, insistendo sul fatto che l’Iran sarebbe in una posizione di debolezza politica ed economica tale da poter essere spinto a un accordo più favorevole agli Stati Uniti.
Questa ambivalenza, tra minaccia aperta e offerta di colloqui, è diventata il marchio di fabbrica della sua “diplomazia coercitiva” e rende più difficile per gli alleati europei costruire una linea comune.
Sul piano interno statunitense si riaccende anche il dibattito sulla legittimità e sull’opportunità di un nuovo intervento militare in Medio Oriente. I critici in Congresso temono che un’escalation con l’Iran possa trascinare gli Stati Uniti in una guerra di lunga durata, con costi enormi e un impatto destabilizzante sull’intera regione, ricordando gli errori di Afghanistan e Iraq.
A questo si somma la consapevolezza che ogni operazione militare contro un Paese con reti di milizie e alleati regionali, dal Libano allo Yemen, non resterebbe confinata a bersagli limitati ma avrebbe ripercussioni a catena difficili da controllare.
La risposta iraniana: “reagiremo come mai prima”
Se la Casa Bianca punta a massimizzare la pressione, il messaggio di Teheran è altrettanto netto: nessuna resa sotto minaccia, disponibilità al dialogo solo su basi di “rispetto reciproco” e promessa di una risposta devastante in caso di attacco.
La missione iraniana alle Nazioni Unite ha avvertito che il Paese “difenderà se stesso e risponderà come mai prima” se spinto allo scontro, citando i conflitti passati come ammonimento ai costi che Washington ha già pagato in vite umane e risorse nelle guerre in Medio Oriente.
Il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi ha rincarato la dose affermando che le Forze armate iraniane hanno “le dita sul grilletto” e sono pronte a reagire “immediatamente e con grande forza a qualsiasi aggressione” via terra, mare o aria.
L’elemento che rende l’attuale fase ancora più delicata è il contesto interno iraniano. La recente ondata di proteste, descritta dal regime come “rivolte” alimentate da potenze straniere, è stata repressa con una violenza che ha scioccato l’opinione pubblica internazionale: organizzazioni per i diritti umani parlano di migliaia di manifestanti uccisi e oltre quarantamila arrestati, mentre il Paese ha vissuto lunghi blackout di internet che hanno complicato la verifica indipendente di quanto accaduto.
Per i vertici di Teheran, la minaccia di un intervento americano viene letta non solo come un pericolo esterno ma come un possibile detonatore di nuove spinte destabilizzanti all’interno, e questo contribuisce a irrigidire ulteriormente la loro posizione.
Teheran intanto manda segnali anche alle capitali della regione. Un alto esponente iraniano ha fatto sapere che la Repubblica islamica ha chiesto ai Paesi vicini di scoraggiare un eventuale attacco statunitense, avvertendo che in caso di raid americano verrebbero colpite anche basi in Stati alleati di Washington come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Questo tipo di messaggio, che combina deterrenza e minaccia verso terzi, mira a rendere evidente il potenziale di regionalizzazione del conflitto, coinvolgendo direttamente quegli attori che ospitano infrastrutture militari statunitensi e che dipendono in larga misura dalla stabilità del Golfo per la propria economia.
Le capitali europee tra allarme e calcolo politico
La crisi tra Stati Uniti e Iran coglie l’Europa in una fase di forte vulnerabilità strategica e di crescente irritazione per lo stile imprevedibile della leadership americana. Da un lato, i governi europei condividono la preoccupazione per il programma nucleare iraniano e per la brutalità della repressione interna.
Dall’altro, temono che una scelta unilaterale di Trump possa trascinare il continente in un nuovo scenario di guerra, mettendo a rischio interessi economici, flussi energetici e la sicurezza di migliaia di cittadini e militari presenti nell’area.
A Bruxelles, i ministri degli Esteri dell’Unione europea si preparano a varare un nuovo pacchetto di sanzioni contro Teheran per le violazioni dei diritti umani nelle proteste e discutono un passo altamente simbolico: l’inserimento dei Guardiani della Rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche del blocco.
Dopo mesi di esitazioni, anche la Francia ha fatto sapere di essere pronta a sostenere la proposta tedesca e di altri Stati membri, mentre la Spagna ha segnalato un cambio di linea, dichiarandosi favorevole a sanzioni più dure che colpiscano anche i Pasdaran.
La mossa avrebbe un peso in larga parte politico, dato che molte figure legate ai Guardiani sono già sottoposte a restrizioni, ma viene letta come un segnale di rottura definitiva con l’idea di un “engagement” graduale con l’establishment iraniano.
Dietro le porte chiuse delle riunioni europee, però, le preoccupazioni non riguardano solo Teheran. Nella stessa agenda figurano anche i dossier sulle minacce di nuovi dazi americani e sulla richiesta, percepita come provocatoria, di mettere in discussione la sovranità danese su territori considerati strategici per la difesa statunitense, come la Groenlandia.
Questo intreccio di crisi, dalla partita con l’Iran alla pressione economica e territoriale sull’Europa, alimenta la percezione che Trump utilizzi sistematicamente lo strumento della minaccia per ottenere concessioni, frammentando le risposte delle capitali europee e mettendo alla prova la loro capacità di presentarsi come attore unitario.
Il dibattito nelle opinioni pubbliche europee
Alla dimensione diplomatica si accompagna un intenso dibattito nelle opinioni pubbliche europee, sempre più diffidente nei confronti di un nuovo conflitto in Medio Oriente ma allo stesso tempo sensibile al tema dei diritti umani in Iran.
I racconti delle proteste represse nel sangue, dei blackout informativi e della macchina di sicurezza mobilitata dai Guardiani della Rivoluzione hanno avuto grande risonanza sui media del continente, alimentando richieste di fermezza verso Teheran.
Molti analisti mettono però in guardia dal confondere la condanna delle violenze con un sostegno implicito alle opzioni militari di Washington, ricordando quanto la guerra abbia già indebolito le società civili mediorientali e rafforzato, paradossalmente, le componenti più radicali dei regimi.
Think tank europei sottolineano che un eventuale bombardamento americano su larga scala avrebbe effetti immediati sulla sicurezza dei cittadini e funzionari UE presenti in Iran e nei Paesi limitrofi, imponendo operazioni di evacuazione e protezione che l’Unione sta già studiando in via preventiva.
Documenti di analisi circolati in diverse capitali parlano della necessità di coordinare con partner arabi come Arabia Saudita e Qatar eventuali corridoi di evacuazione e canali di de–escalation, nella consapevolezza che le prime ore dopo un attacco sarebbero decisive per evitare un allargamento incontrollato del conflitto.
In questo quadro, molti governi europei temono di essere ridotti a semplici gestori di emergenze in uno scenario definito altrove, senza reali leve per influenzare né Teheran né Washington.
Sul piano politico interno, infine, la crisi iraniana si intreccia con dinamiche nazionali. Leader europei devono fare i conti con opposizioni che accusano i governi di subalternità alle scelte americane o, all’opposto, di eccessiva prudenza verso il regime di Teheran. Il risultato è spesso una comunicazione pubblica ambivalente, che da un lato invoca “massima moderazione” da tutte le parti e dall’altro appoggia nuove sanzioni e misure restrittive, alimentando la percezione di una Europa più reattiva che propositiva.
Voci dal mondo arabo e israeliano
La crisi tra Trump e l’Iran non si gioca solo nei corridoi di Washington, Bruxelles e Teheran: risuona con forza anche nel mondo arabo e in Israele, dove le reazioni riflettono timori e calcoli strategici diversi. In diversi Paesi arabi del Golfo, pur senza dichiarazioni ufficiali roboanti, la linea prevalente è quella di un sostegno discreto alla pressione americana, nella convinzione che contenere l’influenza iraniana sia essenziale per la sicurezza regionale.
Allo stesso tempo, questi governi sono consapevoli di trovarsi in prima linea in caso di rappresaglia iraniana, soprattutto per la presenza di basi statunitensi sul loro territorio, un elemento che spinge a cercare canali di comunicazione riservati con Teheran nel tentativo di evitare di essere colpiti in un eventuale confronto diretto.
In Israele, la percezione della minaccia iraniana rimane strutturalmente alta e si traduce in un sostegno di fondo a qualsiasi iniziativa che rallenti o danneggi il programma nucleare di Teheran.
I precedenti degli attacchi contro infrastrutture nucleari iraniane, presentati da Washington come un successo che ha “devastato” il programma avversario, vengono letti da parte della stampa israeliana come la conferma che la via militare può produrre risultati tangibili, anche se temporanei.
Non mancano però voci, nel mondo strategico israeliano, che avvertono come una campagna militare americana non accompagnata da un chiaro percorso politico rischi di rafforzare i settori più radicali del regime iraniano e di accrescere la dipendenza di Teheran da alleati come Mosca.
La stampa in lingua araba e i commentatori della regione insistono invece su un punto: la popolazione iraniana, già provata dalle sanzioni e dalla repressione, sarebbe la prima vittima di un nuovo ciclo di bombardamenti e ritorsioni. L’argomento si salda con il ricordo ancora vivo dei costi pagati dalle società civili in Iraq e Siria per le guerre e le interferenze esterne, alimentando un sentimento diffuso di scetticismo verso l’idea che un’ulteriore escalation militare possa portare a una maggiore stabilità. In questo contesto, ogni mossa di Trump e di Teheran viene letta non solo in chiave geopolitica ma anche come fattore che può aggravare fratture sociali e confessionali già profonde.
Tra deterrenza e precipizio
La crisi apertasi con le nuove minacce di Trump all’Iran pone dunque l’Europa davanti a un bivio: accettare un ruolo marginale in una partita dominata dall’asse Washington–Teheran o tentare di costruire, tra sanzioni mirate e iniziative diplomatiche, una terza via che eviti tanto la normalizzazione del regime quanto la deriva bellica. L’Unione europea cerca di muoversi su un crinale stretto, combinando la condanna della repressione interna e del programma nucleare iraniano con l’idea che solo un quadro negoziale credibile, privo di ultimatum e minacce unilaterali, possa produrre risultati duraturi sulla sicurezza regionale.
Teheran, dal canto suo, continua a ripetere che non può trattare “sotto la spada di Damocle” della minaccia militare, ma al tempo stesso lascia intravedere spiragli per colloqui se la controparte abbandonerà la retorica dello scontro e riconoscerà il principio di reciprocità.
Trump, invece, sembra puntare proprio sull’intreccio tra forza e negoziato, convinto che solo l’ombra di un attacco “molto peggiore” di quello dell’anno scorso possa spingere l’Iran a fare concessioni che finora ha rifiutato. In questo gioco ad alta tensione, basta un errore di calcolo, un attacco attribuito all’una o all’altra parte o una risposta sproporzionata di una milizia alleata per spingere l’intero sistema oltre il punto di non ritorno.
Per l’Europa, la posta in gioco è duplice: evitare un nuovo conflitto alle porte del continente e dimostrare di saper agire come soggetto politico, non solo come spazio economico esposto agli shock esterni.
Se riuscirà a tradurre le sue preoccupazioni in iniziative concrete di de–escalation, coordinandosi sia con gli Stati Uniti sia con attori regionali, potrà forse ritagliarsi un ruolo di garante e mediatore in una crisi che rischia di ridefinire gli equilibri del Medio Oriente.
Se invece continuerà a limitarsi a reagire alle mosse di Trump e Teheran, rischia di ritrovarsi ancora una volta spettatrice impotente di un conflitto che, pur lontano geograficamente, colpirebbe in pieno la sua sicurezza, la sua economia e la credibilità del suo progetto politico.
Due carabinieri del Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme sono stati fermati illegalmente, minacciati con un fucile mitragliatore e costretti a inginocchiarsi da un uomo in abiti civili, presumibilmente un colono israeliano, mentre erano impegnati in un sopralluogo in un villaggio nei pressi di Ramallah, in Cisgiordania.
L’episodio, confermato dal Ministero degli Esteri italiano, ha scatenato una dura reazione diplomatica da parte di Roma. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha disposto la convocazione urgente dell’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, per chiedere chiarimenti e formalizzare una “dura protesta” nei confronti del governo di Tel Aviv.
I due militari si trovavano nel territorio dell’Autorità Nazionale Palestinese per preparare una missione diplomatica degli ambasciatori dell’Unione Europea. Viaggiavano su un’auto con targa diplomatica e avevano con sé passaporti e tesserini diplomatici regolarmente rilasciati dal Ministero degli Esteri israeliano.
L’intimidazione armata e la falsa “area militare”
Secondo quanto ricostruito dalla Farnesina, i carabinieri sono stati avvicinati da un uomo armato in abiti civili, che indossava una kippah e un giubbotto protettivo, ma senza alcuna identificazione ufficiale. L’individuo ha puntato un fucile contro i militari italiani, forzandoli a inginocchiarsi e sottoponendoli a un’interrogazione sommaria.
Seguendo le regole di ingaggio ricevute, i due carabinieri hanno evitato di rispondere con violenza alle minacce iniziali. L’uomo ha poi passato loro una persona al telefono che, senza identificarsi, ha affermato che i militari si trovavano all’interno di un’“area militare” e che dovevano allontanarsi immediatamente.
Una verifica successiva condotta con il COGAT (il comando militare israeliano per i territori palestinesi occupati) ha però smentito categoricamente questa affermazione, confermando che non esiste alcuna area militare in quel punto. I due carabinieri sono poi rientrati incolumi al Consolato Generale di Gerusalemme e hanno riferito quanto accaduto all’ambasciata italiana e alla catena di comando dell’Arma.
La protesta diplomatica italiana su più fronti
La reazione del governo italiano è stata immediata e articolata su diversi livelli. L’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv ha inviato una “nota verbale” di protesta formale al governo israeliano, coinvolgendo il Ministero degli Affari Esteri israeliano, il COGAT, lo Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), la polizia e lo Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano competente per i territori palestinesi).
Il ministro Tajani ha disposto la convocazione dell’ambasciatore israeliano Jonathan Peled, che è stato ricevuto alla Farnesina dalla direttrice generale per gli Affari Politici, Cecilia Piccioni, prima donna nella storia della diplomazia italiana a ricoprire questo incarico strategico.
La Farnesina ha annunciato di prevedere ulteriori passi di protesta al massimo livello politico. L’episodio è considerato dalle autorità italiane un incidente di gravità eccezionale, che ha messo a rischio la sicurezza di personale diplomatico italiano regolarmente identificato e protetto dagli accordi internazionali.
Il contesto: violenza dei coloni in crescita esponenziale
L’aggressione ai due carabinieri italiani si inserisce in un contesto ben più ampio di escalation della violenza perpetrata dai coloni israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania. Secondo dati ufficiali diffusi dalle stesse Forze di Difesa Israeliane (IDF) e dallo Shin Bet, nel 2025 gli episodi di “crimini nazionalisti” commessi da coloni contro palestinesi sono aumentati del 25% rispetto all’anno precedente.
Nel 2025 sono stati registrati 845 episodi di violenza da parte dei coloni, con 200 feriti e quattro morti palestinesi. Nei due anni precedenti, dal 7 ottobre 2023 in poi, sono stati documentati complessivamente 1.720 episodi di questo tipo.
I dati militari israeliani evidenziano una realtà fuori controllo: circa 300 estremisti ebrei, di cui 70 definiti “fanatici”, operano principalmente dai 42 avamposti illegali distribuiti in tutta la Cisgiordania. Le autorità israeliane ammettono apertamente una crescente incapacità di contenere il fenomeno, mentre i tribunali lasciano spesso impuniti i responsabili delle violenze.
Secondo l’esercito israeliano, il proseguimento degli attacchi dei coloni potrebbe costringere le IDF a dirottare un gran numero di truppe nella regione, sia regolari che di riserva, sottraendole ad altri fronti operativi.
Non solo palestinesi: attacchi anche a volontari internazionali
L’aggressione ai due carabinieri non è un caso isolato per quanto riguarda cittadini stranieri. A fine novembre 2025, tre cooperanti italiani e una volontaria canadese sono stati picchiati brutalmente da un gruppo di circa dieci coloni mascherati che hanno fatto irruzione all’alba nella loro abitazione nel villaggio di Ein al-Duyuk, vicino Gerico.
I volontari partecipavano alla Campagna Faz3a, un’iniziativa di “presenza protettiva” che mobilita attivisti internazionali per accompagnare palestinesi durante le attività quotidiane come l’accesso ai campi o ai pascoli, nel tentativo di scoraggiare le aggressioni dei coloni.
Durante l’attacco, durato circa 20 minuti, i coloni hanno percosso ripetutamente gli attivisti, rubato passaporti e telefoni cellulari, e versato caffè bollente su uno degli italiani, che ha riportato un’emorragia testicolare richiedente cure urgenti. Prima di andarsene, i coloni hanno intimato: “Non tornate qui”.
Anche in quell’occasione, il ministro Tajani aveva espresso parole di condanna, definendo l’accaduto “gravissimo” e chiedendo al governo israeliano di “fermare i coloni” e impedire il proseguimento delle violenze.
Il ruolo del governo Netanyahu e dei ministri estremisti
La violenza dei coloni ha una copertura politica ai massimi livelli del governo israeliano. Nel gabinetto guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu siedono figure di primo piano del movimento dei coloni, in particolare il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, entrambi leader dell’estrema destra sionista religiosa.
Ben-Gvir è noto per aver tenuto in passato un ritratto del terrorista Baruch Goldstein, autore del massacro di 29 fedeli musulmani palestinesi a Hebron nel 1994. Smotrich è un fervente sostenitore della sovranità israeliana su tutta la “terra d’Israele”, inclusi i territori palestinesi, e promuove attivamente l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania.
Entrambi i ministri sono stati oggetto di sanzioni internazionali da parte di Australia, Canada, Norvegia, Nuova Zelanda e Regno Unito nel giugno 2025, per il loro ruolo nell’incitamento alla violenza e alle violazioni dei diritti umani dei palestinesi. L’Olanda ha addirittura imposto loro un divieto di ingresso nell’Area Schengen nel luglio 2025.
Nonostante queste condanne internazionali, il governo Netanyahu continua a garantire impunità ai coloni. Dei quattro coloni arrestati dopo un grave assalto al villaggio palestinese di Beit Lid nel novembre 2025, tre sono stati rilasciati dopo poche ore dalla polizia, in linea con la politica varata tre anni fa dallo stesso Ben-Gvir.
Le reazioni politiche in Italia
L’episodio ha suscitato reazioni bipartisan nel panorama politico italiano, seppur con sfumature diverse. Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana, ha dichiarato: “Ai carabinieri del nostro consolato di Gerusalemme è accaduto quello che accade quotidianamente ai palestinesi della Cisgiordania da parte dei coloni israeliani: minacce, intimidazioni, violenze se non peggio. Probabilmente proprio perché non erano palestinesi non sono stati passati per le armi. Un episodio oltre ogni limite, che testimonia una situazione indecente”.
Il vicesegretario di Azione Ettore Rosato ha definito l’accaduto un “comportamento inaccettabile” da parte di “cosiddetti coloni che si comportano da delinquenti e come tali andrebbero trattati”.
Le opposizioni hanno chiesto al governo di assumere posizioni più nette nei confronti di Israele, incluso il riconoscimento dello Stato di Palestina e sanzioni contro i ministri israeliani responsabili dell’incitamento alla violenza.
I precedenti: attacchi alle forze italiane in Medio Oriente
L’episodio in Cisgiordania si aggiunge a una serie di incidenti che hanno visto coinvolte forze italiane nella regione. Nel settembre 2025, un raid aereo israeliano in Libano ha sfiorato una pattuglia di caschi blu della missione UNIFIL, dove l’Italia fornisce uno dei maggiori contingenti con circa 1.000 militari.
Le Nazioni Unite avevano denunciato quell’attacco come “uno degli attacchi più gravi al personale dell’UNIFIL dal cessate il fuoco dello scorso novembre”, rilevando una chiara violazione del diritto internazionale. Il ministro della Difesa italiano aveva espresso la sua “totale disapprovazione” per quanto accaduto.
Nel maggio 2025, il viceconsole italiano Alessandro Tutino era rimasto coinvolto in un incidente a fuoco nel campo di Jenin, in Cisgiordania, durante una visita di una delegazione diplomatica europea. Anche in quel caso, Tajani aveva convocato l’ambasciatore israeliano per chiedere spiegazioni.
Le relazioni bilaterali Italia-Israele: tra cooperazione e tensioni
Nonostante gli episodi di tensione, le relazioni tra Italia e Israele rimangono solide sul piano commerciale e strategico. Nel 2024, l’interscambio bilaterale ha superato i 4,3 miliardi di euro, collocando l’Italia come terzo partner commerciale europeo di Israele dopo Germania e Olanda.
L’Italia è stata uno dei primi Paesi a riconoscere lo Stato di Israele nel 1948, e le relazioni sono caratterizzate da frequenti visite politiche e istituzionali. Nel 2026 è previsto il rinnovo automatico del memorandum d’intesa per la cooperazione militare tra i due Paesi, a meno di una revoca esplicita.
Tuttavia, le tensioni legate alla situazione in Gaza e in Cisgiordania hanno creato frizioni crescenti. Il governo italiano ha mantenuto una posizione ufficiale di sostegno al diritto di Israele alla sicurezza, pur esprimendo critiche sempre più nette sulla sproporzionalità della risposta militare a Gaza e sull’espansione degli insediamenti.
L’Area C e l’occupazione della Cisgiordania
Il villaggio vicino a Ramallah dove è avvenuto l’incidente si trova nell’Area C della Cisgiordania, che rappresenta circa il 60% del territorio palestinese. Secondo gli Accordi di Oslo del 1995, questa area avrebbe dovuto essere gradualmente trasferita sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma Israele mantiene tuttora il controllo totale su sicurezza, pianificazione e costruzioni.
Nel maggio 2025, il governo israeliano ha votato per formalizzare l’annessione dell’Area C, assumendo la piena autorità sulla registrazione dei terreni e dichiarando nulle tutte le procedure di registrazione effettuate dai palestinesi. L’obiettivo dichiarato dal ministro Smotrich è quello di portare tutta l’Area C sotto il pieno controllo israeliano, lasciando i palestinesi confinati in enclave isolate.
Secondo esperti di insediamenti, Israele sta trasformando la Cisgiordania in “enclave” disconnesse, collegate solo da strade, tunnel o ponti, senza alcuna reale prospettiva di sostenibilità o sviluppo futuro per i palestinesi. Trentadue comunità beduine sono state già sgomberate dai versanti orientali della Cisgiordania attraverso sfollamenti forzati, in quella che gli esperti definiscono una vera e propria pulizia etnica.
L’incidente dei due carabinieri italiani rappresenta un campanello d’allarme non solo per la sicurezza del personale diplomatico internazionale, ma per la tenuta stessa del diritto internazionale in una regione sempre più instabile. La crescente impunità dei coloni, sostenuti da settori influenti del governo israeliano, minaccia di far precipitare la Cisgiordania in una spirale di violenza incontrollata, vanificando ogni prospettiva di soluzione politica al conflitto israelo-palestinese.
Un architetto giordano di sessantatré anni, residente a Genova dal 1994. Un sistema di associazioni di beneficenza che apparentemente raccoglieva fondi per il popolo palestinese. E sette milioni di euro versati verso un’organizzazione terroristica designata dall’Unione Europea.
Questa è l’ossatura dell’indagine che il 27 dicembre 2025 ha portato all’arresto di nove persone in Italia, smantellando quella che le autorità descrivono come una cellula operativa di Hamas sul territorio italiano.
Il nome al centro dell’inchiesta è Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia e fondatore dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, l’ABSPP. Per oltre due decenni, Hannoun ha costruito e gestito una rete sofisticata che, secondo l’accusa, operava come una struttura di Hamas dedicata al finanziamento dell’organizzazione terroristica.
Mohammad Hannoun
Le accuse sono gravi e documentate: appartenenza a organizzazione con finalità di terrorismo, finanziamento del terrorismo internazionale, creazione di associazioni-schermo per eludere i controlli finanziari.
L’operazione è stata condotta dalla DIGOS di Genova, con il supporto della Guardia di Finanza e sotto la direzione della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, guidata da Giovanni Melillo. Gli investigatori hanno ricostruito un sistema finanziario complesso che ha permesso di trasferire fondi verso le strutture di Hamas in Medio Oriente, con destinatari diretti inclusi esponenti della leadership di Hamas e familiari di persone coinvolte in attacchi terroristici.
Una rete internazionale ben organizzata
Hannoun non era un operatore isolato. Secondo le indagini, era parte di una struttura ben più ampia che coinvolgeva almeno otto altre persone, alcune con responsabilità specifiche nella gestione delle associazioni, altre in ruoli di supporto finanziario e organizzativo. Tra questi figura Osama Alisawi, ex Ministro dei Trasporti del governo di facto di Hamas a Gaza e cofondatore dell’ABSPP nel 1994, identificato come beneficiario diretto dei trasferimenti finanziari.
Osama Alisawi
Il sistema prevedeva anche figure come Dawoud Ra’Ed Hussny Mousa, descritto come referente della cellula italiana e responsabile della filiale milanese dell’ABSPP, e Raed Al Salahat, membro del board of directors della European Palestinians Conference, organismo che riunisce esponenti palestinesi in Europa. Questi nomi non emergono da documenti isolati, ma da una trama fitta di transazioni bancarie, intercettazioni, e comunicazioni che gli inquirenti hanno ricostruito nel corso di anni di indagini.
Il fatto più significativo è che molti di questi individui risultano membri del comparto estero di Hamas, la struttura internazionale dell’organizzazione responsabile delle relazioni con l’estero, della raccolta fondi, e del coordinamento con altre entità associate. Questa non era una rete di attivisti genuinamente dedicati al supporto umanitario della popolazione palestinese, ma un’estensione operativa di Hamas sul suolo europeo.
Le tre associazioni e il meccanismo finanziario
L’indagine ha identificato tre associazioni utilizzate per la raccolta e il trasferimento dei fondi. La più antica è l’ABSPP, costituita l’11 maggio 1994 con sede a Genova. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, è una “sham charity”, una associazione fittizia che raccoglieva fondi apparentemente per scopi umanitari ma che in realtà finanziava l’ala militare di Hamas.
La seconda è l’ABSPP ODV, costituita il 3 luglio 2003, registrata come organizzazione di volontariato sempre con sede a Genova. La creazione di questa seconda struttura riflette una strategia comune tra i gruppi terroristici: quando le autorità iniziano a controllare una struttura, crearne una seconda con denominazione simile per continuare le operazioni. Hannoun rimase il legale rappresentante di entrambe.
La più recente è l’Associazione Benefica La Cupola d’Oro, costituita il 1° dicembre 2023 con sede a Milano. Secondo i documenti desecretati dalle autorità statunitensi, questa associazione è stata creata da Hannoun appositamente per eludere le sanzioni imposte dal Dipartimento del Tesoro USA dopo il 7 ottobre 2024.
La scelta della tempistica non è casuale: era stata creata due mesi dopo l’attacco di Hamas contro Israele, ma prima che le sanzioni colpissero le strutture precedenti, permettendo una transizione quasi fluida verso la nuova entità.
Il meccanismo finanziario era sofisticato ma ben documentato dagli investigatori. I fondi venivano raccolti da donatori italiani, spesso ignari della destinazione finale, attraverso campagne di sensibilizzazione incentrate sul “supporto umanitario” ai palestinesi. I soldi passavano poi attraverso transazioni bancarie triangolate con associazioni estere, prima di confluire verso associazioni dichiarate illegali nello Stato di Israele proprio perché appartenenti, controllate o comunque collegate a Hamas.
In alcuni casi, i trasferimenti erano diretti: fondi versati direttamente a esponenti di Hamas come Alisawi, che li controllava e li utilizzava per finanziare le attività dell’organizzazione. Gli investigatori hanno documentato non solo trasferimenti di denaro, ma anche comunicazioni esplicite in cui rappresentanti di Hamas sollecitavano direttamente Hannoun e altri esponenti della cellula per ulteriori finanziamenti.
Il dettaglio controverso del supporto ai “Martiri”
Uno degli aspetti più controversi emersi dalle indagini riguarda il modo in cui parte di questi fondi era utilizzato. Non solo finanziavano le operazioni militari e politiche di Hamas, ma anche il sostentamento dei familiari di persone coinvolte in attentati terroristici, inclusi gli attentati suicidi che hanno causato la morte di decine di civili israeliani.
Questa pratica non era nuova. Già nei primi anni 2000, quando Hannoun fu indagato dalla Procura di Genova, gli investigatori di allora scoprirono che l’ABSPP manteneva economicamente gli “orfani dei martiri” di Hamas. Per l’accusa, questo equivaleva a finanziare il terrorismo, perché forniva supporto economico alle famiglie di persone che avevano compiuto attentati terroristici. Nel 2004, i pubblici ministeri chiesero l’arresto di Hannoun, ma il giudice per le indagini preliminari respinse la richiesta, ritenendo che si trattasse di un finanziamento “postumo” e quindi non configurabile come supporto preventivo al terrorismo secondo l’interpretazione giuridica dell’epoca.
Quella inchiesta fu archiviata anche perché le autorità italiane non riuscirono a ottenere le informazioni necessarie dalle autorità dei territori palestinesi attraverso le richieste di rogatorie internazionali. Una lacuna che le autorità italiane non hanno più commesso questa volta, coordinando con Israele e con altri paesi europei per ricostruire il quadro completo.
Il collegamento con i vertici internazionali di Hamas
Quello che rende questa inchiesta particolarmente significativa dal punto di vista investigativo è che non riguarda attivisti marginali, ma figure centrali nella rete internazionale di Hamas. Hannoun non era un operatore isolato in Italia. Era integrato nella struttura globale dell’organizzazione attraverso diversi meccanismi.
Il primo è la European Palestinians Conference, un’organizzazione che riunisce esponenti palestinesi in Europa e dove Hannoun figura come membro del board of directors. In questa veste, opera in stretto contatto con figure di spicco del comparto estero di Hamas, in particolare Majed Al Zeer, identificato dalle autorità tedesche come “rappresentante di Hamas” in Germania e figura centrale della raccolta fondi di Hamas in Europa.
Manifestazioni appoggiate da European Palestinians Conference
Al Zeer, cittadino britannico-giordano che si trasferì in Germania nel 2014, aveva precedentemente diretto il Palestine Return Centre nel Regno Unito, organizzazione designata come affiliata illegale di Hamas nel 2010.
Nel maggio 2024, le autorità tedesche emisero un mandato di arresto nei confronti di Al Zeer per coordinamento delle attività di Hamas in Europa. L’8 ottobre 2024, il Dipartimento del Tesoro USA lo sanzionò, definendolo rappresentante senior di Hamas in Germania e figura centrale nelle attività di raccolta fondi per Hamas in Europa.
Ancor più significativa è la partecipazione di Hannoun a una riunione in Turchia nel dicembre 2025, alla quale era presente Ali Baraka, uno dei principali esponenti del comparto estero di Hamas. Baraka, con base a Beirut in Libano, è il responsabile del Dipartimento delle Relazioni Nazionali Estere di Hamas dal 2019. È considerato una delle figure più importanti nella diplomazia estera di Hamas e ha rappresentato gli interessi dell’organizzazione in Libano dal 2011 al 2019.
Ali Baraka è stato sanzionato dagli Stati Uniti e dal Regno Unito il 13 dicembre 2023 per aver perpetuato l’agenda violenta di Hamas rappresentando i suoi interessi all’estero e gestendo le sue finanze. Eppure, nel dicembre 2025, risultava ancora in grado di incontrare operativi di Hamas come Hannoun. Questo non solo dimostra la resilienza delle reti di Hamas, ma anche la mancanza di compliance da parte di alcuni paesi europei nel far rispettare le sanzioni internazionali.
Dalle sanzioni USA all’operazione italiana
Il momento di svolta nelle indagini su Hannoun arriva dal 7 ottobre 2024, esattamente un anno dopo l’attacco di Hamas contro Israele. L’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro USA sanziona Mohammad Hannoun e l’ABSPP.
Nel comunicato ufficiale, gli Stati Uniti descrivono Hannoun come “un membro di Hamas con base in Italia che ha stabilito l’ABSPP, un’associazione di beneficenza fittizia che ostensibilmente raccoglie fondi per scopi umanitari, ma in realtà aiuta a finanziare l’ala militare di Hamas”.
Secondo le autorità statunitensi, Hannoun ha inviato denaro verso organizzazioni controllate da Hamas almeno dal 2018, ha sollecitato finanziamenti per Hamas con alti funzionari dell’organizzazione, e ha versato almeno 4 milioni di dollari in un periodo di dieci anni. Le cifre contenute nell’indagine italiana sono tuttavia superiori: 7,2 milioni di euro dal 2001 ad oggi.
Nel giugno 2025, gli USA impongono una nuova tornata di sanzioni, colpendo tra gli altri l’Associazione Benefica La Cupola d’Oro. Il Dipartimento del Tesoro specifica che questa associazione era stata creata da Hannoun per continuare ad eludere le sanzioni e raccogliere fondi per l’ala militare di Hamas attraverso donatori, molti dei quali inconsapevoli dei collegamenti con l’organizzazione terroristica.
Le sanzioni hanno conseguenze concrete nel mondo della finanza globale. Le istituzioni finanziarie statunitensi devono congelare qualsiasi asset collegato agli individui e alle entità sanzionate. Le istituzioni finanziarie straniere, se scoperte a gestire i loro fondi, rischiano sanzioni secondarie e potrebbero perdere l’accesso al sistema bancario statunitense, un danno commerciale significativo in un’economia sempre più integrata.
Nel corso del 2025, anche l’Italia adotta misure amministrative nei confronti di Hannoun. Il 25 ottobre 2025, gli viene notificato un foglio di via da Milano per un anno, accompagnato da una denuncia per istigazione alla violenza. Il provvedimento era stato motivato da frasi pronunciate durante un corteo pro-palestinese del 18 ottobre 2025. Hannoun aveva dichiarato: “Tutte le rivoluzioni del mondo hanno le loro leggi. Chi uccide va ucciso, i collaborazionisti vanno uccisi”. Parole riferite alle esecuzioni di persone accusate di collaborazionismo da parte di Hamas a Gaza.
La pressione dalle indagini passate
Quello che stupisce osservando la storia di Mohammad Hannoun è che non si tratta di un nuovo caso. Le autorità italiane lo controllano da almeno 25 anni. Nei primi anni 2000, fu indagato dalla Procura di Genova, con l’attuale procuratore Nicola Piacente e la collega Francesca Nanni tra i magistrati che seguivano il caso.
Allora, come oggi, l’accusa principale era di finanziamento del terrorismo attraverso il mantenimento economico degli orfani dei “martiri” di Hamas. Nel 2004, i pubblici ministeri chiedevano l’arresto. Ma il giudice respingeva la richiesta, ritenendo che il finanziamento “postumo” non fosse configurabile come supporto preventivo al terrorismo secondo la lettura giuridica dell’epoca. L’inchiesta finì per essere archiviata, un’occasione mancata che ha permesso a Hannoun di continuare le sue operazioni per altri due decenni.
Nel luglio 2023, il Ministero della Difesa israeliano chiede al governo italiano di sequestrare i fondi di Hannoun sulla base di indagini della Shin Bet. Circa 500.000 euro vengono sequestrati. Ma mentre Israele muoveva, l’Italia rimane in gran parte inattiva, fino a quando le sanzioni USA non rendono la situazione nuovamente prominente nei mesi precedenti l’operazione del 27 dicembre.
Hannoun e la sinistra Italiana: una connessione scomoda
Le inchieste giornalistiche, in particolare quelle pubblicate dal quotidiano Il Tempo, hanno rivelato una dimensione politica della vicenda che ha sorpreso diversi osservatori. Hannoun aveva mantenuto rapporti con esponenti del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico italiano. Era stato ricevuto da Manlio Di Stefano, allora sottosegretario del M5S. Aveva organizzato eventi con deputati del Movimento 5S.
A gennaio 2024, Hannoun organizzò un viaggio nei campi profughi palestinesi insieme ad Alessandro Di Battista, ex deputato del M5S, e alla deputata Stefania Ascari, capogruppo 5 Stelle in commissione antiterrorismo. Il gruppo visitò anche il campo profughi di Ein el Hilweh in Libano, una base di diversi gruppi terroristici secondo gli archivi dei servizi di intelligence.
Hannoun era stato fotografato con altri esponenti politici italiani: la deputata del Partito Democratico Laura Boldrini, Marco Furfaro (PD), Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana), l’europarlamentare Gaetano Pedullà (PD). Aveva anche avuto contatti con Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite su questioni di discriminazione razziale nei territori palestinesi.
Questi contatti pongono domande sulla dovuta diligence di attori politici italiani. Non si suggerisce qui che questi esponenti fossero consapevoli della vera natura delle attività di Hannoun. Tuttavia, il fatto che una figura sanzionata dal Dipartimento del Tesoro USA per finanziamento di Hamas riuscisse a mantenere una visibilità pubblica così significativa in Italia fino al dicembre 2025 solleva interrogativi sulla capacità o sulla volontà di alcuni settori politici italiani di fare i dovuti controlli prima di associarsi pubblicamente a figure simili.
La reazione politica e le critiche
Quando l’operazione è stata annunciata il 27 dicembre, la reazione politica è stata rapida e decisa. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato: “È stato squarciato il velo su comportamenti e attività che, dietro il paravento di iniziative a favore delle popolazioni palestinesi, celavano il sostegno e la partecipazione a organizzazioni con vere e proprie finalità terroristiche di matrice islamista“.
La Lega ha colto l’occasione per attaccare la sinistra. Silvia Sardone, europarlamentare della Lega, ha dichiarato: “Pazzesco che la sinistra abbia difeso questo personaggio per mesi, andando a braccetto con lui in diversi cortei sul territorio. Bisogna indagare a fondo sui rapporti tra Hannoun e diversi partiti di sinistra“.
Tuttavia, in una mossa significativa, i procuratori Melillo e Piacente hanno voluto precisare che l’indagine sul finanziamento di Hamas “non può in alcun modo togliere rilievo ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese successivamente al 7 ottobre 2023 nel corso delle operazioni militari intraprese dal Governo di Israele, per i quali si attende il giudizio da parte della Corte Penale Internazionale“.
Questa precisazione è importante perché riflette la complessità del contesto. L’Italia ha denunciato Hannoun per finanziamento del terrorismo, ma la Corte Penale Internazionale sta contemporaneamente indagando su possibili crimini di guerra israeliani a Gaza. Entrambi i fatti possono essere veri simultaneamente: Hamas è un’organizzazione terroristica che finanzia attacchi contro civili, e allo stesso tempo gli Stati possono commettere crimini di guerra nell’affrontare il terrorismo.
La rete europea di Hamas
L’operazione italiana non è isolata. In tutta Europa, le autorità hanno intensificato gli sforzi per contrastare le attività di Hamas sul territorio continentale. In Germania, le forze dell’ordine hanno arrestato nel 2024 operativi accusati di raccogliere informazioni in preparazione di attacchi contro obiettivi ebraici, apparentemente in collegamento con il comparto militare di Hamas in Libano.
Secondo le autorità tedesche, questi individui erano incaricati di localizzare depositi di armi precedentemente nascosti in Europa da Hamas “in vista di potenziali attacchi terroristici contro istituzioni ebraiche in Europa”.
Nel processo che è iniziato nel febbraio 2025, è emerso che questi depositi di armi erano stati preparati nel contesto della pianificazione degli attacchi del 7 ottobre 2023, suggerendo che Hamas stava preparando una capacità operativa di attacco anche sul suolo europeo, non solo a Gaza.
Nell’ottobre 2025, ulteriori operativi di Hamas sono stati arrestati in Germania con l’accusa di preparare attacchi contro obiettivi israeliani e ebraici nel prossimo futuro. Secondo il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center di Israele, questi arresti indicano che per la prima volta Hamas stava pianificando di attaccare obiettivi israeliani e ebraici sul suolo europeo, segnando una possibile evoluzione nel modus operandi dell’organizzazione.
Nei Paesi Bassi, la Israa Charitable Foundation e il suo rappresentante Amin Ghazi Abu Rashed sono stati identificati come parte della stessa rete di finanziamento. Ghazi è descritto dalle autorità statunitensi come un “operativo senior di Hamas in Europa responsabile della raccolta di milioni di dollari di fondi per Hamas utilizzando associazioni di beneficenza fittizie come copertura“. Nel giugno 2025, il Dipartimento del Tesoro USA ha sanzionato sia la fondazione che Ghazi.
I numeri del finanziamento globale
Per comprendere l’importanza della rete italiana, è utile situarla nel contesto più ampio del finanziamento di Hamas a livello globale. Secondo le stime del Dipartimento del Tesoro USA, Hamas riceveva circa 10 milioni di dollari al mese attraverso donazioni prima dell’operazione del 7 ottobre 2023. Una parte significativa di questi fondi proveniva da associazioni di beneficenza fittizie in Europa.
Le fonti di finanziamento di Hamas sono molteplici. L’Iran fornisce tra 80 e 100 milioni di dollari all’anno come parte del suo “asse della resistenza”. Hamas ha creato un portfolio globale di investimenti valutato tra 500 milioni e 1 miliardo di dollari, con asset in paesi come Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, Sudan e Algeria.
L’organizzazione tassa la popolazione civile di Gaza attraverso estorsioni su attività commerciali. Raccoglie fondi attraverso criptovalute e crowdfunding online. Dopo il 7 ottobre 2023, Hamas ha espanso significativamente le sue attività di crowdfunding in criptovalute, con la piattaforma Gaza Now che ha ricevuto quasi 4,5 milioni di dollari in donazioni attraverso i social media.
In questo contesto, i 7 milioni di euro della cellula italiana rappresentano una frazione significativa dei finanziamenti europei, stimati in circa 10 milioni di dollari mensili prima dell’attacco del 7 ottobre. L’operazione italiana ha quindi colpito uno dei nodi critici della rete di raccolta fondi europea di Hamas.
La sfida della distinzione tra aiuto umanitario e finanziamento terrorista
Uno dei problemi fondamentali nel contrasto al finanziamento di Hamas rimane la difficoltà di distinguere tra legittimo aiuto umanitario alla popolazione di Gaza e il supporto finanziario all’organizzazione terroristica. La popolazione di Gaza vive in condizioni di estrema difficoltà, con la maggioranza della popolazione dipendente dall’aiuto internazionale per la sopravvivenza.
Nel dicembre 2025, il ministro francese per gli Affari Europei Benjamin Haddad ha sollevato questa questione, chiedendo alla Commissione Europea di indagare sulla possibilità che finanziamenti europei destinati a organizzazioni non governative siano stati dirottati a favore di Hamas.
Haddad ha sottolineato che alcune organizzazioni umanitarie potrebbero essere costrette ad accettare supporto da strutture legate a Hamas per poter operare e fornire i loro servizi umanitari ai palestinesi.
Nel caso della cellula italiana, tuttavia, la situazione è diversa. L’ABSPP e le associazioni collegate non fornivano aiuto umanitario significativo. Raccoglievano fondi con il pretesto del supporto umanitario, ma i fondi erano diretti verso Hamas, il suo governo di facto a Gaza, e i familiari di persone coinvolte in attentati terroristici. Non c’era una componente significativa di distribuzione di aiuti alla popolazione civile. Era una struttura di finanziamento puro.
La resilienza delle reti: come Hamas si adatta
Nonostante le sanzioni, gli arresti, e le operazioni dei servizi di sicurezza, le reti di finanziamento di Hamas hanno dimostrato una notevole resilienza e capacità di adattamento. Quando un canale viene bloccato, l’organizzazione ne crea rapidamente di nuovi. Questo è esattamente quello che è accaduto con l’Associazione Benefica La Cupola d’Oro, creata nel dicembre 2023 dopo che era chiaro che l’ABSPP sarebbe stata oggetto di scrutinio internazionale più stretto.
La nuova associazione differiva dalle precedenti solo nell’identità dei rappresentanti e nella denominazione. Il meccanismo di raccolta fondi rimane sostanzialmente lo stesso. I donatori rimangono simili. I destinatari sono gli stessi. La struttura organizzativa rappresenta una continuità operativa in cui Hamas ha semplicemente rinominato e ricostituito le sue operazioni per proseguire il finanziamento.
Questa capacità di adattamento rappresenta una sfida significativa per le autorità di contrasto. Ogni volta che viene bloccato un canale, l’organizzazione può crearne un altro. Gli investigatori devono quindi rimanere costantemente consapevoli di nuove strutture emergenti e pronte ad agire quando queste sorgono. Nel caso italiano, gli investigatori sembrano aver mantenuto questo focus, ed è così che l’Associazione Benefica La Cupola d’Oro è stata identificata e inclusa negli arresti.
Lo strumento della criptovaluta
Una delle nuove sfide nel contrasto al finanziamento di Hamas è l’uso crescente di criptovalute. Le criptovalute offrono un certo grado di anonimato e permettono transazioni transfrontaliere difficili da tracciare con i metodi tradizionali di monitoraggio bancario. Nel marzo 2025, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha interrotto una rete di crypto-finanziamento di Hamas che aveva sollecitato donazioni per 1,5 milioni di dollari in monete digitali.
Mentre l’indagine italiana non sembra aver focalizzato ampiamente sulla criptovaluta, i documenti del Dipartimento del Tesoro USA indicano che Hamas stava passando sempre di più a questi canali finanziari per eludere i controlli. Nel giugno 2025, il Tesoro ha sanzionato anche operatori di criptovalute coinvolti nel finanziamento di Hamas.
Questo rappresenta una sfida significativa per le autorità internazionali. Molti paesi ancora non hanno una regolamentazione robusta del mercato della criptovaluta. Gli exchange di criptovaluta spesso non hanno gli stessi obblighi di segnalazione delle banche tradizionali. Gli investigatori devono quindi sviluppare nuove competenze e nuovi strumenti per tracciare i flussi di criptovaluta, una sfida che rimane largamente irrisolta.
Il ruolo della Turchia come base diplomatica
Mentre l’Europa rappresenta un’importante fonte di finanziamento per Hamas, la Turchia funge da base diplomatica e logistica per l’organizzazione. La Turchia non designa Hamas come organizzazione terroristica, mantenendo canali diplomatici ufficiali con il gruppo.
Nel dicembre 2025, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha incontrato una delegazione di Hamas guidata da Khalil al-Hayya a Istanbul e ad Ankara per discutere dell’implementazione del cessate il fuoco a Gaza.
Il fatto che Mohammad Hannoun sia stato presente in Turchia nel dicembre 2025 per incontrare Ali Baraka, esponente senior del comparto estero di Hamas, suggerisce che la Turchia fornisce una location “sicura” dove i diversi nodi della rete internazionale di Hamas possono incontrarsi e coordinare le operazioni senza il rischio di arresti immediati.
Questo rappresenta un elemento critico dell’architettura internazionale di Hamas. Mentre gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Regno Unito e la Germania hanno designato Hamas come organizzazione terroristica e hanno implementato sanzioni, la Turchia rimane uno spazio dove Hamas può operare relativamente liberamente. Questo ha importanti implicazioni per il futuro contrasto al finanziamento di Hamas: fintanto che alcuni paesi non cooperano al contrasto, la rete di Hamas avrà sempre spazi dove operare.
Le incognite del processo
Mentre le accuse sono gravi e documentate, gli arresti rappresentano solo il primo passo nel processo giudiziario. I nove arrestati rimangono presunti innocenti fino a prova contraria. I tribunali italiani dovranno ora esaminare l’evidenza raccolta dagli investigatori e determinare se le accuse reggono legalmente.
Alcuni aspetti del caso potrebbero generare dibattito legale. La distinzione tra legittime attività di advocacy per la causa palestinese e il finanziamento del terrorismo è a volte sfumata. I tribunali dovranno determinare in modo definitivo dove tracciare la linea tra queste due cose nel contesto specifico dell’operazione italiana.
Un’altra incognita riguarda la cooperazione internazionale nel corso dei procedimenti. L’indagine italiana ha beneficiato significativamente delle informazioni fornite da Israele, dai Paesi Bassi, e da altri paesi europei. Questa stessa cooperazione sarà critica nella fase processuale, in particolare per presentare evidenza sui destinatari dei fondi e sull’uso che Hamas ha fatto del denaro italiano.
Infine, vi è la questione più ampia della dissuasione. Se gli accusati verranno condannati a pene significative, questo potrebbe dissuadere altri dal tentare di stabilire strutture simili di finanziamento di Hamas in Italia e in Europa. Se invece i procedimenti si trascinano per anni, come spesso accade nel sistema giudiziario italiano, l’effetto deterrente potrebbe essere minore.
L’eredità dell’operazione
L’operazione del 27 dicembre 2025 rappresenta un momento di svolta negli sforzi italiani ed europei per contrastare il finanziamento del terrorismo internazionale. Non si tratta di un’azione isolata, ma parte di una strategia più ampia, documentata dalle operazioni in Germania, nei Paesi Bassi, e dalle successive sanzioni del Dipartimento del Tesoro USA.
Tuttavia, l’operazione evidenzia anche i limiti del contrasto al finanziamento di Hamas. Per oltre due decenni, Mohammad Hannoun ha operato in Italia, spesso sotto il controllo delle autorità, sanzionato dagli Stati Uniti, eppure in grado di continuare le sue operazioni fino al dicembre 2025. Questo suggerisce che, nonostante i progressi, ancora non esiste una strategia integrata e coordinata a livello europeo per contrastare sistematicamente il finanziamento di Hamas.
L’Unione Europea ha le autorità legali per agire contro le reti di finanziamento del terrorismo, ma come osservato da esperti del Washington Institute e della Foundation for Defense of Democracies, questi poteri non sono stati utilizzati in modo aggressivo come potrebbero essere. L’operazione italiana potrebbe servire da catalizzatore per una risposta europea più coordinata e vigorosa.
Nel frattempo, i nove arrestati attendono il loro processo. Mohammad Hannoun, l’architetto che per oltre due decenni ha gestito una delle più sofisticate reti di finanziamento di Hamas in Europa, affronterà il sistema giudiziario italiano. Se condannato, la sua condanna potrebbe segnare la fine di un’era di relativa impunità nel finanziamento di Hamas dal suolo europeo. Se assolto, solleverebbe domande ancora più profonde sulla efficacia della lotta internazionale al terrorismo finanziario.
La realtà è che la battaglia contro il finanziamento del terrorismo rimane una sfida in corso, complessa e multisfaccetata. L’operazione italiana rappresenta un successo tattico significativo, ma la guerra più ampia per contenere il finanziamento globale di Hamas è ancora lontana dall’essere vinta.
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